|
Le due "Torri Gemelle" , simbolo delle "magnifiche
sorti progressive" del capitalismo americano, crollano in un
mare di fiamme provocato da due aerei trasformati in bombe umane
da Kommando-Kamikaze. Si parla di 20.000 morti !
Un'immagine televisiva ci rimanda il pentagono in fiamme colpito
da un altro aereo-bomba, mentre un quarto è abbattuto dagli
F16 americani (con tutti i passeggeri.). Altri due attentati (al
Campidoglio e al dipartimento di stato) convincono definitivamente
i vertici americani del buco clamoroso del sistema di intelligence
più famoso del mondo (la CIA) e costringono il presidente
Bush a starsene otto ore buone col culo per aria in attesa che la
situazione si tranquillizzi.
Questi, in grande sintesi, i fatti.
A lungo si analizzerà la complessità della macchina
operativa che ha realizzato l'attentato, la grande disponibilità
di uomini, conoscenze, connivenze, tecnologie, tempo e denaro necessari
ad un operazione del genere . O forse è il riflesso condizionato
del gigantismo americano a farci sopravvalutare la complessità
dell'atto.
Resta il dato che per la prima volta nella loro storia gli USA vengono
duramente colpiti sul loro territorio dimostrando una vulnerabilità
fino a oggi confinata nei films di fantascienza.
In contemporanea il più incredibile degli spettacoli attacca
al televisore larga parte del pianeta. Noi fra gli altri. E se all'immagine
del pentagono in fiamme tanti avranno avuto un senso di sorpresa
e di vertigine, ricordando la percezione di onnipotenza del tiro-a-segno
su Baghdad o su Belgrado, questa sensazione era subito compressa
e razionalizzata nel
quadro immane della tragedia : 20.000 morti! Fra essi segretarie,
pompieri, fattorini, tanti dei nostri potenziali alleati, quelli
cui ci rivolgiamo quando ci mobilitiamo per "un altro mondo
possibile" . I proletari sono tali quando vengono bombardati
in Kossovo, in Palestina o a New York.
Magari qualcuno di loro è stato in piazza a Seattle nelle
manifestazioni che hanno visto rinascere il movimento globale.
Premettiamo queste "ambigue" sensazioni alla riflessione,
affinchè il necessario distacco dell'analisi o lo stupido
cinismo della "politica" non creino un diaframma troppo
forte con la materiale umanità dei fatti.
Nello stesso tempo la grande macchina dello spettacolo universale
ci restituisce un'altra immagine ugualmente drammatica : quella
di un mondo spaccato a metà !
Mentre in Occidente si diffonde un sentimento di insicurezza ed
in qualche caso di rabbia e di angoscia, in altre parti del mondo
scene di giubilo sono a mala pena represse dal realismo dei leaders
politici. In tanti, donne e uomini, in Iraq o in Palestina, vedono
nell'apocalisse americana la disperata rivalsa dall'impotenza con
cui subiscono un "nuovo ordine
mondiale" che, con la prepotenza delle armi, li schiaccia quotidianamente
su un presente fatto di ingiustizie e di morte.
E' importante non lasciare spazi all'ambiguità : un attentato
del genere non parla di sicuro il linguaggio della trasformazione
dei rapporti sociali e non tanto (o non solo) per le dimensioni
della violenza quanto per il suo carattere indiscriminato, terroristico
nel senso letterale del termine.
Al tempo stesso, per chi abbia voglia non certo di condividere ma
di capire, ci pone di fronte alcuni elementi di realtà :
anzitutto il collo di bottiglia di un dominio tecnologico e militare
e di una prepotenza politica ed economica dei paesi-NATO, che confina
le speranze di riscatto di interi popoli nei gesti-kamikaze, nel
culto del sacrificio, consegna il consenso a leadership religiose
le cui organizzazioni sono spesso state finanziate dallo stesso
occidente in chiave anticomunista, e che pure oggi appaiono a volte
l'ultima sponda per resistere ad un annientamento culturale ed umano
prima ancora che fisico.
