11 Settembre 2001: Le macerie del muro di Berlino arrivano a New York

Le due "Torri Gemelle" , simbolo delle "magnifiche sorti progressive" del capitalismo americano, crollano in un mare di fiamme provocato da due aerei trasformati in bombe umane da Kommando-Kamikaze. Si parla di 20.000 morti !
Un'immagine televisiva ci rimanda il pentagono in fiamme colpito da un altro aereo-bomba, mentre un quarto è abbattuto dagli F16 americani (con tutti i passeggeri.). Altri due attentati (al Campidoglio e al dipartimento di stato) convincono definitivamente i vertici americani del buco clamoroso del sistema di intelligence più famoso del mondo (la CIA) e costringono il presidente Bush a starsene otto ore buone col culo per aria in attesa che la situazione si tranquillizzi.
Questi, in grande sintesi, i fatti.
A lungo si analizzerà la complessità della macchina operativa che ha realizzato l'attentato, la grande disponibilità di uomini, conoscenze, connivenze, tecnologie, tempo e denaro necessari ad un operazione del genere . O forse è il riflesso condizionato del gigantismo americano a farci sopravvalutare la complessità dell'atto.
Resta il dato che per la prima volta nella loro storia gli USA vengono duramente colpiti sul loro territorio dimostrando una vulnerabilità fino a oggi confinata nei films di fantascienza.
In contemporanea il più incredibile degli spettacoli attacca al televisore larga parte del pianeta. Noi fra gli altri. E se all'immagine del pentagono in fiamme tanti avranno avuto un senso di sorpresa e di vertigine, ricordando la percezione di onnipotenza del tiro-a-segno su Baghdad o su Belgrado, questa sensazione era subito compressa e razionalizzata nel
quadro immane della tragedia : 20.000 morti! Fra essi segretarie, pompieri, fattorini, tanti dei nostri potenziali alleati, quelli cui ci rivolgiamo quando ci mobilitiamo per "un altro mondo possibile" . I proletari sono tali quando vengono bombardati in Kossovo, in Palestina o a New York.
Magari qualcuno di loro è stato in piazza a Seattle nelle manifestazioni che hanno visto rinascere il movimento globale.
Premettiamo queste "ambigue" sensazioni alla riflessione, affinchè il necessario distacco dell'analisi o lo stupido cinismo della "politica" non creino un diaframma troppo forte con la materiale umanità dei fatti.
Nello stesso tempo la grande macchina dello spettacolo universale ci restituisce un'altra immagine ugualmente drammatica : quella di un mondo spaccato a metà !
Mentre in Occidente si diffonde un sentimento di insicurezza ed in qualche caso di rabbia e di angoscia, in altre parti del mondo scene di giubilo sono a mala pena represse dal realismo dei leaders politici. In tanti, donne e uomini, in Iraq o in Palestina, vedono nell'apocalisse americana la disperata rivalsa dall'impotenza con cui subiscono un "nuovo ordine
mondiale" che, con la prepotenza delle armi, li schiaccia quotidianamente su un presente fatto di ingiustizie e di morte.
E' importante non lasciare spazi all'ambiguità : un attentato del genere non parla di sicuro il linguaggio della trasformazione dei rapporti sociali e non tanto (o non solo) per le dimensioni della violenza quanto per il suo carattere indiscriminato, terroristico nel senso letterale del termine.
Al tempo stesso, per chi abbia voglia non certo di condividere ma di capire, ci pone di fronte alcuni elementi di realtà : anzitutto il collo di bottiglia di un dominio tecnologico e militare e di una prepotenza politica ed economica dei paesi-NATO, che confina le speranze di riscatto di interi popoli nei gesti-kamikaze, nel culto del sacrificio, consegna il consenso a leadership religiose le cui organizzazioni sono spesso state finanziate dallo stesso occidente in chiave anticomunista, e che pure oggi appaiono a volte l'ultima sponda per resistere ad un annientamento culturale ed umano
