Zona Rossa: INTRODUZIONE


Edizioni DeriveApprodi, Roma, 2001
lire 20.000
pp.224

Indice
1. Introduzione
2. La rete allo conquista dello spazio
3. Le quattro giornate di Napoli
4. Le testimonianze
5. Vecchi e nuovi tipi di violenza dell'ordine liberista di Salvatore Palidda
6. La repressione del dissenso politico di Enzo Albano
7. La città murata di Maurizio Zanardi
8. E- government contro e- movement: logiche del profitto e controllo sociale

1. LA RETE ED IL MOLTEPLICE POLITICO
In realtà, non basta dire Viva il molteplice, anche se questo grido è difficile da lanciare. Nessuna abilità tipografica, lessicale od anche didattica basterà per farlo sentire. IL MOLTEPLICE BISOGNA FARLO….
GILLES. DELEUZE - FELIX GUATTARÌ

Il Global Forum è un incontro tra governi e multinazionali per discutere di internet e di governo elettronico. E' promosso dall'Ocse, l'organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, insieme alle Nazioni Unite, l'Unione europea, la Banca Mondiale, e vede la partecipazione di governi centrali e amministrazioni locali, multinazionali, fondazioni, associazioni non profit e università.
Quella del marzo 2001 a Napoli è la sua terza edizione. Presentata come occasione di sviluppo e democrazia è una triste parata di grigi funzionari del potere.
La Zona Rossa è il cuore di Napoli, piazza del Plebiscito, sottratta alla città reale, espropriata e ridotta a club privè, salotto di parvenu che studiano da padroni, passerella di figure marginali della politica nostrana eletti a nuovi leader del futuro.
Come ormai avviene sempre più di frequente (la Conferenza nazionale sull'occupazione svoltasi a Roma il 30 gennaio 2001 era sponsorizzata dalla Microsoft) l'iniziativa è spudoratamente sponsorizzata; le aziende che co-finanziano l'organizzazione espongono i propri marchi all'interno degli stand, più che un incontro di rappresentati di governi sembra un'esposizione di prodotti pronti al mercato.
E il trionfo delle Multinazionali del governo elettronico è tale che i politici espongono senza imbarazzi la maglietta dello sponsor. Nei precedenti forum non c'è stato nient'altro di rilevante, anche se, come recita il testo del programma ufficiale, ad Okinawa si è costituita una digital opportunity task force i cui lavori costituiranno un "prezioso contributo alla crescita del benessere mondiale"!!

Nell'agenda (per lo meno quella ufficiale) dell'appuntamento napoletano sull'e.government neanche un tema tanto attuale come quello delle nuove tecnologie applicate al controllo, alla sorveglianza, alla repressione da parte delle multinazionali e degli apparati statali ha trovato spazio: quando si parla di "sicurezza on line" si preferisce alludere a fenomeni come l' "allarme pedofili" e si banalizza la questione della privacy come semplice diritto… a essere lasciati in pace. Strano se si pensa che, subito dopo l'integrazione monetaria, a rinsaldare la coesione dell'Unione Europea ha pensato Schengen con l'integrazione delle polizie, fondata sulla realizzazione del SIS (Schengen Information System), la banca dati europea con funzione anti-migrazioni (l'88% delle informazioni riguarda persone da deportare o bandire dall'accesso in territorio europeo). Al di là delle operazioni di facciata, sono fatti come questo che mostrano l'e. government per quello che già è, e che sarà sempre di più. Ma delle nuove forme del controllo elettronico non si parla perché, nonostante il vangelo della tolleranza zero sia ormai pensiero dominante, si vuole accreditare l'immagine "leggera" di uno Stato democratico e al servizio del cittadino; Echelon non è mai nominato in alcuno dei passaggi ufficiali. E la carta di identità elettronica che presto conterrà anche i nostri dati biometrici non è altro che una semplificazione della vita dei cittadini. Del resto, ci conforta il ministro Bassanini, uno degli ispiratori del Global Forum, "chi non ha nulla da nascondere non deve temere nulla" …

L'Italia ha da gennaio assunto la presidenza semestrale del club dei ricchi, il G8, e il Global Forum, che in confronto è una festa per bambini, è stato presentato come un'occasione di democrazia e di sviluppo.

La Rete No Global è stata la risposta, partecipata ed autorganizzata, del movimento contro la globalizzazione neoliberista. E' lo strumento di una lotta che non procede più attraverso soggetti organizzati gerarchicamente od attratti nell'area gravitazionale di un polo (sia esso sindacato o partito).
La rete è aperta, connettibile in tutte le sue dimensioni, smontabile, reversibile, suscettibile di continue modificazioni. Territoriale per definizione è a molteplici entrate, la struttura è assente, resistenza continua, sperimentazione del reale sulla realtà. La sua costruzione nasce attraverso un confronto continuo che ha coinvolto per mesi tutte le realtà sociali impegnate sul fronte della lotta alla globalizzazione. La rete ha tradotto in pratica le idee e le esperienze molteplici dei soggetti della politica di movimento. E' estesa ed orizzontale ed ha coinvolto tutti chiamando ciascuno a rispondere della propria libertà.
Del resto quello che importa della rete non è quanto sia estesa, ma quanto spesse siano le sue maglie. La rete è rizomatica , i suoi principi sono l'eterogeneità e la connessione; ogni punto può essere connesso ad un altro, quello che conta non sono i punti ma le linee. Quale è la consistenza di queste linee? Sicuramente maggiore di quella dei blocchi colorati in cui ha rischiato di autoghettizzarsi il movimento antiglobalizzazione prima del passaggio napoletano.
Ogni linea disegnata dai soggetti della Rete No Global rappresentava un fronte di lotta, un segmento di pensiero critico da elaborare e difendere, ed ogni soggetto ha capito che la lotta contro l'esclusione locale è lotta per l'inclusione globale, perché ogni rivendicazione del No Global, salario garantito contro la precarietà, riduzione della giornata lavorativa sociale a parità di salario, libera circolazione delle persone, diritto alla salute, alla casa, allo studio, alla pensione, ai servizi sociali pubblici per tutti, contro il copyright per l'uso sociale dei saperi, altro non è che una proposta di definizione di nuovi diritti globali, che si oppongano a questo costante tentativo di ridurre la vita a regolamento aziendale. Le linee della rete sono molteplici, ma il soggetto del conflitto a Napoli era unico. Il corteo che ha sfilato il 17 marzo ha dato un'unica forma alle diverse analisi ed elaborazioni collettive. Come ogni sistema che si rispetti la sua consistenza è stata superiore alla somma delle singole parti.
Un evento, in fondo non di primo piano negli appuntamenti internazionali, è diventato così una tappa cruciale del movimento.
Il III Global forum, di suo, ha vissuto solo il tempo di qualche titolo di giornale, nulla più conserva il suo ricordo, il senso della sua parata è svanito e nessuno ne sentirà la mancanza. Del controvertice invece ancora si discute, fuori e dentro il movimento antiglobalizzazione.

