La resistenza di Nablus e Jenin


Elicotteri Apache colpiscono Hebron. Piovono proiettili sull'ospedale di Jenin, circondato da carri armati. Ma si combatte ancora a Jenin e Nablus. Israele aprirà un campo di concentramento nel deserto del Negev per le centinaia di israeliani arrestati

Decine di combattenti palestinesi difendono fino alla morte il campo profughi di Jenin sotto assedio da tre giorni da ingenti forze militari israeliane. Ma la resistenza è forte anche a Nablus dove l'attacco dell'esercito israeliano, entrato mercoledì notte nella città, si sta trasformando in un massacro. Ieri sera erano 14 i palestinesi, tra cui alcuni civili, uccisi dai soldati israeliani. Altri sette palestinesi, sei presunti membri del braccio armato di Hamas e una ragazza di 14 anni, sono stati uccisi a Tubas, un villaggio qualche chilometro a sud della città, dal fuoco delle forze di occupazione. E' una resistenza tenace che l'esercito israeliano non si aspettava dopo aver «rastrellato» Ramallah e Betlemme senza fatica eccessiva. Aumentano perciò anche le perdite israeliane della cosidetta «Operazione muraglia di difesa». Otto militari, tra cui alcuni ufficiali e un comandante di una unità speciale, sono stati uccisi e 86 sono rimasti feriti. Intanto Israele si prepara a riaprire un vecchio campo di detenzione di «Ketziot» nel deserto del Negev - noto in arabo come «Ansar» - per accogliere le centinaia (900 secondo alcune fonti, oltre 1200 per altre) di palestinesi arrestati in questi ultimi giorni. «Ketziot» era una prigione di tende dove, durante la prima Intifada (1987-93), arrivavano i «prigionieri amministrativi», spesso giornalisti, detenuti per sei mesi (pena rinnovabile automaticamente dalle corti militari) senza aver subito un processo e su semplice indicazione dei servizi di sicurezza. Il campo nel Negev, che tanti ricordi amari suscita in migliaia di palestinesi, potrebbe rivelarsi la Guantanamo dei palestinesi. Tre soldati sono stati uccisi giovedì nel campo profughi di Jenin dove la strategia di attacco «attraversando le pareti» - passare da una casa all'altra sfondando muri e pareti senza esporre i soldati in strada - usata da Israele nella rioccupazione di qualche settimana fa del campo profughi di Balata (Nablus) e Al-Amari, si sta rivelando non efficace questa volta. A Nablus e Jenin, i combattenti palestinesi, hanno avuto il modo di preparare una difesa a differenza di Ramallah e Betlemme dove l'attacco israeliano è scattato all'improvviso. «Non ci arrenderemo, siamo pronti a morire ma gli israeliani non la passeranno liscia»ci ha detto ieri via telefono Amu Maher, uno dei capi Tanzim (organizzazione di base di Al-Fatah) nella zona di Jenin. I vari gruppi armati presenti nel campo profughi si sono uniti nella difesa del campo e per i soldati israeliani non è facile superare lo sbarramento di fuoco dei palestinesi nonostante ricevano aiuti dagli elicotteri da combattimento. Ieri colpi israeliani sono caduti sull'ospedalle Al-Razi di Jenin circondato dai carri armati. «Ci stanno distruggendo, ha detto il dottor Omari, che dopo vent'anni è tornato lo scorso anno dall'Italia. «Vediamo i feriti a pochi metri da noi, davanti all'ospedale e non possiamo fare niente, non possiamo andarli a prendere perché sparano da tutte le parti» ha raccontato il medico.

Drammatici racconti vengono anche dagli abitanti di Nablus che riferivano ieri dell'inizio dei rastrellamenti all'interno della casbah dove avrebbero preso posizione decine di combattenti palestinesi decisi a non arrendersi alle forze di occupazione. Un testimone ha riferito della distruzione di un blindato israeliano per il trasporto di truppe che ha preso fuoco dopo un attacco palestinese con lanciarazzi Rpg.