prima ancora che fisico.
Quanto al carattere terroristico di azioni rivolte contro civili inermi, la loro riduzione a simboli da utilizzare nella pervasiva potenza della comunicazione di massa, è un modello sancito proprio dall'occidente, nell'ottica di guerre (dall'Iraq alla Jugoslavia) che devono fare vittime da una parte sola, di un "diritto" onnipotente perché inserito in uno
schema manicheo che divide il mondo fra barbarie e civiltà secondo una geografia tracciata dagli interessi del padrone. In fondo la Jihad (guerra santa) islamica è una traduzione speculare, ma altrettanto efficace dell'assolutismo ideologico che lega la NATO agli hamburgers McDonalds.
Queste considerazioni servono a calibrare le enormi responsabilità di chi in Europa e negli Usa tenta di contrastare le logiche criminali del cosiddetto "nuovo ordine mondiale". Sviluppare la connessione tra i diritti di popoli espropriati di tutto e lo sfruttamento o l'emarginazione subite da larghe fasce sociali "dell'area del benessere" è la sola possibile
alternativa agli scenari cui oggi assistiamo.
In effetti dopo gli incredibili accadimenti dell'11 settembre due opzioni sono plausibili in occidente: la prima sarà perseguita dalla leadership americana col supporto di grande parte dei poteri politici e mediatici del mondo. Consiste in un utilizzo in chiave del tutto reazionaria delle paure che attraversano oggi la società americana. Nel momento in cui scriviamo non sappiamo ancora in cosa si tradurranno i venti di guerra sempre più forti, se assisteremo davvero allo
sviluppo di una nuova guerra "senza confini" nell'era della globalizzazione neoliberista.
Non possiamo prevedere le caratteristiche della guerra, se punterà come sembra, ad uno scontro militare, oppure legittimerà una nuova libertà di manovra dei servizi segreti e delle azioni di commando a livello internazionale.
Di certo la nuova interpretazione dell'art.5 dello statuto NATO sancita nella riunione del 12 settembre 2001 è una prima forzatura che consente di considerare interi popoli "responsabili" per le iniziative di organizzazioni che neanche li rappresentano.
La divisione del mondo fra stati di diritto e "stati-canaglia" è la premessa per legittimare qualsiasi operazione volta a sostenere i propri interessi di parte sotto la dicitura, già abusata, di "polizia internazionale", forse addirittura "per spazzare via gli stati come soggetto giuridico della guerra".
Il nemico dichiarato, O-Bin Laden, per la prima volta non è un capo di stato, e la guerra contro di lui può trovare di volta in volta differenti "teatri" a seconda dell'interesse del momento, divenendo alibi per ingerenze militari quasi ovunque. Peraltro è evidente che la tessitura diplomatica americana, lusinga le principali potenze militari promettendo
che nella "guerra al terrorismo" ciascuno potrà individuarlo dove più è "opportuno" : i russi in Cecenia, l'India nel Kashmir, i Turchi nel Kurdistan ecc....
Nell'immediato si annunciano politiche di rappresaglia sui popoli spacciate come esibizione di "forza e giustizia", sostegno alle politiche di riarmo già ampiamente foraggiate dall'amministrazione repubblicana, accresciuti
investimenti nelle tecnologie del controllo per (v. Echelon) fare del pianeta una riproduzione del "Grande Fratello" televisivo.
"L'ideologia della sicurezza" diventerà sempre più l'alibi per introdurre nuove limitazioni alla libertà individuale ed in particolare per consolidare le barriere dell'esclusione verso i migranti. Un vile razzismo può sicuramente alimentarsi nella retorica dello scontro tra "mondo libero" e "oscurantismo".