Nessuno si aspettava una risposta così forte del movimento ad un vertice semiclandestino , la Rete Noglobal ha invece scommesso fino in fondo sulle capacità espansive del movimento, puntando sulla territorializzazione e sul radicamento sociale, affermando che "la globalizzazione è sotto casa", valorizzando soprattutto la partecipazione degli immigrati costretti alla clandestinità nei nostri territori, dei profughi kurdi, palestinesi, rom, oltre che le delegazioni internazionali di attivisti del "popolo di Seattle" tanto attese dai nostri provincialissimi mass-media .

Pochissimi, infine, erano consapevoli che ci si sarebbe dovuti confrontare contemporaneamente sul piano delle nuove forme del governo elettronico e di quelle vecchie della repressione in divisa.
E'inteso che ben prima di Napoli, la risposta degli apparati di sicurezza era stata feroce, come a Praga, ma l'aspetto rilevante è che questa ferocia venga da uno dei paesi occidentali che fa parte dei paesi più industrializzati del mondo e che si prepara ad ospitare il vertice G8 di luglio, e in una città che negli ultimi anni è stata fiore all'occhiello e laboratorio politico del governo di centro-sinistra.

2. DALLE RESISTENZE LOCALI AL MOVIMENTO ANTIGLOBALIZZAZIONE

La formula per rovesciare il mondo, noi non l'abbiamo cercata nei libri , ma girando.
Guy Debord

