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Un pensiero che prescinde dalle divisioni tra i partiti
Con la sua pretesa di difendere ovunque nel mondo la libertà
e la democrazia, il documento strategico pubblicato il 20 settembre
scorso dall'amministrazione Bush mette di fatto fine al disarmo;
proibisce ad ogni potenza di rivaleggiare con gli Stati uniti sul
piano militare; teorizza l'intervento preventivo; sottrae i cittadini
americani alla giurisdizione della Corte penale internazionale.
Gli Stati uniti rivendicano oggi lo status di «impero del
bene» a cui aspirano ormai da un secolo.
di Norman Birnbaum
Quando Abraham Lincoln venne rieletto nel 1864, Karl Marx si congratulò
con lui a nome della International Workingmen's Association (1).
Charles Francis Adams, all'epoca ministro del governo americano,
gli rispose in questi termini: «Il governo degli Stati uniti
ha pienamente coscienza che la sua politica non è, e non
dovrà mai essere, reazionaria.
Tuttavia, dobbiamo mantenere la rotta che da sempre seguiamo, ovvero
astenerci da ogni propaganda e ogni tipo di intervento illegale
all'estero.
I nostri principi ci prescrivono di applicare la stessa giustizia
a tutti gli esseri umani e a tutti gli stati, e contiamo sulle conseguenze
benefiche dei nostri sforzi per ottenere il sostegno dei nostri
concittadini così come il rispetto e l'amicizia del mondo
intero». La frase di George W. Bush, «o con noi o contro
di noi», lascia supporre che il partito di Lincoln sia cambiato.
Come e perché?
Il nazionalismo americano ha sempre oscillato tra un pragmatismo
brutale e un idealismo retorico. Questo idealismo, che rappresenta
un pericolo per i sostenitori del pragmatismo, è stato sfruttato
con cinismo da questi ultimi. Infatti, che succederebbe se i cittadini
iniziassero a prendere alla lettera il progressismo della Dichiarazione
di indipendenza?
La descrizione che Tocqueville fa degli Stati uniti, questa nazione
divisa tra regionalismo e mobilità, materialismo e religiosità,
privatizzazione e nazionalismo arrogante, è sempre di attualità.
Si tratta della repubblica commerciale condannata da Thomas Jefferson
quando morì nel 1826, cinque anni prima del viaggio di Tocqueville.
Jefferson, e i suoi successori, volevano ricongiungersi con l'universalismo
redentore della Dichiarazione d'indipendenza. Ma se questa continua
a forgiare l'immagine che la nazione dà di se stessa, lo
fa più sotto la forma di una religione che di una memoria
collettiva. O piuttosto di una setta. Per diventarne membri basta
accettarne i principi, cosa che ha reso possibile l'integrazione,
per quanto possa essere imperfetta, di cattolici e protestanti,
gentili ed ebrei, bianchi e neri, europei, latini e asiatici.
Il nuovo governo pratica un surreale incrocio di generi. L'amministrazione
Bush esige l'applicazione dei diritti dell'uomo in Iran, ma chiede
ai tribunali di interrompere le azioni giudiziarie contro la multinazionale
Exxon, accusata di complicità nelle repressione in Indonesia.
Chi si ricorda dello stalinismo ne riconoscerà i segni. Eppure,
Stalin non aveva questa capacità di plasmare l'opinione pubblica
che il capitalismo americano esercita da un secolo. Il governo Bush
è stato generato da un'élite il cui cinismo ben si
addice a quest'epoca post-morale, da lungo tempo abituata a comprare
l'opinione pubblica e i responsabili politici, negli Stati uniti
come all'estero. In egual misura il regime attuale si poggia sui
protestanti fondamentalisti, fanatici persuasi che gli Stati uniti
abbiano un ruolo centrale nella lotta biblica del bene contro il
male, basandosi sulla certezza che il paese debba dirigere il mondo
(2). Forse ci si chiede come si sia arrivati a questo punto, dopo
la relativa modernità del governo Clinton, che aveva ottenuto
la cooperazione del capitale multinazionale, enfatizzato una supremazia
americana più serena, invitato le élites straniere
a partecipare alle decisioni internazionali e difeso una versione,
anche se minimalista, della socialdemocrazia internazionale.
