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Prime note di riflessione
Avvertenza - La scrittura di questo documento è iniziata
nei giorni immediatamente successivi agli arresti ordinati dalla
Procura e dal Gip di Cosenza, il 15 novembre 2002. La velocità
con cui si sono susseguiti gli eventi durante questo mese ha richiesto
una serie di aggiustamenti in corso d'opera che hanno mutato più
volte il racconto dei fatti e la lettura che ne proponiamo. Considerando
tutto ciò che è accaduto in questo mese c'è
da dire che, evidentemente, c'è un grande movimento dalle
parti del potere. Il numero delle procure, dei magistrati, degli
apparati e delle polizie, delle forze politiche che si sono messi
in moto in questa vicenda si è progressivamente moltiplicato,
accreditando quell'ipotesi che, fino a qualche giorno fa, era soltanto
poco più di un sospetto, e cioè che siamo entrati
prepotentemente in una vera e propria nuova stagione politico-giudiziaria.
Ciò che tentiamo con questo lavoro è una sorta di
diario di appunti, per cercare di non perdere il filo di fronte
ad un attivismo del potere che ha finora dimostrato grande immaginazione
e creatività.
La diciamo grossa, ma siamo tra di noi e non ci formalizziamo.
La guerra dentro l'occidente non è cominciata l'11 settembre
2001 a New York, ma il 30 novembre 1999, a Seattle, quando la 'società
aperta' ha di nuovo dovuto fare i conti con un conflitto sociale
che affollava le piazze, attaccava nei simboli e nella materia i
luoghi del governo e del dominio, conquistava la scena mediatica
con immagini di disordine e opposizione che da anni tutti avevano
consegnato ad un tempo trascorso della storia. Di fronte al risorgere
di una critica radicale al mondo esistente ed al riapparire di un
nemico interno pericoloso ed inatteso, la regia della concertazione
capitalistica è entrata nel panico, consegnando agli eserciti
ed alle polizie la gestione di questo nuovo, originalissimo conflitto
sociale. Una dichiarazione di guerra, insomma, e come in tutte le
guerre un minuto dopo la decisione politica di lanciare l'attacco,
il terreno e la parola passano immediatamente agli apparati militari.
La vertiginosa progressione della risposta repressiva ha raggiunto
il suo culmine e, al tempo stesso, il suo punto catastrofico a Genova,
con una battaglia cruenta e senza esclusione di colpi, dove la morte
è stata cercata, più che essere messa nel conto.
La repressione violenta del movimento non è un accidente
occorso a Genova, a Napoli, a Seattle o a Goteborg, ma una strategia
che si è via via pianificata e che in questo momento, quando
si stanno di nuovo armando i bombardieri per massacrare il nemico
esterno, sta velocemente riorganizzando apparati, servizi, corpi
speciali, controlli e soveglianze.
<<La 'guerra infinita' (giustizia infinita, libertà
duratura, ecc) comporta lo stato di guerra interno permanente, anche
quando l'azione militare ha per teatro territori lontani dal proprio.
In questo caso, oltretutto, il territorio è il mondo intero
e le megalopoli occidentali sono in prima linea. La scelta della
guerra perenne 'in nome della libertà' implica perciò
che proprio la libertà - i diritti civili, di opposizione
e critica, di informazione e azione politica, e persino di movimento
di uomini e capitali - sia la prima vittima>> . La guerra
contro "l'inciviltà" ha creato le condizioni per
un ulteriore attacco ai salari, alle tutele dei lavoratori, ai servizi
del welfare, alle idee che la dipendenza da una sostanza o il disagio
di una mente debbano essere affrontate con la punizione e l'internamento.
Ma non solo. La nuova emergenza antiterrorismo internazionale, esplosa
con virulenza e immediatezza nel cuore dell'impero, si sta diffondendo
velocemente al resto dell'occidente, abbassando la soglia dell'attenzione
democratica ed aprendo una deriva autoritaria di cui si intravedono
segnali sempre più preoccupanti. Alle finanziarie di guerra
si sommano le riforme dei servizi, le raffiche di nomine e movimenti
di prefetti e questori, gli attacchi alle componenti democratiche
della magistratura, la creazione di polizie sovrannazionali (la
nuova polizia europea), la ridefinizione della categoria e delle
fattispecie dei reati di terrorismo.
L'intervento repressivo, cosciente della dubbia produttività
politica delle azioni di ordine pubblico condotte a Napoli e Genova,
agita adesso l'azione giudiziaria per spingere il movimento verso
l'esasperazione delle forme di lotta, nell'aspettativa che una sua
parte si collochi direttamente sul terreno dello scontro armato.
E' la strategia della tensione giudiziaria che non ha ancora usato
lo strumento del terrorismo di stato, ma che non è da escludere
ci arrivi tra non molto. Nell'ottica di questa componente l'attacco
deve giocarsi sul piano militare, riattivando non solo quella legislazione
d'emergenza che in questi anni è rimasta dormiente nel codice
penale (associazione sovversiva, banda armata, aggravanti per finalità
terroristiche), ma anche quella contenuta nel vecchio codice Rocco
che servì durante il ventennio a perseguitare gli antifascisti
(sono le ipotesi di reato agitate nell'ordinanza del Gip di Cosenza)
e, soprattutto, le nuove norme antiterrorismo approvate dall'Unione
Europea dove anche una manifestazione che tenti di bloccare un vertice
internazionale può essere raggiunta da dispositivi di aggressione
penale pesanti e dirompenti.