Da oltre un anno, un inedito fenomeno di conflittualità sociale è emerso progressivamente sulla scena internazionale: a partire dal vertice del World Trade Organization a Seattle nel novembre 1999, ormai puntualmente ogni riunione di organismi sovranazionali, ogni momento di ratifica di negoziati internazionali è accompagnato dalle proteste di migliaia di giovani e meno giovani che contestano la cosiddetta "globalizzazione neoliberista".
In ogni parte del globo, in ogni continente, da Seattle a Quebec City, da Melbourne a Praga, da Nizza a Napoli, avanza prende forma un movimento di contestazione che travalica i confini degli stati, che riempie le strade e le piazze di tante città dei paesi industrializzati e non solo.
Che cos'è questo movimento contro la globalizzazione, ribattezzato da più parti come "popolo di Seattle"?
In verità i mass-media hanno molto parlato delle mobilitazioni anti-globalizzazione, ormai addirittura i "controvertici" del popolo di Seattle hanno offuscato e spodestato i vertici ufficiali dal "palcoscenico" della società dell'informazione.
Tuttavia se i riflettori dei mezzi di comunicazione ci propinano puntualmente le cronache delle mobilitazioni, e troppo spesso i relativi bollettini di guerra, al momento manca del tutto, soprattutto in Europa e ancor più in Italia, un' analisi seria e approfondita sulla composizione, la natura e le ragioni di questo movimento.
Esistono, allo stato attuale, alcuni spunti di riflessione molto interessanti sull'interconnessione tra i processi di globalizzazione economica e le dinamiche di internazionalizzazione dei movimenti sociali ma questi poco o nulla ci dicono sull'emergere simultaneo e dirompente di queste mobilitazioni, di questo movimento globale.
In passato, alcuni autori hanno rilevato come già in precedenti cicli di protesta - come nel 1968 o addirittura nel 1848 - erano presenti alcune caratteristiche (il carattere della casualità simultanea, l'estensione trans-nazionale) proprie di una mobilitazione "globale".
Tuttavia non dobbiamo dimenticare come queste mobilitazioni, per quanto dispiegate in modo simultaneo su punti anche molto distanti geograficamente, restarono essenzialmente imbrigliate all'interno di un sistema politico incentrato sul primato della statualità: per quanto la "geografia mentale" di alcuni protagonisti di quei movimenti anticipavano la tensione oggi dominante della mondializzazione e gli stessi attori mobilitati nei diversi paesi si ispiravano reciprocamente, tuttavia il loro attivismo si sviluppava in maniera largamente indipendente nei propri contesti nazionali .
Allo stato attuale, invece, il trionfo della "battaglia condotta dal capitale per rendersi indipendente dallo spazio e rendersi inafferrabile dalla politica" ha posto le basi di una globalizzazione dell'economia, la cui pervasività e il cui dominio investono progressivamente sempre più gli aspetti e finanche gli "angoli" ancora incontaminati della società, del pianeta, della vita quotidiana.
La globalizzazione è aumento della velocità dello scambio di merci, di informazioni, di servizi è l'annullamento dello spazio per mezzo del tempo . Protagonista è il capitale finanziario più di quello industriale. La sua è un origine antica, da sempre le dinamiche del capitalismo spingono l'economia di mercato verso l'economia mondo .
In questo contesto, proprio contro queste dinamiche di sussunzione mondiale, prende forza il movimento anti-globalizzazione.
Un movimento "globale" che nasce e si sviluppa proprio a partire da questioni globali, cioè da quelle problematiche e quelle contraddizioni epocali che in nessun modo possono essere circoscrivibili ad una determinata area geografica o a una limitata parte della popolazione.
Ai temi classici, tradizionali, dei movimenti di protesta (le campagne contro le disuguaglianze sociali nel mondo, per la pace, la difesa dell'ambiente, la lotta contro lo sfruttamento) si affiancano con sempre più insistenza le battaglie contro il primato della tecnica e del profitto, contro la mercificazione dell'esistente, contro il cieco avanzare del progresso, contro le biotecnologie, ritenute l'ultima frontiera dello sfruttamento capitalistico.
In questo senso l'articolata risposta dei movimenti antagonisti si è spostata da un crescendo di conflitti locali alla resistenza globale costruendosi un comune schema di analisi. Il fortunato slogan "pensare globalmente agire localmente" creato per spiegare il futuro alla classe dominante americana e alle sue multinazionali, e rilanciato in chiave antagonista dal movimento, è diventato oggi "pensare globalmente e agire globalmente".
Un movimento, quello anti-globalizzazione, che proprio per la sua pluralità di contenuti e rivendicazioni sarebbe sicuramente più corretto definire al plurale, senza per questo avvalorare le interpretazioni denigratorie che descrivono il "popolo di Seattle" come semplicemente un'accozzaglia di soggetti diversi se non antitetici tra loro.
E' invece proprio il carattere variegato, plurale, differenziato a rendere interessante analizzare le caratteristiche comuni del movimento antiglobalizzazione.
In questo senso, dobbiamo volgere l'attenzione e l'analisi verso le tensioni centripete endogene ed esogene che permettono di far emergere dinamiche di solidarietà ed identità collettiva - potremmo dire, globale -, dinamiche che, per quanto labili e confuse, riescono però a superare non solo le tensioni centrifughe, ma anche le caratteristiche, "tipiche" dei movimenti, della frammentarietà e della reticolarità. Frammentarietà e reticolarità che sono evidenti vincoli sul piano dell'efficienza, ma diventano risorse in termini di flessibilità e adattabilità.
Proprio questa risorsa strategica della duttilità rappresenta oggi la premessa operativa della sua progressiva espansione: in ogni angolo della terra, dinanzi alle tante e difformi ingiustizie del nostro tempo, il movimento e la critica alla globalizzazione riesce a dare una risposta, a individuare la radice dei mali del nostro tempo.
Tuttavia questo movimento non è ancora capace allo stato attuale di elaborare una proposta alternativa, o quantomeno elementi di progettualità altra. "Un altro mondo è possibile" è lo slogan del controvertice di Genova, affascinante ma poco operativo e concreto sul piano delle indicazioni progettuali e materiali.
Questo è il limite forte di questa sorta di sincretismo antagonista che riesce però a trovare forti momenti di unità non solo di natura strumentale ma anche simbolica, soprattutto nelle fasi di mobilitazioni in cui è visibile e diretta la contrapposizione con il proprio avversario.
Da questo punto di vista, il movimento anti-globalizzazione ha individuato la propria controparte direttamente in quegli organismi sovranazionali che acquisiscono sempre più margini di decisionalità e di potere. Le leggi nazionali tendono a ridursi a meri regolamenti; l'economia scrive altrove le sue norme e per farlo si affida ai tecnici del capitale. E' nelle sedi delle organizzazioni internazionali che si stabiliscono le linee guida delle politiche economiche, che si elaborano aree di comune sfruttamento e quelle a dominio riservato, che si smantellano i residui di welfare state, si costruiscono fortezze impenetrabili per i migranti.
E' proprio nelle mobilitazioni tese a denunciare questa dinamica di ulteriore verticalizzazione dei processi decisionali (che sposta il baricentro degli assetti di potere dagli stati-nazione - e dai suoi organi sovrani, eletti democraticamente - alle agenzie e agli organismi come l'FMI, la BM, l'OCSE,…), che il movimento anti-globalizzazione, il "popolo di Seattle" si manifesta esplicitamente, accentua il processo di costruzione della sua identità collettiva.
In verità i "controvertici" sono sempre stati negli ultimi decenni una costante dei movimenti di protesta: soprattutto le riunioni del Fondo Monetario Internazionale e del G7/8 hanno sempre avuto come corollario le contestazioni di attivisti di ogni genere di movimento sociale.
Tuttavia, da Seattle in poi, non solo si è configurata una sempre più incisiva e profonda interconnessione tra i diversi pezzi dell'attivismo sociale, una feconda circolazione di saperi, esperienze, interpretazioni, ma con sempre più insistenza abbiamo assistito ai tentativi, rivendicati come del tutto legittimi sul piano sociale, di bloccare e impedire fisicamente lo svolgimento dei lavori dei negoziati internazionali.
In questo le giornate di Seattle, in virtù di una serie di coincidenze e concause forse irripetibili , hanno segnato la storia dei movimenti.
Ma per cogliere i tratti, l'essenza e il portato di questo movimento, bisogna guardare oltre le situazioni di esplosione di massa, ai momenti alti, ma puntuali di mobilitazione e visibilità in occasione dei "controvertici".
Ci si accorge, in questo modo, che il movimento anti-globalizzazione non è composto da un pool di contestatori, di professionisti della protesta che girano l'interno pianeta per inseguire e braccare i "potenti del mondo": la base sociale e materiale di queste mobilitazioni risiede invece nel concreto del quotidiano, nel lavoro sotterraneo, microscopico, capillare, di un pulviscolo esteso di soggettività collettive, impegnate intorno alle mille contraddizioni della contemporaneità, che hanno però trovato un'inedita capacità non solo di divenire rete e valorizzare delle omogeneità di fondo (in termini di linguaggi, pratiche, valori, ecc....), ma anche di saper far "precipitare" in modo sinergico le energie sedimentate nel proprio particolare all'interno di un'arena "globale", in occasione dei tanti controvertici che si susseguono ormai con scadenza quasi mensile.
In tali occasioni si rafforzano ulteriormente le solidarietà e le relazioni tra le realtà sociali che si muovono sullo stesso terreno, tra le realtà anche differenti per scopi e per natura, si costruiscono contatti e agende cross-nazionali, si alimentano quei meccanismi di interazione interpretativa e di riconoscimento reciproco che permettono una sempre più fluida comunicazione e contaminazione.
In questo modo viaggiano e si diffondono le idee relative alla struttura organizzativa, le pratiche e le strategie d'azione, le analisi teoriche, la simbologia di un nuovo immaginario collettivo.
In verità gli incontri dal vivo, per quanto fondamentali e imprescindibili, sono solo un'ulteriore ratifica di una relazionalità e di una comunicazione tra gli attivisti anti-globalizzazione che si muove nel quotidiano attraverso l'intreccio tra la copertura degli eventi di protesta da parte dei mezzi tradizionali della comunicazione di massa e l'uso intenso e diretto dei nuovi strumenti della comunicazione digitale.
Da questo punto di vista, il "popolo di Seattle" ha avuto anche e soprattutto la geniale intuizione di utilizzare in modo massiccio uno degli strumenti cardini della globalizzazione: la rete telematica.
La "comunicazione mediata dal computer" (d'ora in avanti, CMC) rappresenta il sistema nervoso e vitale del movimento anti-globalizzazione, al punto da poter ritenere l'avvento della telematica come uno dei fattori imprescindibili, senza il quale nessun movimento anti-globalizzazione avrebbe potutodarsi, almeno nelle forme in cui ci è dato conoscerlo.
Difatti la struttura dei movimenti, per definizione "segmentati, acefali, reticolari" , implica inevitabilmente un deficit in termini di efficienza e di organizzazione al quale è possibile sopperire solo attraverso forme intense e continue di comunicazione orizzontale.
E' proprio in questo che la telematica viene "in soccorso" ai movimenti. Infatti sono le stesse caratteristiche dei flussi comunicativi telematici a sancire un rovesciamento paradigmatico: fino ad ora, la stampa, la radio, la televisione, i mezzi di comunicazione in generale non solo erano, salvo rare eccezioni, mezzi ad esclusivo appannaggio dei gruppi dominanti, ma racchiudevano in sé, nella loro logica unidimensionale, uno schema gerarchico in grado di salvaguardare i rapporti di potere, affinando le forme di consenso, controllo ed omologazione culturale.
Con la telematica invece si salta anche la bidirezionalità, per arrivare direttamente ad un sistema multidirezionale: da un modello tradizionale da uno a molti, basato sulla passività di masse di utenti a favore di ristretti gruppi di soggetti emittenti, si passa a modelli da molti a molti, in virtù dei quali si rende necessaria una rinegoziazione dei modelli di comunicazione e dei ruoli di autore e di fruitore.
La realizzazione del modello da molti a molti si traduce non soltanto in differenti interazioni tra autore e fruitore, ma anche nell'apertura dei canali di creazione e distribuzione delle informazioni a chiunque abbia accesso alla rete. In pratica avviene la trasformazione della rete militare in un sistema che sotto molti aspetti realizza il superamento della comunicazione di massa se non addirittura il sogno radicale della comunicazione democratica: molteplicità di obiettivi, policentrismo, utenti che possono trasmettere come ricevere, dialogo in tempo quasi reale, gestione altamente partecipativa; caratteristiche queste che "naturalmente" si vengono a configurare come una base "solida" e sostanziale per le pratiche e l'agire antagonista dei movimenti.
Quindi l'informalità e la disarticolazione organizzativa impongono una fluidità comunicativa orizzontale, in grado di garantire forme di coesione, di coordinamento, di networking tra le varie isole dell'arcipelago o, meglio ancora, tra i "nodi" della rete: se questo ragionamento ha una sua validità nel caso di un contesto specifico e ben definito, qualora ci riferiamo alla costruzione di un movimento globale, che coinvolge attivisti di tutti i continenti senza che ci sia alcuna struttura che funga da centro o collante organizzativo, si comprende bene come la CMC risulti decisiva non soltanto per quanto riguarda una sua maggior efficacia, ma anche e soprattutto per la sua stessa esistenza.
Una CMC che ha le stesse caratteristiche proprie dei movimenti sociali, in quanto anch'essa si presenta rizomatica, acefala, il chepermette un fecondo "matrimonio" tra movimenti sociali e CMC: proprio perché gli attivisti ritrovano nell'uso della telematica non solo un efficace mezzo di comunicazione, ma anche uno strumento per la valorizzazione e la salvaguardia del principio dell'orizzontalità, le stessi reti telematiche sono diventate progressivamente un ulteriore terreno di opposizione e di resistenza contro le logiche del profitto e i processi di monopolizzazione e mercificazione imposti dalle multinazionali high-tech.
Nell'immensa ragnatela della comunicazione digitale alternativa, infatti, non avviene solo uno scambio immenso di informazioni, ma si cerca sempre con più insistenza di individuare al suo interno anche forme e dinamiche attraverso le quali sperimentare pratiche di "democrazia diretta", di decisionalità diffusa… e non solo.
Hanno ormai preso piede, negli ultimi anni, anche forme più o meno dispiegate di net-hactivism, di una sorta di "attivismo telematico" che fa del cyberspazio un inedito terreno di scontro e di conflitto sociale, suggerendoci delle "anticipazioni" sulle possibili traiettorie future del conflitto post-industriale.
Un conflitto post-industriale, post-moderno, post-che dir si voglia, che ha assunto la dimensione digitale e la dimensione globale come cornici fondanti del proprio essere, riuscendo quindi a oltrepassare le residualità di movimenti che non ci sono tendenzialmente più, riconfigurandoli come embrioni di un movimento che non c'è ancora.
Proprio sulla costruzione di questo movimento che non c'è ancora in forma compiuta, di questo movimento globale e digitale, ma necessariamente radicato nel territorio e nelle contraddizioni sociali, si giocano le sorti non solo di una trasformazione delle forme tradizionali della partecipazione e della rappresentanza, ma anche e soprattutto dello stato di cose presenti.