Quanto al carattere terroristico di azioni rivolte contro civili
inermi, la loro riduzione a simboli da utilizzare nella pervasiva
potenza della comunicazione di massa, è un modello sancito
proprio dall'occidente, nell'ottica di guerre (dall'Iraq alla Jugoslavia)
che devono fare vittime da una parte sola, di un "diritto"
onnipotente perché inserito in uno
schema manicheo che divide il mondo fra barbarie e civiltà
secondo una geografia tracciata dagli interessi del padrone. In
fondo la Jihad (guerra santa) islamica è una traduzione speculare,
ma altrettanto efficace dell'assolutismo ideologico che lega la
NATO agli hamburgers McDonalds.
Queste considerazioni servono a calibrare le enormi responsabilità
di chi in Europa e negli Usa tenta di contrastare le logiche criminali
del cosiddetto "nuovo ordine mondiale". Sviluppare la
connessione tra i diritti di popoli espropriati di tutto e lo sfruttamento
o l'emarginazione subite da larghe fasce sociali "dell'area
del benessere" è la sola possibile
alternativa agli scenari cui oggi assistiamo.
In effetti dopo gli incredibili accadimenti dell'11 settembre due
opzioni sono plausibili in occidente: la prima sarà perseguita
dalla leadership americana col supporto di grande parte dei poteri
politici e mediatici del mondo. Consiste in un utilizzo in chiave
del tutto reazionaria delle paure che attraversano oggi la società
americana. Nel momento in cui scriviamo non sappiamo ancora in cosa
si tradurranno i venti di guerra sempre più forti, se assisteremo
davvero allo
sviluppo di una nuova guerra "senza confini" nell'era
della globalizzazione neoliberista.
Non possiamo prevedere le caratteristiche della guerra, se punterà
come sembra, ad uno scontro militare, oppure legittimerà
una nuova libertà di manovra dei servizi segreti e delle
azioni di commando a livello internazionale.
Di certo la nuova interpretazione dell'art.5 dello statuto NATO
sancita nella riunione del 12 settembre 2001 è una prima
forzatura che consente di considerare interi popoli "responsabili"
per le iniziative di organizzazioni che neanche li rappresentano.
La divisione del mondo fra stati di diritto e "stati-canaglia"
è la premessa per legittimare qualsiasi operazione volta
a sostenere i propri interessi di parte sotto la dicitura, già
abusata, di "polizia internazionale", forse addirittura
"per spazzare via gli stati come soggetto giuridico della guerra".
Il nemico dichiarato, O-Bin Laden, per la prima volta non è
un capo di stato, e la guerra contro di lui può trovare di
volta in volta differenti "teatri" a seconda dell'interesse
del momento, divenendo alibi per ingerenze militari quasi ovunque.
Peraltro è evidente che la tessitura diplomatica americana,
lusinga le principali potenze militari promettendo
che nella "guerra al terrorismo" ciascuno potrà
individuarlo dove più è "opportuno" : i
russi in Cecenia, l'India nel Kashmir, i Turchi nel Kurdistan ecc....
Nell'immediato si annunciano politiche di rappresaglia sui popoli
spacciate come esibizione di "forza e giustizia", sostegno
alle politiche di riarmo già ampiamente foraggiate dall'amministrazione
repubblicana, accresciuti
investimenti nelle tecnologie del controllo per (v. Echelon) fare
del pianeta una riproduzione del "Grande Fratello" televisivo.
"L'ideologia della sicurezza" diventerà sempre
più l'alibi per introdurre nuove limitazioni alla libertà
individuale ed in particolare per consolidare le barriere dell'esclusione
verso i migranti. Un vile razzismo può sicuramente alimentarsi
nella retorica dello scontro tra "mondo libero" e "oscurantismo".
Sul terreno sociale all'esaltazione del nemico esterno e alla demonizzazione
del "barbaro alle frontiere" può facilmente seguire
l'individuazione del nemico interno, dei fiancheggiatori potenziali
del terrorismo internazionale in chiunque esprima dissenso radicale.
La criminalizzazione del movimento esploso dopo Seattle può
trovare vigore in questa nuova forma di maccartismo. Sul piano internazionale
è credibile che l'amministrazione USA cerchi di utilizzare
la situazione per operare quel definitivo slittamento di sovranità
(già avviato con la guerra in Kossovo) in senso ancora più
oligarchico dall' ONU alla NATO.