Ora, su tutto questo crediamo bisogna non solo attivare il massimo
livello di vigilanza ed attenzione, ma anche promuovere politica,
al pari delle iniziative per la pace e contro la guerra, per la
difesa dell'art. 18, contro la riforma della Moratti ecc. Cosa significa
attivare politica su questo è ciò di cui dobbiamo
urgentemente discutere. Una sola questione, per tutte. Come praticare
disubbidienze e antagonismi in un clima emergenziale e da leggi
speciali senza rischiare di consegnare una nuova generazione politica
ai giudici ed ai secondini?
La sconfitta di quel grande movimento che attraversò la scena
di questo paese una trentina di anni fa non si consumò soltanto
fuori ai cancelli della Fiat, occupata per 35 giorni da una classe
operaia in sciopero, ma anche davanti ai cancelli delle case circondariali,
dove entrarono quasi diecimila militanti del movimento. A cancellare
dalla scena sociale e dall'immaginazione collettiva di questo paese
l'idea che fosse possibile un 'rivolgimento generale dell'esistente'
non fu soltanto la sconfitta politica degli operai, dei giovani
e delle donne di allora, ma anche la persecuzione giudiziaria, gli
agguati polizieschi e un alfabeto dell'emergenza che riuscì
a cambiare il senso delle parole che si usavano, riscrivendo un
vocabolario della politica dove si cominciarono a segnare con la
matita rossa i nomi che adoperavamo per raccontare la nostra visione
del mondo. Questo per dire che quando l'avversario decide di spezzarti
non lo fa soltanto con la precarizzazione, la sottomissione, l'impoverimento,
lo sfruttamento ecc., ma anche con il dominio e la repressione.
Prestare attenzione a ciò che accade anche nelle tattiche
dell'aggressione, oltre che nei piani alti della sussunzione, è
importante e vitale, se non altro per meglio conservarci ed allevare
nuove generazioni di compagni.
1) Do you remember 7 aprile?
L'operazione investigativa che ha portato ai 20 arresti di compagni
di Cosenza, Taranto e Napoli è stata realizzata dal Ros,
Reparto operativo speciale dei Carabinieri . L'apporto che la Digos
cosentina ha dato all'inchiesta è a nostro avviso 'occasionale',
nel senso che è servito soltanto a contestualizzare sul piano
locale un'operazione che ha l'evidente fine di colpire il movimento
nella sua interezza. Il Ros è la stessa struttura investigativa
che ha realizzato l'operazione che ha portato nel 2001 agli arresti
dei militanti di Iniziativa Comunista. E' l'organismo che lavora,
sin dall'inizio degli anni '90, sulla costruzione di ipotesi investigative
che provino i rapporti tra il movimento, i gruppi insurrezionalisti
e le nuove brigate rosse, quello che sta investigando sugli omicidi
di Biagi e D'Antona, e che, dopo il fallimento dell'operazione che
il Ministero degli interni condusse con il clamoroso arresto di
Alessandro Geri, accusato di essere il telefonista delle Br nel
delitto D'Antona, scese in campo con l'inchiesta su Iniziativa Comunista.
Il Ros sta lavorando contemporaneamente su due piani di indagine.
Il primo, che ha portato all'incriminazione dei compagni di Iniziativa
Comunista, sta scavando intorno ad alcune aree del movimento alla
ricerca di legami organizzativi e strategici con i nuovi gruppi
della lotta armata. Il secondo piano punta direttamente ad un disegno
più ambizioso: dimostrare che le pratiche di lotta dei no
global sono la dimostrazione di una strategia sovversiva in atto,
che l'esistenza stessa di un conflitto esteso e radicato rappresenta
una minaccia forte per la stabilità politica del paese. E'
su questo versante che si muove l'attacco portato ai militanti no
global meridionali, e qui il legame 'naturale' dei carabinieri con
il fratello 'atlantico' che, in questo momento, sta scrivendo gli
elenchi delle nuove formazioni terroristiche internazionali è
indubbiamente forte.
La regia dell'operazione è stata molto attenta anche nella
scelta della simbologia che ha poi usato nella comunicazione. La
decisione di individuare le carceri di Trani e Latina per ospitare
gli arrestati rimanda direttamente alla stagione dell'emergenza
degli anni settanta, alle strategie ed alla logistica dei reparti
speciali dell'antiterrorismo del Generale Dalla Chiesa, le prigioni
di massima sicurezza da lui volute, la politica di annientamento
che in quelle carceri venne attuata sui militanti delle formazioni
politiche armate detenuti .
I dispositivi dell'aggressione penale utilizzati hanno pescato non
solo nelle tipologie di reato consegnate dall'emergenzialismo al
nostro codice penale, associazione sovversiva, aggravanti per finalità
di terrorismo, banda armata, ecc., ma sono state 'costrette' anche
a riattivare l'antico armamentario penale che il fascismo aveva
costruito per annientare l'opposizione politica durante il ventennio.
Crediamo che l'inconsistenza degli elementi di indagine non abbia
consentito di formulare le ipotesi accusatorie che rimandano più
direttamente all'ipotesi di associazione terroristica.
Come riportato anche da diversi organi di stampa, il pacchetto di
materiale investigativo usato dalla Procura di Cosenza ha girato
diversi uffici giudiziari della penisola, prima di trovare qualche
magistrato disposto ad utilizzarlo. Sembra che l'ipotesi incriminatoria
del Ros non abbia convinto le procure di Napoli, Genova e Torino
ed è stata poi costretta ad approdare nell'oscuro palazzo
del Tribunale di Cosenza. E' probabile che anche gli arresti avvenuti
a Taranto alcuni mesi fa siano stati il primo fallimento del tentativo
di criminalizzazione portato dal Ros. Ricordiamo che allora 10 militanti
furono arrestati con l'ipotesi di aver costituito un'associazione
sovversiva, con materiali che utilizzavano fatti accaduti durante
il Global Forum di Napoli ed il G8 di Genova. La scarcerazione che
pochi giorni dopo l'ufficio del Gip di Taranto fece dei compagni
arrestati segnò il fallimento di questo primo tentativo di
aggressione penale al movimento.