3. LO STATO PENALE E LA POLIZIA DELLO STATO

Poi siamo stati condotti ad uno ad uno in uno stanzino (il bagno) dove io sono stato spogliato e perquisito. Durante la perquisizione gli agenti (nel numero di cinque) mi hanno picchiato selvaggiamente: calci pugni, ginocchiate, gomitate e sputi mi hanno colpito in ogni parte del corpo e in particolare al volto, alle gambe, ai testicoli e allo stomaco con una gomitata che mi ha lasciato senza respiro. Non contenti hanno pure urinato sul mio giubbotto. Inoltre hanno danneggiato alcuni miei oggetti personali , rotto il mio telefono cellulare e strappato i miei soldi. Di questa "perquisizione" non è stato fatto alcun verbale.
Testimonianza di un manifestante fermato

Sabato 17 marzo, a Napoli, un corteo di 30.000 persone, giunto in piazza Municipio viene fermato a ridosso della Zona Rossa, l'area invalicabile che ospita il Global Forum. Oltre 7000 agenti schierati a presidio del nulla caricano, da ogni lato della piazza, i manifestanti. Ogni via di uscita è bloccata, i pestaggi sono feroci, indiscriminati, la violenza cieca fino all'ottusità; sotto lo sguardo compiaciuto del questore di Napoli, Izzo, celerini, finanzieri e carabinieri si esercitano nel gioco brutale della forza, in una gara di sadismo e cinismo. La violenza non finisce in piazza. I manifestanti feriti giunti ai presidi ospedalieri per farsi medicare sono condotti in caserma, ancora sanguinanti, vengono fermati ed identificati anche quelli che li accompagnano. Identificazioni e perquisizioni sono il pretesto per un'ulteriore violenza. In silenzio ed al chiuso, per non disturbare il pomeriggio della Napoli "perbene" impegnata nei salotti pomeridiani, la polizia sottopone i fermati a insulti, minacce, percosse, perquisizioni anali, con il preciso scopo di intimidirli. Questa volta al riparo da fotografi e televisioni gli uomini della Digos possono sfogare le loro frustrazioni.
E' così caduta definitivamente, sabato 17, l'immagine rassicurante del potere illuminato e democratico, che invita tre o quattro delegati del movimento al tavolo dei relatori, che si dichiara pronto al dialogo, che punisce e controlla 'dolcemente' con videocamere e braccialetti elettronici. Il Re si è mostrato per quello che è, nudo, ma armato di manganello, magari elettronico…