Sul terreno sociale all'esaltazione del nemico esterno e alla demonizzazione del "barbaro alle frontiere" può facilmente seguire l'individuazione del nemico interno, dei fiancheggiatori potenziali del terrorismo internazionale in chiunque esprima dissenso radicale. La criminalizzazione del movimento esploso dopo Seattle può trovare vigore in questa nuova forma di maccartismo. Sul piano internazionale è credibile che l'amministrazione USA cerchi di utilizzare la situazione per operare quel definitivo slittamento di sovranità (già avviato con la guerra in Kossovo) in senso ancora più oligarchico dall' ONU alla NATO.
Proprio nel momento in cui viene colpito il "cuore" simbolico dell'impero si cercherà di utilizzare la reazione per consacrare il ruolo egemonico USA in occidente e per riallineare le gerarchie dietro il fortino della NATO a dispetto dei pruriti autonomi dell'imperialismo europeo, espressi nel tentativo di creare una macchina militare targata UE.
Gli stessi regimi arabi saranno chiamati ad allinearsi dismettendo anche le critiche formali agli assetti imperiali, con conseguente recrudescenza delle tensioni interne.
E' una prospettiva oscura che promette a breve nuove guerre, repressione interna, fanatismo culturale . I primi atti del governo Berlusconi (decreto razzista contro gli immigrati e annuncio di una "finanziaria militare" con spostamento di fondi dalla sanità alla difesa)dimostrano la reattività nel cogliere l'indicazione americana.
L'alternativa a queste tristi prospettive sta nella capacità di utilizzare proprio gli spazi aperti su scala planetaria dall'insorgente movimento antiglobalizzazione per sostenere "un'altra narrazione".
E' quella narrazione che riconosce nella NATO il più attivo , dopo il 1989, tra gli strumenti internazionali della globalizzazione neoliberista.
Una narrazione che lega la logica di esproprio e di dominio sul piano internazionale con le politiche di privatizzazione, di precarizzazione del lavoro e generale erosione dei diritti sociali nelle metropoli, che connette l'onnipotenza delle multinazionali con l'approfondirsi di problematiche globali di distruzione dell'ambiente, monopolio dell'informazione e brevettazione persino dei codici della vita .
Del resto se intere popolazioni sono ridotte a potenziali bersagli, non diversa è la considerazione per i civili europei ed americani, subissati di merci nocive e utilizzati come scudi umani riempiendo le città di siti militari (e "nucleari" come a Napoli) che comportano grave rischio per la sicurezza collettiva.
Occorre demistificare la retorica del padrone, mettere a nudo il re per evidenziare lo scenario complessivo della tragedia di New York ! Come in una pessima sceneggiatura, infatti, i "mostri" additati oggi all'occidente come potenziali responsabili dell'attentato, come nemici della civiltà e della ragione sono a volte davvero dei pessimi soggetti, ma sono stati a loro volta sostenuti o addirittura costruiti dallo stesso occidente in tempi diversi per perseguire interessi spesso inconfessabili: basta pensare a Saddam Hussein, finanziato dalla Cia negli anni '80 per frenare l'influenza iraniana nella regione mediorientale, o a Bin Laden, sostenuto dagli USA in chiave anti-sovietica in Afghanistan, o agli stessi Talebani, finanziati fino a qualche anno fa addirittura col fondo antidroga dell'ONU (e proprio mentre l'Afghanistan diventava il primo produttore mondiale di oppio.) affinchè portassero fuori dall'influenza russa il controllo sui principali gasdotti provenienti dai paesi della ex-Unione Sovietica.
Frenare questa perversa onnipotenza che manipola il destino di interi popoli è la premessa per imporre altre priorità al modello di sviluppo su scala planetaria.