Le ragioni che hanno costretto i carabinieri a scendere fino a Cosenza
sono secondo noi abbastanza evidenti. A Genova e, soprattutto, a
Napoli operano magistrature dove c'è una significativa presenza
della componente garantista, e prova ne sono le inchieste che sono
state aperte anche a carico delle forze dell'ordine. Ricordiamo
che a Genova nei giorni immediatamente successivi agli scontri di
piazza ed alla morte di Carlo Giuliani saltarono le teste del dirigente
dell'antiterrorismo (La Barbera, pace all'anima sua) e del Questore
della città; inoltre le indagini sull'irruzione alla scuola
Diaz e sui pestaggi di Bolzaneto è tuttora in corso, con
possibili sviluppi tutt'altro che rassicuranti per quanti gestirono
quell'operazione. E' soltanto il caso di sottolineare, invece, come
l'inchiesta sull'assassinio di Carlo Giuliani, che coinvolge i carabinieri,
pare già destinata all'archiviazione. L'indagine di Napoli
sui pestaggi alla caserma Raniero è senz'altro il fatto di
maggior peso e pericolo per le forze di polizia, e le reazioni che
vi furono dopo gli arresti dei poliziotti coinvolti nell'inchiesta
ne testimonia tutta l'importanza.
Ci sono, evidentemente, alcuni fattori ambientali locali che hanno
permesso che l'operazione si svolgesse a Cosenza. Da fonti di stampa
abbiamo appreso che il Pm che ha condotto le indagini, Domenico
Fiordalisi, è persona che nel passato ha avuto qualche problema
giudiziario e disciplinare. Nel 1992 fu coinvolto in un'indagine
e la sua assegnazione alla procura di Cosenza, una sede minore,
di scarso peso e soffocata dal protagonismo della procura di Palmi,
sede di provenienza di Agostino Cordova, attuale procuratore capo
di Napoli, costituirebbe una sorta di stazione di sosta per carriere
in difficoltà. Il Gip che ha firmato l'ordinanza è
Nadia Plastina, persona ritenuta molto vicina alla corrente che
fa capo a Cesare Previti. Insomma, si tratta di un oscuro pubblico
ministero esiliato in una procura minore e di un magistrato vicino
alla componente più inquietante dell'area di governo, cioè
persone in un certo modo 'sensibili' e permeabili a "pressioni
politiche". Vi è però un'altra cosa da dire.
E' prassi consolidata nelle tecniche della persecuzione penale che
operazioni di questo genere vengano sperimentate in sedi e situazioni
periferiche, prima consolidarsi come modello di intervento. Un'inchiesta
ed un processo pilota come quella di Cosenza è anche finalizzata
a costruire giurisprudenza sul movimento, cioè un precedente
cui altri disegni successivi possono ispirarsi e trovare forza.
Questi giudici di Cosenza sono, per un certo verso, molto 'globali',
nel senso che applicano le direttive di Bush sul fronte interno
della guerra, secondo le quali il nemico si cela ovunque.
2) I padrini politici
Alleanza Nazionale è indubbiamente la componente del centro-destra,
insieme ad un pezzo significativo di Forza Italia, che funziona
da cabina di regia dentro gli apparati della sicurezza . Anche se
in sede di composizione del governo Berlusconi venne tenuta ad una
certa distanza dai ministeri chiave dal punto di vista dell'azione
repressiva (Interni, Difesa e Giustizia), la sua capacità
di penetrazione negli apparati è stata fortissima. L'insediamento
privilegiato nella rappresentanza sindacale delle forze di polizia
e la presenza tra i suoi parlamentari di uomini che vengono direttamente
dai corpi e dai servizi di sicurezza assicura agli uomini di Fini
un forte potere di controllo ed indirizzo delle politiche repressive.
Cosa ci facevano Giancarlo Fini e i suoi colonnelli nelle sale operative
di questura e carabinieri di Genova durante gli scontri di piazza
del 20 e 21, ci siamo chiesti allora. Alla tradizionale commistione
tra neofascismo, strategie eversive e livelli occulti della politica
ufficiale, Alleanza Nazionale può contare adesso, per le
prima volta nella sua storia, sul punto di forza dell'azione di
governo.
Accanto all'ex movimento sociale vi è quella componente di
Forza Italia che, non soltanto nei confronti del movimento no global,
ma anche contro la Cgil e i girotondini, in questi ultimi mesi ha
agitato più volte l'arma della criminalizzazione. Sono da
ricordare le parole di Berlusconi rispetto alla grande manifestazione
della Cgil del 23 marzo ed a quella del Palavobis di Milano, direttamente
tacciate di oggettiva collusione col terrorismo. In questa componente
dell'area di centro destra vi è il disegno di spingere il
movimento e le battaglie politiche che sta portando avanti decisamente
sul terreno della guerra. Quel 'stavolta non faremo prigionieri'
pronunciato da Cesare Previti durante l'ultima campagna elettorale,
non è soltanto l'esasperazione dialettica di un uomo aggredito
dal codice delle pene, ma il grido di guerra di un ex ministro della
difesa, cioè di quel ministero cui fa capo l'arma dei carabinieri
e una parte importante dei servizi segreti, cioè dell'intelligence
dell'antiterrorismo.
