Non vogliamo più che la vita continui a sfuggirci ogni attimo dalle mani;
questa vita che partoriamo con dolore e amore, che intessiamo e costruiamo
con coraggio e fatica, in un affanno permanente di dare vita alla vita.
Non vogliamo continuare a veder cadere i nostri figli e le nostre figlie per mano
dell’orrore di una guerra che costa sempre più vite alla nostra regione e al paese intero ...
... Ieri, oggi, domani, la nostra scommessa è per la vita, nonostante la dura realtà!1
3.1. Donne e bambine vittime della violenza sociopolitica
Decine di rapporti vengono prodotti ogni anno sulla situazione dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario in Colombia; ciascuno contiene al massimo un paragrafo sulla situazione specifica delle donne. Mai si è giunti, finora, a realizzare una vera e propria analisi sull’impatto di genere di una guerra che, come la distribuzione delle risorse, la partecipazione politica, la cultura, non è neutra né equa. Donne e bambine subiscono gli effetti diretti e indiretti del conflitto non solo in quanto cittadine abitanti i territori contesi, ma perché donne: per i loro legami affettivi, per la scelta di un impegno socio-politico che va oltre la rappresentazione preferita di mogli/madri. Qui come altrove, i loro stessi corpi diventano ‘campo di battaglia’.
Dal dibattito sull’argomento, che ha attraversato in particolare il movimento delle donne, è scaturita poco più di un anno fa la conformazione della Mesa de trabajo: Mujer y conflicto armado, coordinamento nazionale formato da organizzazioni della società civile, singoli intellettuali ed entità internazionali2, con obiettivi di monitoraggio, ricerca e denuncia.
Nel mese di aprile del 2001 la Mesa elabora il suo primo rapporto e nel novembre dello stesso anno, in occasione della visita della Relatrice speciale sulla violenza contro la donna delle Nazioni Unite, consegna alla missione internazionale e rende pubblico il “Secondo avanzamento del rapporto sulla violenza sociopolitica contro donne e bambine”. Dalla consegna di questo rapporto la Mesa ha continuato a lavorare nella raccolta dell’informazione, mediante la revisione di fonti secondarie e la raccolta di fonti primarie.
“Non è stato compito facile - si legge nel rapporto - perché, in generale, i concetti e le statistiche hanno come parametro dei diritti umani il soggetto maschile. … Oltretutto, paura e mancanza di fiducia nelle istituzioni di giustizia, dovute anche agli elevati livelli di impunità, impediscono alle vittime di denunciare i fatti. A questo si aggiunge che l’informazione disponibile si trova dispersa nelle mani di diverse ONG e uffici dello Stato e tuttora iniziano solo a coordinarsi gli sforzi per radunare e sistematizzare l’informazione” 3.
Secondo i dati del rapporto, nel periodo compreso tra ottobre del 2000 e marzo del 2001, circa due donne sono morte ogni giorno a causa della violenza sociopolitica, una ogni 10 giorni è stata vittima di sparizione forzata, una ogni 17 di omicidi contro persone socialmente emarginate, una ogni 25 è morta in combattimento. Rispetto al periodo compreso tra ottobre del 1999 e settembre del 2000, si nota un preoccupante incremento delle vittime di sparizione forzata, del numero di omicidi contro persone socialmente emarginate e delle minori uccise4. Durante il periodo compreso tra ottobre del 1996 e settembre del 1999, si è prodotto un incremento di più del 300% nel numero di donne vittime del sequestro5 mentre è diminuito il numero di donne morte in combattimento6.
Tabella 3.1: Donne uccise nei massacri, 19997
|
Totale generale |
403 |
|
Totale donne |
138 |
|
Donne maggiori di 18 anni |
125 |
|
Donne minori di 18 anni |
10 |
|
Donne incinte |
1 |
|
Donne indigene |
2 |
(Fonte: Defesoría del Pueblo)
Per quanto gli uomini rimangano le principali vittime delle violazioni del diritto alla vita, la violenza contro le donne e in particolare la violenza sessuale da parte degli attori armati è una pratica abituale. Le donne colombiane vengono assassinate, desplazadas o minacciate perché fidanzate, compagne, spose, sorelle, figlie del ‘nemico’ o perché accusate di esserne informanti. Sono vittime indirette, attraverso l’assassinio di mariti, figli, genitori; vengono violentate durante assalti e massacri. Tra le violazioni registrate, la detenzione o il sequestro temporaneo da parte degli gruppi armati, con il fine di sottoporle ad abuso sessuale o di obbligarle a lavoro domestico senza controprestazione.
“Una mattina sono arrivati i paramilitari a Mapiripán (...), noi pensavamo che erano militari. Sono rimasti tutto il giorno nel villaggio (...). Sono entrati con la forza nelle nostre case, ci hanno obbligati a cucinare e a lavare i loro vestiti. Hanno messo le mani sulle donne, dicendo loro frasi oscene; molte le hanno violentavano e mentre agivano così si facevano delle grandi risate”8.
Il fenomeno non è sconosciuto nemmeno nelle aree urbane. Angela, una giovane prostituta della città di Medellín, racconta che una sera si sono presentarono nel bar dove lavorava tre uomini, proponendo ad una sua amica di andare con loro ‘per un lavoretto’. Lei accettò ed andò via in macchina con loro. Dopo aver cambiato macchina in un garage, i tre si diressero fuori città, verso una villa isolata. Appena arrivati, la portarono in una stanza dove c’erano una montagna di roba sporca e le dissero che sarebbe andata via solo avesse finito di lavare tutto. Vi rimase per tre giorni e tre notti, dopodiché la riportarono in città, con un compenso di 100 mila Pesos. La ragazza passò tre giorni con il timore costante di essere ammazzata.
La violenza sessuale contro donne, adolescenti e bambine da parte dei gruppi armati è una realtà gravissima, non avviene sporadicamente e non è sufficientemente denunciata dall’informazione ufficiale. Può essere consumata duranti azioni militari o durante incursioni ai villaggi come arma di minaccia o intimidazione. Tuttavia, le statistiche ufficiali non contengono la distribuzione per sesso delle uccisioni e quando viene rilevata la morte di una donna non si effettuano gli accertamenti necessari a determinare se è stata violata. Oltretutto, quelle che sopravvivono all’aggressione e alla violenza difficilmente denunciano.
“I paramilitari delle AUC sono entrati a San Miguel del Tigre, Municipio di Yondó (Antioquia), il 7 dicembre del 2000. Hanno ucciso una persona, hanno fatto sparire forzatamente un’altra e violentato una donna”9.
“Io me ne sono venuta da Yurayaco (Caquetá) perché un giorno un gruppo di paramilitari alle 11 di mattina, mentre mi trovavo con i miei figli ed ero incinta mi hanno obbligata a mettermi a pancia in giù e mentre ero in quella posizione uno di loro ha abusato di mia figlia Deisi di 6 anni, introducendole un dito nella vagina ....”.
Le vittime si vedono obbligate a occultare la violenza subita per diverse ragioni, tra le quali principalmente la paura di ritorsioni da parte degli autori.
“A fine anno andavo con altre cinque ragazze a casa di una zia, quando ci si è fermata a fianco una camionetta e gli uomini che si trovavano all’interno ci hanno obbligato a salire. All’uscita dal villaggio ci hanno portato lontano dalla strada e ci hanno violentato. Credevo di morire, mi sembrava che mi stavo dissanguando e che con quel suo corpo avrebbe finito per asfissiarmi. E’ durato molte ore, un’eternità. Sono stati i ‘para’”.
Poi hanno minacciato di ucciderle o di fare del male ai membri delle loro famiglie nel caso in cui avessero raccontato; inoltre, hanno dato loro 5 giorni per lasciare il villaggio10.