Bush è un falso tradizionalista o un falso moderno? In origine,
i repubblicani erano i nemici accaniti della schiavitù. Allo
stesso tempo erano il partito dell'espansione continentale (Lincoln
stesso combattè nella guerra contro il Messico) (3), dell'industrializzazione
a tappe forzate e della massima apertura verso l'immigrazione europea.
Il loro scopo ultimo era la difesa del modello americano e dei suoi
interessi nazionali, opposto a un mondo corrotto. I suoi principi
economici fondamentali erano l'apertura dei mercati ai prodotti
americani, il protezionismo e l'importazione massiccia di capitali.
Alla fine del XIX secolo, questo trionfalismo si dirige verso il
mondo esterno. La parte occidentale del paese decolla e il surplus
di risorse rende possibile la conquista dei nuovi territori. Nazionalista
e interventista, la popolazione reclama la guerra contro la Spagna.
Le Filippine vengono annesse nel 1898 dal repubblicano McKinley
(1897-1901).
Quando l'occupazione si trasforma in lotta armata contro gli independentisti,
compare un movimento di protesta trasversale a tutti gli strati
sociali.
Questo movimento non può non ricordare quello provocato dalla
guerra del Vietnam, che incitò i «saggi» (la
classe dirigente) a fare pressioni su Lyndon Johnson per porre fine
a un conflitto troppo costoso e pericoloso per la pace civile. McKinlkey,
invece, tra il 1897 e il 1901 poteva ancora poggiarsi sull'espansionismo
di un capitalismo emergente. Il millenarismo americano diventa il
collante ideologico per un nuovo tipo di imperialismo. Quest'ultimo
verrà trasformato in principio dal successore di McKinkley,
Theodore Roosevelt (1901-1909). Riformista, Roosevelt cerca di integrare
gli immigrati e civilizzare il nuovo capitalismo. Mette gli Stati
uniti sullo stesso piano delle grandi potenze e provoca una rivoluzione
in Colombia nel 1903 per creare Panama - condizione preliminare
per la costruzione del canale. Afferma che gli Stati uniti devono
giocare nell'emisfero occidentale «un ruolo di gendarme internazionale».
È questo imperialismo che si preoccupa della piccola gente
che porterà alla nascita dello stato sociale militarizzato
costruito dai successori di Roosevelt.
Le chiese, una parte dell'intellighenzia laica e i socialisti esprimono
la loro inquietudine. Gli agricoltori del movimento populista, nemico
della modernità incarnata dalle grandi città, si sentono
come i reietti dell'imperialismo. I loro risentimenti sono all'origine
del rozzo isolazionismo del periodo tra le due guerre, che si oppose,
all'interno del partito repubblicano, all'internazionalismo dei
banchieri e degli industriali. Stato d'emergenza permanente I repubblicani
finirono per abbandonare Roosevelt a causa delle sue riforme economiche,
cedendo però la presidenza a un riformista democratico, Woodrow
Wilson (1913-1921). Imperialista moralista con tendenze calviniste,
Wilson intensifica l'intervento in America latina. L'amministrazione
democratica prosegue l'integrazione degli immigrati nella vita politica,
specialmente dei cattolici. La frangia internazionalista del grande
capitale plaude alla guerra contro la Germania. Vi si oppongono
i socialisti e gli elementi populisti del Partito democratico, il
cui leader, William Jenninigs Bryan, si dimette dalla carica di
segretario di stato.
Ma la guerra trovò il consenso degli ideologi dell'imperialismo,
della nuova tecnocrazia, del grande capitale e di larga parte del
movimento operaio, tutti favorevoli all'estensione delle prerogative
del governo federale. Il grande progetto di Wilson, integrare gli
Stati uniti nella Società delle nazioni, fallisce a causa
di opposizioni in contraddizione tra loro: gli isolazionisti dei
due partiti, che si vendicano dell'entrata in guerra, e gli unilateralisti,
che credono che gli Stati uniti debbano restare liberi di utilizzare
la loro nuova potenza. L'avversario repubblicano di Wilson, il senatore
Lodge, un patrizio della Nuova Inghilterra, afferma allora che l'America
deve cogliere questa opportunità, poiché è
divenuta la più grande potenza mondiale.
