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Edizioni DeriveApprodi, Roma, 2001
lire 20.000
pp.224
Indice
1. Introduzione
2. La rete allo conquista dello spazio
3. Le quattro giornate di Napoli
4. Le testimonianze
5. Vecchi e nuovi tipi di violenza dell'ordine liberista di Salvatore
Palidda
6. La repressione del dissenso politico di Enzo Albano
7. La città murata di Maurizio Zanardi
8. E- government contro e- movement: logiche del profitto e controllo
sociale
1. LA RETE ED IL MOLTEPLICE POLITICO
In realtà, non basta dire Viva il molteplice, anche se questo
grido è difficile da lanciare. Nessuna abilità tipografica,
lessicale od anche didattica basterà per farlo sentire. IL
MOLTEPLICE BISOGNA FARLO
.
GILLES. DELEUZE - FELIX GUATTARÌ
Il Global Forum è un incontro tra governi e multinazionali
per discutere di internet e di governo elettronico. E' promosso
dall'Ocse, l'organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico,
insieme alle Nazioni Unite, l'Unione europea, la Banca Mondiale,
e vede la partecipazione di governi centrali e amministrazioni locali,
multinazionali, fondazioni, associazioni non profit e università.
Quella del marzo 2001 a Napoli è la sua terza edizione. Presentata
come occasione di sviluppo e democrazia è una triste parata
di grigi funzionari del potere.
La Zona Rossa è il cuore di Napoli, piazza del Plebiscito,
sottratta alla città reale, espropriata e ridotta a club
privè, salotto di parvenu che studiano da padroni, passerella
di figure marginali della politica nostrana eletti a nuovi leader
del futuro.
Come ormai avviene sempre più di frequente (la Conferenza
nazionale sull'occupazione svoltasi a Roma il 30 gennaio 2001 era
sponsorizzata dalla Microsoft) l'iniziativa è spudoratamente
sponsorizzata; le aziende che co-finanziano l'organizzazione espongono
i propri marchi all'interno degli stand, più che un incontro
di rappresentati di governi sembra un'esposizione di prodotti pronti
al mercato.
E il trionfo delle Multinazionali del governo elettronico è
tale che i politici espongono senza imbarazzi la maglietta dello
sponsor. Nei precedenti forum non c'è stato nient'altro di
rilevante, anche se, come recita il testo del programma ufficiale,
ad Okinawa si è costituita una digital opportunity task force
i cui lavori costituiranno un "prezioso contributo alla crescita
del benessere mondiale"!!
Nell'agenda (per lo meno quella ufficiale) dell'appuntamento napoletano
sull'e.government neanche un tema tanto attuale come quello delle
nuove tecnologie applicate al controllo, alla sorveglianza, alla
repressione da parte delle multinazionali e degli apparati statali
ha trovato spazio: quando si parla di "sicurezza on line"
si preferisce alludere a fenomeni come l' "allarme pedofili"
e si banalizza la questione della privacy come semplice diritto
a essere lasciati in pace. Strano se si pensa che, subito dopo l'integrazione
monetaria, a rinsaldare la coesione dell'Unione Europea ha pensato
Schengen con l'integrazione delle polizie, fondata sulla realizzazione
del SIS (Schengen Information System), la banca dati europea con
funzione anti-migrazioni (l'88% delle informazioni riguarda persone
da deportare o bandire dall'accesso in territorio europeo). Al di
là delle operazioni di facciata, sono fatti come questo che
mostrano l'e. government per quello che già è, e che
sarà sempre di più. Ma delle nuove forme del controllo
elettronico non si parla perché, nonostante il vangelo della
tolleranza zero sia ormai pensiero dominante, si vuole accreditare
l'immagine "leggera" di uno Stato democratico e al servizio
del cittadino; Echelon non è mai nominato in alcuno dei passaggi
ufficiali. E la carta di identità elettronica che presto
conterrà anche i nostri dati biometrici non è altro
che una semplificazione della vita dei cittadini. Del resto, ci
conforta il ministro Bassanini, uno degli ispiratori del Global
Forum, "chi non ha nulla da nascondere non deve temere nulla"
L'Italia ha da gennaio assunto la presidenza semestrale del club
dei ricchi, il G8, e il Global Forum, che in confronto è
una festa per bambini, è stato presentato come un'occasione
di democrazia e di sviluppo.
La Rete No Global è stata la risposta, partecipata ed autorganizzata,
del movimento contro la globalizzazione neoliberista. E' lo strumento
di una lotta che non procede più attraverso soggetti organizzati
gerarchicamente od attratti nell'area gravitazionale di un polo
(sia esso sindacato o partito).
La rete è aperta, connettibile in tutte le sue dimensioni,
smontabile, reversibile, suscettibile di continue modificazioni.
Territoriale per definizione è a molteplici entrate, la struttura
è assente, resistenza continua, sperimentazione del reale
sulla realtà. La sua costruzione nasce attraverso un confronto
continuo che ha coinvolto per mesi tutte le realtà sociali
impegnate sul fronte della lotta alla globalizzazione. La rete ha
tradotto in pratica le idee e le esperienze molteplici dei soggetti
della politica di movimento. E' estesa ed orizzontale ed ha coinvolto
tutti chiamando ciascuno a rispondere della propria libertà.
Del resto quello che importa della rete non è quanto sia
estesa, ma quanto spesse siano le sue maglie. La rete è rizomatica
, i suoi principi sono l'eterogeneità e la connessione; ogni
punto può essere connesso ad un altro, quello che conta non
sono i punti ma le linee. Quale è la consistenza di queste
linee? Sicuramente maggiore di quella dei blocchi colorati in cui
ha rischiato di autoghettizzarsi il movimento antiglobalizzazione
prima del passaggio napoletano.
Ogni linea disegnata dai soggetti della Rete No Global rappresentava
un fronte di lotta, un segmento di pensiero critico da elaborare
e difendere, ed ogni soggetto ha capito che la lotta contro l'esclusione
locale è lotta per l'inclusione globale, perché ogni
rivendicazione del No Global, salario garantito contro la precarietà,
riduzione della giornata lavorativa sociale a parità di salario,
libera circolazione delle persone, diritto alla salute, alla casa,
allo studio, alla pensione, ai servizi sociali pubblici per tutti,
contro il copyright per l'uso sociale dei saperi, altro non è
che una proposta di definizione di nuovi diritti globali, che si
oppongano a questo costante tentativo di ridurre la vita a regolamento
aziendale. Le linee della rete sono molteplici, ma il soggetto del
conflitto a Napoli era unico. Il corteo che ha sfilato il 17 marzo
ha dato un'unica forma alle diverse analisi ed elaborazioni collettive.