La ‘Red Nacional de Mujeres de Cali’, insieme ad altre organizzazioni popolari ha iniziato a tenere un archivio con le informazioni sui casi di donne violentate dagli attori armati nel dipartimento. Secondo i primi dati elaborati, tutti i luoghi sono insicuri e a rischio di aggressione: la strada, il bus, il taxi ma primo fra tutto la stessa casa. Nel febbraio di quest’anno in Cajibío (Cauca), tre donne della stessa famiglia, di 45, 32 e 15 anni sono ripetutamente violentate da un gruppo di uomini armati che ha fatto irruzione nella loro casa. Nell’aprile del 2000, un altro gruppo ha porta via dalla propria casa una donna di 23, l’ha tenuta prigioniera in una villa isolata per una settimana, durante la quale è stata ripetutamente violentata; altre donne si trovavano lì nella stessa condizione. Nella strada Cali-Popayan, sette uomini ed una donna nel dicembre del 2000 fermarono un autobus, separarono gli uomini dalle donne e portano queste ultime su per la montagna per violentarle11.
Gli attori armati aggrediscono, minacciano e offendono le donne perché sono solidali con il partner o perché difendono i figli e le figlie dal reclutamento forzato.
“ I paramilitari hanno violentato le mogli dei contadini che si sono arruolati nella guerriglia e si sono anche vendicati del nemico coinvolgendo i loro figli nella prostituzione”12.
“Quando i paramilitari hanno portato via mio marito, sono andata da loro a chiedere che lo liberassero. Ero incinta e loro mi hanno messo il calcio dell’arma sulla pancia e mi hanno spinto via. Mi dicevano “è tornata di nuovo questa cagna figlia di puttana?” …“spariamole, ma con che coraggio viene qui?”. A mio marito poi lo hanno liberato, ma vivevamo sempre con l’angoscia. Per questa ragione ce ne siamo andati e ora siamo ‘desplazados’” 13.
“Sono arrivati i Paramilitari nella fattoria ‘bananera’ ‘Agropecuaria Yerbazal’ (Urabá, Antioquia), hanno radunato tutti quelli che stavano lavorando e hanno chiesto chi fosse sindacalista. Dicevano che dovevano parlare con tutti i sindacalisti. Alle due della mattina è apparso un nostro amico dicendo che mio marito era nella lista e che i paramilitari lo avrebbero ammazzato. Io non ho mai fatto parte di questo conflitto, ne sono solo stata vittima. Non ho mai partecipato a quella guerra. (…) Ho deciso di venirmene a Cartagena perché i paramilitari bussavano tutte le notti alla porta per vedere se mio marito era lì. Così è iniziato il nostro mare di lacrime. Ma non me ne volevo andare, perché sapevo che qui avremmo sofferto tanto”14.
“Loro avevano detto che mia figlia, che ha 15 anni, era già in grado di entrare nel movimento. La invitavano alle riunioni per parlare della lotta armata e le dicevano di prepararsi. Di notte lei mi diceva che non voleva andare ma che aveva molta paura a contrariarli. Allora, abbiamo deciso che era meglio scappare di là, per evitare che finisse nella guerriglia. … Abbiamo lasciato tutto e ce ne siamo andate …”15
Molte volte sono le donne più esposte perché sono quelle che assumono il ruolo di denunciare o di mediare davanti alla sparizione o morte dei loro familiari.
“Quando i paramilitari hanno rapito mio padre, loro hanno chiesto che fossi io, che ero la più giovane della famiglia, a fare la mediatrice - racconta Doris - E’ stato terribile! Avevo solo 17 anni, avevo paura di sbagliare e che per un mio errore lo potessero ammazzare. Poi mio padre è stato liberato, ma io non ho mai potuto superare tutta quell’angoscia”16.
Quando gli attori armati pongono restrizioni alla libertà di movimento, solitamente le donne vengono incaricate di spostarsi per procurare i beni necessari alla sopravvivenza familiare, perché si crede che siano meno esposte ad essere vittime di esecuzioni extra giudiziarie o a sparizioni. Tuttavia, questo compito le fa andare incontro a maltrattamenti e ricatti.
“I paramilitari avevano circondato il villaggio, io dissi loro che dovevo andare da mia madre che era molto malata. Mi dissero che per poter uscire dovevo consegnare uno dei figli o le chiavi di casa, come garanzia che sarei tornata. Ovviamente ho lasciato le chiavi, con la consapevolezza che avrei perso tutto. Quando hanno visto che non tornavo, mi hanno bruciato la casa”17.
L’assenza di dati quantitativi sulle violazioni indicate impedisce di avere chiaro in quale misura ne siano responsabili i diversi attori armati. Tuttavia, vale la pena ricordare qui che i paramilitari in generale sono i principali responsabili di tutte le violazioni che si registrano in Colombia, in particolare dei massacri e dei blocchi alla libera circolazione di merci e persone. Una modalità di abuso a loro propria diventa sempre più il controllo sulla vita quotidiana delle comunità ed in particolare sul comportamento e i costumi dei giovani e delle giovani. Nelle zone sottoposte al loro controllo infatti, si proibisce l’uso del piercing, delle minigonne, dei pantaloni con vita bassa o magliette che lasciano vedere l’ombelico. Le misure vengono argomentando con la motivazione che il loro modo di vestire che le ragazze stanno seguendo è la causa principale della violenza sessuale. Nel municipio di El Santuario i paramilitari hanno bruciato la cintura a due ragazze perché portavano il piercing e una maglietta che mostrava l’ombelico18.
A Barrancabermeja, dopo che un tassista ha accusato due ragazze di avergli rubato il guadagno della giornata, le AUC hanno chiamato le ragazze a fornire spiegazioni. Esse hanno riconosciuto di aver sottratto il denaro all’uomo, ma dopo che questi aveva tentato di abusare sessualmente di una di loro. Come castigo, le hanno obbligate a pulire per varie ore le strade del proprio quartiere con un cartello sul petto e uno sulla schiena che indicava la loro colpa: "Mi stanno punendo perché ho rubato” 19.
“Siamo state testimoni dello scherno pubblico cui sono state sottoposte dalle AUC nella regione del Sud de la Ceja (Antioquia), nel ‘corregimiento’ di San José, due giovani e le loro madri per aver litigato per amore di un uomo. Le donne sono state esposte al sole e all’acqua per tutto un giorno con un cartello appeso davanti che diceva: “Questo è il castigo di quelli che d’ora innanzi stabiliscono come si deve vivere qui. Per aver litigato per un uomo e per essere ruffiane e averlo permesso”20.
“I paramilitari (...) proibiscono alle giovani di usare gonne corte e quelle che disobbediscono vengono portate agli accampamenti, obbligate a cucinare e lavare la biancheria”21.
3.2. Donne e bambine desplazadas
Come in tutte le popolazioni ‘in fuga’ del mondo, anche in Colombia il maggior numero di desplazados è costituito da donne e bambine (tra il 49% e il 58%) e si calcola che circa il 40% delle famiglie interessate dal fenomeno siano capeggiate da donne, con una media di 4 figli a carico. A queste, vanno aggiunti i nuclei in cui, nonostante la presenza di un uomo (marito, compagno, padre, suocero), effettivamente è la donna l’unica apportatrice di reddito. La somma di donne, bambini e bambini si attesta in media intorno al 74%, ma raggiunge l’80% tra la popolazione desplazada insediata nei grossi centri urbani22.
Al di là di queste informazioni quantitative, purtroppo si dispone di scarse informazioni disaggregate e non è stato studiato a fondo il diverso impatto di genere del fenomeno. Lo stesso numero di famiglie capeggiate da donne famiglia è sottostimato, dal momento che esse hanno maggiori timori rispetto agli uomini ad avvicinarsi alle autorità e dichiarare la loro presenza.