La decisione di caricare, disperdere, picchiare i manifestanti è stata una precisa scelta del questore di Napoli. Lo si capisce da come la piazza sia stata chiusa da ogni lato, da come ogni varco sia stato intenzionalmente bloccato a chi chiedeva di potersi allontanare dalla piazza. Hanno caricato tutti, senza distinzioni, foto e filmati testimoniano di pestaggi a ragazzi inermi, che indietreggiano con le mani alzate, si vedono celerini che si accaniscono in gruppo su manifestanti feriti e sanguinanti. Negli ospedali poi, presidiati sin dal mattino dalla polizia, il sadismo delle forze dell'ordine è proseguito senza freni. Tutti coloro che giungevano per farsi medicare le ferite, compresi i loro accompagnatori sono stati condotti in stato di fermo nelle caserme Raniero e Pastrengo. Solo in rari casi l'opposizione di medici e personale para medico è servita ad evitare che la polizia conducesse via persone ancora bisognose di cure o per le quali era necessario un ricovero in osservazione. I più sono finiti nelle caserme malamente medicati e ancora sanguinanti. Quello che è accaduto poi è dolorosamente raccontato in queste testimonianze, raccolte nei giorni immediatamente successivi al 17 marzo. Emerge un altro elemento sconcertante: quello che è avvenuto nelle caserme è frutto di una razionale decisione delle forze dell'ordine di punire ed intimidire in maniera ancora più brutale, se mai fosse stato necessario, chiunque avesse partecipato alla manifestazione. La logica intimidatoria è fin troppo evidente. Non siamo di fronte all'iniziativa di singoli celerini, siamo in presenza di una scelta che è maturata nei vertici della polizia, vertici che hanno dato carta bianca ai propri uomini. Bisognava colpire tutti i manifestanti perché il messaggio lanciato fosse chiaro: nessuno può essere al sicuro, chi pensa e pratica criticamente non pensi di potersi difendere dietro al fragile velo dei diritti formalmente garantiti dalla costituzione. La violenza della polizia si esercita senza riguardi anche se a farne le spese poi magari è il figlio di qualche sottosegretario... Sul diritto penale e sulla polizia post moderna Albano e Palidda fanno delle considerazioni importanti. Leggi penali e misure di polizia costituiscono le forme storiche della repressione sociale.

Gli interessi che sono alla base della formazione e dell'applicazione delle leggi penali sono gli interessi delle classi dominanti. Il diritto penale è per eccellenza il diritto del potere, è il diritto che imprigiona, che dispone delle persone e dei loro corpi, che, in nome della libertà, costruisce carceri. Mentre si discute delle nuove forme del controllo elettronico le vecchie continuano a funzionare benissimo.
In Italia, dal 1990 al 2000 il numero di reclusi è raddoppiato. Mai le nostre carceri sono state così affollate, neanche negli anni più caldi delle contestazioni sociali e delle innumerevoli emergenze più volte proclamate. Per comprendere questa espansione penal-repressiva bisogna guardare oltre oceano. Negli Stati Uniti il numero di detenuti ha raggiunto il numero di 2 milioni di unità, a cui vanno aggiunti altre 3 milioni di persone che usufruiscono di quelle che da noi si chiamano misure alternative alla detenzione . Cinque milioni di persone sono dunque costrette nel circuito penale. Nel 1978 nelle prigioni statunitensi erano 'ospiti' 425.000 persone; nel 1999 il numero si è quintuplicato. La composizione della popolazione detenuta riflette il carattere razziale e classista della repressione statale. Il 70% dei detenuti nelle prigioni americane è di colore.
Sullo sfondo della grande reclusione americana una teoria che non mancherà di fare breccia anche nell'Unione Europea. La teoria delle "Broken Windows" (finestre infrante), elaborata nel 1982, è il manifesto teorico della dell'ideologia sicuritaria, nuova bibbia della polizia . Secondo questa graziosa teoria il disordine sociale è contagioso e si autopropaga. Se in un edificio ci sono delle finestre infrante e nessuno le cambia dopo poco tutte le altre finestre seguiranno la stessa sorte. In altri termini segni di inciviltà in un quartiere, come appunto finestre infrante, possono scoraggiare la popolazione a mantenere comportamenti cooperativi e a ritrarsi rendendo la zona vulnerabile a comportamenti criminali. Dennis Nowwinki, del Chicago Police Department ha detto di questa teoria: "Lo sapevo. Quando impediamo ai ragazzi di andare a chiedere l'elemosina nella metropolitana, noi preveniamo le rapine. I ragazzi iniziano a chiedere l'elemosina; poi scoprono che la gente nella metropolitana è impaurita ed iniziano a cercare di intimidirla perché dia loro dei soldi. Ma dall'intimidazione a prendere soldi il passo è breve" . L'inciviltà è crimine in potenza, l'accattonaggio è già furto, l'ubriaco un possibile assassino, tolleranza zero è arrestare i writers perché un graffito è solo l'inizio di una pericolosa carriera criminale. Infrangere una finestra è il primo passo di una carriera criminale che infrangerà ben altre leggi. Con questo labile paravento teorico si giustificano le centinaia di migliaia di arresti per piccole effrazioni che vengono trattate come gravi minacce all'ordine sociale. La cultura repressiva unisce democratici e repubblicani. Le leggi che aumentano la durata delle pene o che introducono il carcere anche per piccoli reati sono di solito votate all'unanimità dai deputati americani. Dal 1977 ad oggi l'assemblea parlamentare californiana, sul principio "One strike and you are in" ha votato oltre 1000 leggi che stabiliscono l'uso dell'incarcerazione.
La distruzione dello Stato sociale e l'ipertrofia dello Stato penale sono, secondo Wacquant , due sviluppi concomitanti e complementari, dipendenti dal modello salariale-fordista e dal compromesso keinesiano e dall'altro dalla crisi del ghetto come strumento di repressione dei neri dopo i grandi movimenti dei diritti civili degli anni '60. Del resto l'utilizzo del carcere e del sistema penale è sempre dipeso in ultima analisi dalla struttura del mercato del lavoro . Il legame tra sistema penale e modi di produzione è già stato esaminato nelle sue diverse forme. Oggi la manodopera in eccesso viene 'assorbita' e inghiottita nel circuito penale. Il tasso di disoccupazione americano raggiungerebbe i livelli europei se si calcolassero i 5 milioni di persone non comprese nelle statistiche perché detenute. Il ricorso all'emergenza assolve ad una doppia esigenza:

a) Sposta su di un nemico visibile e inesauribile (arrestare poveri in una società che produce povertà è un'operazione infinita) il sentimento collettivo di insicurezza sociale derivante da un costante impoverimento di strati sempre più ampi della popolazione.

b) Dà un mandato inesauribile alle agenzie del controllo sociale che, in virtù dell'emergenza, possono astenersi dalla dolcezza della disciplina e tornare alla brutalità dei supplizi ed estendere il potere del loro controllo senza nessun limite .

