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da "comunautilus"
I malintesi della nonviolenza
di Paolo Persichetti
« La nonviolenza oggi è la forma di mobilitazione
che il movimento assume come proprio paradigma, sia per la convinzione
del profondo intreccio che deve esistere tra fini e mezzi, sia perché
oggi è l'unico stru m ento che ci permette di costruire,
in una realtà complessa, con forti poteri sovranazionali,
quel consenso necessario per modificare le regole del gioco e per
cambiare questa nostra società ».
Vittorio Agnoletto, Il Manifesto 18 Luglio 2002
I tratti addolciti del viso tradivano la sua giovane età.
Si era staccato dal gruppo e in una mano t e neva una pietra che
scagliò con tutta la sua forza contro un drappello duomini
bardati con scudi e mazze, caschi e stivali, armi da fuoco alla
cintola. Quasi appagato da quellincosciente gesto di sfida,
sera voltato per riguadagnare le fila dei suoi compagni. Teneva
larghe le braccia mentre le mani erano nude come in quella foto
dellanarchico diventata un manifesto, quando leco dalcuni
colpi di pistola risuonò nellaria. I suoi compagni
urlavano, mentre un poliziotto aveva freddamente preso la mira per
fucilarlo alle spalle. In quel momento il suo sorriso si trasformò
in una smorfia di dolore. Colpito alla schiena ma ancora incredulo
continuò a camminare ma le sue falcate sembravano oramai
passi di danza. Cadde sullasfalto solo dopo aver compiuto
una piroetta. Era il giugno del 2001, a Gotebörg. Il movimento
dei movimenti solo per poco era scampato al suo primo morto.
Un presagio maledetto che si avverò q ualche settimana più
tardi a Genova, in piazza Alimonda, dove un altro giovane, allincirca
della stessa età, venne ucciso da un coetaneo in divisa con
un colpo in mezzo agli occhi. Carlo Giuliani la morte lha
vista in faccia mentre gli altri manifestanti avevano avuto il tempo
dindietreggiare di fronte a quellarma spianata. Forse
era troppo tardi per fermarsi o forse non voleva arretrare, ma andare
fino in fondo per impedire a quel braccio teso, armato e in divisa
di Stato, di continuare la sua minaccia. Due colpi, una quiete irreale
cadde dimprovviso sul campo di battaglia rotta poi da nuove
grida, mentre il corpo di Carlo veniva oltraggiato dalle ruote del
Defender dei carabinieri.
Fiori velenosi venuti solo per sfasciare[1], non trovò
migliore espressione una dirigente dellorganizzazione antimondialista
ATTAC per liquidare i fatti di Gotebörg. Secca e adirata contro
quella che ai suoi occhi sembrava una teppaglia neoluddista, madame
Susan George, trovò più che normale che una pietra
valesse un colpo di pistola tirato alle spalle. Autoconvocate, quelle
orde dinsorti in cerca di sommosse non erano gradite. Disturbavano
le ordinate kermes internazionali, i carnevali di strada, i convegni
compunti dei professionisti dell'associazionismo, questa nuova burocrazia
della società civile che pensa di poter fronteggiare gli
irruenti spiriti animali del capitalismo ultraliberale pervenuto
al suo stadio globale attraverso forme di regolazione economica,
strumenti procedurali e regole etiche. Misure inadeguate quanto
l'idea di poter fermare l'Oceano in tempesta con dei sacchetti di
sabbia. Nello stesso periodo, un appello sottoscritto da intellettuali
italiani e francesi, tra cui spiccavano le firme dalcuni ex
partecipanti ai movimenti politici degli anni Settanta, censurava
le violenze e gli scontri di piazza, in modo particolre le brutalità
commesse nei confronti di merci come i cassonetti bruciati
e le vetrine rotte. Costoro invocavano manifestazioni ordinate
e ottennero nientaltro che le forze dellordine. Decisamente
la storia non è intenzionata a smentire quelladagio
che vuole ogni tragedia ripresentarsi in farsa. Per nulla appagati
da tanta stigmatizzazione etica primancora che politica, prendiparola