Come ogni sistema che si rispetti la sua consistenza è stata
superiore alla somma delle singole parti.
Un evento, in fondo non di primo piano negli appuntamenti internazionali,
è diventato così una tappa cruciale del movimento.
Il III Global forum, di suo, ha vissuto solo il tempo di qualche
titolo di giornale, nulla più conserva il suo ricordo, il
senso della sua parata è svanito e nessuno ne sentirà
la mancanza. Del controvertice invece ancora si discute, fuori e
dentro il movimento antiglobalizzazione.
Nessuno si aspettava una risposta così forte del movimento
ad un vertice semiclandestino , la Rete Noglobal ha invece scommesso
fino in fondo sulle capacità espansive del movimento, puntando
sulla territorializzazione e sul radicamento sociale, affermando
che "la globalizzazione è sotto casa", valorizzando
soprattutto la partecipazione degli immigrati costretti alla clandestinità
nei nostri territori, dei profughi kurdi, palestinesi, rom, oltre
che le delegazioni internazionali di attivisti del "popolo
di Seattle" tanto attese dai nostri provincialissimi mass-media
.
Pochissimi, infine, erano consapevoli che ci si sarebbe dovuti confrontare
contemporaneamente sul piano delle nuove forme del governo elettronico
e di quelle vecchie della repressione in divisa.
E'inteso che ben prima di Napoli, la risposta degli apparati di
sicurezza era stata feroce, come a Praga, ma l'aspetto rilevante
è che questa ferocia venga da uno dei paesi occidentali che
fa parte dei paesi più industrializzati del mondo e che si
prepara ad ospitare il vertice G8 di luglio, e in una città
che negli ultimi anni è stata fiore all'occhiello e laboratorio
politico del governo di centro-sinistra.
2. DALLE RESISTENZE LOCALI AL MOVIMENTO ANTIGLOBALIZZAZIONE
La formula per rovesciare il mondo, noi non l'abbiamo cercata nei
libri , ma girando.
Guy Debord
Da oltre un anno, un inedito fenomeno di conflittualità
sociale è emerso progressivamente sulla scena internazionale:
a partire dal vertice del World Trade Organization a Seattle nel
novembre 1999, ormai puntualmente ogni riunione di organismi sovranazionali,
ogni momento di ratifica di negoziati internazionali è accompagnato
dalle proteste di migliaia di giovani e meno giovani che contestano
la cosiddetta "globalizzazione neoliberista".
In ogni parte del globo, in ogni continente, da Seattle a Quebec
City, da Melbourne a Praga, da Nizza a Napoli, avanza prende forma
un movimento di contestazione che travalica i confini degli stati,
che riempie le strade e le piazze di tante città dei paesi
industrializzati e non solo.
Che cos'è questo movimento contro la globalizzazione, ribattezzato
da più parti come "popolo di Seattle"?
In verità i mass-media hanno molto parlato delle mobilitazioni
anti-globalizzazione, ormai addirittura i "controvertici"
del popolo di Seattle hanno offuscato e spodestato i vertici ufficiali
dal "palcoscenico" della società dell'informazione.
Tuttavia se i riflettori dei mezzi di comunicazione ci propinano
puntualmente le cronache delle mobilitazioni, e troppo spesso i
relativi bollettini di guerra, al momento manca del tutto, soprattutto
in Europa e ancor più in Italia, un' analisi seria e approfondita
sulla composizione, la natura e le ragioni di questo movimento.
Esistono, allo stato attuale, alcuni spunti di riflessione molto
interessanti sull'interconnessione tra i processi di globalizzazione
economica e le dinamiche di internazionalizzazione dei movimenti
sociali ma questi poco o nulla ci dicono sull'emergere simultaneo
e dirompente di queste mobilitazioni, di questo movimento globale.
In passato, alcuni autori hanno rilevato come già in precedenti
cicli di protesta - come nel 1968 o addirittura nel 1848 - erano
presenti alcune caratteristiche (il carattere della casualità
simultanea, l'estensione trans-nazionale) proprie di una mobilitazione
"globale".
Tuttavia non dobbiamo dimenticare come queste mobilitazioni, per
quanto dispiegate in modo simultaneo su punti anche molto distanti
geograficamente, restarono essenzialmente imbrigliate all'interno
di un sistema politico incentrato sul primato della statualità:
per quanto la "geografia mentale" di alcuni protagonisti
di quei movimenti anticipavano la tensione oggi dominante della
mondializzazione e gli stessi attori mobilitati nei diversi paesi
si ispiravano reciprocamente, tuttavia il loro attivismo si sviluppava
in maniera largamente indipendente nei propri contesti nazionali
.
Allo stato attuale, invece, il trionfo della "battaglia condotta
dal capitale per rendersi indipendente dallo spazio e rendersi inafferrabile
dalla politica" ha posto le basi di una globalizzazione dell'economia,
la cui pervasività e il cui dominio investono progressivamente
sempre più gli aspetti e finanche gli "angoli"
ancora incontaminati della società, del pianeta, della vita
quotidiana.
La globalizzazione è aumento della velocità dello
scambio di merci, di informazioni, di servizi è l'annullamento
dello spazio per mezzo del tempo . Protagonista è il capitale
finanziario più di quello industriale. La sua è un
origine antica, da sempre le dinamiche del capitalismo spingono
l'economia di mercato verso l'economia mondo .
In questo contesto, proprio contro queste dinamiche di sussunzione
mondiale, prende forza il movimento anti-globalizzazione.
Un movimento "globale" che nasce e si sviluppa proprio
a partire da questioni globali, cioè da quelle problematiche
e quelle contraddizioni epocali che in nessun modo possono essere
circoscrivibili ad una determinata area geografica o a una limitata
parte della popolazione.
Ai temi classici, tradizionali, dei movimenti di protesta (le campagne
contro le disuguaglianze sociali nel mondo, per la pace, la difesa
dell'ambiente, la lotta contro lo sfruttamento) si affiancano con
sempre più insistenza le battaglie contro il primato della
tecnica e del profitto, contro la mercificazione dell'esistente,
contro il cieco avanzare del progresso, contro le biotecnologie,
ritenute l'ultima frontiera dello sfruttamento capitalistico.
In questo senso l'articolata risposta dei movimenti antagonisti
si è spostata da un crescendo di conflitti locali alla resistenza
globale costruendosi un comune schema di analisi. Il fortunato slogan
"pensare globalmente agire localmente" creato per spiegare
il futuro alla classe dominante americana e alle sue multinazionali,
e rilanciato in chiave antagonista dal movimento, è diventato
oggi "pensare globalmente e agire globalmente".