Alla componente dei falchi presente nella maggioranza di governo
si è affiancata, negli ultimi tempi, un'area di colombe che
sembra non essere intenzionata ad esasperare le forme dello scontro
sociale. L'apertura sulle ipotesi di indulto (con un chiaro rimando
anche alla necessità di rivedere gli effetti delle leggi
d'emergenza degli anni '70), la proposta di grazia a Sofri, il rilancio
del dibattito parlamentare sul 41bis vanno tutte nella direzione
di favorire nel paese un clima di pacificazione, che abbassi i toni
dello scontro sulla questione giustizia, favorendo un generale processo
di ridefinizione della soglia materiale della legalità. L'operazione
ricorda quella realizzata nel 1986 da Bettino Craxi e dall'allora
Democrazia Cristiana, quando, nel chiudere definitivamente la stagione
dell'emergenza degli anni settanta, con l'approvazione della legge
Gozzini, della normativa sulla dissociazione dal terrorismo e di
un indulto per reati comuni, aprì una nuova stagione politica
nel paese, contrassegnata, tra l'altro, da una forte espansione
della criminalità dei colletti bianchi e della costruzione
per via illegale del consenso politico.
In questo contesto possono trovare un terreno franoso quelle componenti
del centro sinistra (girotondini e giustizialisti) che finora sono
riusciti a mantenere alta l'attenzione dell'opinione pubblica sui
temi della giustizia. Così la questione della separazione
delle carriere dei magistrati, della legge Cirami, quella sul falso
in bilancio o sulle rogatorie internazionali potrebbero perdere
una parte importante della loro forza delegittimante nei confronti
del governo.
E' in questo contesto che, a nostro avviso, vanno lette le reazioni
tiepide che si sono avute in una parte del centro destra e sulla
stampa moderata all'inchiesta di Cosenza. Il cambio di guardia al
Ministero dell'Interno negli scorsi mesi, con la sostituzione dell'impresentabile
Scajola con quella vecchia pellaccia democristiana che è
Pisanu, è stato probabilmente l'impronta più importante
che questa componente è riuscita ad imprimere all'azione
dell'esecutivo, e la nuova strategia di governo dell'ordine pubblico
manifestatasi nelle mobilitazioni generali successive a Genova sono
il segnale chiaro della temporanea prevalenza di questa componente.
E quando parliamo di manifestazioni successive a Genova non ci riferiamo
soltanto all'ecumenica adunata del Forum Sociale di Firenze.
Non è da escludere che l'azione di Cosenza possa aver giocato
un ruolo anche in uno scontro dentro la maggioranza, tra differenti
strategia sulle questioni della repressine e delle politiche sicuritarie
che ha consumato una forte tensione anche nella vicenda sulla sanatoria
per gli immigrati. Di certo, però, l'inchiesta cosentina
ha portato vantaggi ad entrambe queste anime del centro destra.
Contemporaneamente arriva la clamorosa sentenza che ha condannato
Giulio Andreotti a 24 anni di carcere nel processo sull'omicidio
Pecorelli. Con l'attacco giudiziario portato contemporaneamente
alla loro sinistra (movimento-sindacato) ed alla loro destra (margherita-cattolici)
i Ds si sono trovati costretti a prendere le distanze da quel partito
dei magistrati che durante il decennio degli anni novanta gli aveva
garantito tenuta elettorale e linguaggio politico. Queste due vicende
aprono improvvise ed inedite convergenze tra polo ed ulivo sulla
necessità di una riforma della giustizia.
Che ci sia stato un disegno preordinato dietro l'inchiesta di Cosenza
per raggiungere questo risultato è possibile. Ma, cercando
di evitarci pericolose derive paranoiche sempre in agguato quando
ci si abbandona alle letture dietrologiche, crediamo che questo
effetto sia un vantaggio aggiuntivo raccolto dall'azione repressiva.
Crediamo che quello stesso "sodalizio criminoso" che ha
organizzato le mattanze nelle strade di Napoli e Genova sia adesso
passato ad un altro piano della guerra che sta combattendo contro
il movimento. Crediamo che, così come nel 68/69 si rispose
con l'apertura di un fronte di guerra civile alla grande avanzata
di quel movimento, oggi, dopo Napoli, Genova e soprattutto le grandi
manifestazioni sindacali e quella del Social Forum di Firenze, una
parte importante del mondo politico nostrano stia perseguendo l'obiettivo
di spostare lo scontro in atto dal terreno delle lotte sociali e
per il lavoro, a quello dello scontro militare. Il braccio armato
maggiormente accreditato per perseguire questa strategia è
l'arma dei carabinieri, quarta forza armata del paese (grazie alla
gentile intercessione di Massimo D'Alema), funzionalmente dipendente
dal ministero della difesa, abituata, per tradizione, ad interloquire
direttamente con l'alleato 'atlantico', che può contare sulla
memoria lunga che il suo antico ruolo di primo protagonista nella
gestione dello scontro armato contro i movimenti sociali gli assicura.
3 - I vecchi arnesi della guerra civile italiana: abiura,
dissociazione, differenziazione e pentitismo.
Nella seconda ordinanza con cui il Gip di Cosenza ha scarcerato
tre dei 20 compagni arrestati, si motiva la rimozione dei provvedimenti
di custodia cautelare facendo esplicito riferimento ad una presa
di distanza degli indagati dai metodi della violenza e dall'appartenenza
alla Rete del Sud Ribelle, la presunta associazione sovversiva.