del Forum sociale genovese e leaders dalcune componenti noglobal,
sponsorizzati dai loro grandi elettori mediatici, lanciarono il
ri t ornello infinito, e per giunta dopo un anno ancora non provato,
degli infiltrati. Lo fecero a caldo, sopraffatti dal pregiudizio
e da servile paura, quando il corpo straziato di Carlo Giuliani
non aveva ancora un nome. Nei salotti volanti delle dirette RAI
di prima serata che seguivano il G8 circolava ancora la voce che
il giovane ucciso fosse uno spagnolo, di certo un basco, un black
bloc in ogni caso. Gli invitati[2], ancora accaldati per aver sfilato
nei cortei del pomeriggio, attaccarono le forze di polizia colpevoli
dinerzia per aver lasciato devastare la città da bande
di facinorosi vestiti di nero. Le forze dellordine avevano
assalito i cortei quando questi sfilava n o ancora lungo i percorsi
autorizzati, in diversi punti della città i carabinieri avevano
fatto uso darmi da fuoco, in risposta gli acuti esponenti
noglobal invece di pretendere meno forze dellordine invocavano
più forza pubblica in piazza. Sollecitati con tanto ardore,
il sabato successivo le forze di polizia eseguirono con zelo il
loro mandato fin dentro alla Diaz. Immemore o forse ignaro che solo
nei paesi dove vi è un controllo autoritario dello spazio
pubblico le forze di polizia organizzano e svolgono il servizio
dordine nei cortei, larrogante e mai pago presidente
della LILA, Vittorio Agnoletto, pretendeva la tutela poliziesca
per le sue sfilate nonviolente. Solo in tarda serata, sopraggiunta
la notizia che quel manifestante deceduto altri non era che il figlio
di un noto sindacalista della CGIL genovese, il reprobo
Carlo Giuliani divenne finalmente un ragazzo da difendere, un imbarazzante
martire da far proprio.
Le rughe del conflitto
Tornate le masse, riempite le piazze, anche il conflitto si è
riaffacciato con le sue crudezze, le sue asperità e rugosità.
In verità si è manifestato con un livello di violenza
di piazza e s tremamente basso e dalle dimensioni sociali ristrette
ma sufficienti per essere amplificato e rimbalzare sui media. Poco,
molto poco, rispetto ad altre epoche o latitudini, a tal punto che
si sarebbe potuto liquidare il fenomeno con alcune semplici domande
: quante armi da fuoco si sono viste fino ad ora tra i manifestanti
? Chi ha invece fatto uso di armi ? Quante molotov sono state lanciate
o trovate a Genova ? Trecentomila manifestanti e forse neanche una
decina bottiglie incendiarie, per giunta di fortuna
Eppure
fin da Seattle, le polemiche sulla violenza hanno accompagnato,
ed in parte anche nutrito, i raduni anti G8, fornendo visibilità
mediatica e capacità catalizzatrice al movimento antiglobalizzazione.
Perché tanta ossessiva attenzione nei confronti di forme
di violenza di strada a così bassa intensità ?
Forse una prima ragione la si può trovare nel ruolo assunto
dai media, nel loro potere di decretare ciò che è
accaduto e ciò che non è accaduto. Una dinamica perversa
che tende a presentare o privilegiare come fatto avvenuto solo ciò
che può essere venduto sotto forma di spettacolo sociale.
Il G8 di Genova costituisce un esempio paradigmatico in proposito.
La somma delle ragioni esterne (calcoli e attese politiche) e delle
dinamiche interne allinformazione, proprie dellevento
mediatico, hanno prodotto un crescendo, una sorta di tam tam che
ha soffiato lungamente sul fuoco, attizzando i rumori di rivolta.
Genova doveva essere lappuntamento della grande sommossa.
Questo sattendevano e volevano i media, quelli di sinistra
per dare una spallata al governo di centrodestra appena insediato,
quelli di destra per demonizzare lavversario e legittimarsi
dietro il riflesso repressivo della maggioranza silenziosa. Dopo
Go t ebörg nelle redazioni ci si era già preparati alleventualità
di nuove vittime, taluni per altro lauspicavano politicamente.