Alcune considerazioni possono forse arricchire il quadro di questa breve riflessione :

- La recessione. Un po' opportunisticamente i media legano allo shock statunitense il possibile avvio di una forte recessione. In realtà il quadro è inverso : i tragici accadimenti dell'11 settembre possono accelerare un processo che però li precede e fà da sfondo all'intera vicenda. La fase di crisi dura da almeno un anno negli Usa e tende a contagiare l'Europa. Basti pensare all'incredibile black-out delle compagnie elettriche della ricchissima California o al parziale sgonfiamento della bolla finanziaria con la crisi delle aziende di telecomunicazione. In questo scenario già l'amministrazione repubblicana ha dettato la sua ricetta : devastazione delle risorse ambientali per ritornare all'incubo dell'energia nucleare; lacrime e sangue sul terreno sociale per spostare gli investimenti sull'industria militare, rilancio
dell'egemonia americana e del suo controllo delle risorse su scala mondiale. La proposta di "scudo stellare" che doveva essere anche al centro dell'incontro NATO di settembre a Napoli, prevede un investimento complessivo di due milioni di miliardi di lire (!) senza contare che una volta costruito renderebbe molto più sicuri gli Usa nel rilanciare il terrore della minaccia nucleare.
Si tratta di un progetto che, accentrando la ricerca negli Usa, propone anche un nuovo slittamento verso gli Stati Uniti del baricentro della divisione internazionale del lavoro. E' questo uno dei motivi che genera perplessità in diversi partners NATO (v. la Francia) oltre che per ragioni strategiche legate ad autonome ambizioni.
E' un processo che drammatizza strumentalmente le tensioni nell'insieme della politica internazionale. E del resto basta pensare a quanto fatto dalla amministrazione repubblicana in pochi mesi accentuando la già notevole aggressività della presidenza Clinton: ha esordito con un bombardamento sull'Iraq, proseguito col raffreddamento dei rapporti diplomatici con la Corea del Nord, accresciuto l'ostilità verso il gigante cinese e soprattutto appoggiato Sharon nel completare l'affossamento delle speranze palestinesi !
In questa cornice si inserisce la tragedia di New York. Non amiamo le dietrologie e non sappiamo se ci sono state complicità, ma di certo negli Usa qualcuno non ha pianto! Parliamo dei consigli di amministrazione delle multinazionali le cui produzioni sono legate in modo diretto o indiretto all'industria della "sicurezza", quelle direttamente impegnate negli armamenti, le aziende elettroniche, certi settori dell'informatica ecc..
L'imponente attività speculativa contro i titoli assicurativi sviluppatasi una settimana prima dell'11 settembre apre scenari inquietanti sui soggetti e sugli interessi attivi nel determinare il dramma di New York.
Del resto, radiografata alla luce dell'economia, la "separatezza" tra queste due realtà così suggestivamete contrapposte ("la via americana al benessere e il fondamentalismo islamico" ) trova invece sfere di commistione e ambiguita. Il buon Osama è socio diretto o indiretto in tanti consigli di amministrazione made in USA, banche, società petrolifere, commercia in oppio con l'occidente ecc..

- Il muro è caduto ! Forse l'attentato di ieri è l'evento più fragoroso che conferma la maturazione della nuova fase avviata dal 1989, più ancora della guerra del Golfo. Solo dieci anni fa, nel sistema bipolare, in piena deterrenza nucleare, un evento del genere sarebbe stato impensabile a New York come a Mosca. Dopo la caduta del muro gli strateghi americani hanno pensato una dottrina con un solo centro e una grande aggressività e libertà di manovra sul piano internazionale, convinti che la superiorità tecnologica potesse confinare la guerra dentro teatri regionali, lasciando
immune la metropoli e garantendo così un passivo consenso della società occidentale al "nuovo ordine mondiale". Una teoria che viene ora drammaticamente smentita ! La globalizzazione della finanza e delle merci globalizza anche i terribili spettacoli di morte. E' uno shock che potrebbe aprire crepe impensabili nella società statunitense. Per questo
l'amministrazione repubblicana accentuerà all'inverosimile i termini di una risposta reazionaria alla nuova dimensione dell'insicurezza sociale.

L'alternativa, come detto, è dialogare con queste paure senza negarle per stupidi cinismi, criticare il rapporto fiduciario fra moltitudini spaventate e le risposte delle attuali classi dirigenti, proporre nuove risposte, agevolare elementi di consapevolezza e soluzioni che solo possono stare in una critica radicale dello stato di cose presente. Guai, nelle
difficoltà del momento, a dismettere anche momentaneamente le armi dell'iniziativa politica e della critica, perché quando le si vorrà riprendere potrebbe non essercene più lo spazio.
L'alternativa a una prospettiva di barbarie globale sta nel sabotare la logica del dominio e dello sfruttamento, disertare un futuro di "guerre umanitarie" e costruire un altro mondo possibile.

CSOA OFFICINA 99
LABORATORIO OCCUPATO SKA

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