Un movimento, quello anti-globalizzazione, che proprio per la sua
pluralità di contenuti e rivendicazioni sarebbe sicuramente
più corretto definire al plurale, senza per questo avvalorare
le interpretazioni denigratorie che descrivono il "popolo di
Seattle" come semplicemente un'accozzaglia di soggetti diversi
se non antitetici tra loro.
E' invece proprio il carattere variegato, plurale, differenziato
a rendere interessante analizzare le caratteristiche comuni del
movimento antiglobalizzazione.
In questo senso, dobbiamo volgere l'attenzione e l'analisi verso
le tensioni centripete endogene ed esogene che permettono di far
emergere dinamiche di solidarietà ed identità collettiva
- potremmo dire, globale -, dinamiche che, per quanto labili e confuse,
riescono però a superare non solo le tensioni centrifughe,
ma anche le caratteristiche, "tipiche" dei movimenti,
della frammentarietà e della reticolarità. Frammentarietà
e reticolarità che sono evidenti vincoli sul piano dell'efficienza,
ma diventano risorse in termini di flessibilità e adattabilità.
Proprio questa risorsa strategica della duttilità rappresenta
oggi la premessa operativa della sua progressiva espansione: in
ogni angolo della terra, dinanzi alle tante e difformi ingiustizie
del nostro tempo, il movimento e la critica alla globalizzazione
riesce a dare una risposta, a individuare la radice dei mali del
nostro tempo.
Tuttavia questo movimento non è ancora capace allo stato
attuale di elaborare una proposta alternativa, o quantomeno elementi
di progettualità altra. "Un altro mondo è possibile"
è lo slogan del controvertice di Genova, affascinante ma
poco operativo e concreto sul piano delle indicazioni progettuali
e materiali.
Questo è il limite forte di questa sorta di sincretismo antagonista
che riesce però a trovare forti momenti di unità non
solo di natura strumentale ma anche simbolica, soprattutto nelle
fasi di mobilitazioni in cui è visibile e diretta la contrapposizione
con il proprio avversario.
Da questo punto di vista, il movimento anti-globalizzazione ha individuato
la propria controparte direttamente in quegli organismi sovranazionali
che acquisiscono sempre più margini di decisionalità
e di potere. Le leggi nazionali tendono a ridursi a meri regolamenti;
l'economia scrive altrove le sue norme e per farlo si affida ai
tecnici del capitale. E' nelle sedi delle organizzazioni internazionali
che si stabiliscono le linee guida delle politiche economiche, che
si elaborano aree di comune sfruttamento e quelle a dominio riservato,
che si smantellano i residui di welfare state, si costruiscono fortezze
impenetrabili per i migranti.
E' proprio nelle mobilitazioni tese a denunciare questa dinamica
di ulteriore verticalizzazione dei processi decisionali (che sposta
il baricentro degli assetti di potere dagli stati-nazione - e dai
suoi organi sovrani, eletti democraticamente - alle agenzie e agli
organismi come l'FMI, la BM, l'OCSE,
), che il movimento anti-globalizzazione,
il "popolo di Seattle" si manifesta esplicitamente, accentua
il processo di costruzione della sua identità collettiva.
In verità i "controvertici" sono sempre stati negli
ultimi decenni una costante dei movimenti di protesta: soprattutto
le riunioni del Fondo Monetario Internazionale e del G7/8 hanno
sempre avuto come corollario le contestazioni di attivisti di ogni
genere di movimento sociale.
Tuttavia, da Seattle in poi, non solo si è configurata una
sempre più incisiva e profonda interconnessione tra i diversi
pezzi dell'attivismo sociale, una feconda circolazione di saperi,
esperienze, interpretazioni, ma con sempre più insistenza
abbiamo assistito ai tentativi, rivendicati come del tutto legittimi
sul piano sociale, di bloccare e impedire fisicamente lo svolgimento
dei lavori dei negoziati internazionali.
In questo le giornate di Seattle, in virtù di una serie di
coincidenze e concause forse irripetibili , hanno segnato la storia
dei movimenti.
Ma per cogliere i tratti, l'essenza e il portato di questo movimento,
bisogna guardare oltre le situazioni di esplosione di massa, ai
momenti alti, ma puntuali di mobilitazione e visibilità in
occasione dei "controvertici".
Ci si accorge, in questo modo, che il movimento anti-globalizzazione
non è composto da un pool di contestatori, di professionisti
della protesta che girano l'interno pianeta per inseguire e braccare
i "potenti del mondo": la base sociale e materiale di
queste mobilitazioni risiede invece nel concreto del quotidiano,
nel lavoro sotterraneo, microscopico, capillare, di un pulviscolo
esteso di soggettività collettive, impegnate intorno alle
mille contraddizioni della contemporaneità, che hanno però
trovato un'inedita capacità non solo di divenire rete e valorizzare
delle omogeneità di fondo (in termini di linguaggi, pratiche,
valori, ecc....), ma anche di saper far "precipitare"
in modo sinergico le energie sedimentate nel proprio particolare
all'interno di un'arena "globale", in occasione dei tanti
controvertici che si susseguono ormai con scadenza quasi mensile.
In tali occasioni si rafforzano ulteriormente le solidarietà
e le relazioni tra le realtà sociali che si muovono sullo
stesso terreno, tra le realtà anche differenti per scopi
e per natura, si costruiscono contatti e agende cross-nazionali,
si alimentano quei meccanismi di interazione interpretativa e di
riconoscimento reciproco che permettono una sempre più fluida
comunicazione e contaminazione.
In questo modo viaggiano e si diffondono le idee relative alla struttura
organizzativa, le pratiche e le strategie d'azione, le analisi teoriche,
la simbologia di un nuovo immaginario collettivo.
In verità gli incontri dal vivo, per quanto fondamentali
e imprescindibili, sono solo un'ulteriore ratifica di una relazionalità
e di una comunicazione tra gli attivisti anti-globalizzazione che
si muove nel quotidiano attraverso l'intreccio tra la copertura
degli eventi di protesta da parte dei mezzi tradizionali della comunicazione
di massa e l'uso intenso e diretto dei nuovi strumenti della comunicazione
digitale.
Da questo punto di vista, il "popolo di Seattle" ha avuto
anche e soprattutto la geniale intuizione di utilizzare in modo
massiccio uno degli strumenti cardini della globalizzazione: la
rete telematica.
La "comunicazione mediata dal computer" (d'ora in avanti,
CMC) rappresenta il sistema nervoso e vitale del movimento anti-globalizzazione,
al punto da poter ritenere l'avvento della telematica come uno dei
fattori imprescindibili, senza il quale nessun movimento anti-globalizzazione
avrebbe potutodarsi, almeno nelle forme in cui ci è dato
conoscerlo.
Difatti la struttura dei movimenti, per definizione "segmentati,
acefali, reticolari" , implica inevitabilmente un deficit in
termini di efficienza e di organizzazione al quale è possibile
sopperire solo attraverso forme intense e continue di comunicazione
orizzontale.