Le dirette televisive del primo pomeriggio di venerdi 20 trasudavano
delusione per la scarsità degli episodi violenti da raccontare
e mostrare. La manifestazione era ancora eccessivamente tranquilla.
Un oceano di folla non valeva le vetrine di qualche banca. Solo
più tardi, i corrispondenti hanno potuto finalmente appagare
la loro sete di vampiri eccitati con le immagini sanguinolente,
i fuochi e gli scontri. Dopo giorni e giorni di tam tam mediatico
che chiamava alla rivolta, ripreso dalle farse della guerra comunicazionale
dichiarata da alcuni gruppi (tute bianche), la trappola mediatica
si è richiusa sul popolo degli ammutinati che si era raccolto
nelle strade di Genova. Licona del black bloc, emblema del
bandito postmoderno, è stata marchiata col sigillo dinfamia
dell 2 17;infiltrato e del provocatore. Lo spettacolo sociale dava
vita ad una nuova telenovela infinita destinata a riproporre ad
ogni futuro episodio una sorta di revisionismo storico in tempo
reale.
Frattura ideologica e frattura sociale
Brevemente forse vale ricordare che i movimenti sociali sono sempre
stati il prodotto di una convivenza obbligata, avvolte dinteresse,
tra tendenze e approcci diversi. Pratiche più o meno nonviolente
e condotte violente h anno coabitato ignorandosi o polemizzando,
a volte persino confondendosi. A seconda delle circostanze, luna
è prevalsa sullaltra. Movimento di massa e forza durto;
minaccia del numero e violenza dellatto; forza delle ragioni
e ragioni della forza; spessore e imponenza contro agilità,
visibilità e incisività; guerra di posizione e guerra
di movimento. Insomma, quando appare, un movimento sociale di massa
rassomiglia ad un poliedro, forma geometrica dalle molteplici sfaccettature.
Può accadere anche che ci siano movimenti omogenei o egemonizzati
da alcune sue componenti, ma il più delle volte i movimenti
emergono come plurali, molteplici, variegati.
Ora il fenomeno antiglobalizzazione si autodefinisce movimento
dei movimenti e costitutivamente si ritiene attraversato dalla
contaminazione reciproca delle sue componenti. Niente
di pi F9 normale, dunque, che in questa fiera del molteplice vi
siano dei settori (allo stato minoritari) che non escludono o privilegiano
il ricorso a forme di violenza politica o dazione illegale.
Pertanto la semplice violenza politica di strada, e primancora
lidea stessa dazione illegale, vengono maggioritariamente
percepite dalle altre componenti come un tabù inviolabile.
Esiste un nodo ideologico di fondo, egemone nel movimento antiglobal,
che identifica la violenza come una risorsa illegittima e lillegalità
come una soglia difficilmente valicabile. Questa caratteristica
ideologica è dovuta probabilmente alla sua attuale composizione
sociale, predominano infatti le componenti cristiane e i ceti medi,
le organizzazioni non (e para) governamentali, animate da approcc
i etici alla regolazione del capitalismo (economia solidale, finanza
etica e previdenza sicura), oppure da pratiche procedurali (bilancio
deliberativo), o ancora da organizzazioni sindacali del mondo agricolo
e contadino, organismi politico-editoriali e settori istituzionali
legati a posizioni sovraniste o fordiste della politica, dello Stato
e delleconomia. La frattura ideologica e politica che si delinea
attorno al problema delluso eventuale della violenza e dellillegalità
ripercorre la stessa frattura sociale che divide il nuovo mondo
della precarietà, il popolo dei selvaggi delle periferie
urbane, generato dal capitalismo postfordista, dai ceti medi o i
gruppi sociali dotati di tutele sindacali e corporative che pensano
di poter regolare la globalizzazione ultraliberale.