Proprio nel momento in cui viene colpito il "cuore" simbolico
dell'impero si cercherà di utilizzare la reazione per consacrare
il ruolo egemonico USA in occidente e per riallineare le gerarchie
dietro il fortino della NATO a dispetto dei pruriti autonomi dell'imperialismo
europeo, espressi nel tentativo di creare una macchina militare
targata UE.
Gli stessi regimi arabi saranno chiamati ad allinearsi dismettendo
anche le critiche formali agli assetti imperiali, con conseguente
recrudescenza delle tensioni interne.
E' una prospettiva oscura che promette a breve nuove guerre, repressione
interna, fanatismo culturale . I primi atti del governo Berlusconi
(decreto razzista contro gli immigrati e annuncio di una "finanziaria
militare" con spostamento di fondi dalla sanità alla
difesa)dimostrano la reattività nel cogliere l'indicazione
americana.
L'alternativa a queste tristi prospettive sta nella capacità
di utilizzare proprio gli spazi aperti su scala planetaria dall'insorgente
movimento antiglobalizzazione per sostenere "un'altra narrazione".
E' quella narrazione che riconosce nella NATO il più attivo
, dopo il 1989, tra gli strumenti internazionali della globalizzazione
neoliberista.
Una narrazione che lega la logica di esproprio e di dominio sul
piano internazionale con le politiche di privatizzazione, di precarizzazione
del lavoro e generale erosione dei diritti sociali nelle metropoli,
che connette l'onnipotenza delle multinazionali con l'approfondirsi
di problematiche globali di distruzione dell'ambiente, monopolio
dell'informazione e brevettazione persino dei codici della vita
.
Del resto se intere popolazioni sono ridotte a potenziali bersagli,
non diversa è la considerazione per i civili europei ed americani,
subissati di merci nocive e utilizzati come scudi umani riempiendo
le città di siti militari (e "nucleari" come a
Napoli) che comportano grave rischio per la sicurezza collettiva.
Occorre demistificare la retorica del padrone, mettere a nudo il
re per evidenziare lo scenario complessivo della tragedia di New
York ! Come in una pessima sceneggiatura, infatti, i "mostri"
additati oggi all'occidente come potenziali responsabili dell'attentato,
come nemici della civiltà e della ragione sono a volte davvero
dei pessimi soggetti, ma sono stati a loro volta sostenuti o addirittura
costruiti dallo stesso occidente in tempi diversi per perseguire
interessi spesso inconfessabili: basta pensare a Saddam Hussein,
finanziato dalla Cia negli anni '80 per frenare l'influenza iraniana
nella regione mediorientale, o a Bin Laden, sostenuto dagli USA
in chiave anti-sovietica in Afghanistan, o agli stessi Talebani,
finanziati fino a qualche anno fa addirittura col fondo antidroga
dell'ONU (e proprio mentre l'Afghanistan diventava il primo produttore
mondiale di oppio.) affinchè portassero fuori dall'influenza
russa il controllo sui principali gasdotti provenienti dai paesi
della ex-Unione Sovietica.
Frenare questa perversa onnipotenza che manipola il destino di interi
popoli è la premessa per imporre altre priorità al
modello di sviluppo su scala planetaria.
Alcune considerazioni possono forse arricchire il quadro di questa
breve riflessione :
- La recessione. Un po' opportunisticamente i media legano allo
shock statunitense il possibile avvio di una forte recessione. In
realtà il quadro è inverso : i tragici accadimenti
dell'11 settembre possono accelerare un processo che però
li precede e fà da sfondo all'intera vicenda. La fase di
crisi dura da almeno un anno negli Usa e tende a contagiare l'Europa.
Basti pensare all'incredibile black-out delle compagnie elettriche
della ricchissima California o al parziale sgonfiamento della bolla
finanziaria con la crisi delle aziende di telecomunicazione. In
questo scenario già l'amministrazione repubblicana ha dettato
la sua ricetta : devastazione delle risorse ambientali per ritornare
all'incubo dell'energia nucleare; lacrime e sangue sul terreno sociale
per spostare gli investimenti sull'industria militare, rilancio
dell'egemonia americana e del suo controllo delle risorse su scala
mondiale. La proposta di "scudo stellare" che doveva essere
anche al centro dell'incontro NATO di settembre a Napoli, prevede
un investimento complessivo di due milioni di miliardi di lire (!)
senza contare che una volta costruito renderebbe molto più
sicuri gli Usa nel rilanciare il terrore della minaccia nucleare.