E' proprio in questo che la telematica viene "in soccorso"
ai movimenti. Infatti sono le stesse caratteristiche dei flussi
comunicativi telematici a sancire un rovesciamento paradigmatico:
fino ad ora, la stampa, la radio, la televisione, i mezzi di comunicazione
in generale non solo erano, salvo rare eccezioni, mezzi ad esclusivo
appannaggio dei gruppi dominanti, ma racchiudevano in sé,
nella loro logica unidimensionale, uno schema gerarchico in grado
di salvaguardare i rapporti di potere, affinando le forme di consenso,
controllo ed omologazione culturale.
Con la telematica invece si salta anche la bidirezionalità,
per arrivare direttamente ad un sistema multidirezionale: da un
modello tradizionale da uno a molti, basato sulla passività
di masse di utenti a favore di ristretti gruppi di soggetti emittenti,
si passa a modelli da molti a molti, in virtù dei quali si
rende necessaria una rinegoziazione dei modelli di comunicazione
e dei ruoli di autore e di fruitore.
La realizzazione del modello da molti a molti si traduce non soltanto
in differenti interazioni tra autore e fruitore, ma anche nell'apertura
dei canali di creazione e distribuzione delle informazioni a chiunque
abbia accesso alla rete. In pratica avviene la trasformazione della
rete militare in un sistema che sotto molti aspetti realizza il
superamento della comunicazione di massa se non addirittura il sogno
radicale della comunicazione democratica: molteplicità di
obiettivi, policentrismo, utenti che possono trasmettere come ricevere,
dialogo in tempo quasi reale, gestione altamente partecipativa;
caratteristiche queste che "naturalmente" si vengono a
configurare come una base "solida" e sostanziale per le
pratiche e l'agire antagonista dei movimenti.
Quindi l'informalità e la disarticolazione organizzativa
impongono una fluidità comunicativa orizzontale, in grado
di garantire forme di coesione, di coordinamento, di networking
tra le varie isole dell'arcipelago o, meglio ancora, tra i "nodi"
della rete: se questo ragionamento ha una sua validità nel
caso di un contesto specifico e ben definito, qualora ci riferiamo
alla costruzione di un movimento globale, che coinvolge attivisti
di tutti i continenti senza che ci sia alcuna struttura che funga
da centro o collante organizzativo, si comprende bene come la CMC
risulti decisiva non soltanto per quanto riguarda una sua maggior
efficacia, ma anche e soprattutto per la sua stessa esistenza.
Una CMC che ha le stesse caratteristiche proprie dei movimenti sociali,
in quanto anch'essa si presenta rizomatica, acefala, il chepermette
un fecondo "matrimonio" tra movimenti sociali e CMC: proprio
perché gli attivisti ritrovano nell'uso della telematica
non solo un efficace mezzo di comunicazione, ma anche uno strumento
per la valorizzazione e la salvaguardia del principio dell'orizzontalità,
le stessi reti telematiche sono diventate progressivamente un ulteriore
terreno di opposizione e di resistenza contro le logiche del profitto
e i processi di monopolizzazione e mercificazione imposti dalle
multinazionali high-tech.
Nell'immensa ragnatela della comunicazione digitale alternativa,
infatti, non avviene solo uno scambio immenso di informazioni, ma
si cerca sempre con più insistenza di individuare al suo
interno anche forme e dinamiche attraverso le quali sperimentare
pratiche di "democrazia diretta", di decisionalità
diffusa
e non solo.
Hanno ormai preso piede, negli ultimi anni, anche forme più
o meno dispiegate di net-hactivism, di una sorta di "attivismo
telematico" che fa del cyberspazio un inedito terreno di scontro
e di conflitto sociale, suggerendoci delle "anticipazioni"
sulle possibili traiettorie future del conflitto post-industriale.
Un conflitto post-industriale, post-moderno, post-che dir si voglia,
che ha assunto la dimensione digitale e la dimensione globale come
cornici fondanti del proprio essere, riuscendo quindi a oltrepassare
le residualità di movimenti che non ci sono tendenzialmente
più, riconfigurandoli come embrioni di un movimento che non
c'è ancora.
Proprio sulla costruzione di questo movimento che non c'è
ancora in forma compiuta, di questo movimento globale e digitale,
ma necessariamente radicato nel territorio e nelle contraddizioni
sociali, si giocano le sorti non solo di una trasformazione delle
forme tradizionali della partecipazione e della rappresentanza,
ma anche e soprattutto dello stato di cose presenti.
3. LO STATO PENALE E LA POLIZIA DELLO STATO
Poi siamo stati condotti ad uno ad uno in uno stanzino (il bagno)
dove io sono stato spogliato e perquisito. Durante la perquisizione
gli agenti (nel numero di cinque) mi hanno picchiato selvaggiamente:
calci pugni, ginocchiate, gomitate e sputi mi hanno colpito in ogni
parte del corpo e in particolare al volto, alle gambe, ai testicoli
e allo stomaco con una gomitata che mi ha lasciato senza respiro.
Non contenti hanno pure urinato sul mio giubbotto. Inoltre hanno
danneggiato alcuni miei oggetti personali , rotto il mio telefono
cellulare e strappato i miei soldi. Di questa "perquisizione"
non è stato fatto alcun verbale.
Testimonianza di un manifestante fermato
Sabato 17 marzo, a Napoli, un corteo di 30.000 persone, giunto
in piazza Municipio viene fermato a ridosso della Zona Rossa, l'area
invalicabile che ospita il Global Forum. Oltre 7000 agenti schierati
a presidio del nulla caricano, da ogni lato della piazza, i manifestanti.
Ogni via di uscita è bloccata, i pestaggi sono feroci, indiscriminati,
la violenza cieca fino all'ottusità; sotto lo sguardo compiaciuto
del questore di Napoli, Izzo, celerini, finanzieri e carabinieri
si esercitano nel gioco brutale della forza, in una gara di sadismo
e cinismo. La violenza non finisce in piazza. I manifestanti feriti
giunti ai presidi ospedalieri per farsi medicare sono condotti in
caserma, ancora sanguinanti, vengono fermati ed identificati anche
quelli che li accompagnano. Identificazioni e perquisizioni sono
il pretesto per un'ulteriore violenza. In silenzio ed al chiuso,
per non disturbare il pomeriggio della Napoli "perbene"
impegnata nei salotti pomeridiani, la polizia sottopone i fermati
a insulti, minacce, percosse, perquisizioni anali, con il preciso
scopo di intimidirli. Questa volta al riparo da fotografi e televisioni
gli uomini della Digos possono sfogare le loro frustrazioni.