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* * *
Siamo curiosi di capire meglio cosa racchiude questa cultura che
si definisce nonviolenta, ma che stenta a darsi una
coerenza e un rigore forti. Dietro letichetta nonviolenta
infatti si raccolgono posizioni ed argomenti fin troppo eterocliti
che fanno pensare a volte ad un uso strumentale di questo labello
positivo, sorta di appellazione DOC, legittimante agli occhi dei
poteri costituiti. Quando il presidente della LIL A (lega italiana
per la lotta allaids), membro di rilievo nazionale del movimento
antiglobal, portavoce del mondo del volontariato, partigiano della
nonviolenza, condanna gli attacchi contro le infrastrutture e le
merci (cassonetti, vetrine di banche e società dinterim,
supermercati, concessionarie auto
) con unacrimonia tutta
particolare, che si avvale di una stigmatizzazione etica che eccede
la semplice censura politica, e poi sfila senza esprimere
riserve in un corteo che inneggia a massacri di kamikaze
contro una popolazione civile, qualche cosa in questa presunta cultura
della nonviolenza non funziona. Che un cassonetto bruciato
possa essere infinitamente più grave di un giubbetto imbottito
di chiodi e desplosivo fatto conflaglare dentro un autobus
o nel bel mezzo di un mercato popolare, non ci persuade.
In Italia, per diciannove anni, unorganizzazione combattente
comunista, le Brigate Rosse, ha praticato la lotta armata, realizzando
attentati mortali e ferimenti contro obiettivi statali, governativi
o legati allimpresa e alleconomia capitalista, subendo
anche delle perdite. Questo gruppo ha teorizzato e messo in pratica
il rifiuto sistematico del ricorso a strumenti dattacco, come
lesplosivo, che rischiassero anche solo ipoteticamente di
colpire nel mucchio, di ferire o uccidere involontariamente la popolazione
civile. Per queste ragioni, essa ha sempre scelto di colpire in
modo ravvicinato e con armi sicure i suoi obiettivi, mettendo ogni
volta a repentaglio i suoi stessi militanti. Iper sanzionati dalla
giustizia, gli uomini e le donne delle Brigate Rosse, come quelli
e quelle daltre organizzazioni dello stesso tipo, sono s tati
stigmatizzati e ultracriminalizzati, tra laltro anche in nome
della nonviolenza, da un tipo di personale politico che oggi invoca
miriadi di giustificazioni e attenuanti per ridimensionare il reclutamento
e poi linvio di giovani martiri imbottiti di chiodi
e tritolo, da parte di capi clan e notabili locali i quali risparmiano
accuratamente i propri figli, per farsi esplodere tra la folla,
spesso appartenente ai ceti più popolari.
Questa nonviolenza a geometria variabile, questa etica delle latitudini,
merita dessere verificata nella sua pertinenza etico-filosofica
e socio-storica. Troppo spesso gli argomenti da essa sollevati sono
sorretti solo da capovolgimenti di significati, da pregiudizi e
mal i ntesi e da una sospetta connivenza con l'idea di legalità.
Della nonviolenza come declinazione dellEtica
Per sostenere le ragioni della nonviolenza alcuni autori ricorrono
ad argomenti sorretti da quella che i testi definiscono etica della
convi n zione anteposta all'etica della responsabilità, entrambe
fondate su logiche razionali ma che privilegiano fattori diversi:
per esempio, la coincidenza dei mezzi col fine, di contro all'asimmetria
dei mezzi dal risultato. Ragione morale contro ragione cinica insomma.
Accade spesso, dunque, che il tema della nonviolenza venga affrontato
sulla base di convinzioni etiche o religiose. Nella maggioranza
dei casi, infatti, la pertinenza, o meglio la superiorità
di questo metodo è affermata facendo un uso diretto di argomenti
morali oppure lasciandosi ispirare da questi, ma pescando ragioni
e tesi su un piano storico o pragmatico.