In uno studio recente realizzato a Bogotá, è emerso che le donne capo famiglia sono per un 40% vedove fuggite con i figli dopo la morte violente dei propri mariti mentre nel 18% dei casi sono state abbandonate dopo l’arrivo in città23.
Le donne che si spostano in forma dispersa - individuale o familiare - (la modalità dominante in Colombia) si trovano in una situazione di maggiore vulnerabilità rispetto alle donne che fuggono nell’ambito di un gruppo più o meno organizzato (come di solito accade in alcune regioni come il Magdalena Medio e l’Urabá).
Tabella 3.2: Donne desplazadas per la violenza, anno 1999
|
Numero totale desplazados/as |
288.127 |
|
Percentuale donne |
52% |
|
Donne capofamiglia |
23% |
|
Capofamiglia con sicurezza sociale |
79% |
|
Età donne |
|
|
15-19 |
2,8% |
|
20-30 |
25,3% |
|
31-40 |
41,5% |
|
41-50 |
18,4% |
|
51-60 |
6,9% |
|
Più di 60 |
1% |
(Fonte CODHES)
Le contadine ‘tradizionali’ sono quelle che soffrono una perdita maggiore dell’identità sociale. Rispetto a quelle che hanno partecipato al processo di colonizzazione (le ‘non tradizionali’, appunto), hanno sempre vissuto in un mondo circoscritto, che si compone del contesto domestico e dei vicini. Per il fatto di non aver sperimentato prima la mobilità sociale e geografica, subiscono fratture più profonde.
Gli uomini, a causa della maggiore abitudine agli spostamenti e della maggiore esperienza sociale e politica, inizialmente reagiscono meglio alla rottura con il contesto rurale. Però nella fase di ricostruzione della vita familiare tutto si inverte. Le donne, infatti, riescono più facilmente a trovare inserimento nei lavori domestici e nonostante i traumi, la povertà, la mancanza di spazi e tempi adatti a elaborare il dolore, si trovano di fronte alla possibilità di costruire percorsi di autonomia ed empowerment. Tuttavia, va detto che raramente riusciranno ad accedere a lavori che permettano di guadagnare più del salario minimo legale. L’ong ‘Vamos Mujer’ calcola che buona parte delle donne desplazadas che vivono a Medellín nel 2000, buona parte delle donne hanno lavorato per meno della metà del minimo salariale e senza diritti a prestazioni sociali.
Sonia è una operatrice sociale e lavora con le donne desplazadas insediate nei quartieri marginali di Medellín; ne annota la loro immensa capacità di reggere la famiglia negli accampamenti provvisori, mentre gli uomini, privati degli spazi di vita e di lavoro che ne caratterizzavano l’identità, non sono più punti di riferimento, si ubriacano e vivono le giornate in attesa del ritorno. “La loro capacità di resistenza alle avversità da cui sono state colpite si nota già poco dopo il loro arrivo in città: nel piccolo pezzetto di terra che si riescono a conquistare, cercano immediatamente di riprodurre l’orto della propria casa in campagna. E una necessità di sopravvivenza, perché lo stato distribuisce aiuti alimentari solo i primi tre mesi, ma non solo. È un atto di forza impressionante. Intanto gli uomini, privati degli spazi di vita che ne caratterizzavano l’identità, si ubriacano e vivono alla giornata, in attesa del ritorno ”.
Per gli uomini, l’impatto si concretizza nella disoccupazione, situazione che li spoglia del ruolo di principale apportatore economico. Lo sradicamento dalla ‘terra’ e da una vita strutturata secondo valori tradizionali, che definiva la loro identità, provoca una lacerazione dell’universo simbolico che spinge gli uomini verso condotte aggressive o addirittura violente.
“Mio marito non mi aveva mai picchiato prima di arrivare qui. Anche noi mamme ci disperiamo a vedere la difficoltà di tutto e reagiamo picchiando i ragazzi” 24.
“Qui ci tocca soffrire la fame, la mancanza di soldi genera litigi in casa, i figli diventano aggressivi, viviamo in spazi molto piccoli”25.
Le vittime provenienti da zone rurali sono quelle che hanno più figli; attualmente, la media per donne in età compresa tra i 40 e i 49 anni è di 5.326.
Negli studi di caso sulla sicurezza alimentare realizzati dal ‘Piano mondiale dell’alimentazione’ (PMA), da CODHES e Swiss Aid27, si evidenzia l’esistenza di gravi situazioni di denutrizione, la perdita del consumo kilo calorico e un deterioramento della qualità della dieta. Lo studio ha stimato una media di consumo di 1.755 calorie/giorno per le famiglie con una donna come capofamiglia e nel caso delle famiglie insediate in aree urbane di 1.694 calorie/giorno, dato che le situa al di sotto della media di 2.100 calorie/giorno raccomandata per la pianificazione dell’assistenza alimentare in situazioni di emergenza. L’insufficienza alimentare è ancora più preoccupante tra i 4 e 24 mesi posteriori al desplazamiento, a causa della sospensione dell’assistenza umanitaria28, ai costi dell’acqua, del combustibile e degli alimenti. Solo dopo il secondo anno si raggiunge la stabilizzazione socioeconomica.
I servizi sanitari rivoli alle donne, non sono integrali, tendono a concentrarsi nei bisogni riproduttivi e tralasciano le necessità di attenzione psicosociale. Oltretutto, in molti casi le stesse preferiscono dare priorità ai figli o al marito per le visite o l’acquisto di medicine. Non ci sono interventi adeguati nemmeno rispetto all’incremento delle malattie a trasmissione sessuale, che si produce come risultato dell’affollamento negli alloggi provvisori, delle difficili condizioni igieniche e dell’abuso sessuale. Anche per i bambini non si prevedono interventi con approccio psicosociale, né si considera l’educazione come una priorità nell’assistenza umanitaria di emergenza. Nella popolazione desplazada si riscontrano i più bassi tassi di scolarizzazione e la situazione più grave tocca alle bambine, responsabili, di fronte alla mancanza di rete di appoggio e alla inaccessibilità dei servizi di cura, dei fratelli e della casa quando i genitori sono al lavoro.
"Guardi, quando io andavo alla Croce Rossa mi dicevano sempre 'venga domani...' e in questo modo mi facevano andare tutta la settimana e lei capisce, ogni giorno che perdo e che non lavoro, quel giorno i miei figli non hanno di che mangiare..."30.
Oltretutto, dopo l’emergenza sono scarsi i programmi che appoggino nella ricerca di soluzioni a medio e lungo periodo. Nonostante l’assenza nella maggior parte dei casi di possibilità di ritorno e ricollocazione, molti progetti di stabilizzazione socio-economica tendono a sostenere il ritorno al luogo d’origine ed esistono pochissime iniziative con l’obiettivo dell’integrazione nei contesti urbani d’arrivo. I funzionari municipali, infatti, considerano che avviare seri programmi di attenzione può funzionare da meccanismo di attrazione.
Le contadine non riescono ad accedere facilmente né alla documentazione personale né agli atti del registro, ragion per cui hanno maggiori difficoltà ad ottenere la proprietà della terra, il credito, la casa e i servizi di educazione e salute. Questo problema è ancora più acuto nel caso delle donne indigene e afro-discendenti. L’abbandono familiare e il non riconoscimento della paternità è un altro problema che abitualmente si pone per il registro dei figli e il diritto al nome e all’eredità.
Nei pochi casi di ritorno avvenuto con successo, non sono stati adeguatamente assicurati i diritti di accesso alla terra delle donne. Nel caso delle Comunità di Pace indigene e afro dell’Atrato, della regione dell’Urabá e del Cacarica (Chocó) il diritto allo sfruttamento collettivo della terra è stato registrato solo a nome dell’uomo, lasciando la donna e i figli in una situazione di assoluta precarietà in caso di abbandono dell’uomo o separazione della coppia.