Nel periodo tra le due guerre, l'élite che si occupa della
politica estera gestisce una pace agitata e si prepara per la guerra
a venire.
I professori universitari, i banchieri, i giornalisti e i giuristi
che lavorano per il grande capitale sono in maggioranza protestanti
e originari della costa orientale. Riuniti nel Council on foreign
relations, influenzano il governo e l'opinione pubblica, stabilendo
le priorità internazionali e distinguendo tra politiche «responsabili»
e «irresponsabili». Il futuro segretario di stato del
presidente Dwight Eisenhower (1953-1961), John Foster Dulles, diventa
una delle loro figure di spicco, rappresentando allo stesso tempo,
in qualità di avvocato, il terzo Reich. Nelson Rockefeller
li convice a sostenere la carriera del suo giovane protegé
Henry Kissinger, professore ad Harvard. Questa élite riesce
a integrarsi allo stesso modo con i governi democratici e con quelli
repubblicani. E se su alcuni punti è divisa, resta unanime
per quanto riguarda l'importanza da accordare al dominio americano.
Gli esponenti repubblicani nati sulla costa orientale e quelli legati
a Wall Street dominano questo ambiente ristretto. Ma, nel loro partito,
si confrontano con gli ultimi partigiani del populismo progressista
originari del Midwest. Diffidenti verso Wall Street, questi repubblicani
esaltano un isolazionismo spesso fondato su una visione di classe,
simile a quella dei tedeschi e degli irlandesi, che rifiutano qualsiasi
alleanza con l'Inghilterra.
Il Partito democratico di Franklin Roosevelt (presidente dal 1933
al 1945) è una coalizione sbilenca di socialisti, sindacalisti,
tecnocrati e banchieri. Incorpora vecchi repubblicani progressisti
e accoglie anche cattolici ed ebrei. Il suo internazionalismo è
wilsoniano, con accenti socialdemocratici. Ma le divisioni del suo
partito, così come la pressione esercitata su di lui e sul
suo successore Henry Truman (1945-1953) dall'internazionalismo in
versione repubblicana, lo spinsero ad allearsi con il grande capitale
interno allo stato sociale militarizzato.
I repubblicani abbandonano l'isolazionismo nel 1941. Ma, attraverso
il maccartismo e la diffidenza verso gli europei, ispirano un nazionalismo
aggressivo. Le chiese protestanti, che sostengono da più
di un secolo l'invio di missionari in Cina, si infuriano per l'arrivo
al potere dei comunisti nel 1949. L'unilateralismo di questi repubblicani
traspariva dal rifiuto della riduzione degli armamenti, la fascinazione
per la teologia termonucleare e la retorica bellicosa. Ma la cosa
più stupefacente è che i presidenti repubblicani (Dwight
Eisenhower, Richard Nixon, Gerald Ford e gli stessi Ronald Reagan
e George Bush padre) obbediranno sempre a queste élites,
che definiscono la politica estera, rimanendo di fatto multilateralisti
al pari dei democratici.
Le operazioni segrete della Cia, gli interventi economici, politici
e militari nel mondo intero, la manipolazione dei paesi alleati,
furono praticate dai democratici come dai repubblicani. E se ci
si guarda indietro, molte delle differenze che sembravano separarli
appaiono oggi relativamente insignificanti. Eccetto Reagan, nessun
presidente repubblicano ha attaccato direttamente il contratto sociale.
Semplicemente, tutti ne hanno accettato il crollo, provocato dall'evoluzione
del capitalismo. In cosa è diverso il presidente attuale?
