Boicotta Benetton: Tutti i colori di Pignataro Maggiore

Mai sentito parlare di Pignataro Maggiore, provincia di Caserta?
O di Castrette, provincia di Treviso?
O ancora di Maiten, in Argentina?
O di quel che l'imprenditore italiano più progressista, quasi verde-ulivo, fa in Ungheria?
Eccovi tre buoni "motivi" per boicottare Benetton.

(da Carta settimanale n.2)

I colori di Pignataro Maggiore

Vetulazio, Giano Vetusto, Pignataro Maggiore. Un gruppo di paesi sdraiati lungo la via Appia, tra Capua e Caserta. Un territorio agricolo, per vocazione e per tradizione, sul quale sono stati innestati insediamenti industriali finanziati dalla Cassa del Mezzogiorno. Una volta, si diceva che questa zona doveva diventare la Brianza del sud, con le fabbrichette tessili, l'indotto e tutto il resto. Ora ci sono molti capannoni abbandonati.

Dopo una lunga manovra di avvicinamento, fatta di contatti, subappalti e commesse, atterra a Pignataro un'astronave dalla luce di un inconfondibile verde multinazionale. Benetton accetta di rilevare la Bertrand, una fabbrica tessile esistente dall'inizio dal '90, e lancia un piano produttivo di centinaia di miliardi di investimenti promessi, del miraggio di centinaia di posti di lavoro, in una zona dove la disoccupazione giovanile sfonda molte volte il tetto della media europea. È un affare: la fabbrica è in gestione commissariale per via di una serie di peripezie finanziarie. È un affare anche mediatico. Da Treviso al Sud, a portare lavoro, a sfruttare i vantaggi fiscali e gli accordi con la Regione Campania e il ministero del lavoro. Arriva l'astronave e porta una filosofia del lavoro e del profitto riassunta in una formula: ciclo continuo. È questa la condizione posta da Treviso ai sindacati.

"Ciclo continuo", dice un operaio che preferisce non essere citato per nome: "Sì, ma noi mica siamo contro il ciclo continuo. Solo che vorremmo un ciclo continuo umano, che ci dia il tempo per vivere".
Ci sono almeno due modi di raccontare quello che è successo a Pignataro Maggiore. Del disagio in fabbrica e delle agitazioni che hanno portato all'occupazione del negozio Benetton di via Roma, nel centro di Napoli. Dello stress che subiscono gli operai, che hanno fermato la produzione per tre giorni, a fine maggio. Degli autolicenziamenti per le condizioni di lavoro troppo pesanti, e del ruolo dei sindacati. Ci sono almeno due modi per parlare del contatto fecondo tra i giovani operai dell'Olympias e i ragazzi del centro sociale Tempo Rosso, da due anni attivo in una zona dove il tessuto sociale è come i capannoni abbandonati.

I vecchi e i giovani

Il primo modo è il racconto della resistenza degli operai "vecchi", veterani della Bertrand, che si sono opposti al ciclo continuo. È il racconto di una vertenza sindacale, che Benetton vince perché i giovani, assunti dal 1998, non hanno esperienza di lotta e fanno già il ciclo continuo nei due reparti nuovi, quello della maglieria e della filatura, che si affiancano al reparto carderia, dove sono concentrati i più anziani. È anche il racconto di un sindacato che, preoccupato di salvaguardare i contratti d'area e gli investimenti, accetta un accordo che in fabbrica viene osteggiato, e che prevede, per i nuovi assunti, meno salario, nove giorni di ferie non pagate, un buono mensa di 650 lire al mese [avete letto bene, c'è uno zero solo], in lavoro domenicale pagato come un giorno feriale. "In un mese, ciascuno di noi lavora al massimo 21 giorni, distribuiti in turni di pomeriggio, mattina e notte, alternati a turni di riposo che vengono pagati con quello che dovremmo avere per le ferie". Totale: un milione e seicentomila lire, che possono diventare di più con il lavoro notturno. Poco di più.

