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da La Repubblica del 9 ottobre 2001
di MAGDI ALLAM
È possibile che dietro l'offensiva del terrore e gli altisonanti
appelli
alla Guerra santa di Osama Bin Laden, da un lato, e dietro la guerra
contro
il terrorismo e i non meno vibranti appelli alla solidarietà
internazionale
di Bush, dall'altro, ci siano degli interessi petroliferi? È
la tesi
ardita, ma tutt'altro che solitaria, di Abdallah al Emadi, editorialista
del quotidiano Arrayah del Qatar: «Oggi l'America si appresta
a mettere le
mani su una regione che non è meno importante del Golfo.
E' la regione del
Mar Caspio e del Caucaso, molto ricca di greggio e di gas. Se riuscirà
a
controllare questa regione, così come è il caso del
Golfo, l'America si
garantirà il mantenimento della leadership mondiale».
Ormai non è più un mistero che l'ascesa al potere
dei Taliban fu possibile
grazie al sodalizio tra il Pakistan, Bin Laden e gli Stati Uniti
nel nome
dell'oro nero e del contenimento dell'Iran degli ayatollah. Fu l'allora
presidente americano Clinton a chiedere all'Arabia Saudita di unirsi
nell'alleanza proTaliban. Una alleanza sancita dalla nascita di
un
consorzio internazionale con alla testa la società petrolifera
americana
Unocal e di cui facevano parte imprese italiane, inglesi, norvegesi,
olandesi, francesi e belghe, per la costruzione di un gasdotto che
dal
Turkmenistan, attraversando l'Afghanistan, sfociasse in Pakistan.
Il
consorzio comprendeva la società saudita Delta Oil, quella
pakistana
Crescent Group e la russa Gazprom. Il costo stimato del progetto
era di 4,5
miliardi di dollari, un investimento di tale portata che non si
sarebbe
potuto fare in assenza di solide garanzie di stabilità, requisito
che
mancava all'Afghanistan. Lo stesso ex re Zahir Shah ha così
spiegato la
decisione di dar vita ai Taliban: «Il progetto non si poteva
realizzare
perché in Afghanistan c'era la guerra civile. Fu così
che l'America si mise
d'accordo con il governo pakistano di Benazir Bhutto per creare
una nuova
forza politica e militare in grado di imporre la sicurezza in Afghanistan,
i Taliban appunto». L'uomo incaricato di tessere le fila del
progetto era
Robin Raphel, sottosegretario al dipartimento di Stato americano.
Non
stupisce che subito dopo la presa di Kabul, Washington era sembrata
pronta
a riconoscere il nuovo regime dei Taliban e il dipartimento di Stato
aveva
espresso l'auspicio che i Taliban «restaurassero rapidamente
l'ordine e la
sicurezza».
Ma le cose andarono diversamente e due anni dopo la Unocal decise
di
ritirarsi dal consorzio. Nello stesso periodo, siamo nel giugno
1998, Bin
Laden tirò fuori tutto il suo furore rivoluzionario e fondò
il «Fronte
internazionale islamico per la Guerra santa contro gli ebrei e i
crociati»
il cui obiettivo dichiarato è la cacciata degli americani
dalla Penisola
arabica e dal Golfo nel cui sottosuolo giacciono i due terzi delle
riserve
petrolifere mondiali.
Probabilmente gli storici ricorderanno che i tragici fatti che hanno
insanguinato l'America e che si stanno abbattendo sull'Afghanistan
erano
motivati dalla contesa tra l'America e Bin Laden per il controllo
del
petrolio. Ma ciò che si può sostenere da subito è
che l'America paga il
prezzo della miopia politica che l'ha portata in primo tempo a creare
il
personaggio Bin Laden e le decine di migliaia di mujahiddin afgani
e, dopo,
a far nascere i Taliban. Sono proprio queste creature volute dall'America
ad essersi trasformate nel peggior nemico dell'America.
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