Il fenomeno del panpenalismo è un fenomeno globale. Prima ancora che sulle scelte economiche i paesi industrializzati si sono accordati sui modi di controllo della devianza sociale e politica. Se gli Stati Uniti hanno dato il via alla grande carcerizzazione i paesi europei, Italia in testa, hanno seguito l'esempio americano pur adeguandolo al diverso contesto sociale. Nel nostro paese, l'abbiamo già detto, si sono raggiunti gli oltre cinquantamila detenuti. Il 1990 è lo spartiacque che dà il via alle politiche repressive nei confronti di immigrati e tossicodipendenti, che costituiscono oltre la metà dei nuovi reclusi. La caratteristica degli Stati Uniti d'Europa è l'ansiosa preoccupazione nei confronti dello straniero, del migrante. L'economicismo delle scelte di Maastricht vincola la presenza di migranti nella vecchia Europa subordinandola alle esigenze del mondo produttivo; i flussi vengono programmati in 'modo da essere coerenti con il sistema delle imprese'. Oltre il numero di braccia che servono per lavori umili e degradanti non bisogna andare. Così nonostante i tentativi di stabilire norme per il diritto dei rifugiati e le lotte per fare di ogni sans papier un cittadino, per l'opinione pubblica gli immigrati sono sempre, anche quando in possesso di un regolare permesso, clandestini. La loro precarietà ha una duplice funzione: da un lato quella di assicurarsi forza lavoro a buon mercato, dall'altro offrire un facile bersaglio per una crescente insicurezza sociale che preferisce tradursi in richieste forcaiole più che in legittime rivendicazioni per la dignità del lavoro e del salario.

Accompagna l'esplosione della repressione penale l'impiego di misure di polizia, il secondo binario delle politiche di repressione. In questo senso l'Italia, con le sue norme figlie del fascismo e mai disconosciute nel dopoguerra, offre un caso degno di studio.
"L'autorità di pubblica sicurezza veglia al mantenimento dell'ordine pubblico, alla sicurezza dei cittadini, alla loro incolumità e alla tutela della proprietà" . E' l'inizio del testo unico delle leggi di polizia, che ha come unico pregio quello della chiarezza degli intenti. Da oltre settant'ani questo testo consente alle forze di polizia ed ai loro derivati l'uso della violenza.
La polizia, ha scritto Waltere Benjamin, è la mescolanza di due specie di violenza, di quella che "pone e di quella che conserva il diritto" . Le leggi di polizia costituiscono con il diritto penale l'insieme delle norme con funzioni repressive. Sia il testo unico che il codice penale sono figli dell'era fascista, espressioni a loro modo coerenti dell'ideologia autoritaria. Ciò che dovrebbe sorprendere i democratici, da sempre interessati più alla forma che alla sostanza, è come queste norme siano sopravvissute indenni, anche se palesemente contrarie ai principi costituzionali. E' indubbio infatti che esista una divaricazione tra il sistema normativo nel suo astratto e l'effettività del sistema punitivo assicurata in larga parte da norme fasciste, sulle quali nel corso di cinquant'anni nessuno ha sentito il bisogno di intervenire, anzi. Nascosti dietro il paravento delle emergenze le leggi antimafia e la legge Reale del 1975 altro non hanno fatto che ispessire il corpo delle leggi di pubblica sicurezza.
Il diritto di polizia rende i diritti sanciti costituzionalmente come mere affermazioni di principio. Ad esempio la libertà di riunione cede di fronte alla possibilità del Questore di sospendere qualsiasi riunione per ragioni di ordine pubblico, di moralità, di sanità pubblica.
La difesa dell'ordine pubblico, ambigua definizione che nasconde l'antico desiderio di quiete sociale caro a generazioni di regnanti, è affidata ad un apparato amministrativo incaricato della repressione preventiva; la polizia dipende direttamente dal potere esecutivo, ne incarna le esigenze e gli interessi, ma dispone, come ogni apparato, di una propria autonomia di azione. L'esigenza di difesa dei ceti dominanti si è rivolta contro straccioni, vagabondi, oziosi, disoccupati, sottoproletari, immigrati,prostitute, tossicodipendenti. Ancora prima della definizione di reato, cui magari una legge arriva troppo tardi, arrivano le misure di sicurezza. Le categorie dell'individuo pericoloso e sospetto si sono dimostrate omnicomprensive, contenendo in sé la figura del delinquente abituale, dell'infermo di mente, della persona indesiderata. Lo sanno bene i movimenti dei disoccupati a Napoli che hanno di nuovo subito perquisizioni nelle loro abitazioni, il sequestro di elenchi di iscritti al movimento e la chiusura delle loro sedi (il testo unico consente che la polizia disponga la chiusura delle sedi politiche 'sospette'). La legge non pone limiti per il fermo di polizia. Una persona può essere trattenuta per il tempo necessario ai rilievi segnaletici, ma quale sia questo tempo necessario non è detto, come ricorda Ferrajoli "Si tratta di una serie di misure che formano un sistema di controllo sociale capillare e totalmente incontrollato. Si pensi alle decine di migliaia di fogli di via obbligatori emessi ogni anno dalle questure a carico di prostitute, disoccupati, pregiudicati e emarginati, con provvedimenti quasi sempre immotivati, nonostante l'obbligo di motivazione stabilito dall'art. 2 della legge del '55, o con motivazioni stereotipe su moduli a stampa o in ciclostile"