Nei documenti di politica e programmazione della RSS, si pone enfasi sulla necessità che i programmi si costruiscano con un ‘enfoque poblacional’, intesto come prospettiva ritagliata sulle specificità di ciascun gruppo, coerentemente con l’eterogeneità, culturale, sociale ed etnica della popolazione. Di fatto, però, in nessun punto si prende espressamente in considerazione né il concetto di genere né quello di etnia e nell’elaborazione dei progetti si da priorità alla famiglia come unità di riferimento, il che per le donne si traduce in ostacoli all’accesso in forma autonoma ai pochi servizi predisposti.
Un cenno infine alle colombiane ‘rifugiate’ e/o sollecitanti di ‘rifugio’, nella regione andina e Panamà. Costituiscono, assieme ai bambini e alle bambine, approssimativamente il 65% della popolazione che fugge oltre le frontiere. Sulla loro vulnerabilità incide sempre più l’irrigidimento delle politiche di sicurezza nazionale dei paesi vicini e le misure che restringono il riconoscimento dello status di rifugiato/a.
3.3. Nelle file degli attori armati
Il rafforzamento della strategia militare genera l’esigenza di incrementare il numero dei combattenti a disposizione, tanto nelle guerriglie quanto nei gruppi paramilitari. Nella logica dell’escalation progressiva - e a qualunque costo - bambini e bambine delle aree rurali o urbane economicamente depresse si convertono in facile bersaglio del reclutamento31. L’UNICEF stima che circa 6000 minori, in maggioranza tra i 14 e 18 anni, sono oggi vincolati ai gruppi armati illegali; molti di loro appartengono a comunità ‘in fuga’. A questi si devono aggiungere i minori reclutati a forza dalle pandillas dei barrios populares delle grandi città32.
Bambini, bambine e adolescenti fanno ingresso nei gruppi armati volontariamente o in maniera forzata, anche se il confine tra la libera scelta e la costrizione non è sempre scontato. Spesso all’origine della decisione si collocano le difficili situazioni di vita: povertà, violenza intrafamiliare, esclusione, disgregazione sociale e familiare, insufficienza e bassa qualità dei servizi di educazione e salute, mancanza di prospettive occupazionali. Per le donne, la causa può essere la ricerca di alternative ad una situazione di discriminazione in famiglia, agli eccessivi compiti domestici, alla mancanza di riconoscimento.
I racconti riportati dalle giovani donne che escono dai gruppi armati sono una fonte significativa per la ricostruzione delle motivazioni. Quanto, invece, alle condizioni di vita cui sono sottoposte una volta fatta la scelta di arruolarsi, purtroppo non si dispone di informazioni approfondite. Le poche a disposizione riguardano soprattutto le guerriglie, ove le donne rappresentano il 40%, mentre nei gruppi paramilitari sono solo un’esigua minoranza.
“Human Rights Watch ha intervistato una ragazza di 13 anni, Carmen, che viveva in casa di sua cugina quando i membri delle Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia - Ejército Popular ( FARC-EP) la reclutarono. Le dissero che avrebbe avuto una vita migliore se si fosse arruolata. La sua famiglia era instabile e la relazione con la madre negativa. Carmen decide di unirsi a loro. A Human Rights Watch racconterà che, tra i 130 membri della sua unità, circa 14 erano minori di 15 anni e almeno la metà minori di 18”33.
"Mia madre se ne andava a lavorare, o meglio, se ne andava a vendere ananas, e a volte non riusciva a tornare a casa di sera e rimaneva fuori. Allora restavamo con mio padre; lui si alzava di notte e veniva a molestare mia sorella. Lei a volte cercava di gridare ma lui le tappava la bocca. Un giorno, quando avevo dieci anni, li ho scoperti. Durante la ricreazione a scuola sono tornata a casa di nascosto e ho trovato mio padre che stava abusando di lei. Quando si è accorto che lo avevo visto mi ha offerto 500 Pesos per non dire niente a mia madre”34.
Con frequenza, le ragazze aderiscono pensando che verranno trattate e riconosciute come pari dagli uomini; scopriranno, invece, che i gruppi armati non sono altro che microcosmi nei quali si riproduce fedelmente, anzi in forme che la guerra non può che esasperare, la struttura maschilista e patriarcale di ordinamento della società colombiana. In nome di un cameratismo che non conosce equità, verranno sottoposte a sfruttamento nei lavori di cura, aggredite, fatte oggetto di molestie e violenza sessuale da parte dei superiori.
"Stavamo percorrendo una strada e il comandante mi ha portato a fare una esplorazione per fare un accampamento. Allora, ce ne siamo andati ad esplorare e sul ritorno ha iniziato a molestarmi. Io gli dicevo di no, perché mi faceva molta paura e non lo volevo nemmeno fare. … Fu allora che mi ha preso con la forza e mi ha violentata. Io piangevo ma lui mi ha tappato la bocca e mi diceva di non danneggiarlo. Se lo avessi raccontato al primo comando del fronte, gli avrebbero tolto il rango e forse lo avrebbero fermato. (…) Però io ero convinta che, se lo avessi raccontato, a lui non avrebbero fatto niente mentre lui si sarebbe vendicato con me"35.
A volte l’aggressione è un’arma di sottomissione.
“Anche se loro (gli uomini) non lo ammettevano, nell’organizzazione c’era una relazione gerarchica di potere e io non lo accettavo. Credo che violentarmi per lui è stato una maniera di affermare il suo potere su di me, di sottomettermi. Cosciente del fatto che non mi poteva sottomettere alle regole organizzative, doveva dimostrare di essere capace di sottomettermi almeno in questo. Negli spazi pubblici ed ero più brava di lui con la parola e lui aveva bisogno di dimostrarmi che era più forte di me ”36
Un’altra forma di violazione è data dalle pratiche forzate di anticoncezione, aborto, sterilizzazione, prostituzione e schiavitù sessuale. Secondo una ricerca realizzata dalla Defensoría del Pueblo su bambine uscite dalla guerriglia nella regione di Suratá (Santander), alcune presentavano il dispositivo intrauterino e alla maggior parte venivano somministrati periodicamente anticoncezionali. Inoltre, circa il 70% di loro presentava malattie a trasmissione sessuale.
"Ero arrivata da poco, da 20 giorni appena, quando mi hanno detto che mi avrebbero applicato un’iniezione. Ho detto loro di no, che non avrei mai accettato, che non me la facevo applicare. … Ma la dottoressa mi ha detto che lo dovevo fare. Da allora me la applicarono ogni mese ".
"Quando sono rimasta incinta (…) noi abbiamo chiesto di poter tenere il bambino. Eravamo disposti a tutto per tenerlo … avremmo fatto qualunque cosa, avremmo persino spianato le montagne, se ce lo avessero permesso. Ma no, loro dicevano “ma che dici? incinta? qui in combattimento con la pancia?”. Le altre mi suggerivano di scappare e di tenermelo ma quella zona era tutta controllata dalla guerriglia, …non c’era modo. Mi hanno costretto ad abortire, quando ero al secondo mese. Il raschiamento me l’ha fatto uno dei guerriglieri medici. Ci ho messo due mesi a riprendermi. Dopo l’aborto mi ha messo a fare la guardia e a preparare il cibo. Poi ci siamo spostati di nuovo dal Caguán verso nord. Con tempo ho superato la cosa ma uno non resta uguale a prima, queste esperienze ti fanno tanto male ... "37.
Nelle zone di presenza storica del conflitto, la decisione delle ragazze di entrare nelle truppe armate si ottiene con maggiore facilità.
“Una ragazza guerrigliera veniva a casa nostra, loro sono diventati amici dei miei genitori. Mi sono legata molto a lei, mi ricordo quando mi prendeva in braccio e mi faceva giocare; già da quando ero piccola io me ne volevo andare con lei”38.