Altri autori però, resi più accorti nella scelta dei
loro argomenti dalla fragilità delle dimostrazioni morali
di fro n te alle repliche dellesperienza storica, privilegiano
nuove strategie argomentative, preferendo ricorrere alla ragione
strumentale, per spiegare come la nonviolenza si sia mostrata storicamente
più efficace e per questo (dunque su una base puramente utilitarista)
superiore. In fondo, lo stesso Gandhi usava dire che se posto di
fronte al dilemma della scelta tra passività e attività
violenta, avrebbe preferito la violenza poiché comunque questa
restava una forma d'azione. E lazione contro ogni passività
era ai suoi occhi il bene superiore[3] . Ed è vero che conquistata
l'indipendenza, la nazione indiana non ebbe difficoltà a
dotarsi di uno Stato con un esercito , una polizia, dei tribunali,
delle prigioni. L'esperienza gandhiana si risolse in un incredibile
paradosso, l'abile inversione dei termini propri all'etica della
responsabilità: i mezzi al posto dei fini e i fini al posto
dei mezzi. In luogo dei tradizionali metodi dettati da un utilitarismo
pragmatico (che non escludono l'uso della forza), egli sostituì
dei mezzi morali come la nonviolenza per dare spazio a dei fini
che sopprimendo gli obbiettivi etici nonviolenti suscitavano la
nascita di uno Stato, organismo che per definizione costitutiva
esercita il monopolio della forza legittima. Lessenza della
concezione gandhiana della politica si risolve in una sorta d'invito
continuo all'azione, alla lotta contro la servitù volontaria.
Quella gandhiana è stata unetica suprema della mobilitazione,
dell'agire, della sottrazione dell'uomo alla passività e
alla remissione, a quella che si può definire come una vera
e propria malattia della volontà. In G andhi
cè lidea che lessenza della dignità
umana stia nel prendersi in carico, nello stringere tra le mani
la propria vita e il proprio destino. Luomo è in piedi
solo quando sa camminare sulle proprie gambe e scegliere autonomamente
la propria strada, altrimenti resta un mammifero supino. La lezione
gandhiana traduceva a suo modo una tradizione filosofica che almeno
dalla modernità vede iscritti pensatori della portata di
Spinoza, Rousseau, La Boetie, Marx.
La nonviolenza, intesa come comportamento fuoriuscito da una pratica
che sispira alletica della convinzione, è posta
di fronte ad una insormontabile contraddizione: l'assunto etico
per avere validità intrinseca, ovvero per rispondere al criterio
di coerenz a interna, deve intendersi come assoluto. Esso non può
trascegliere, adattarsi alle circostanze. Fu questo il grande dramma
dei pacifisti nonviolenti del Novecento, in particolare di fronte
alla seconda guerra mondiale. Molti alla fine raggiunsero, sulla
base duna scelta duramente meditata, le fila della Resistenza
anti-nazifascista. Presero le armi insomma. Altri, restarono rigorosamente
nonviolenti. Non vollero farsi coinvolgere dal conflitto, nemmeno
di fronte alle nefandezze naziste, ai campi di concentramento. Molti
di loro erano rimasti segnati da quel macello di carne umana che
fu il primo conflitto mondiale. Avevano assistito a quellorribile
guerra, alle decimazioni decise dagli Stati maggiori contro le truppe
insubordinate, agli assalti suicidi contro le linee nemiche. Mai
più !, s'erano detti. Les chemin des dames, in Francia,
luogo mitico come da noi furono le alture del Carso, evoca immagini
terribili duomini immersi nel fango i ntriso di sangue, dove
orde di soldati venivano lanciati all'assalto e obbligati a calpestare
i corpi dei propri compagni falciati dal fuoco nemico, per giorni
e giorni, settimane intere. In Italia, le truppe venivano sospinte
in avanti a suon di cannonate sulle retrovie, sparate non dal fuoco
nemico ma da quello amico su ordine degli Alti comandi, mentre i
carabinieri seguivano e arrestavano, fucilando sul campo chi rimaneva
in trincea o simboscava nelle buche sotto i cadaveri. In Francia,
a causa della loro scelta pacifista, molti militanti nonviolenti
furono processati, comunque invisi perché sospettati di connivenza
con la repubblica nazional-fascista di Vichy, che firmò l'armistizio
e poi collaborò attivamente col nazismo.