Suo nonno, Prescott Bush, nato nella Nuova Inghilterra, era il socio
del più ricco democratico dell'epoca del New Deal, Averell
Harriman. Prescott, governatore e senatore del Connecticut, era
favorevole tanto all'internazionalismo di Roosevelt che al suo riformismo
sociale. Suo figlio George (il vecchio presidente), dopo la guerra,
emigra in Texas, la cui economia si apre agli armamenti, alla finanza
e all'alta tecnologia. Deve la sua carriera politica ai suoi stretti
legami con l'ambiente degli affari (prima di divenire il vice-presidente
di Reagan, fu ambasciatore in Cina, alle Nazioni unite, e diresse
la Cia). Come rappresentante della vecchia élite repubblicana,
non si trova a suo agio in un partito cui Reagan ha dato una tinta
molto più plebea. Nel corso della sua campagna elettorale
deve persino abbandonare il Council on Foreign Relations perché
certi repubblicani dalla mentalità arcaica pensano che questa
istituzione complotti contro la sovranità del paese.
George W. Bush non subisce questo tipo di limitazioni. Il suo dominio
politico in Texas è schiacciante. Non ha mai attaccato frontalmente
lo stato sociale, ha collaborato con la comunità nera e ispanica
e ha riempito un vuoto ideologico difendendo una versione individuale
e ritualizzata della religione. I democratici ridono del suo nepotismo,
l'accusano di considerare la politica un business. Ma, in realtà,
il giovane Bush ha capito un aspetto fondamentale del capitalismo:
la sottomissione della sfera pubblica al mercato. I suoi soci in
affari, esattamente come suo padre, sono presenti nel commercio
delle armi, dei servizi finanziari, della petrolchimica e dell'alta
tecnologia.
E i loro rappresentanti sono stati quindi piazzati alla testa delle
istituzioni e dei dipartimenti federali. Per blandire il paese,
Bush oppone costantemente un mondo esterno indifferente o ostile
a una società americana retta e sana. Quanto alle sue velleità
di ritorno a un minimo di protezione sociale, suonano come un'evocazione
spettrale del periodo tra il 1941 e il 1964. Quando una larga parte
della popolazione comprende, suo malgrado, che intere parti del
capitalismo americano poggiano su attività criminali è
difficile mantenere un qualche tipo di consenso (4). Di fronte a
tutto questo, il governo tenta di spostare l'attenzione sviluppando
una retorica bellicista. Il Partito democratico, sottomesso a una
lobby israeliana che desidera solo la guerra contro l'Iraq e, se
possibile, contro l'Iran, non sembra riemergere dal suo coma politico.
La sua passività nei confronti del colpo di stato giudiziario
delle elezioni del 2000 le è stata fatale.
Mentre i democratici sono immersi nella più grande delle
tormente ideologiche, Bush sa di dovere il suo posto alla quasi-assenza
dell'opposizione.
Di conseguenza, governa in qualità di leader di una minoranza,
muovendosi da una labile maggioranza all'altra. Ma gli attacchi
dell'11 settembre 2001 gli hanno dato l'occasione di dichiarare
lo stato di emergenza per una durata indefinita. E se la vacuità
della sua ideologia è lampante, sarebbe ingenuo ignorare
il suo dominio assoluto su di un opprimente apparato repressivo.
Parla della nazione come di una chiesa, ma la sua versione del repubblicanesimo
la riduce in realtà a un aggregato di tribù in piena
decomposizione.
note:
* Docente all'università di Georgetown, Washington.
(1) La International Workingmen's Association è stata creata
a Londra nel settembre 1864, da owentisti e cartisti inglesi, proudhonisti
e blanqisti francesi, nazionalisti irlandesi, patrioti e socialisti
polacchi, italiani e tedeschi. Marx l'ha abbandonata nel 1872, quando
la sede fu trasferita a New York.
(2) Vedi Ibrahim Warde, «Non ci sarà pace prima dell'avvento
del Messia», Le Monde diplomatique/il manifesto, settembre
2002.
(3) La guerra terminò il 2 febbraio 1848 con il trattato
di Guadalupe Hidalgo.
(4) La crisi irachena permette di far passare in secondo piano «affari»
importanti quanto quelli che colpiscono Thomas White, attuale segreatrio
generale dell'esercito americano, implicato nello scandalo Enron,
e Richard Cheney, chiamato in causa per aver ricevuto 8,5 milioni
di dollari dall'industria Haliburton quando la lasciò per
divenire vice-presidente.
(Traduzione di M. D.) aa qq
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