E' così caduta definitivamente, sabato 17, l'immagine rassicurante
del potere illuminato e democratico, che invita tre o quattro delegati
del movimento al tavolo dei relatori, che si dichiara pronto al
dialogo, che punisce e controlla 'dolcemente' con videocamere e
braccialetti elettronici. Il Re si è mostrato per quello
che è, nudo, ma armato di manganello, magari elettronico
La decisione di caricare, disperdere, picchiare i manifestanti
è stata una precisa scelta del questore di Napoli. Lo si
capisce da come la piazza sia stata chiusa da ogni lato, da come
ogni varco sia stato intenzionalmente bloccato a chi chiedeva di
potersi allontanare dalla piazza. Hanno caricato tutti, senza distinzioni,
foto e filmati testimoniano di pestaggi a ragazzi inermi, che indietreggiano
con le mani alzate, si vedono celerini che si accaniscono in gruppo
su manifestanti feriti e sanguinanti. Negli ospedali poi, presidiati
sin dal mattino dalla polizia, il sadismo delle forze dell'ordine
è proseguito senza freni. Tutti coloro che giungevano per
farsi medicare le ferite, compresi i loro accompagnatori sono stati
condotti in stato di fermo nelle caserme Raniero e Pastrengo. Solo
in rari casi l'opposizione di medici e personale para medico è
servita ad evitare che la polizia conducesse via persone ancora
bisognose di cure o per le quali era necessario un ricovero in osservazione.
I più sono finiti nelle caserme malamente medicati e ancora
sanguinanti. Quello che è accaduto poi è dolorosamente
raccontato in queste testimonianze, raccolte nei giorni immediatamente
successivi al 17 marzo. Emerge un altro elemento sconcertante: quello
che è avvenuto nelle caserme è frutto di una razionale
decisione delle forze dell'ordine di punire ed intimidire in maniera
ancora più brutale, se mai fosse stato necessario, chiunque
avesse partecipato alla manifestazione. La logica intimidatoria
è fin troppo evidente. Non siamo di fronte all'iniziativa
di singoli celerini, siamo in presenza di una scelta che è
maturata nei vertici della polizia, vertici che hanno dato carta
bianca ai propri uomini. Bisognava colpire tutti i manifestanti
perché il messaggio lanciato fosse chiaro: nessuno può
essere al sicuro, chi pensa e pratica criticamente non pensi di
potersi difendere dietro al fragile velo dei diritti formalmente
garantiti dalla costituzione. La violenza della polizia si esercita
senza riguardi anche se a farne le spese poi magari è il
figlio di qualche sottosegretario... Sul diritto penale e sulla
polizia post moderna Albano e Palidda fanno delle considerazioni
importanti. Leggi penali e misure di polizia costituiscono le forme
storiche della repressione sociale.
Gli interessi che sono alla base della formazione e dell'applicazione
delle leggi penali sono gli interessi delle classi dominanti. Il
diritto penale è per eccellenza il diritto del potere, è
il diritto che imprigiona, che dispone delle persone e dei loro
corpi, che, in nome della libertà, costruisce carceri. Mentre
si discute delle nuove forme del controllo elettronico le vecchie
continuano a funzionare benissimo.
In Italia, dal 1990 al 2000 il numero di reclusi è raddoppiato.
Mai le nostre carceri sono state così affollate, neanche
negli anni più caldi delle contestazioni sociali e delle
innumerevoli emergenze più volte proclamate. Per comprendere
questa espansione penal-repressiva bisogna guardare oltre oceano.
Negli Stati Uniti il numero di detenuti ha raggiunto il numero di
2 milioni di unità, a cui vanno aggiunti altre 3 milioni
di persone che usufruiscono di quelle che da noi si chiamano misure
alternative alla detenzione . Cinque milioni di persone sono dunque
costrette nel circuito penale. Nel 1978 nelle prigioni statunitensi
erano 'ospiti' 425.000 persone; nel 1999 il numero si è quintuplicato.
La composizione della popolazione detenuta riflette il carattere
razziale e classista della repressione statale. Il 70% dei detenuti
nelle prigioni americane è di colore.
Sullo sfondo della grande reclusione americana una teoria che non
mancherà di fare breccia anche nell'Unione Europea. La teoria
delle "Broken Windows" (finestre infrante), elaborata
nel 1982, è il manifesto teorico della dell'ideologia sicuritaria,
nuova bibbia della polizia . Secondo questa graziosa teoria il disordine
sociale è contagioso e si autopropaga. Se in un edificio
ci sono delle finestre infrante e nessuno le cambia dopo poco tutte
le altre finestre seguiranno la stessa sorte. In altri termini segni
di inciviltà in un quartiere, come appunto finestre infrante,
possono scoraggiare la popolazione a mantenere comportamenti cooperativi
e a ritrarsi rendendo la zona vulnerabile a comportamenti criminali.
Dennis Nowwinki, del Chicago Police Department ha detto di questa
teoria: "Lo sapevo. Quando impediamo ai ragazzi di andare a
chiedere l'elemosina nella metropolitana, noi preveniamo le rapine.
I ragazzi iniziano a chiedere l'elemosina; poi scoprono che la gente
nella metropolitana è impaurita ed iniziano a cercare di
intimidirla perché dia loro dei soldi. Ma dall'intimidazione
a prendere soldi il passo è breve" . L'inciviltà
è crimine in potenza, l'accattonaggio è già
furto, l'ubriaco un possibile assassino, tolleranza zero è
arrestare i writers perché un graffito è solo l'inizio
di una pericolosa carriera criminale. Infrangere una finestra è
il primo passo di una carriera criminale che infrangerà ben
altre leggi. Con questo labile paravento teorico si giustificano
le centinaia di migliaia di arresti per piccole effrazioni che vengono
trattate come gravi minacce all'ordine sociale. La cultura repressiva
unisce democratici e repubblicani. Le leggi che aumentano la durata
delle pene o che introducono il carcere anche per piccoli reati
sono di solito votate all'unanimità dai deputati americani.
Dal 1977 ad oggi l'assemblea parlamentare californiana, sul principio
"One strike and you are in" ha votato oltre 1000 leggi
che stabiliscono l'uso dell'incarcerazione.
La distruzione dello Stato sociale e l'ipertrofia dello Stato penale
sono, secondo Wacquant , due sviluppi concomitanti e complementari,
dipendenti dal modello salariale-fordista e dal compromesso keinesiano
e dall'altro dalla crisi del ghetto come strumento di repressione
dei neri dopo i grandi movimenti dei diritti civili degli anni '60.