Il secondo modo di raccontare la Benetton di Pignataro è parlare della sostanza su cui galleggia l'accordo, che i sindacati sono anche contenti di aver concluso, "perché abbiamo mantenuto una struttura produttiva e magari possiamo agire dal di dentro, in futuro", come dice Angelo Spena della Filtea-Cgil. La sostanza è fatta, innanzi tutto, del ricatto del licenziamento per chi frequenta il centro sociale, con tanto di allusione a questa attività davanti al prefetto, durante un incontro tra le "parti sociali".

È una sostanza spessa, composta di nuova logica industriale e di buon, vecchio clientelismo. Molti dei nuovi assunti lo hanno subìto direttamente: in cambio del "favore" della segnalazione per un posto in fabbrica, un politico locale ha chiesto di tesserarsi a quel tale sindacato, che non si era mai visto alla Bertrand e che, giocando con il malcontento degli operai, è riuscito ad arrivare al tavolo delle trattative. È una sostanza tenuta insieme dai 51 miliardi di finanziamenti che Benetton ha ricevuto dalla Regione Campania, in cambio di assunzioni di cui si è persa traccia, tra un piano industriale e l'altro.

Assunzioni che, dato il numero di macchine presenti a Pignataro, renderebbero i turni di lavoro un po' più umani. Ed è una sostanza in cui lo stile delle relazioni in fabbrica porta i direttori a chiamare gli operai uno a uno, chiedendo conto della protesta. O a convocare in fabbrica, telefonando a casa, chi sta facendo il turno di riposo per chiedere di un pezzo difettoso finito nello scatolone di quelli buoni. "Se chiama la fabbrica, digli che non ci sono". Piccola resistenza.

Una fabbrica modello

Pignataro sarebbe dovuto diventare un modello di insediamento industriale nel sud, tanto che la casa madre parlava di un polo tessile in grado di servire tutto il Mediterraneo. E Pignataro è un modello, ma per vedere una multinazionale al lavoro sotto casa.
Il ricatto della disoccupazione, come altrove al sud, spinge ad accettare qui condizioni di lavoro che nel nord est sarebbero respinte. E a ringraziare, perfino. "Hai capito il meccanismo?", dice uno dei ragazzi del centro sociale di Pignataro: "Dicono che portano la nuova economia e lo sviluppo, ma il tessuto sociale non cambia, anzi, tutto serve a mantenere il torpore, anche le nuove fabbriche, visto che appena uno rivendica diritti che fino a pochi anni fa erano dati per scontati, oppure rivendica i diritti dei disoccupati, subito volano le minacce di chiusura e le accuse agli operai, che sarebbero i responsabili del fallimento del piano industriale".

Dice un altro indicando tra la statale e le colline: "Da qui è tutto di un padrone solo. Anche quel terreno dove sorge l'Olympias. Benetton si è anche lamentato della burocrazia meridionale. Poi, dopo la sua sparata sulla stampa, il comune di Pignataro è stato sciolto per infiltrazione camorrista e adesso è commissariato. Non è che Benetton ha legami con la camorra, però qui il clima è tale che nessuno protesta, al massimo si delega ai politici o ai sindacati, senza aspettarsi nulla, perché tanto si sanno come vanno le cose. Di fronte al lavoro in nero o al niente, o alla camorra, anche Benetton va bene, anche il ciclo continuo, anche le ferie non pagate vanno bene. E loro, gli imprenditori progressisti, lo sanno benissimo. Per questo stiamo tentando un esperimento di auto-organizzazione, che abbiamo proposto anche agli operai della Benetton, che non accettano l'accordo firmato dai sindacati".

Racconta un operaio: "La vertenza è iniziata quando l'azienda ha deciso di estendere il ciclo continuo anche al reparto cardatura, ma la cosa che ha fatto traboccare il vaso è stata la questione delle macchine. L'azienda avrebbe dovuto portare qui un centinaio di macchine per la filatura. Ne ha portate 54. Quando sono iniziate le agitazioni, hanno minacciato di toglierne 24. Hanno detto che si trattava di problemi tecnici, ma i tecnici erano venuti qui già altre volte. Che bisogno c'è di portare le macchine a Treviso?". Gli operai hanno temuto che fosse il preludio alla chiusura, e allora sono entrati in assemblea permanente. Ma il gioco era un altro. Non si buttano miliardi di investimenti e finanziamenti.