La novità dell'azione repressiva degli ultimi anni, alla luce anche di quanto è avvenuto a Napoli, è nel nuovo bersaglio che essa si è data. Dopo tempi di relativa tranquillità, in cui la critica anticapitalistica sembrava confinata negli sforzi di singole avanguardie, il nuovo movimento nato a Seattle ha costretto le classi dominanti a notti insonni. La contestazione del movimento di Seattle non è mediabile, non ci sono partiti che se ne possono appropriare, non può essere ignorata, è in ogni luogo senza essere da nessuna parte, non è oggetto di nessuna concertazione. E' una critica radicale, perché giunge alla radice delle cose. In un momento in cui le politiche monetarie dovevano regnare incontrastati si è levata inattesa la incessante voce dei dannati della terra, che assediano gli alberghi dei potenti e non per chiedere la carità. La strategia del potere, dopo una fase di iniziale incertezza, è quella della criminalizzazione dell'intero movimento antiglobalizzazione. E' un'operazione difficile, perché per portarla a termine, per trasformare in criminali centinaia di migliaia di persone che manifestano in tutto il mondo, è necessaria la piena efficienza ed alleanza delle strutture economico politiche della repressione. Le fasi che possiamo individuare in questo processo sono tre:

a) La costruzione mediatica delle figure del manifestante terrorista, violento, sovversivo, socialmente pericoloso, mascherato perché bandito. Una vetrina rotta durante un corteo darà ai mezzi di informazione il modo di parlare della violenza dei contestatori, e di ignorare l'oggetto della contestazione. Socialmente sono le finestre rotte a creare criminalità, gli accordi commerciali che liberalizzano la povertà sono coscienziosamente ignorati da giornali e televisioni.

b) L'uso della forza di polizia sul piano più squisitamente militare. Se a Seattle la polizia è stata colta di sorpresa gli apparati di sicurezza di tutto il mondo si sono attrezzati dal punto di vista degli strumenti (reti metalliche, gas irritanti, pistole elettriche) e su quello tattico e di controllo della piazza.

c) L'elaborazione di un piano di repressione penale che si traduca in norme e processi che avranno come scopo principale il monito sociale, la rassicurazione dell'opinione pubblica attraverso condanne esemplare ai partecipanti al movimento antiglobalizzazione.

4. IL RE SI SPOGLIA, IL MOVIMENTO SI ESPANDE

Se viviamo, viviamo per camminare sulla testa dei re
Guy Debord

La repressione messa in campo con la certezza dell'impunità a Napoli il 17 marzo è diventata un boomerang per le istituzioni.
Napoli non è stata la prima (né sarà l'ultima) manifestazione promossa dall'autorganizzazione sociale ad essere colpita con una sproporzionata brutalità poliziesca: solo pochi mesi prima a Brescia contro gli immigrati in piazza per i diritti negati, poi a Roma contro chi contestava la presenza di Haider, le forze dell'ordine hanno voluto dare un segnale forte e duro all'area dell'antagonismo sociale in Italia.
Ma a Napoli ha preso forma una manifestazione di massa che è stata colpita in modo generalizzato.

Il corteo del 17 marzo infatti era composto in ampia parte da aree di movimento campane e soggetti che con entusiasmo si avvicinavano alla politica o ritornavano in piazza dopo decenni di assenza dalla sfera pubblica. La Rete No Global ha riattivato e composto energie nascoste, disperse, malamente utilizzate, puntando molto sulla comunicazione e sul radicamento territoriale, con la prospettiva di non vivere solo in funzione dell'evento, ma di un movimento in fase espansiva. Non è stato un processo lineare, ma squilibrato, con più di una tensione e di un momento di difficoltà, ma alla fine è risultata una scelta vincente.
La prima questione posta dalla Rete è stata quella delle nuove tecnologie e in generale della comunicazione: le domande che il vertice ufficiale non si è posto hanno avuto la loro risposta nell'uso antagonista della telematica e nella contaminazione di linguaggi e forme di comunicazione differenti. Accusato impropriamente di neo luddismo, il movimento ha saputo valorizzare le potenzialità liberatorie della rete. L'agitazione gioiosa e le tecniche di resistenza ludica sono state praticate con successo dalla Rete No Global, destrutturando i luoghi comuni, vincendo il terrorismo psicologico, suscitando intorno a sé un largo consenso sociale e stimolando la partecipazione diretta. Il sito www.ocse.org così credibile da confondersi per mesi con quello ufficiale, l'inganno comunicativo di un potere elettronico e rassicurante smascherato dalla lotta della Rete nella rete. Il net strike con il quale si è bloccata l'attività della Fineco, la controinformazione del sito www.noglobal.org, che ha subito condiviso con la rete i suoi "spot", i filmati e le foto delle azioni di "guerriglia comunicativa", l'agenzia InfoAut che comunicava in tempo reale iniziative e comunicati del movimento. Le quattro giornate di Napoli hanno vinto la battaglia mediatica.
Insieme gioco e lotta hanno irriso i simboli rituali di istituzioni politiche ed economiche che vogliono vestire di modernità la loro burocrazia. La battaglia è stata vinta con e nei media. Le galline, le caciotte e le pecore delle azioni ai McDonald's, la Street Parade con i carri allegorici e la musica, un pallone posto al centro tra due "squadre" di poliziotti e carabinieri, l'intrusione di quattro compagni regolarmente invitati alla cena di gala del Global Forum, con magliette noglobal per turbare la serena digestione dei commensali, le videocamere oscurate con vernice e pennelli, hanno fatto breccia nell'apparato di sicurezza come in quello mediatico, che aveva già pronti in prestampati gli articoli di condanna del popolo di Seattle e vecchi dossier scandalistici sui rapporti tra criminalità organizzata e disoccupati.
Forse anche per questo in piazza la violenza della polizia non ha risparmiato neanche i giornalisti.