Del resto l'utilizzo del carcere e del sistema penale è sempre
dipeso in ultima analisi dalla struttura del mercato del lavoro
. Il legame tra sistema penale e modi di produzione è già
stato esaminato nelle sue diverse forme. Oggi la manodopera in eccesso
viene 'assorbita' e inghiottita nel circuito penale. Il tasso di
disoccupazione americano raggiungerebbe i livelli europei se si
calcolassero i 5 milioni di persone non comprese nelle statistiche
perché detenute. Il ricorso all'emergenza assolve ad una
doppia esigenza:
a) Sposta su di un nemico visibile e inesauribile (arrestare poveri
in una società che produce povertà è un'operazione
infinita) il sentimento collettivo di insicurezza sociale derivante
da un costante impoverimento di strati sempre più ampi della
popolazione.
b) Dà un mandato inesauribile alle agenzie del controllo
sociale che, in virtù dell'emergenza, possono astenersi dalla
dolcezza della disciplina e tornare alla brutalità dei supplizi
ed estendere il potere del loro controllo senza nessun limite .
Il fenomeno del panpenalismo è un fenomeno globale. Prima
ancora che sulle scelte economiche i paesi industrializzati si sono
accordati sui modi di controllo della devianza sociale e politica.
Se gli Stati Uniti hanno dato il via alla grande carcerizzazione
i paesi europei, Italia in testa, hanno seguito l'esempio americano
pur adeguandolo al diverso contesto sociale. Nel nostro paese, l'abbiamo
già detto, si sono raggiunti gli oltre cinquantamila detenuti.
Il 1990 è lo spartiacque che dà il via alle politiche
repressive nei confronti di immigrati e tossicodipendenti, che costituiscono
oltre la metà dei nuovi reclusi. La caratteristica degli
Stati Uniti d'Europa è l'ansiosa preoccupazione nei confronti
dello straniero, del migrante. L'economicismo delle scelte di Maastricht
vincola la presenza di migranti nella vecchia Europa subordinandola
alle esigenze del mondo produttivo; i flussi vengono programmati
in 'modo da essere coerenti con il sistema delle imprese'. Oltre
il numero di braccia che servono per lavori umili e degradanti non
bisogna andare. Così nonostante i tentativi di stabilire
norme per il diritto dei rifugiati e le lotte per fare di ogni sans
papier un cittadino, per l'opinione pubblica gli immigrati sono
sempre, anche quando in possesso di un regolare permesso, clandestini.
La loro precarietà ha una duplice funzione: da un lato quella
di assicurarsi forza lavoro a buon mercato, dall'altro offrire un
facile bersaglio per una crescente insicurezza sociale che preferisce
tradursi in richieste forcaiole più che in legittime rivendicazioni
per la dignità del lavoro e del salario.
Accompagna l'esplosione della repressione penale l'impiego di misure
di polizia, il secondo binario delle politiche di repressione. In
questo senso l'Italia, con le sue norme figlie del fascismo e mai
disconosciute nel dopoguerra, offre un caso degno di studio.
"L'autorità di pubblica sicurezza veglia al mantenimento
dell'ordine pubblico, alla sicurezza dei cittadini, alla loro incolumità
e alla tutela della proprietà" . E' l'inizio del testo
unico delle leggi di polizia, che ha come unico pregio quello della
chiarezza degli intenti. Da oltre settant'ani questo testo consente
alle forze di polizia ed ai loro derivati l'uso della violenza.
La polizia, ha scritto Waltere Benjamin, è la mescolanza
di due specie di violenza, di quella che "pone e di quella
che conserva il diritto" . Le leggi di polizia costituiscono
con il diritto penale l'insieme delle norme con funzioni repressive.
Sia il testo unico che il codice penale sono figli dell'era fascista,
espressioni a loro modo coerenti dell'ideologia autoritaria. Ciò
che dovrebbe sorprendere i democratici, da sempre interessati più
alla forma che alla sostanza, è come queste norme siano sopravvissute
indenni, anche se palesemente contrarie ai principi costituzionali.
E' indubbio infatti che esista una divaricazione tra il sistema
normativo nel suo astratto e l'effettività del sistema punitivo
assicurata in larga parte da norme fasciste, sulle quali nel corso
di cinquant'anni nessuno ha sentito il bisogno di intervenire, anzi.
Nascosti dietro il paravento delle emergenze le leggi antimafia
e la legge Reale del 1975 altro non hanno fatto che ispessire il
corpo delle leggi di pubblica sicurezza.
Il diritto di polizia rende i diritti sanciti costituzionalmente
come mere affermazioni di principio. Ad esempio la libertà
di riunione cede di fronte alla possibilità del Questore
di sospendere qualsiasi riunione per ragioni di ordine pubblico,
di moralità, di sanità pubblica.
La difesa dell'ordine pubblico, ambigua definizione che nasconde
l'antico desiderio di quiete sociale caro a generazioni di regnanti,
è affidata ad un apparato amministrativo incaricato della
repressione preventiva; la polizia dipende direttamente dal potere
esecutivo, ne incarna le esigenze e gli interessi, ma dispone, come
ogni apparato, di una propria autonomia di azione. L'esigenza di
difesa dei ceti dominanti si è rivolta contro straccioni,
vagabondi, oziosi, disoccupati, sottoproletari, immigrati,prostitute,
tossicodipendenti. Ancora prima della definizione di reato, cui
magari una legge arriva troppo tardi, arrivano le misure di sicurezza.