Pignataro conviene, ma a certe condizioni, quelle, appunto, dell'accordo dei sindacati, al quale Benetton si appella, e che ha esteso il ciclo continuo a tutti i reparti. Tanto, nel giro di qualche anno, i "vecchi" vanno in pensione, e un modo di raccontare Pignataro finisce con loro. I giovani, cresciuti a disoccupazione e a poster e maglioni United colors, saranno il cento per cento, o poco meno, di una forza lavoro smemorata.

La fabbrica che smonta i diritti umani

Al seminario internazionale dei delegati sindacali del gruppo Benetton, il francese R. Maillard della Cfe/Cgc disse: "In Francia è aperta la caccia al delegato sindacale. Alla Benetton gli operai devono stare in silenzio, altrimenti vengono multati". Non era un caso isolato. I colleghi di Spagna e Usa, paesi in cui Benetton aveva stabilimenti si lamentavano della difficoltà di fare sindacato nelle aziende del gruppo italiano. Era il 1992, e la categoria della globalizzazione aveva ancora pochi estimatori. Da allora, la strategia del gruppo trevigiano si è notevolmente modificata, con una forte diversificazione produttiva. Il fatturato è salito vertiginosamente, ma il rapporto con i lavoratori è sempre rimasto in penombra: meglio trattare con i vertici sindacali che con le Rsu locali.

L'imprenditore, amato da una consistente parte della sinistra per la pubblicità progressista, si organizza fin dall'inizio con un sistema a rete, apparentemente senza conflitti con i lavoratori, presentandosi come gestore di una catena di piccoli e medi laboratori esterni spesso mono-specializzati. Il modello produttivo, più volte ricalibrato nel corso degli anni, ha attirato l'attenzione di molti ricercatori, che hanno enfatizzato le capacità di risposta al mercato, trascurando di studiare, però, le condizioni di lavoro all'interno e all'esterno della casa madre.

Col tempo e grazie alla pressione dei sindacati, nel contratto "di committenza" viene inserita una clausola che impegna formalmente il subfornitore a rispettare la legislazione del lavoro. È però poca cosa di fronte alle responsabilità reali del gruppo, che conosce in dettaglio i propri subfornitori e le loro capacità produttive, tanto da determinare in anticipo la soglia di profitto di ciascuno di loro. E proprio qui, nella possibilità di ampliare la quota di profitto attraverso il"miglioramento" delle prestazioni lavorative, che si gioca la partita tra subfornitori e lavoratori. E' una lotta, questa, che ha portato le donne lavoratrici, grazie anche alla "quasi piena occupazione" del Veneto, a rifiutare trent'anni di cuciture sempre uguali con un salario che raramente supera il milione e seicentomila lire, fermandosi molto spesso sotto il milione e mezzo.

L'espatrio controllato

La Benetton nasce a metà degli anni '60 ma è dalla fine degli anni '70 nel periodo craxiano di relativa pace sociale e di impetuoso sviluppo di piccole e medie imprese venete, che registra la prima rilevante accelerazione. Nel corso degli anni '80 il gruppo si articola in quattro grandi divisioni [lana, cotone, jeans, capospalla] ognuna delle quali agisce in modo più o meno autonomo, anche se la notevole crescita dell'impresa mette a dura prova il sistema e le sue interconnessioni, sia interne che esterne. La parziale saturazione dei mercati e una concorrenza agguerrita mettono in difficoltà il gruppo, anche se la svalutazione della lira e la diversificazione produttiva gli permettono di superare il momento critico.

Ma la Benetton non si adagia sugli allori e guarda altrove, organizzando l'espatrio, diluito nel tempo, di una parte delle imprese "terziste" italiane, e riuscendo a controllare l'impatto economico ed emotivo di questa operazione, che avrebbe potuto avere forti contraccolpi sociali e di immagine. Reti produttive già esistenti o in fase di avvio, vengono trasferite all'estero a partire dal Maghreb e dalle più vicine aree dell'Europa orientale, senza tralasciare l'India, il Messico, la Turchia e l'Estremo Oriente, da dove si può penetrare in mercati particolarmente chiusi come gli Usa e il Giappone. Il gruppo gioca la carta di un prodotto dal costo "globale", ma i laboratori italiani, pur ridotti in numero, rimangono una necessità, essendo la base del just-in-time.