In ogni caso, in mancanza di alternative di promozione socia economica e di affermazione, ragazzi e ragazze si sentono attratti dall’uniforme, dalle armi e dal potere che rappresentano.
“Io volevo entrare nella guerriglia perché mi piacevano le uniformi, mi piacevano le armi, mi piaceva molto l’idea di tenere un’arma in mano. Mi piacevano le armi perché uno con le armi ha il potere, uno si sente molto orgoglioso di avere un’arma. Volevo avere questo potere per sentirmi qualcuno nella vita”.
I gravi fatti che si registrano a danno delle donne nelle file della guerriglia sono motivo di delusione per tante donne che hanno creduto e continuano a credere nella possibilità della ‘rivoluzione’. Per alcune sono la conferma che la discriminazione di genere è una situazione culturale che attraversa trasversalmente tutti i settori e tutte le realtà della vita sociale e politica, un nodo fondamentale da sciogliere in vista del raggiungimento di una pace sostenibile e giusta.
“Io parto dalla convinzione che non possiamo evitare di prendere parte a questa nostra guerra e la pensano così tante altre donne. … Io militavo in un gruppo urbano che operava in appoggio alla guerriglia e ne sono uscita perché un compagno mi ha violentato … Nella militanza, posso dire di aver le cose più schifose ma anche di aver incontrato la gente più onesta, idealista e sognatrice, con la quale puoi sederti a dipingere un mondo nuovo con la fantasia. …Però, quando si parlava delle questioni delle donne con i compagni, la conclusione era sempre la stessa: che la priorità era la rivoluzione e che qualunque interesse parziale era solo piccolo borghese. … Io credo che per la ricerca dell’equità non si possa aspettare che la rivoluzione sia avvenuta: deve essere un processo parallelo. Se nella rivoluzione la ricerca è l’equità, se con la rivoluzione vogliamo costruire una società giusta ed equa nella quale ci sia posto per tutti, allora dobbiamo costruirla parallelamente alla rivoluzione”. 39
3.4. La presenza negli ‘spazi pubblici’
Di fronte alla limitata accessibilità delle istituzioni, le donne hanno sviluppato forme di partecipazione proprie all’interno dei processi di gestione comunitaria. La vita in condizioni di emergenza, il difficile accesso ai servizi di base, la precarietà delle abitazioni, la marginalità dei quartieri di residenza, rendono indispensabile lo sviluppo di pratiche di autogestione nelle quali le donne hanno assunto un ruolo fondamentale, in forma individuale e organizzata.
A Cali, per esempio, partì dalle donne alla fine dello scorso anno la proposta di attivare una forma di disobbedienza civile contro gli ultimi provvedimenti dell’impresa erogatrice di acqua, che ha incrementò vertiginosamente il costo del servizio per avviare i lavori di costruzione del condotto che trasporterà l’acqua comprata dai francesi.
A Medellín, sono state le donne dei quartieri popolari, appoggiate dalla Mesa de trabajo de las mujeres ed altre organizzazioni, a promuovere, sempre nel 2001, il primo cabildo popolare in Colombia. Si tratta di una sorta di ‘consiglio comunale di iniziativa popolare’, che convoca il consiglio eletto a rispondere dell’operato istituzionale. Anche qui la ragione dell’iniziativa furono gli esorbitanti costi che per acqua, luce e telefono sono costretti a pagare gli strati popolari.
Le donne si organizzano per fare fronte alle necessità continue imposte dalla situazione socio-politica e istituzionale, sviluppando una forma di fare politica che si basa su relazioni di solidarietà e fiducia e che, poco a poco, sta assumendo il valore di una alternativa di fronte al disincanto delle pratiche tradizionali nelle quali gli uomini sono sempre gli attori maggioritari.
Al di là degli eventi di grande coinvolgimento citati, ne sono esempio le natilleras, piccoli fondi di denaro costituiti nel quartiere con il contributo di tutti e che si attivano per sorreggere a turno chi si trovano in situazioni di difficoltà; i centri di ascolto per le donne vittima di violenza; i gruppi di volontariato nelle pastorales sociales; le associazioni, corporazioni e organizzazioni non governative formalmente costituite. Queste iniziative, per tanto tempo invisibili, si sono moltiplicate con il peggiorare della situazione e oggi si convertono in attività di rischio per le donne che se ne dedicano.
Di fatto, tante organizzazioni di donne, specialmente quelle che operano nelle aree più difficili, sono oggetto sistematicamente di atti intimidatori. Gli attori armati trovano in esse un ostacolo magari non troppo visibile ma certamente ben radicato nelle comunità. Per questa ragione cercano di cooptarlo o utilizzarlo a proprio vantaggio e, se non vi riescono, di distruggerlo. Nell’ultimo anno sono divenuti sempre più frequenti le ingerenze nelle loro attività, la richiesta di rapporti, l’intimazione a interrompere alcune attività piuttosto che altre, in alcune zone piuttosto che in altre.
La sola esistenza delle organizzazioni di donne è una minaccia e una trasgressione del “dover essere” e come tale è trattata. Quelle che non si subordinano agli interessi dei gruppi armati si vedono forzate a continuare le loro attività in condizioni permanenti di insicurezza e con frequenza sempre maggiore sono forzate ad abbandonare o trasformare i loro processi organizzativi.
Delle donne uccise tra ottobre 2000 e marzo 2001, nella maggior parte si disconosce l’attività che realizzavano. Tra quelle di cui si conosce, 27 erano funzionarie pubbliche, tre sindacaliste, quattro attiviste nel campo dei diritti umani, 14 insegnanti, due membri dei partiti politici, due reinsertadas40 e 20 attiviste sociali".
L’Asociación nacional de mujeres campesinas e indigenas de Colombia (ANMUCIC)41 è stata una delle principali vittime della violenza politica contro le donne: dal 1995 ad ora trenta donne dell’organizzazione sono state assassinate. Il 21 luglio del 2000, è stata assassinata a San Juan de Arama (Meta) Marleny Rincón, presidente dipartamentale; il crimine è stato perpetrato da un gruppo di uomini, presumibilmente paramilitari, i quali accusarono Marleny e suo marito di essere collaboratori della guerriglia. Il 19 agosto 2000 è stata assassinata a Zulia (Norte de Santander) Marta Cecilia Hernández. Marta era candidata al Consiglio municipale ed i paramilitari avevano cercato di ottenere con minacce la sua rinuncia. Otto uomini armati e in abiti civili sono arrivati a casa sua a bordo di un veicolo, obbligando lei e il marito a seguirli. Entrambi furono trovati morti nella discarica. La fattoria comunitaria che aveva fondato è attualmente nelle mani di un gruppo paramilitare.
Le organizzazioni femminili sono colpite anche dal desplazamiento forzado, sebbene non risulti espressamente dalle statistiche nazionali. Si tratta di un’informazione non facile da ottenere, dal momento che le leader sociali che si trovano in situazione di desplazamiento cercano l’anonimato per timore di essere individuate. Questo significa che, nonostante abbiano una esperienza maggiore di relazione con le istituzioni, si vanno a trovare in una situazione di svantaggio ancora maggiore rispetto alle altre desplazadas.
Negli ultimi cinque anni 6.300 donne dell’ANMUCIC sono state desplazadas in 18 dipartamenti. I loro compagni, mariti, figli e figlie, con sempre maggiore frequenza sono vittime di gravi violazioni. Martha Cecilia Olaya, leader del Sindacato dei Lavoratori Agricoli del Valle –Sintragricoval - è stata costretta a scappare dopo aver ricevuto minacce da parte di paramilitari e dopo che sua figlia di tredici anni è stata assassinata presumibilmente dall’esercito il 21 dicembre del 1999 nell’Alto del Rosario (Valle).
