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L'estradizione frettolosa dalla Francia di Paolo Persichetti, e
quella
minacciata di molti altri rifugiati italiani, ripete uno scenario
che di
recente si è già visto troppe volte. Trascorso un
tempo sufficientemente
lungo, si approfitta di un quadro storico e sociale completamente
mutato per regolare vecchi conti, confidando che nel frattempo la
memoria del
contesto in cui gli eventi si produssero sia svanita. Nel nostro
caso, la
speranza è che dopo dieci, quindici, vent¹anni nessuno
ricordi quali circostanze
indussero i governi francesi a concedere asilo a persone, allora
molto
giovani, ricercate dalla giustizia italiana. Se Mitterrand e i suoi
successori lo fecero, non fu per ostilità verso l¹Italia
e i suoi
governanti. Fu invece perché, nell¹intento di spegnere
un movimento di
contestazione (solo qualche volta armato) che aveva coinvolto centinaia
di migliaia di individui, i governi, il sistema politico e la magistratura
italiani adottarono soluzioni normative e giudiziarie dette
di "emergenza".
Ciò volle dire sommarietà dei giudizi, uso esteso
della delazione, mezzi
coercitivi per strappare le confessioni, pene eccedenti qualsiasi
regola di proporzionalità. Non a caso, simile apparato repressivo
(che condusse a
oltre centomila incriminati, quando le frange armate contavano un
numero di militanti molto inferiore) suscitò le proteste
di Amnesty International
e di numerosi osservatori stranieri. Tra questi il governo francese.
Che
comunque non concesse automaticamente l¹asilo a tutti, ma affidò
alla propria
magistratura non "emergenziale" il vaglio delle richieste
italiane di
estradizione. La maggior parte furono cassate come frutto di
una "giustizia militare". Nei rari casi in cui il governo
francese assunse una
decisione in prima persona, fu per l¹enormità delle
circostanze. Esemplare proprio la
vicenda di Paolo Persichetti: condannato in appello (dopo che in
primo
grado era stato assolto) a ventidue anni di carcere per un fumoso
"concorso
morale" in omicidio, quando l¹unico pentito che lo accusava
aveva
ritrattato.
Ma si dimentica troppo facilmente anche la cornice politica entro
la
quale i reati attribuiti ai rifugiati in Francia furono commessi.
L¹Italia degli
anni Settanta e dei primi anni Ottanta non era affatto un paese
normale.
Stragi attuate da neofascisti si rivelarono poi istigate o coperte
dai
servizi segreti. Un¹associazione riconosciuta con fini eversivi,
la
Loggia P2, affiliava militari e uomini di potere. L¹intera
classe politica
allora al governo doveva, un decennio dopo, confessare la propria
corruzione e
dissolversi nell¹ignominia. Di fronte a tanta vergogna, tutto
andrebbe
ridiscusso, in un ripensamento storico che l¹Italia non osa
ancora
intraprendere. Oggi il governo italiano raccoglie non poche schegge
delle forze eversive che furono all¹origine vera degli Anni
di Piombo: P2,
neofascisti, reduci dei partiti sopraffatti dalle indagini sulla
corruzione.
Si professa garantista, ma solo quando sono in gioco gli interessi
materiali dei suoi esponenti o dei suoi protetti. Si compone di
personaggi dalle
fedine penali inguardabili. Noi auspichiamo che il governo francese
tenga presente tutto ciò, quando dall¹Italia gli giungono
ambigue richieste di
estradizione. Che lasci perdere la stupidaggine della lotta globale
a un
terrorismo onnicomprensivo: lui sa, come sappiamo tutti, che le
persone
da estradare non hanno nulla a che vedere con Bin Laden o con i
delitti
idioti delle sedicenti Brigate rosse, riapparse sulla scena italiana
in un
momento di forte tensione sociale. Sia capace, almeno lui, di riflessione
storica.
In Italia è inutile tentare di avviarla: si continuano a
confondere
questioni politiche e codice penale. Specie oggi, quando sono al
governo
individui che rappresentano una sintesi tra le due cose.
Valerio Evangelisti (scrittore) Serge Quadruppani (traduttore,
scrittore) Wu Ming (scrittori) Lello Voce (poeta) Luigi Bernardi
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