Una parte degli imprenditori espulsi nel corso degli anni '90, i più desiderosi di segnare in modo accentuato la loro nuova condizione sociale, vengono reinseriti nella rete e incoraggiati a rivolgersi, prevalentemente, verso i paesi del l'est europeo. "Alla ricerca dell'oro", come afferma uno di essi, i gestori di queste catene produttive creano nuove imprese, con la garanzia di commesse sostanziose, oppure si convertono in preziosi collaboratori per risolvere le difficoltà organizzative di una rete oramai internazionale. Gli studi "concreti" di fattibilità elaborati dai "terzisti" e dai collaboratori, e la necessità di gestire in loco una parte della produzione, inducono la Benetton ad aprire uno stabilimento all'estero, anche se questa scelta avverrà davvero solo sul finire degli anni '90. All'Ungheria, paese politicamente stabile e con una forza lavoro capace, tocca l'onore di ospitare questo impianto, nel lontano e poco sviluppato confine orientale, a pochi chilometri da Romania e Ucraina. Lo stabilimento funziona sia come distributore di materie prime e semilavorati che come collettore di prodotti finiti. Inoltre esso permette di stringere le maglie della rete produttiva con una supervisione più ravvicinata dei subfornitori presenti nei paesi dell'est europeo.

Licenziamenti incoraggiati

In Italia la strategia nelle relazioni sindacali rimane di basso profilo, mentre vengono eliminati alcuni rami produttivi e riorganizzati i rimanenti, secondo un processo di concentrazione orientato agli alti investimenti di capitale in settori quali, ad esempio, la tintoria, la lavanderia, la tessitura e filatura. Attraverso il decentramento primario e la vasta rete di subfornitori, la Benetton potrebbe permettersi di tagliare il personale assunto direttamente dalla capofila. La riduzione del personale avviene invece annunciando con largo anticipo il trasferimento degli stabilimenti, il che induce i lavoratori a licenziarsi, vista sia la difficoltà di spostarsi, in un territorio intasato come quello veneto, sia la facilità di trovare un altro posto di lavoro, magari cambiando completamente settore o inventandosi padrone. Di fronte ai trasferimenti e alle chiusure degli stabilimenti, la manodopera interna non sembra andare più in là di imprecazioni e battute ironiche sui cartelloni pubblicitari di Toscani, con il primo articolo della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, appesi nelle fabbriche.

A Castrette, uno dei principali stabilimenti italiani, più di duemila lavoratori, suddivisi in sette società diverse, controllano il prodotto e lo smistano nei reparti vendita di tutto il mondo. Forse a causa di queste sottili divisioni, proprio a partire dall'interno del gruppo [tecnica aziendale, direbbero i dirigenti] o forse per la scarsa presa del sindacato, quattro di queste società non hanno raggiunto il quorum del 50 per cento dei votanti alle elezioni per le Rsu, le rappresentanze sindacali interne, comunque concesse, data la nota magnanimità. Ma in un territorio a piena occupazione, anche la Benetton non sempre riesce a trovare la manodopera necessaria. E nel magazzino robotizzato la vecchia catena di montaggio continua a funzionare, lasciando agli addetti sette minuti di pausa ogni sei ore di lavoro. Poi ci pensano le piccole angherie dei capetti interni, il salario sicuro ma poco consistente, la rincorsa verso il superminimo, fino a un milione al mese, che non arriva mai, la difficoltà ad ottenere un part-time, e i tempi di lavoro sempre più frenetici, a provocare i licenziamenti volontari…

L'imprenditoria illuminata, spogliata del mito, riporta al cuore del problema: come decomprimere il tempo umano e avere un salario dignitoso? È una domanda che vale anche per chi lavora alla Benetton.