La violenza contro le attiviste non causa solo la perdita di vite umane ma danneggia processi sociali di empowerment sviluppati a costo di tempo e risorse. Di fatto, alcune dirigenti hanno abbandonato le attività comunitarie e politiche, rinunciando agli spazi guadagnati.
L’ANMUCIC è stata forzata a interrompere le attività in quattro dipartamenti”; nel dipartimento di Cundinamarca la presidente si è vista costretta ad interrompere i programmi in corso in uno dei municipi, per via delle ritorsioni che seguirono al suo rifiuto di consegnare un rapporto sulle attività. Tra i progetti più osteggiati, quelle in sostegno ai desplazados. Di fatto, quest’anno la sede nazionale di attenzione per donne desplazadas è stata oggetto di minacce telefoniche e sono state notate macchine sospette nei dintorni. Per questa ragione la presidente nazionale ha dovuto cambiare residenza ed ha inoltrato una richiesta di misure cautelari alla Comisión Interamericana de Derechos Humanos (CIDH), che stabilisce provvedimenti di emergenza in materia non ancora recepiti dallo Stato Colombiano.
La diminuzione delle riunioni e la esecuzione di progetti che non generino inquietudini negli attori armati sono alcune delle strategie che l’ANMUCIC ha sviluppato per salvaguardare l’organizzazione e garantire livelli minimi di protezione a quante ne fanno parte. Queste strategie hanno avuto come risultato la diminuzione della partecipazione negli spazi di concertazione politica, cosa che ha provocato l’esclusione dei bisogni delle donne dai piani e programmi di sviluppo.Alla situazione critica che attraversano le associazioni, si aggiungono minacce e intimidazioni costanti a donne che realizzano attività comunitarie, dirigenti sindacali e insegnati. Secondo i dati della ENS, le donne sindacaliste vittime di violazioni sono il 20% del totale.
3.5. La proposta delle ‘neutralità attiva’
Perché siamo più di metà della popolazione colombiana
e perché non vogliamo più partorire figli che siano destinati alla guerra,
per questo abbiamo il diritto di decidere sul destino del paese
Maria Cano42
Soffocate dentro le maglie di un conflitto che cerca di sottrarre loro voce e ruolo, donne del movimento, intellettuali, accademiche e leader popolari hanno dichiarano la scelta della neutralità attiva, dando vita nel 1996 alla Ruta Pacífica de las mujeres para la solución negociada43. Si sono espresse in un primo evento di protesta contro la guerra, andando in marcia - ruta, appunto - verso la martoriata l’area dell’Urabá. Da quell’evento, nacque l’idea di un coordinamento stabile che continuasse a manifestare il ‘No’ della donne alla guerra.
“La Ruta Pacífica delle donne colombiane è proposta politica femminista, di carattere nazionale che propugna la risoluzione negoziata del conflitto armato. Ci dichiariamo pacifiste, antibelliche e costruttrici di un’etica della non violenza, della quale sono principi fondamentali la giustizia, la pace, l’equità, la tolleranza, l’autonomia, la libertà e il riconoscimento della differenza. Il nostro impegno cerca di rendere visibili gli effetti della guerra nella vita delle donne. Appoggiamo tutti gli sforzi che si compiono per raggiungere la negoziazione tra lo Stato e i differenti attori armati che contemplano l’urgenza di un accordo umanitario, il cessate il fuoco, il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario ”44.
Si rifanno alle disobbedienza pacifica delle suffragiste “le quali, unite dalla sorellanza e utilizzando metodi non violenti hanno messo in discussione il potere stabilito”; raccolgono l’esperienza delle Madri Argentine di Plaza de Mayo, delle Donne in Nero di Israele e Palestina e dei Balcani. Due anni fa45 iniziano ad esprimersi anche come Mujeres de Negro de Colombia. L’ultimo martedì di ogni mese in diverse città, in silenzio, protestano silenziose in piazza, con abiti nei e fiori gialli: il nero in segno di lutto per i crimini commessi, il giallo per celebrare e ringraziare la vita.
Denunciano la guerra come la più atroce espressione di un modello androcentrico che governa la convivenza, che sta distruggendo, in Colombia e nel mondo, le risorse naturali; che è alla base della società dei consumi e delle politiche di esproprio delle nazioni del nord nei confronti dei paesi del sud.
“La ricchezza della diversità sparisce dato che la globalizzazione tende alla omogeneizzazione: omogeneizzazione delle culture, squilibrio nelle economie, monoculture in agricoltura, standardizzazione nell’industria. Le donne considerate oggetto e nello stesso tempo enormi consumatrici di oggetti. … Il potere si riduce al denaro, il potere dei pochi ricchi, il potere di pochi paesi ricchi che si impongono e impongono la propria ideologia come l’unica valida. Intanto, la creatività e la ricchezza delle differenze sono sostituite da una logica che rade tutto al suolo … Noi affermiamo che la lotta contro la globalizzazione non viene prima della lotta contro il patriarcato, perché per noi la globalizzazione e il neoliberalismo come divenire del capitalismo non sono altro che espressioni patriarcali. Sono espressioni di un sistema che ha come forma per imporsi la dominazione e la morte e che utilizza per derimire i conflitti la violenza e la guerra, attraverso i quali si impone e domina. Per questo noi guardiamo queste problematiche in maniera integrata e non parziale … Stiamo cercando di lottare per cambiare le forme quotidiane di relazionarci, tanto pubbliche quanto politiche, per mettere in discussione la guerra e ottenere giustizia, equità e democrazia …Ne consegue la posizione etica che la Ruta Pacífica cerca di portare nelle sue proposte politiche e simboliche: introdurre la forza delle vita e della non violenza, de-costruire, dis-apprendere, de-strutturare, passo dopo passo la cultura della morte”46.
Alla Ruta Pacífica aderiscono centinaia tra ong, associazioni e gruppi informali del paese, unite dalla condivisione della ‘sorellanza’.
“La ‘sorellanza’ è fidarsi, autorizzarsi mutuamente, è fedeltà, aver fiducia e appoggiarsi sulle altre donne per costruire la pace e il paese che vogliamo. La ‘sorellanza’ tra donne ci da la forza per esprimere il nostro profondo NO alla guerra. Perché unite siamo di più, perché unite e con il riconoscimento reciproco possiamo esprimere a tutti gli attori del conflitto che non ci sentiamo rappresentate da nessuna delle loro azioni, le quali offendono la nostra dignità e il lascito d’amore che vogliamo consegnare ai nostri figlie e alle nostre figlie … ‘Sorellanza’ è impegnarsi a curare le relazioni tra donne, considerandole fonte inesauribile di forza personale e collettiva. ‘Sorellanza’ è riconoscere che da tempi antichi ci sono donne che hanno lavorato per ottenere relazioni sociali giuste ed eque, per loro stesse e per tutte noi. ‘Sorellanza’ è riconoscere autorità alle altre donne che ci hanno autorizzato ad essere quello che siamo, alle donne che ci hanno preceduto: le nostre nonne, le madri, le zie, le sorelle, le figlie … ‘Sorellanza’ è affidamento - come lo chiamano le donne italiane - è riconoscere autorità e saperi ad altre donne …L’affidamento ci porta a creare una relazione nuova tra donne riconoscendo che siamo diverse e diseguali …47
Dal 1996, la Ruta ha iniziato a realizzare un lavoro di comunità per la diffusione di una cultura della risoluzione dei conflitti. Come strategia per esprimere e rendere visibile il proprio messaggio politico, continua a utilizzare la marcia a ‘zone calde’ del paese ove operano gruppi organizzati di donne. L’obiettivo è doppio: protestare contro la guerra e manifestare appoggio nei luoghi della resistenza. Dopo la marcia in Urab, nel 1997 la meta fu Mutat e nel 1998 a Bogot, per l’incontro con i candidati elettorali. Nel 2000 e 2001, per due anni successi, la Ruta ha espresso la sua solidarietà e sorellanza alla Organización Femenina Popular (OFP) di Barrancabermeja.