E' noto a tutti che i compagni interessati anno smentito le parole
del Gip su questo punto. Ma ciò che interessa è l'operazione
che con queste parole si è cercato di fare.
Il fatto che il giudice abbia ritenuto necessario aggiungere alla
prima ordinanza altre venti pagine per ribadire le ragioni con cui
confermava la custodia cautelare per alcuni e motivava la scarcerazione
per altri, è indubbiamente espressione di una sostanziale
debolezza dell'impianto accusatorio: un'accusa di costituzione di
un'associazione sovversiva non può certo essere rimossa in
seguito al 'semplice' interrogatorio con un giudice, a meno che
il magistrato in questione non intendesse l'associazione sovversiva
come uno stato dello spirito o della sfera delle emozioni. E questo
è l'elemento contingente della vicenda. Il riferimento esplicito
all'abiura dei metodi di lotta violenti è però qualcosa
d'altro, e pesca in un antico arnese dell'aggressione penale che
negli anni settanta e ottanta ha portato un contributo decisivo
nella lotta contro il movimento: la dissociazione.
Si è scritto da più parti, anche dentro il movimento,
che il magistrato ha usato un termine da inquisizione. Questo è
vero, ma non va dimenticato che il termine, corredato da vasti effetti
giuridici, è stato al centro di un'altra stagione repressiva
nel nostro paese. Il movimento degli anni '70 (e non ci riferiamo
qui alle organizzazioni combattenti, ma proprio a quel movimento
che invadeva le piazze italiane fino ai primi anni '80), è
stato pesantemente destrutturato dal tentativo, riuscito in quel
caso, di rompere il legame di solidarietà. L'abiura come
presa di distanza da percorsi collettivi di massa è stata
richiesta per usufruire dei benefici della legge sulla dissociazione
anche a compagni di movimento e per la prima volta in un paese occidentale
moderno, un termine così fortemente permeato di significato
religioso è diventato strumento giuridico, forca caudina
cui sottostare per uscire, o in molti casi, evitare il carcere.
E' qui evidente il tentativo di immettere elementi di divisione
all'interno del movimento, differenziando le posizioni tra gli indagati
e sezionando una presunta componente violenta dall'esteso fronte
no global. Deja vu. L'utilizzo delle prigioni di massima sicurezza,
al di là dell'aspetto simbolico della vicenda, oltre ad allontanare
i compagni dalle famiglie e tenerli distanti dai grossi giudiziari
in fermento per la battaglia per l'indulto, ha anche un altro obiettivo
concreto: lavorare sugli indagati per estorcere confessioni, pentimenti,
abiure e dissociazioni. Questa particolare forma di carcere, costruita
direttamente nel 1977 dal Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e
dall'allora ministro degli interni Francesco Cossiga, in quella
stagione dell'emergenza svolse precisamente questo compito: rompere
il legame di solidarietà che, oltre le divisioni e le particolarità,
costituiva il movimento come un soggetto identitario forte nei processi
di trasformazione che attraversavano la società. La dissociazione
significò allora, ed è messa al lavoro adesso, per
sottrarre forza a quel fiume in piena che ha investito l'occidente
tre anni fa, a Seattle, e che non mostra di volersi placare. Su
questo punto il movimento deve avere le idee chiare: di fronte all'azione
dell'artiglieria pesante della repressione fatta dai magistrati
di Cosenza, dobbiamo cercare di coniugare le esigenze di difesa
individuale dei compagni indagati con la necessità di rivendicare
la legittimità delle nostre forme di lotta. Il lavoro che
finora è stato fatto dai compagni e dagli avvocati nella
vicenda di Cosenza deve diventare un paradigma per le nostre strategie
difensive future.
Ma le evidenti difficoltà che sta soffrendo l'inchiesta cosentina,
e il sostanziale isolamento politico in cui è venuta a trovarsi,
non devono assolutamente fare abbassare il livello di attenzione
del movimento sulla questione giudiziaria. Chi conosce i metodi
investigativi del Ros sa anche che nella quasi totalità delle
loro 'grandi operazioni' è stata usata un'altra arma, dalla
potenza grandemente distruttiva: il pentitismo. Nota ai più
giovani come la legislazione che ha aiutato la lotta contro le organizzazioni
mafiose, il pentitismo nasce durante lo scontro che negli anni dell'emergenza
lo stato combattè contro le formazioni politiche armate,
salvo poi insediarsi stabilmente nel nostro codice penale.
La prima legge sui pentiti è del 1980, firmatario Francesco
Cossiga, e fu voluta direttamente dal generale Dalla Chiesa, il
padre naturale dell'attuale Ros (ricordiamo che sia il generale
Mori, ex comandante dei Ros ed attualmente al Sisde, che l'attuale
capo di questa struttura, Ganzer, vengono da quella esperienza)
. Il metodo investigativo seguito dagli ispiratori dell'inchiesta
di Cosenza punta, in genere, ad individuare nel gruppo da colpire
una o più persone, con caratteristiche particolari (fragilità
soggettive, gente con problemi economici, persone con situazioni
giudiziarie delicate, ecc.), che possono essere convinte, sotto
un'adeguata azione di 'persuasione', a collaborare con gli inquirenti.
I casi recenti più famosi, per quanto riguarda il movimento,
sono l'inchiesta che agli inizi degli anni '90 il Ros fece sugli
ambienti anarchici e quella sul caso Sofri, col pentimento di Marino
. In entrambi i casi i carabinieri hanno trovato nel pentimento
e nella collaborazione di questi personaggi un contributo decisivo
ai loro teoremi accusatori.