Los Benettones in Patagonia

Dicono che Benetton possa attraversare tutta la Patagonia senza mai uscire dai suoi terreni". Nel 1997 la compagnia de Tierras Sud Argentina Sa acquista gli ultimi appezzamenti di un'immensa tenuta da 900 mila ettari, più di Svizzera e Olanda messe assieme. È il più grande feudo del paese: dalla cordigliera delle Ande alle province di Chubut e Santa Cruz, una "estancia" più estesa di quelle di altri multimiliardari come George Soros o Ted Turner, padrone della Cnn.Benetton è il più grande latifondista dell'Argentina, padrone di un territorio dove pascolano 280 mila pecore, capaci di fornire circa 6 mila tonnellate di lana, il 10 per cento del fabbisogno del gruppo.

Da allora, però, le grane arrivate dall'emisfero Sud direttamente sulla scrivania di Ponzano Veneto sono state numerose: per prima cosa le preoccupazioni dei media e dei politici argentini, impressionati da una Patagonia tutta in mano agli stranieri. Del resto Carlo Benetton, plenipotenziario per l'Argentina, coi suoi "andiamo via, non conviene più, qui costa troppo, se restiamo è solo per ragioni sentimentali" contribuiva ad alimentare insicurezza e sfiducia.
Poi le controversie con gli enti locali, in particolare con il comune di El Maiten, un villaggio di 4 mila abitanti il cui intendente, Miguel Guajardo, non ha mai digerito la "soberbia" degli italiani, che non volevano pagare 100 mila dollari di tasse arretrate: "Los Benetton vogliono pagare in un peso per ettaro, anche se le loro terre valgono 100 pesos ed anche di più".

Gli argentini non hanno gradito l'atteggiamento arrogante della multinazionale: "prima pagano, poi possono ricorrere al tribunale", diceva il governatore della provincia. Il municipio di El Maiten ha 46 dipendenti contro gli 80 mila e più di Benetton, che possiede 47 mila ettari sui 60 mila totali del territorio comunale. Alla fine quella di Benetton apparve pura prepotenza da ricchi, ed il gruppo subì un danno d'immagine ben superiore all'ammontare delle imposte, prima di capitolare senza gloria nel giugno del 1999 dopo due anni di contenzioso.Nello stesso anno il prezzo della lana calò di un buon 30 per cento, e l'azienda chiuse in rosso il bilancio.

Ci sono poi gli indigeni mapuche, che si oppongono alle recinzioni tra gli appezzamenti e a tutti gli ostacoli, cominciando dall'accesso all'acqua, che impediscono le loro attività. È impossibile pascolare il proprio bestiame, senza imbattersi in divieti e fili spinati, e chi ha accettato di fare il bracciante lavora molto e guadagna poco. Il problema è che Benetton ha comprato un milione di ettari "con tutto quello che c'è dentro", compreso un popolo che non concepisce l'idea della proprietà terriera. "Noi sappiamo di appartenere alla Terra, c'è chi crede che la terra gli appartenga", dicono i mapuche.
E la Terra sembra rivoltarsi: prima le inondazioni poi i terribili incendi. Il più grave incenerì buona parte degli 825 mila pini piantati da Benetton nell'ambito di un progetto di riforestazione che era il fiore all'occhiello del gruppo.

Nel dicembre del 1998, 2.300 ettari se ne vanno in fumo nella provincia di Chubut, proprio i terreni del conflitto col comune di El Maiten. Foreste distrutte, mandrie sterminate, danni alle case, fiamme per molti giorni ed un "fronte di fuoco" lungo 5 chilometri.
Nel febbraio del 1999 un operaio di Benetton perde la vita tentando di fermare un altro incendio, stavolta nel territorio di Cushamen. La gente del posto, accorsa a collaborare "spontaneamente e senza aver ricevuto ordini" dice l'azienda, tentava di spegnere le fiamme, ma il vento cambiava direzione...

Tra disastri naturali, crisi economica e perdita d'immagine, tutti si chiedono cosa farà la "Compagnia del Sud". Carlo Benetton, scottato dalla crisi della lana, che ha dimezzato i profitti, ha detto al principale quotidiano argentino che il problema, come sempre, è il costo della manodopera: "Quando acquistammo le terre nel 1991 un lavoratore guadagnava 50 dollari. Oggi ne guadagna 300 o 400". Il futuro della Patagonia ? "È il turismo".

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