Notizie drammatiche sono giunte ieri sera anche da Hebron, città a sud della Cisgiordania sino ad oggi risparmiata, almeno in parte, dall'offensiva israeliana. In un attacco di elicotteri Apache avvenuto in un rione settentrionale della città sono stati feriti undici palestinesi tra cui un bambino di 8 anni, Ahmed Srayer. Obiettivo dell'attacco era un dirigente locale del movimento islamico Hamas, Ziad Shuweiki. La popolazione ieri ha cominciato a fare rifornimento di generi di prima necessità di fronte alla notizia che la Tiph, la forza di osservatori internazionali (di cinque paesi, tra cui l'Italia) aveva deciso di evacuare dalla città il 60 per cento dei suoi uomini. Un altro 40 per cento, tra cui sette carabinieri italiani, invece sono rimasti bloccati nel loro quartier generale a causa dell'arrivo dei carri armati israeliani alla periferia della città circondata ormai da ogni lato. «Non abbiamo finito il nostro lavoro»aveva replicato il ministro Silvan Shalom al debole invito a Israele ad «avviare»il ritiro delle truppe dalle aree autonome palestinesi venuto giovedì da George Bush. E ora l'esercito israeliano, sempre con la benedizione degli americani, sta avviando la rioccupazione anche di Hebron.

Qualche ora di pausa si è avuta ieri a Ramallah e Betlemme dove èstato brevemente revocato il coprifuoco per consentire alla popolazione di fare rifornimento dopo sei giorni di assedio continuo. Il clima nelle due città comunque resta tragico. A Betlemme in modo particolare dove 250 palestinesi, non solo combattenti ma anche decine di civili sono barricati all'interno della Chiesa della Natività insieme ai frati francescani del convento adiacente e ad alcune suore. Israele continua a parlare di «ostaggi» in mano dei palestinesi in riferimento ai francescani. Ma a smentire ciò sono proprio i religiosi. Ieri il superiore generale dei francescani, padre Giacomo Bini, in una conferenza stampa a Roma, ha riferito che l'esercito israeliano giovedì ha sfondato la porta della Basilica della Natività e ha sparato alcuni colpi a scopo di intimidazione. «In base alle informazioni che mi hanno dato i religiosi assediati nella Basilica, gli israeliani hanno sfondato la porta della Chiesa, che ora è aperta» ha detto aggiungendo che in precedenza, anche i palestinesi, per cercare rifugio nel complesso cristiano, avevano forzato uno degli accessi. E proprio in seguito alla sfondamento israeliano - ha precisato Bini - i palestinesi si sono spostati dalla Basilica nel vicino convento, rendendo ancora più precaria e difficoltosa la convivenza con i religiosi». Ieri comunque quattro frati ammalati, tra cui un italiano, hanno potuto lasciare il convento dopo una lunga trattativa tra il nunzio apostolico mons. Pietro Sambi e i comandi israeliani. I frati hanno confermato che la situazione all'interno del convento e della Chiesa della Natività è drammatica. Cibo e acqua sono ormai beni rari e le condizioni igieniche molto precarie. I comandi militari israeliani sono convinti che la resistenza dei 250 palestinesi non durerà ancora molto e presto saranno costretti ad arrendersi. Dall'interno invece fanno sapere che non ci sarà una resa. «Siamo pronti a tutto, nessuno si arrenderà, anche a costo di morire di sete e fame» ci ha detto ieri sera Issa M., un giovane palestinese di Beit Jala intrappolato nella chiesa della Natività, grazie ad un telefono cellulare. E nella città assediata da Israele è inevitabilmente scattata la vendetta verso collaborazionisti veri e presunti di Israele. Ieri sono stati trovati sette corpi di palestinesi sospettati di essere spie di Israele.

Nei prossimi giorni potrebbe arrivare nei territori occupati Mary Robinson, alto commissario per i diritti umani delle Nazioni unite. A richiedere la missione potrebbe essere la commissione, all'interno della quale ci sarebbe una maggioranza per l'approvazione di una risoluzione in questo senso. Tuttavia, Mary Robinson, che già martedì scorso aveva sottolineato la necessità del dispiegamento di una forza internazionale di interposizione, non ha bisogno dell'approvazione per effettuare il viaggio.

MICHELE GIORGIO
GERUSALEMME

da il manifesto del 6 aprile 2002

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