Questo passaggio sulla normativa dei pentiti crediamo sia necessario
perché non è da escludere che, nel caso il materiale
usato nell'indagine di Cosenza, 'scartato' in precedenza da altre
procure italiane, non dovesse produrre i risultati attesi, il movimento
deve attendersi l'apparire di qualche personaggio, non necessariamente
di primo piano, che si rende disponibile alla ricostruzione di fatti,
eventi e responsabilità congruenti con le ipotesi criminalizzanti
che stanno circolando. In questa direzione pensiamo soprattutto
alle inchieste di Genova e Napoli. Ma non solo. L'ordinanza del
gip di Cosenza ha svelato che da oltre un anno e mezzo i compagni
indagati erano sotto intercettazione telefonica e ambientale; che
i loro movimenti (partecipazioni ad assemblee, dibattiti, manifestazioni,
azioni di lotta, frequentazioni di luoghi di movimento) erano puntualmente
registrati e archiviati. E' realistico affermare che, dall'Omicidio
D'Antona in poi, una parte importante degli apparati abbia cominciato
sistematicamente a raccogliere informazioni non soltanto sui militanti
del movimento, ma anche sulla loro area più vasta di riferimento.
Ciò che intendiamo dire è che l'intelligence, dopo
quattro anni di lavoro, sa tutto o quasi di questo movimento, soprattutto
perché le nostre pratiche della politica non hanno mai osservato,
e continueranno a non osservare, precauzioni o particolari strategie
di difesa.
Detto in altri termini, crediamo sia soltanto una questione di tempo
per conoscere il nome di un pentito che racconterà agli inquirenti
ed all'opinione pubblica <<la faccia oscura del movimento>>.
5 - Il governo dell'emergenza
L'emergenza è innanzitutto una cultura, un linguaggio che
costruisce un nuovo alfabeto della paura e nuove figure di nemici,
traducendo i bisogni diffusi di sicurezza e giustizia presenti nella
società in domande di punizione; così facendo l'emergenza
prepara la repressione ancor prima di scatenarla, preoccupandosi
di costruire legittimazione e consenso intorno alla violenza legale.
Un secondo livello delle prassi emergenziali opera direttamente
sugli apparati repressivi, polizie e magistratura, predisponendo
politiche dell'ordine pubblico che procurano nuove risorse materiali
e simboliche, riorientando i loro modelli operativi, le soglie dell'attenzione,
scongelando quella parte del diritto e della procedura penale che
nelle situazioni ordinarie rimane dormiente. Questi indirizzi di
politiche repressive producono un brusco innalzamento della soglia
dell'attenzione degli apparati di sicurezza, che sentono il nuovo
mandato che proviene dalla politica, dall'informazione e dai gruppi
mediaticamente forti, lo decodificano, traducendolo in prassi operative
innovative. Le campagne d'allarme non sempre hanno bisogno di nuove
legislazioni: esse possono semplicemente agire attraverso modelli
di intervento dell'ordine pubblico e giurisprudenze dell'emergenza,
cioè orientamenti professionali che ridefiniscono i loro
standard di prestazione alla luce delle nuove domande sociali di
sicurezza e di punizione.
Un terzo livello è rappresentato dalle innovazioni legislative,
dalla produzione di nuove norme che facilitano l'aggressione poliziesca
e la persecuzione penale. Sono le legislazioni d'emergenza, leggi
speciali e corpi speciali, cioè la cristallizzazione nei
codici e negli ordinamenti degli apparati dei dispositivi eccezionali,
i lasciti che ogni emergenza poi consegna alla stagione politica
che viene, i frutti di quell'apprendimento che la repressione compie
nella guerra contro il nuovo nemico. In genere queste legislazioni
si insediano stabilmente nei sistemi normativi e sono caratterizzate
da una grande versatilità: pensiamo soltanto al modello operativo
del pool antiterrorismo, sperimentato dalla magistratura negli anni
settanta, ed all'efficacia che ha dimostrato nella lotta alla mafia
ed alla corruzione dei primi anni novanta.
La violenta aggressione militare alla crescita della capacità
di mobilitazione del movimento è la risposta che il potere
ha dato per istinto, facendo ciò che secoli di storia del
dominio hanno depositato nella sua memoria profonda. A Napoli e
a Genova hanno attaccato il corpo dei cortei, non solo i militanti,
così come nell'ottocento le truppe regie sparavano sulle
manifestazioni operaie e contadine. Non crediamo che a quegli uomini
in divisa qualcuno abbia dovuto dire cosa fare: chi serve uno stato
in divisa sa cosa ci si attende da lui quando un popolo vociante
si dirige verso i palazzi del potere. Sappiamo che gli strateghi
del disordine avevano predisposto un apparato di reclusione per
gestire centinaia di fermi ed arresti, perché nelle politiche
dell'ordine pubblico il primo gradino della deterrenza è
la minaccia della galera. Niente di nuovo. Ma quello che è
successo su quelle piazze è andato ben oltre questo piano,
attivando un processo di delegittimazione degli apparati repressivi
che ha dato un colpo duro all'immagine governativa, producendo contraddizioni
di non poco conto tra i vari ambiti istituzionali (il politico contro
il poliziesco - il politico contro il giudiziario - il giudiziario
contro il poliziesco e viceversa) consumatosi in uno spazio mediatico
che ha mostrato un inatteso 'interesse' verso le ragioni delle garanzie.