Le categorie dell'individuo pericoloso e sospetto si sono dimostrate
omnicomprensive, contenendo in sé la figura del delinquente
abituale, dell'infermo di mente, della persona indesiderata. Lo
sanno bene i movimenti dei disoccupati a Napoli che hanno di nuovo
subito perquisizioni nelle loro abitazioni, il sequestro di elenchi
di iscritti al movimento e la chiusura delle loro sedi (il testo
unico consente che la polizia disponga la chiusura delle sedi politiche
'sospette'). La legge non pone limiti per il fermo di polizia. Una
persona può essere trattenuta per il tempo necessario ai
rilievi segnaletici, ma quale sia questo tempo necessario non è
detto, come ricorda Ferrajoli "Si tratta di una serie di misure
che formano un sistema di controllo sociale capillare e totalmente
incontrollato. Si pensi alle decine di migliaia di fogli di via
obbligatori emessi ogni anno dalle questure a carico di prostitute,
disoccupati, pregiudicati e emarginati, con provvedimenti quasi
sempre immotivati, nonostante l'obbligo di motivazione stabilito
dall'art. 2 della legge del '55, o con motivazioni stereotipe su
moduli a stampa o in ciclostile"
La novità dell'azione repressiva degli ultimi anni, alla
luce anche di quanto è avvenuto a Napoli, è nel nuovo
bersaglio che essa si è data. Dopo tempi di relativa tranquillità,
in cui la critica anticapitalistica sembrava confinata negli sforzi
di singole avanguardie, il nuovo movimento nato a Seattle ha costretto
le classi dominanti a notti insonni. La contestazione del movimento
di Seattle non è mediabile, non ci sono partiti che se ne
possono appropriare, non può essere ignorata, è in
ogni luogo senza essere da nessuna parte, non è oggetto di
nessuna concertazione. E' una critica radicale, perché giunge
alla radice delle cose. In un momento in cui le politiche monetarie
dovevano regnare incontrastati si è levata inattesa la incessante
voce dei dannati della terra, che assediano gli alberghi dei potenti
e non per chiedere la carità. La strategia del potere, dopo
una fase di iniziale incertezza, è quella della criminalizzazione
dell'intero movimento antiglobalizzazione. E' un'operazione difficile,
perché per portarla a termine, per trasformare in criminali
centinaia di migliaia di persone che manifestano in tutto il mondo,
è necessaria la piena efficienza ed alleanza delle strutture
economico politiche della repressione. Le fasi che possiamo individuare
in questo processo sono tre:
a) La costruzione mediatica delle figure del manifestante terrorista,
violento, sovversivo, socialmente pericoloso, mascherato perché
bandito. Una vetrina rotta durante un corteo darà ai mezzi
di informazione il modo di parlare della violenza dei contestatori,
e di ignorare l'oggetto della contestazione. Socialmente sono le
finestre rotte a creare criminalità, gli accordi commerciali
che liberalizzano la povertà sono coscienziosamente ignorati
da giornali e televisioni.
b) L'uso della forza di polizia sul piano più squisitamente
militare. Se a Seattle la polizia è stata colta di sorpresa
gli apparati di sicurezza di tutto il mondo si sono attrezzati dal
punto di vista degli strumenti (reti metalliche, gas irritanti,
pistole elettriche) e su quello tattico e di controllo della piazza.
c) L'elaborazione di un piano di repressione penale che si traduca
in norme e processi che avranno come scopo principale il monito
sociale, la rassicurazione dell'opinione pubblica attraverso condanne
esemplare ai partecipanti al movimento antiglobalizzazione.
4. IL RE SI SPOGLIA, IL MOVIMENTO SI ESPANDE
Se viviamo, viviamo per camminare sulla testa dei re
Guy Debord
La repressione messa in campo con la certezza dell'impunità
a Napoli il 17 marzo è diventata un boomerang per le istituzioni.
Napoli non è stata la prima (né sarà l'ultima)
manifestazione promossa dall'autorganizzazione sociale ad essere
colpita con una sproporzionata brutalità poliziesca: solo
pochi mesi prima a Brescia contro gli immigrati in piazza per i
diritti negati, poi a Roma contro chi contestava la presenza di
Haider, le forze dell'ordine hanno voluto dare un segnale forte
e duro all'area dell'antagonismo sociale in Italia.
Ma a Napoli ha preso forma una manifestazione di massa che è
stata colpita in modo generalizzato.
Il corteo del 17 marzo infatti era composto in ampia parte da aree
di movimento campane e soggetti che con entusiasmo si avvicinavano
alla politica o ritornavano in piazza dopo decenni di assenza dalla
sfera pubblica. La Rete No Global ha riattivato e composto energie
nascoste, disperse, malamente utilizzate, puntando molto sulla comunicazione
e sul radicamento territoriale, con la prospettiva di non vivere
solo in funzione dell'evento, ma di un movimento in fase espansiva.
Non è stato un processo lineare, ma squilibrato, con più
di una tensione e di un momento di difficoltà, ma alla fine
è risultata una scelta vincente.
La prima questione posta dalla Rete è stata quella delle
nuove tecnologie e in generale della comunicazione: le domande che
il vertice ufficiale non si è posto hanno avuto la loro risposta
nell'uso antagonista della telematica e nella contaminazione di
linguaggi e forme di comunicazione differenti. Accusato impropriamente
di neo luddismo, il movimento ha saputo valorizzare le potenzialità
liberatorie della rete. L'agitazione gioiosa e le tecniche di resistenza
ludica sono state praticate con successo dalla Rete No Global, destrutturando
i luoghi comuni, vincendo il terrorismo psicologico, suscitando
intorno a sé un largo consenso sociale e stimolando la partecipazione
diretta. Il sito www.ocse.org così credibile da confondersi
per mesi con quello ufficiale, l'inganno comunicativo di un potere
elettronico e rassicurante smascherato dalla lotta della Rete nella
rete. Il net strike con il quale si è bloccata l'attività
della Fineco, la controinformazione del sito www.noglobal.org, che
ha subito condiviso con la rete i suoi "spot", i filmati
e le foto delle azioni di "guerriglia comunicativa", l'agenzia
InfoAut che comunicava in tempo reale iniziative e comunicati del
movimento. Le quattro giornate di Napoli hanno vinto la battaglia
mediatica.
Insieme gioco e lotta hanno irriso i simboli rituali di istituzioni
politiche ed economiche che vogliono vestire di modernità
la loro burocrazia. La battaglia è stata vinta con e nei
media. Le galline, le caciotte e le pecore delle azioni ai McDonald's,
la Street Parade con i carri allegorici e la musica, un pallone
posto al centro tra due "squadre" di poliziotti e carabinieri,
l'intrusione di quattro compagni regolarmente invitati alla cena
di gala del Global Forum, con magliette noglobal per turbare la
serena digestione dei commensali, le videocamere oscurate con vernice
e pennelli, hanno fatto breccia nell'apparato di sicurezza come
in quello mediatico, che aveva già pronti in prestampati
gli articoli di condanna del popolo di Seattle e vecchi dossier
scandalistici sui rapporti tra criminalità organizzata e
disoccupati.
Forse anche per questo in piazza la violenza della polizia non ha
risparmiato neanche i giornalisti.
La rabbia a malapena repressa di una sconfitta inesorabile anche
sul piano dell'immagine ha reso più feroce la mano armata
del potere.
Un'intera piazza è diventata una trappola, e non solo per
chi la violenza poliziesca in qualche modo se l'aspetta o è
abituato a subirla. La stragrande maggioranza dei feriti e dei fermati
non appartengono a centri sociali o ad altri percorsi dell'autorganizzazione
sociale. E non sono neanche esuli politici, profughi di guerra,
lavoratori immigrati ipersfruttati e costretti al ricatto della
clandestinità, soggetti che rappresentavano una parte significativa
del "popolo di Napoli" del 17 marzo, ma che hanno dovuto
lasciare la piazza ai primi segnali di tensione: i migranti infatti,
che vivono più direttamente di altri le violente conseguenze
della globalizzazione, sanno bene di essere quelli che pagano il
prezzo più alto quando cadono nelle maglie della "giustizia".