Si tratta di un progetto che, accentrando la ricerca negli Usa,
propone anche un nuovo slittamento verso gli Stati Uniti del baricentro
della divisione internazionale del lavoro. E' questo uno dei motivi
che genera perplessità in diversi partners NATO (v. la Francia)
oltre che per ragioni strategiche legate ad autonome ambizioni.
E' un processo che drammatizza strumentalmente le tensioni nell'insieme
della politica internazionale. E del resto basta pensare a quanto
fatto dalla amministrazione repubblicana in pochi mesi accentuando
la già notevole aggressività della presidenza Clinton:
ha esordito con un bombardamento sull'Iraq, proseguito col raffreddamento
dei rapporti diplomatici con la Corea del Nord, accresciuto l'ostilità
verso il gigante cinese e soprattutto appoggiato Sharon nel completare
l'affossamento delle speranze palestinesi !
In questa cornice si inserisce la tragedia di New York. Non amiamo
le dietrologie e non sappiamo se ci sono state complicità,
ma di certo negli Usa qualcuno non ha pianto! Parliamo dei consigli
di amministrazione delle multinazionali le cui produzioni sono legate
in modo diretto o indiretto all'industria della "sicurezza",
quelle direttamente impegnate negli armamenti, le aziende elettroniche,
certi settori dell'informatica ecc..
L'imponente attività speculativa contro i titoli assicurativi
sviluppatasi una settimana prima dell'11 settembre apre scenari
inquietanti sui soggetti e sugli interessi attivi nel determinare
il dramma di New York.
Del resto, radiografata alla luce dell'economia, la "separatezza"
tra queste due realtà così suggestivamete contrapposte
("la via americana al benessere e il fondamentalismo islamico"
) trova invece sfere di commistione e ambiguita. Il buon Osama è
socio diretto o indiretto in tanti consigli di amministrazione made
in USA, banche, società petrolifere, commercia in oppio con
l'occidente ecc..
- Il muro è caduto ! Forse l'attentato di ieri è
l'evento più fragoroso che conferma la maturazione della
nuova fase avviata dal 1989, più ancora della guerra del
Golfo. Solo dieci anni fa, nel sistema bipolare, in piena deterrenza
nucleare, un evento del genere sarebbe stato impensabile a New York
come a Mosca. Dopo la caduta del muro gli strateghi americani hanno
pensato una dottrina con un solo centro e una grande aggressività
e libertà di manovra sul piano internazionale, convinti che
la superiorità tecnologica potesse confinare la guerra dentro
teatri regionali, lasciando
immune la metropoli e garantendo così un passivo consenso
della società occidentale al "nuovo ordine mondiale".
Una teoria che viene ora drammaticamente smentita ! La globalizzazione
della finanza e delle merci globalizza anche i terribili spettacoli
di morte. E' uno shock che potrebbe aprire crepe impensabili nella
società statunitense. Per questo
l'amministrazione repubblicana accentuerà all'inverosimile
i termini di una risposta reazionaria alla nuova dimensione dell'insicurezza
sociale.
L'alternativa, come detto, è dialogare con queste paure
senza negarle per stupidi cinismi, criticare il rapporto fiduciario
fra moltitudini spaventate e le risposte delle attuali classi dirigenti,
proporre nuove risposte, agevolare elementi di consapevolezza e
soluzioni che solo possono stare in una critica radicale dello stato
di cose presente. Guai, nelle
difficoltà del momento, a dismettere anche momentaneamente
le armi dell'iniziativa politica e della critica, perché
quando le si vorrà riprendere potrebbe non essercene più
lo spazio.
L'alternativa a una prospettiva di barbarie globale sta nel sabotare
la logica del dominio e dello sfruttamento, disertare un futuro
di "guerre umanitarie" e costruire un altro mondo possibile.
CSOA OFFICINA 99
LABORATORIO OCCUPATO SKA
|