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I noglobal schiacciati tra l'attacco alle Twin Towers e la rappresaglia
annunciata da Bush
di YANN MOULIER BOUTANG*
Un'intensa discussione è iniziata a Genova. Dopo Praga,
Quebec City e Göteborg, l'imponente mobilitazione contro la
riunione del G8 ha incontrato sulla sua strada politiche statali
che hanno militarizzato le città, rendondo difficile le manifestazioni
di rifiuto della globalizzazione. Il risultato è conosciuto
da tutti: un morto. Come potremmo affrontare e contrastare questo
buco nero dell'azione statale, che, oltre a rendere sempre più
violenta la battaglia politica, è catastrofica nei suoi effetti?
Comunque, la discussione iniziata a Genova è stata singolarmente
cancellata dall'apocalisse di New York.
Se una risposta "militare" a quella militarizzazione è
assurda perché non riflette assolutamente la composizione
della moltitudine che, a Seattle o in Chiapas. ha saputo con intelligenza
cercare alleati, sarebbe altrettanto fallace perché un'analisi
delle trasformazioni del capitalismo neoliberale che si limitasse
solo alla militarizzazione del potere imperiale sarebbe una imperdonabile
semplificazione. Farebbe ben poca strada l'idea paranoica in base
alla quale gli Stati uniti, considerati i dignitari del potere imperiale,
possano sfruttare l'esplosione di un terrorismo su scala mondiale
per giustificare una campagna antiterrorista contro il movimento.
(...).
Il rinnovamento rappresentato dalla formazione di un movimento globale
a Seattle nel 1995 ha scosso lo scenario neoliberale di un lineare
assorbimento del secondo e il terzo mondo in seguito alla scomparsa
del socialismo come una alternativa mondiale alla globalizzazione.
Il movimento contro la globalizzazione capitalista si è rapidamente
sviluppato grazie alla totale assenza di qualsiasi alternativa ideologica
"sia concenttualmente e, direi, fisicamente". (...) Questo
rifiuto della globalizzazione ha bisogno, assieme a una razionalità
ecologica, di linee guida per elaborare compiutamente un progetto
alternativo, certo ancora incerto e che manca della forza politica
necessaria alle difficoltà della sfida posta proprio dalla
globalizzazione.
Una situazione pericolosa si è quindi venuta a creare, simile
a quella che si è venuta a creare in Italia e in Europa negli
anni Settanta. Pericolosa perché, sebbene il movimento sia
capace di interrompere i cambiamenti di marcia e di velocità
che il nuovo capitalismo vorrebbe imporgli, non è in grado
di frenare il consolidamento del potere costituente di un altro
tipo di globalizzazione.
Il movimento continua a vincere in termimi di allargamento del consenso,
ad avere la capacità di colpire duro contro gli obiettivi
strategici del capitalismo cognitivo - in particolare, a imporre
la necessità di nuove regole, come ha mostrato di saper fare
nella vittoria del Sud del mondo sulla questione dei medicinali
generici. E tuttavia, il potere costituito cerca di attrarlo come
un magnete per portarlo su un terreno dove possa essere sconfitto.
Quello che considero "magnetica" è la tendenza
a una semplificazione della nozione di potere imperiale fino alla
ripetizione delle tesi sullo strapotere imperialista americano.
Allo stesso tempo, c'è il rischio di una semplificazione
anche nel misurare la radicalità o il potere del movimento
rispetto alla sua capacità di rispondere al potere capitalista
globale. E' precisamente in queste fasi che la sovradeterminazione
terroristica interviene quasi sistematicamente. Ogni volta che il
movimento esprime la potenzialità della moltitudine, il ricatto
rappresentato dal potere immediato di un atto terroristico spedisce
nel limbo ogni altra idea o visione del potere e della radicalità
che può esprimere un movimento. Il primo effetto dell'apocalisse
di New York è la formidabile controspinta del potere imperiale
che trasforma i palestinesi in talebani. Il movimento di protesta
contro la globalizzazione, che respinge l'abominio dell'attacco
al World Trade Center e al Pentagono, si trova così preso
in una morsa.
La catastrofe maggiore riguarda quindi non solo le conseguenze che
questo terrorismo, promosso a livello di stato imperiale, avrà
in termini di repressione militare dei movimenti di contestazione,
schiacciati tra la passiva accettazione del consenso antiterrorista
(pentimento, disapprovazione, resa) o lo sprofondamente in una sterile
ribellione, demoniaca e demonizzata. Il rischio riguarda piuttosto
la riduzione o il restringimento degli spazi di libertà che
il movimento ha cominciato, una volta ancora, a conquistarsi dopo
il "lungo inverno".
La catastrofe sta infine in questa proiezione ai massimi livelli
di uno scontro virtuale seppur reale, in questa trappola nella quale
non è più possibile dire, come a Genova, che solo
la polizia ha iniziato le ostilità.
In questa situazione radicalmente nuova non possiamo essere soddisfatti
dei vecchi cliché della provocazione e della manipolazione.
Che tipo di politica ci sarà per le moltitudini in uno scenario
che è metà finzione, metà realtà? Questa
è la domanda cruciale.
*Il testo qui pubblicato è apparso su Internet, nella
lista di discussione della rivista francese Multitudes. Studioso
di Louis Althusser, l'autore è uno massimi studiosi di flussi
migratori. In Italia sta per essere pubblicato il suo libro dedicato,
appunto, alla storia dei flussi migratori, risultato di una lunga
inchiesta condotta per conto dell'Unione europea.
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