3.6. La marcia ai luoghi difficili: Barracabermeja, nel cuore del Magdalena Medio
Barranca, ciudad abierta,
sus entrañas,
Ciudad ardiente,
Que clama paz de sus dolientes.
Ciudad que desde otrora,
fue reconocida en la beligerancia
del Cacique de la Tora.
Ciudad amable, mulata, bullanguer
Que teje su folclor con retazos
de la patria.
Ciudad de afanes, de sueños, de esperanzas,
aparancen rufianos y villanos
silenciando las voces de protesta.
Ciudad que lucha
con sus mejores hijos
por cosechar paz, tolerancia y convivencia.
Ciudad que en el generoso regalo
del obrero,
se da cita para culturizarse
y rendir tributo espiritual
a su Cristo Petrolero
Ciudad de teas,
que en las noches oscuras y nefastas
hacen tu barranca más bermeja48
Agosto 2001, marcia internazionale al cuore del conflitto. Per la seconda volta, centinaia di donne provenienti da tutti i dipartimenti della Colombia si sono date appuntamento a Barrancabermeja, convocandovi la comunità internazionale per raccontare gli effetti del conflitto, denunciarne i responsabili, chiedere presenza e appoggio per una resistenza che diventa ogni giorno più difficile.
Donne da Bogot, Medellín, Oriente antioqueño, Cartagena, Cali, Valle del Cauca, Popayan, Putumayo, desplazadas del Chocó, indigene di Antioquia e del Cauca. E con loro, rappresentanti della società civile di 19 paesi. Le indigene del Guatemala, vittime di una doppia discriminazione: in quanto donne e in quanto indigene in un paese non ancora pacificato. Le brasiliane del movimento Sim terras. La salvadoregne, escluse dai tavoli ove si negoziò una pace che tarda ad essere effettiva. Le donne in nero d’Europa, che hanno accompagnato la resistenza delle balcaniche, delle israeliane e palestinesi; gli echi degli eterni conflitti africani.
Una lettera aperta alla popolazione colombiana accompagna la marcia.
“Puntiamo su una pace sostenibile, giusta ed equa e che ponga rimedio ai danni causati dalla guerra… Invitiamo la popolazione a contribuire con le proprie azioni a disarticolare la logica della guerra, soprattutto quella che si impartisce negli spazi della vita quotidiana, attraverso parole che incitano alla violenza e individuano nello scontro la via per raggiungere la pace. Facciamo appello a tutti gli attori armati, affinché si impegnino al rispetto del diritto internazionale umanitario, a escludere la popolazione inerme dal conflitto, a sospendere le azioni che incrementano il ‘desplazamiento forzado’, il dolore e l’impoverimento della gente. Chiediamo al governo nazionale di rivedere la strategia di negoziare il conflitto mentre proseguono le ostilità; di non aspettare la fine dei dialoghi di pace per adempiere ai propri obblighi costituzionali, proteggendo la vita, l’onore e i beni dei cittadini e delle cittadine. Noi donne di Colombia, in ‘Ruta Pacífica’ contro la guerra, speriamo che la nostra protesta si converta nell’argomento di molti e di molte, che scelgano la resistenza pacifica contro la guerra, in vista della costruzione di un paese ove ci sia posto per tutti e per tutte”49.
Barrancabermeja, sul tratto medio del Rio Madgalena, è una città 150 mila abitanti, calata in una conca umida ove si registra una temperatura media di 30/35 gradi tutto l’anno. Il nome con il quale fu battezzata racchiude per intero la sua storia: ‘barranca bermeja’ vuol dire ‘burrone vermiglio’, perché nell’oscurità della notte le candele delle raffinerie tingono di rosso gli abitati e le lagune circostanti.
‘Città che offre ai colombiani e al mondo il frutto delle sue viscere’, importante porto fluviale e porta d’ingresso verso il dipartimento di Antioquia; sede delle principali raffinerie colombiane e di un oleodotto di proprietà della compagnia nazionale Ecopetrol. All’inizio degli anni ’20 venne scoperto il primo pozzo in una zona fino a quel momento quasi disabitata e incontaminata. L’inizio della ‘conquista’ fu immediato.
“Città ardente, città di affanni, sogni e speranze”; da quasi un secolo lotta con veemenza e viene repressa con una brutalità ancora maggiore. È qui che nell’ultimo decennio si è combattuto uno dei capitoli più sanguinosi della ‘guerra sporca’ condotta da stato e ‘parastato’ contro le organizzazioni della sinistra e della società civile.50 Dal 1983, dopo la consolidazione del proprio dominio su Puerto Berrio, i gruppi paramilitari hanno ottenuto il controllo politico, economico e sociale di altri 28 municipi del Magdalena Medio. Nel 1996, hanno annunciato che si sarebbero presi Barranca “con il sangue e con il fuoco”, obiettivo oggi ampiamente raggiunto.
Nel 2000 vi si sono registrate 567 assassini relazionati al conflitto: uno ogni 16 ore. Nei primi sei mesi del 2001 la cifra è passata a uno ogni 10 ore. Il 90% delle vittime sono civili; il periodo natalizio e l’inizio del 2001 sono stati i più terribili nella sua storia di sangue e violenza. A metà gennaio, in una convocazione speciale, Gustavo Petro, presidente del Congreso, l´ha definita la “Sarajevo colombiana, ove i gruppi armati ammazzano senza nemmeno guardare chi stanno uccidendo, con l’unico obiettivo di seminare il terrore”. I comandanti delle brigate militari della regione hanno chiesto che venga incrementata la presenza della forza pubblica, ma i rappresentanti della società civile si oppongono con forza all’eventualità. “La soluzione non è aumentare il numero degli effettivi militari e polizieschi - affermano le donne dell’OFP - ma ottenere che il governo intervenga con efficacia contro i gruppi che si trovano ai margini della legge e punisca i membri delle forze armate che, per azione od omissione, facilitano l’avanzamento delle ‘autodefensas’”. La strategia dello stato, tuttavia, continua ad andare in direzioni opposte rispetto alle richieste del paese, come i contenuti del Plan Colombia dimostrano chiaramente.
“Viviamo in un mondo di miseria su una laguna di ricchezza”, si suole dire nella regione del Magdalena Medio, piena di risorse naturali non rinnovabili che vengono estratte e portate altrove, al pari della percentuale più importante dei guadagni. Secondo una ricerca realizzata dal CINEP, il prodotto regionale supera i 2.700 milioni di dollari, il 74% dei quali dovuti al petrolio (2.000 milioni). Di questi, solo una parte insufficiente si spendono per le necessità della popolazione (solo 500 milioni, corrispondenti al 25%), mentre i costi della guerra ammontano a 240 milioni di dollari. Le compagnie petrolifere sono le principali generatrici di lavoro, però utilizzano con frequenza il sistema del contratto a termine. L’esistenza di un numero crescente di disoccupati diventa per loro funzionale, in quanto permette di operare una contrattazione al ribasso.
La città era adagiata su uno dei tratti più affascinanti del Rio Magdalena, il fiume che cullò gli ‘amanti ai tempi del colera’ di García Márquez. Oggi, l’intera area è immersa in un degrado e un inquinamento spaventosi. La vita sta sparendo dal fiume, la flora si riduce progressivamente, si è deteriorata la fauna acquatica e quella terrestre. I residui industriali, gli idrocarburi grezzi e le acque di raffreddamento del complesso petrolchimico vengono scaricate quotidianamente nel fiume. Le splendide lagune che circondano la città sono ormai irrimediabilmente danneggiate.