Interrogarsi su questi aspetti delle vicende di Genova e di Napoli
è ancora un lavoro che il movimento deve fare, così
come è ancora tutta da chiarire la funzione e le logiche
di movimento della repressione nella società dell'informazione,
in una forma storica, cioè, dove molti, fino a poco tempo
fa, credevano che le pervasive tecnologie del controllo avessero
affrancato il potere dalla necessità di attaccare e coartare
i corpi.
L'azione giudiziaria contro il movimento partita da Cosenza ha anche
questo obiettivo: lavorare sull'immagine pubblica del movimento
che progressivamente in questi due anni ha costruito intorno a sé
un diffuso 'consenso'. Finora questa partita sembra aver segnato
un punto a sfavore del potere: l'obiettivo di associare l'immagine
di questo movimento con i sentimenti della paura è stato
solo parzialmente raggiunto; i fatti di Napoli e Genova hanno generato
una interessante ondata di riprovazione verso quelle forme di "controllo
sociale violento" che si sono viste su quelle piazze, e il
percorso di avvicinamento del movimento ai nuovi terreni del conflitto
sindacale hanno indotto un importante processo di diffusione delle
sue tematiche nello spazio discorsivo pubblico. Finchè si
cresce, si continuano a tessere alleanze e a dialogare con aree
più vaste della critica sociale, crediamo che i tentativi
di criminalizzazione dovranno fare i conti con strade accidentate.
Ma ci sono anche altre cose che sappiamo sull'attacco 'militare'
al movimento. Alle tecniche della intimidazione di massa, della
minaccia e dell'aggressione fisica, dell'uso in termini di deterrenza
degli strumenti dell'identificazione, dell'arresto e della denuncia
si accompagna un altro livello strategico, già in avanzato
stato di realizzazione. Sappiamo che i materiali confluiti nell'ordinanza
di custodia cautelare di Cosenza sono soltanto una prima 'sistematica'
della enorme massa di informazioni che gli apparati di sicurezza
hanno raccolto in questi ultimi anni sulle realtà del movimento.
Sappiamo che dopo le giornate napoletane di marzo digos e procura
hanno aperto un fascicolo su probabili <<infiltrazioni di
ex terroristi>> nel movimento. Sappiamo che gli inquirenti
per mesi, prima di Firenze, hanno intercettato le comunicazioni
telefoniche e seminato cimici nelle abitazioni e nelle auto dei
compagni del movimento, nelle aule universitarie dei collettivi
studenteschi, nelle sedi di centri sociali e dei sindacati (solo
di base?); sappiamo che a Napoli, ad esempio, soltanto l'intervento
'gartantista' dell'ufficio del Gip ha fermato le intercettazioni
legali; ma sappiamo anche che carabinieri e polizie varie sono sostanzialmente
refrattari al controllo giudiziario e che accumulano patrimoni informativi
per conto loro, senza dover darne conto a nessuno. Sappiamo anche
che l'intervento dei giudici ha aperto un nuovo conflitto istituzionale
tra Ministero dell'Interno, pezzi del mondo politico e magistratura,
messa sotto accusa perchè avrebbe impedito l'azione di intelligence
di digos e carabinieri.
<<A cosa stavano lavorando gli uomini degli apparati che intercettavano
e spiavano il movimento napoletano? Alla costruzione di un'inchiesta
che avrebbe portato alla formalizzazione di un'accusa di costituzione
di un'associazione sovversiva, cioè, un attacco al movimento
napoletano che avrebbe potuto usare tutto l'armamentario delle leggi
speciali degli anni settanta, ancora integralmente conservato nel
nostro codice penale, paralizzando per anni il nostro far politica
e costringendo tutti su un terreno di difesa giudiziaria doloroso,
faticoso e dagli incerti esiti.>> E' quanto abbiamo detto
al movimento alcuni mesi fa. Alla luce di quanto accaduto a Cosenza,
riteniamo che non sia più sufficiente predisporre strategie
di difesa legale dall'aggressione penale e poliziesca che si sta
muovendo e preparando. Lo sanno tutti i compagni che le nuove norme
antiterrorismo internazionale, approvate in sede UE, prevedono l'arresto,
l'incarcerazione e la condanna per quanti forniscono un appoggio
alle organizzazioni terroristiche internazionali? Lo sanno tutti
i compagni che per appoggio si intende anche il solo ospitare in
casa o andare a prendere alla stazione qualcuno che ci viene a trovare?
Ed è a conoscenza di tutti il fatto che l'elenco delle 'organizzazioni
terroristiche internazionali' lo hanno scritto, e continuano ad
aggiornarlo, oltre a Bush, anche Berlusconi ed Aznar, quello che
ha in casa la questione basca e catalana?
Le prese di distanza della sinistra istituzionale dall'inchiesta
di Cosenza, la 'prudenza interessata' espressa delle forze politiche
del centro-destra (con le dovute sfumature), il vasto fronte di
'simpatie' raccolte dal movimento, dalle prese di posizione del
sindaco e del Vescovo di Cosenza, a quelle dei Ds, oltre alla più
decisa solidarietà espressa dalla Cgil, ha creato il vuoto
intorno alla procura di quella città. Le parole amare espresse
dal suo procuratore capo sono chiarissime, nella loro eloquenza.
Se consideriamo il complesso dei movimenti avvenuti nel campo politico
intorno a questo gioco, possiamo pensare che questo tentativo di
criminalizzazione sia stato un colpo di coda da parte di quel pezzo
degli apparati che non è riuscito, finora, a portare a casa
grandi risultati da quella dichiarazione di guerra consegnata al
movimento a Napoli e Genova.