La rabbia a malapena repressa di una sconfitta inesorabile anche sul piano dell'immagine ha reso più feroce la mano armata del potere.
Un'intera piazza è diventata una trappola, e non solo per chi la violenza poliziesca in qualche modo se l'aspetta o è abituato a subirla. La stragrande maggioranza dei feriti e dei fermati non appartengono a centri sociali o ad altri percorsi dell'autorganizzazione sociale. E non sono neanche esuli politici, profughi di guerra, lavoratori immigrati ipersfruttati e costretti al ricatto della clandestinità, soggetti che rappresentavano una parte significativa del "popolo di Napoli" del 17 marzo, ma che hanno dovuto lasciare la piazza ai primi segnali di tensione: i migranti infatti, che vivono più direttamente di altri le violente conseguenze della globalizzazione, sanno bene di essere quelli che pagano il prezzo più alto quando cadono nelle maglie della "giustizia".
Stavolta la repressione ha colpito anche, e forse soprattutto, quanti non si sarebbero mai aspettati di poter essere oggetto della violenza poliziesca, persone pacifiche, o dall'aria "perbene", ragazzi giovanissimi, individui isolati, passanti che avevano osato fermarsi a guardare la manifestazione...
La "novità" di Napoli rispetto ai precedenti fatti di repressione, e forse il passaggio di Napoli, sta in questo: nella sua valenza di presa di coscienza collettiva e traumatica anche per gente che lì per lì magari automaticamente chiamava il 113…e poi il giorno dopo veniva in una stuttura occupata, L.o.S.k.a., a chiedere giustizia contro le forze dell'ordine!!
Una violenza così esibita, così sfacciatamente indiscriminata ha mosso indignazione e solidarietà in tutta la metropoli. Non solo nessuno ha fornito alibi alla polizia "dissociandosi" il giorno dopo dallo "stile" di gestione della piazza tenuto da parte della Rete Noglobal e in generale da quanti hanno ritenuto giusto reagire, ma comitati di genitori e nonne, operatori sanitari, giornalisti dei media locali, intellettuali, nonchè magistrati napoletani, si sono schierati apertamente contro il comportamento delle forze dell'ordine e contro il tentativo di criminalizzazione del movimento.
Un movimento che ogni giorno fa sempre più paura alla controparte, alle istituzioni, perché raccoglie sempre più consenso, allarga sempre più le sue maglie, le simpatie e l'interesse dei tantissimi soggetti sociali che subiscono quotidianamente gli effetti nefasti della globalizzazione.
Un movimento che non solo intercetta il malessere diffuso per la politica intesa come amministrazione dell'esistente e il rifiuto delle forme tradizionali della rappresentanza e della partecipazione politica, ma a partire da ciò articola anche la costruzione di forme alternative di azione, di autorganizzazione dal basso, fuori e contro un potere che non si vuole abbattere per rimpiazzarne un altro, ma esautorare, spogliare, far deperire, fino alla sua scomparsa.
Un movimento che cresce, che a distanza di pochi mesi si ritroverà a Genova ancor più numeroso. Le straordinarie giornate napoletane del marzo 2001 hanno rilanciato in Europa il movimento contro la globalizzazione, che finora aveva avuto i suoi momenti più significativi oltreoceano (sia in termini di partecipazione che di proposta politica complessiva), ed hanno posto alcune questioni a tutto il movimento ed ai suoi nodi locali. Rimettere al centro dell'agire insieme la pratica dell'obiettivo, e superare così le secche della sterile polemica su violenza o non violenza e la rigida divisione in blocchi colorati, in gruppi di affinità; valorizzare il radicamento sociale, puntare sul consenso e sulla partecipazione di massa della popolazione locale, per non rischiare di ridurre il controvertice ad una parentesi, un evento estraneo al territorio che non sedimenta e non lascia tracce; mantenere una tensione continua alla comunicazione orizzontale, al coinvolgimento, al confronto, nella consapevolezza di ogni soggetto di essere una parte. La sperimentazione messa in campo a Napoli ha avuto un seguito coerente a Quebec City, dove la contestazione al vertice è stata determinatissima, unitaria, appoggiata esplicitamente e attivamente dalla popolazione locale: pare dunque che, di questi assunti, il movimento antiglobalizzazione non farà più a meno.

Proprio per questo si è scelto probabilmente di far di Napoli un banco di prova sul terreno della repressione.
Ci si potrebbe domandare: ma se l'aspettavano, nelle "stanze dei bottoni", che si sarebbe trattato di una manifestazione realmente di massa, che oltre i centri sociali di tutt'Italia, oltre il sindacalismo di base, oltre i cobas ed i disoccupati organizzati, oltre Rifondazione Comunista, oltre l'arcipelago di sigle della sinistra antagonista, oltre al corpo militante insomma, ci sarebbe stata praticamente mezza Napoli, buona parte della Campania, famiglie intere, generazioni diverse, dai nonni e dalle nonne fino ai nipotini, che ritrovavano dopo più di dieci anni la voglia di scendere insieme in piazza?
Lo sapevano ed hanno colpito scientemente nel mucchio, sottovalutando la risposta di indignazione diffusa che una repressione così ingiustificabile poteva scatenare?
O si è trattato piuttosto di un altrettanto criminale errore di valutazione, o avevano pensato di dare una lezione "solo" ad un più ristretto e militante popolo di Seattle in vista di Genova e delle prossime contestazioni internazionali, ed era a questo scopo che avevano fatto montare la voglia di picchiare duro nelle truppe?
Per chi era pronta la "stanza delle torture" della caserma Raniero? Per i militanti di vecchia data o proprio per chi magari partecipava per la prima volta o dopo anni ad un corteo?
Noi propendiamo decisamente per la premeditazione, crediamo che generalizzare la repressione sia ormai una strategia precisa. Crediamo che a Napoli abbiano voluto colpire proprio il desiderio e la scelta consapevole di agire insieme, di unirsi in un unico, colorato, determinato corteo, di praticare in forme diverse un obiettivo comune: riappropriarci della zona rossa, delegittimare totalmente il vertice, bloccarne i lavori.
In ogni caso, non hanno fatto bene i loro conti. Anziché dividerci, infatti, ci hanno uniti ulteriormente nella consapevolezza che il dissenso, comunque si manifesti, non viene tollerato: alcuni già lo pensavano, altri l'hanno imparato sulla propria pelle o su quella dei propri figli e figlie, il 17 marzo a Napoli.
E una diffusa e spontanea solidarietà si è sviluppata dalla reazione alla brutalità dimostrata dalle forze dell'ordine, c'è voglia di condividere, di raccontare, di capire, ancora più di prima.
Questo libro vuole essere da parte nostra un riconoscimento, una prima risposta, ad una grande domanda di giustizia che non ha trovato risposta alcuna da parte delle istituzioni "democratiche".
Ma vuol essere anche e soprattutto un contributo di analisi, di confronto, di dibattito collettivo, all'interno e all'esterno del movimento contro la globalizzazione neoliberista: per mettere a disposizione di tutti l'esperienza sviluppata nella costruzione dal basso del controvertice di Napoli; per socializzare e approfondire alcune delle questioni aperte dalle "quattro giornate di Napoli", ulteriore snodo cruciale di quel percorso che da Seattle, a Genova, e oltre, rimarca la necessità di costruire, nella materialità del conflitto e dell'autorganizzazione sociale, un altro mondo possibile.

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