Stavolta la repressione ha colpito anche, e forse soprattutto, quanti
non si sarebbero mai aspettati di poter essere oggetto della violenza
poliziesca, persone pacifiche, o dall'aria "perbene",
ragazzi giovanissimi, individui isolati, passanti che avevano osato
fermarsi a guardare la manifestazione...
La "novità" di Napoli rispetto ai precedenti fatti
di repressione, e forse il passaggio di Napoli, sta in questo: nella
sua valenza di presa di coscienza collettiva e traumatica anche
per gente che lì per lì magari automaticamente chiamava
il 113
e poi il giorno dopo veniva in una stuttura occupata,
L.o.S.k.a., a chiedere giustizia contro le forze dell'ordine!!
Una violenza così esibita, così sfacciatamente indiscriminata
ha mosso indignazione e solidarietà in tutta la metropoli.
Non solo nessuno ha fornito alibi alla polizia "dissociandosi"
il giorno dopo dallo "stile" di gestione della piazza
tenuto da parte della Rete Noglobal e in generale da quanti hanno
ritenuto giusto reagire, ma comitati di genitori e nonne, operatori
sanitari, giornalisti dei media locali, intellettuali, nonchè
magistrati napoletani, si sono schierati apertamente contro il comportamento
delle forze dell'ordine e contro il tentativo di criminalizzazione
del movimento.
Un movimento che ogni giorno fa sempre più paura alla controparte,
alle istituzioni, perché raccoglie sempre più consenso,
allarga sempre più le sue maglie, le simpatie e l'interesse
dei tantissimi soggetti sociali che subiscono quotidianamente gli
effetti nefasti della globalizzazione.
Un movimento che non solo intercetta il malessere diffuso per la
politica intesa come amministrazione dell'esistente e il rifiuto
delle forme tradizionali della rappresentanza e della partecipazione
politica, ma a partire da ciò articola anche la costruzione
di forme alternative di azione, di autorganizzazione dal basso,
fuori e contro un potere che non si vuole abbattere per rimpiazzarne
un altro, ma esautorare, spogliare, far deperire, fino alla sua
scomparsa.
Un movimento che cresce, che a distanza di pochi mesi si ritroverà
a Genova ancor più numeroso. Le straordinarie giornate napoletane
del marzo 2001 hanno rilanciato in Europa il movimento contro la
globalizzazione, che finora aveva avuto i suoi momenti più
significativi oltreoceano (sia in termini di partecipazione che
di proposta politica complessiva), ed hanno posto alcune questioni
a tutto il movimento ed ai suoi nodi locali. Rimettere al centro
dell'agire insieme la pratica dell'obiettivo, e superare così
le secche della sterile polemica su violenza o non violenza e la
rigida divisione in blocchi colorati, in gruppi di affinità;
valorizzare il radicamento sociale, puntare sul consenso e sulla
partecipazione di massa della popolazione locale, per non rischiare
di ridurre il controvertice ad una parentesi, un evento estraneo
al territorio che non sedimenta e non lascia tracce; mantenere una
tensione continua alla comunicazione orizzontale, al coinvolgimento,
al confronto, nella consapevolezza di ogni soggetto di essere una
parte. La sperimentazione messa in campo a Napoli ha avuto un seguito
coerente a Quebec City, dove la contestazione al vertice è
stata determinatissima, unitaria, appoggiata esplicitamente e attivamente
dalla popolazione locale: pare dunque che, di questi assunti, il
movimento antiglobalizzazione non farà più a meno.
Proprio per questo si è scelto probabilmente di far di Napoli
un banco di prova sul terreno della repressione.
Ci si potrebbe domandare: ma se l'aspettavano, nelle "stanze
dei bottoni", che si sarebbe trattato di una manifestazione
realmente di massa, che oltre i centri sociali di tutt'Italia, oltre
il sindacalismo di base, oltre i cobas ed i disoccupati organizzati,
oltre Rifondazione Comunista, oltre l'arcipelago di sigle della
sinistra antagonista, oltre al corpo militante insomma, ci sarebbe
stata praticamente mezza Napoli, buona parte della Campania, famiglie
intere, generazioni diverse, dai nonni e dalle nonne fino ai nipotini,
che ritrovavano dopo più di dieci anni la voglia di scendere
insieme in piazza?
Lo sapevano ed hanno colpito scientemente nel mucchio, sottovalutando
la risposta di indignazione diffusa che una repressione così
ingiustificabile poteva scatenare?
O si è trattato piuttosto di un altrettanto criminale errore
di valutazione, o avevano pensato di dare una lezione "solo"
ad un più ristretto e militante popolo di Seattle in vista
di Genova e delle prossime contestazioni internazionali, ed era
a questo scopo che avevano fatto montare la voglia di picchiare
duro nelle truppe?
Per chi era pronta la "stanza delle torture" della caserma
Raniero? Per i militanti di vecchia data o proprio per chi magari
partecipava per la prima volta o dopo anni ad un corteo?
Noi propendiamo decisamente per la premeditazione, crediamo che
generalizzare la repressione sia ormai una strategia precisa. Crediamo
che a Napoli abbiano voluto colpire proprio il desiderio e la scelta
consapevole di agire insieme, di unirsi in un unico, colorato, determinato
corteo, di praticare in forme diverse un obiettivo comune: riappropriarci
della zona rossa, delegittimare totalmente il vertice, bloccarne
i lavori.
In ogni caso, non hanno fatto bene i loro conti. Anziché
dividerci, infatti, ci hanno uniti ulteriormente nella consapevolezza
che il dissenso, comunque si manifesti, non viene tollerato: alcuni
già lo pensavano, altri l'hanno imparato sulla propria pelle
o su quella dei propri figli e figlie, il 17 marzo a Napoli.
E una diffusa e spontanea solidarietà si è sviluppata
dalla reazione alla brutalità dimostrata dalle forze dell'ordine,
c'è voglia di condividere, di raccontare, di capire, ancora
più di prima.
Questo libro vuole essere da parte nostra un riconoscimento, una
prima risposta, ad una grande domanda di giustizia che non ha trovato
risposta alcuna da parte delle istituzioni "democratiche".
Ma vuol essere anche e soprattutto un contributo di analisi, di
confronto, di dibattito collettivo, all'interno e all'esterno del
movimento contro la globalizzazione neoliberista: per mettere a
disposizione di tutti l'esperienza sviluppata nella costruzione
dal basso del controvertice di Napoli; per socializzare e approfondire
alcune delle questioni aperte dalle "quattro giornate di Napoli",
ulteriore snodo cruciale di quel percorso che da Seattle, a Genova,
e oltre, rimarca la necessità di costruire, nella materialità
del conflitto e dell'autorganizzazione sociale, un altro mondo possibile.
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