Ora la nonviolenza e t ica, per le ragioni predittive
che la caratterizzano (l'evocazione qui e ora, hic et nunc, della
società che sarà domani), per la sua pretesa d'anticipare
nei metodi una delle regole della società futura, dovrebbe
condurre ad una rottura drastica, nettissima (non a caso Thoreau
propugnava il rifiuto di pagare le tasse e l'obiezione di coscienza)
con qualsiasi ordine costituito che esprimesse violenza, dunque
innanzitutto con quell'organo che per definizione esercita la violenza
legittima, ovvero la coercizione legale, quale è lo
Stato. Ogni atteggiamento che non fosse coerente con questa condotta
verrebbe in qualche modo a trasgredire l'enunciato etico adeguando
il proprio comportamento a ragioni d'opportunità inammissibili
secondo i presupposti morali affermati. Il nonviolento non dovrebbe
credere, ne tanto meno rispettare, i codici di procedura e i codici
penali, i tribunali, la magistratura, per quello che esprimono e
rappresentano: l a legalità. E la legalità è
per definizione l'esercizio procedurale di una dose (che s'accresce
secondo le esigenze) di coercizione e violenza ritenuta necessaria
alla regolazione sociale.
E se delle ragioni anche comprensibili - d'opportunità
vengono evocate, allora si abbandona il terreno dell'etica della
convinzione per entrare in quello della responsabilità. Ovvero
si sceglie di attuare una strategia i cui mezzi sono (nella fattispecie
l'accettazione passiva di una violenza statuale sovrastante), per
forza maggiore, non completamente conformi con i fini. Insomma,
l'opzione nonviolenta diverrebbe una delle tante strategie dotate
di tattiche duttili, fatte di compromessi, ragioni di circostanza,
opportunità, ecc. In questo caso, poi, s a rebbe ancora più
sospetto un atteggiamento di censura netta della violenza esercitata
da soggetti deboli, oppositori, contestatori, in ogni caso non appartenenti
alle classi dominanti (detentrici del potere economico-finanziario
e politico), senza uneguale condanna aperta e unazione
di disobbedienza attiva e corrispettiva verso lo Stato. Non solo
quando questi esercita materialmente violenza attiva, ma per il
fatto stesso d'esistere in quanto istituzione. E se anche solo per
brevità, tralasciamo il fatto che lo Stato sia quel grande
Moloc che si è imposto grazie ad una violenza originaria
potentissima e irresistibile che ha travolto le forme dorganizzazione
sociale preesistenti, non si può non ricordare che lo Stato
di diritto contemporaneo esprime tuttora quella che alcune teorie
sociologiche chiamano la violenza simbolica. Ovvero: quella
violenza dolce, invisibile, sconosciuta come tale, scelta quanto
subita (Pierre Bourdieu, Le Sens pratique, Minuit, Parigi
1980). Una violenza mascherata che cela dietro una falsa naturalità
gerarchie di valori, saperi, una somma dineguaglianze storicamente
costruite che esprimono un rapporto di dominazione il più
delle volte interiorizzato dai dominati.
1. Le Courrier d'information, n. 246, Martedi 19 giugno 2001.
2. Un isterico Vittorio Agnoletto e un fin troppo incauto Fausto
Bertinotti.
3. Cf. Gandhi, la sagesse de la non-violence, Jean-Marie Muller,
Desclée de Brouwer, Parigi 1994.
4. George Lakey, La Spada che guarisce: una difesa attiva della
nonviolenza, in www.lostraniero.net, p. 2. Si tratta di un testo
scritto in risposta ad un volume di Ward Churcill, Pacifismo come
patologia: Riflessioni sul ruolo della lotta armata nel Nord America.
5. Ibidem, p. 4.
6. Ibidem, p. 4.
7. Ibidem, p. 2.
8. Ibidem, p. 2.
9. Ibidem, p. 16.
10. Ibidem, p. 18.
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