A Barranca, però, c’è una leggenda. Al di là del fiume, nella laguna di Yondó, per ogni uomo e donna che muore o viene fatto sparire per mano degli attori armati, nasce un’eliconia. Le donne che arrivano in Ruta portano in dono alla città una scultura che riprende il mito, per sottolineare la forza della vita: quattro eliconie che si intrecciano, ciascuna sormontata da un volto di donna, una bianca, con le sembianze di Maria Cano51, una meticcia, una donna afro e un’indigena; sono le quattro espressioni etnico-culturali delle colombiane.
Seguendo la strategia di dare ampia visibilità all’iniziativa e al messaggio della resistenza pacifica, la carovana di bus ha percorso tutto il paese. Alcune delegazioni hanno impiegato fino a 28-36 per giungere al raduno e nonostante i tentativi dei paramilitari di sabotare l’iniziativa, bloccando per ore il passaggio di alcune delegazioni, in quattro mila arrivano a Barranca52.
Preceduto dalle donne della città, il corteo percorre le vie del centro, gridando slogan contro la guerra sotto gli occhi degli abitanti: commossi alcuni, furiosi altri, impassibili i più. Ogni donna porta in dono una pentola decorata: simbolo dell’alimento, della lotta per la sopravvivenza, della resistenza davanti alla morte. “Non partoriremo né cresceremo figlie e figli per la guerra”, uno degli slogan.
In un paese che ha imparato a piangere la morte senza dimenticare la gioia di vivere, il dolore si commemora in festa. Ballando e cantando, per riappropriarsi delle vie, delle piazze, dei giorni e delle notti, per prendersi la libertà e la serenità che la guerra sottrae. E’ una marcia simbolica che prosegue per due giorni e due notti, intercalata da dibattiti e scambi.
Cantiamo e balliamo per vivere
affinché il male ci lasci
e il bene non ci abbandoni
Dagli uccelli abbiamo appreso il canto
e dalle palme la danza …
Cantiamo e balliamo affinchè la
malinconia non ci schiacci il cuore53
‘Facciamo l’amore con la paura’ è lo slogan scelto dalla OFP per l’evento. Fondata 29 anni, la OFP conta oggi circa 1.500 iscritte, che a loro volta fanno parte di 43 gruppi organizzati nei quartieri della città e in vari villaggi e località del Magdalena Medio. La sua attività è orientata alla promozione delle donne nelle dinamiche socio-politiche e al miglioramento della qualità della vita, attraverso progetti di salute integrale, economia solidale, formazione ed educazione, appoggio alle adolescenti, alle donne desplazadas e alle loro famiglie. Prima che si facesse intensa la compagna di persecuzione a suo danno, l’OFP aveva nove ‘Case della donna’ in otto municipi (tre nella stessa Barranca) della regione, una a Bogotá, tre case d’accoglienza e una scuola di formazione e promozione delle attività economiche femminili.
Negli ultimi anni, numerose leader sono state perseguitate, costrette alla fuga o uccise. Le ripetute e persistenti minacce, fatte direttamente o attraverso chiamate ai loro cellulari, hanno lo scopo di convincerle ad abbandonare tutte le attività. Il 22 dicembre del 2000 i paramilitari hanno fatto irruzione simultaneamente in tutte le loro sedi, distruggendo i mobili e strappando i documenti. Le hanno invitato ad uscire, le hanno trascinate fuori per i capelli e hanno comunicato l’ordine di chiudere tutte le sedi, pena la morte. Dopo lunghe e sofferte consultazioni, le donne hanno deciso di chiudere solo le sedi decentrate e di proseguire nelle tre case del centro urbano. Le minacce sono proseguite persistenti e il 9 febbraio del 2001 i paramilitari sono tornati a fare irruzione in un’altra casa delle donne del centro. “Due uomini che si sono identificati come membri delle ‘autodefensas’ … in abiti civili e con armi leggere … hanno sottratto i telefoni cellulari a una delle coordinatrici e a un volontario delle ‘Brigate internazionali di pace’, al quale hanno portato via anche il passaporto. I delinquenti, al ritirarsi, hanno minacciato tutti i presenti dichiarando ‘da questo momento voi [la OFP] siete obiettivo militare delle ‘autodefensas’’54.
I paramilitari hanno stabilito un controllo capillare sulla vita comunitaria e persino familiare, si sono assunti il compito di mantenere l’ordine pubblico, hanno ammazzato o fatto sparire persone che avessero avuto problemi con la giustizia: dagli spacciatori di droga ai ladruncoli. Hanno imposto rigide ‘regole’ di comportamento e convivenza; vivono sulla spalle della gente, reclutano forzatamente giovani e anche minori di età.
“Amiche, prima di tutto vogliamo confessarvi di aver paura”, con queste parole la presidente dell’OFP, Yolanda Becerra, apre l’incontro accademico. E poi racconta:
“Vengono ogni giorno nelle nostre case e ci dicono: “oggi dovete cucinare per dieci persone”. Arrivano e mangiano alle nostre tavole, fanno la ‘siesta’ nei nostri letti, parlano con i nostri figli. La loro strategia è mescolarsi tra la gente comune. Voi andate nei ‘barrios’ e non vedete nulla che vi possa apparire strano. Vedete 5, 6 uomini seduti in un patio in pantaloncini, guardando la Tv e pensate che si tratti del marito della padrona di casa, dei figli, di amici o dei fidanzati delle figlie. Ma invece no, sono loro che fanno incursione nella nostra intimità. Se vedete un gruppo di 4, 5 giovani ad un angolo delle strade penserete che sono solo un gruppo di amici che conversano, però no: sono loro, sono attori armati. Ma sono anche i nostri figli o figli dei parenti o dei vicini. Sono i nostri figli, li abbiamo messi al mondo noi, li abbiamo tirato su ed educato; e credevamo di averli cresciuti ad un vita diversa. Però lo Stato cosa offre loro? Non c’è diritto all’educazione, non c’è diritto alla salute, al lavoro, alla casa. Loro, invece, offrono un’arma, un cellulare e poi uno stipendio (500 mila Pesos, il doppio dello stipendio minimo) e soprattutto ‘potere’, e questo significa contare, avere un ruolo, un’identità. Allora i nostri figli entrano nel conflitto affascinati da tutto questo, o lo fanno perché ricattati, costretti, pena la uccisione dei propri familiari. Però non sanno a cosa vanno incontro e capiranno solo dopo che la loro vita dura poco e che non hanno potuto salvare la vita delle persone che amano”.
Da trent’anni le donne dell’organizzazione si oppongono a questi processi di guerra ma la resistenza è divenuta più difficile, perché adesso parte della stessa popolazione le osteggia.
“Molti dicono che la situazione è migliorata, che da quando ELN e paramilitari non si contendono più il territorio finalmente c’è pace a Barranca ma non è così. Loro sono i nostri ‘signori’ invisibili. Loro ci dicono a che ora dobbiamo andare a dormire la sera, come si devono vestire le ragazze, come devono tagliarsi i capelli i ragazzi. Ci hanno indotti e indotte ad avere paura di parlare, di uscire di casa e persino di aprire gli occhi la mattina. I nostri morti non si vedono; li uccidono e li gettano al fiume, ma prima ne estraggono le budella, affinché non galleggino e non si riesca più a trovarli. Noi conosciamo il dolore delle madri che rimangono sedute ventiquattro ore nella nostra casa delle donne, pregando che il figlio ritorni, e sono già passati giorni o mesi o anni dalla sua scomparsa. Ai soggetti della società civile non è dato di interagire con lo Stato, per noi non hanno orecchie. Ma sappiamo che non dobbiamo andare soli e sole: dobbiamo convocarci e contarci. La resistenza che opponiamo a tutto questo non è scritta; la costruiamo ogni giorno alla luce de