La stessa magistratura, nelle diverse forme di rappresentanza che
si è data, sembra non aver speso alcuna significativa parola
nei confronti dei colleghi cosentini. Anzi, considerando che dall'angolo
in cui questa inchiesta, insieme alla condanna ad Andreotti, l'ha
spinta, è stata costretta ad ingoiare il cambio di rotta
dei Ds sulla riforma della giustizia, non crediamo che in questo
momento ci sia nessun magistrato in Italia che se la senta di coprire
l'operazione della Plastina e di Fiordalisi.
Noi crediamo che in questa fase il movimento debba parlare alla
sua base sociale ed alla sua area di opinione con grande chiarezza,
soprattutto sulle sue pratiche di lotta e sulle forme di conflitto
che intende mettere in campo. La penalità non è un
fossato che cinge a difesa la cittadella blindata della legalità;
la penalità ha, ha sempre avuto, frontiere estremamente mobili;
ciò che la norma giuridica rimarca come reato è funzione
diretta dei rapporti reali tra i gruppi sociali (classi o moltitudini
che dir si voglia) che in un dato momento definiscono il campo di
gioco della politica. Se la maggioranza berlusconiana sta riscrivendo
le regole della costituzione, le norme che definiscono i reati finanziari,
i vincoli sovrannazionali al potere di indagine della magistratura,
sta di fatto agendo sul principio di legalità, spostando
a suo vantaggio quella linea di confine che nella stagione politica
di tangentopoli aveva criminalizzato i comportamenti illeciti dei
'colletti bianchi'. Il movimento deve agire nella stessa direzione,
perché qualsiasi movimento sociale che ha avuto implicazioni
rilevanti sulle dinamiche della trasformazione ha agito intorno
al principio di legalità esistente, spostandone i confini.
Questo movimento, al pari di qualsiasi altro movimento, ha pratiche
che giocano sul filo del fuorigioco legale, e se vuole continuare
a giocare su questo campo minato deve darsi coscienza di ciò
che pratica.
Nei giorni immediatamente successivi agli arresti di Cosenza, Taranto
e Napoli un documento del movimento scriveva: <<
Se la
situazione è questa, crediamo che il movimento debba interrogarsi
anche su un'altra questione rilevante. Cosa accadrà se, domani,
da un'altra procura vengono fuori incriminazioni meno pesanti per
i compagni, ma altrettanto dannose dal punto di vista penale, che
colpiscono singoli fatti o eventi, quali le pratiche di occupazione
di pubblici uffici, blocchi stradali, atti di autodifesa durante
le manifestazioni e tentativi di forzatura di zone rosse? Quale
sarà la posizione del movimento, nella totalità delle
sue espressioni, rispetto ad un'azione penale dal profilo più
basso, ma ugualmente pericolosa; e quale riflessione il movimento
deve proporre alla sua più estesa 'area di simpatia' in merito
a queste pratiche, se in questa stagione interi cortei operai, chiamati
non solo dal sindacalismo di base, stanno bloccando vie di comunicazioni
strategiche quali lo stretto di Messina e l'aeroporto di Malpensa?>>.
La seconda retata ordinata dalla procura di Genova sui fatti del
20 e 21 luglio 2001 non ha dato il tempo agli estensori di quel
documento di poterlo far circolare.
6 - I tre giorni del condor
Il 2.12.02 il PM di Genova chiede l'archiviazione per l'omicidio
di Carlo Giuliani ed il rinvio a giudizio per i poliziotti autori
dei pestaggi alla Diaz ed a Bolzaneto; il 3.12.02 il Tribunale del
riesame di Catanzaro scarcera i compagni arrestati dalla procura
di Cosenza; il 4.12.02 la procura di Genova emette 9 ordini di custodia
cautelare in carcere e 14 altri provvedimenti restrittivi per il
G8; contemporaneamente chiede l'archiviazione per alcuni reati contestati
ai 93 compagni arrestati nella scuola Diaz nella notte del 21 luglio
2001.
E' chiaro che in questo momento è in atto un'offensiva giudiziaria
contro il 'fenomeno noglobal' in Italia. Ma secondo noi conviene
leggere i movimenti delle diverse procure che stanno agendo cercando
anche di capire particolarità e differenze.
- La scarcerazione dei 17 compagni (sette negli istituti di Viterbo,
Trani e Latina, gli altri agli arresti domiciliari) ordinata dal
Tribunale del Riesame di Catanzaro e, successivamente, le motivazioni
fornite dai giudici sconfessano clamorosamente il teorema accusatorio
messo in piedi dal Ros. <<Il collegio ha infatti escluso i
reati di associazione sovversiva, cospirazione politica e attentato
agli organi istituzionali affermando che per il Sud ribelle non
si può parlare di 'metodo violento' nonostante alcune azioni
illegali (come la pacifica occupazione di agenzie di lavoro interinale).
Quel messaggio di criminalizzazione del movimento che con quelle
manette, furgoni blindati e carceri speciali si è inteso
lanciare all'opinione pubblica ha subito una sconfitta pesante.
Quel complesso rituale comunicativo che, esaltato dall'era di tangentopoli,
si celebra intorno all'atto dell'arresto e dell'incarcerazione,
apre una scena comunicativa dove ciò che è rilevante
non è ciò che poi si celebrerà nel processo,
ma ciò che è immediatamente spendibile dentro le regole
dell'informazione. Nella società della comunicazione la criminalizzazione
è qualcosa che ha poco a che vedere con la 'verità'
che si costruisce nelle aule di tribunale, qualcosa che gioca più
intorno alla figura del supplizio che a quella della 'giustizia'.
Di conseguenza quelle scarcerazioni hanno un valore simbolico che
deve essere misurato al di là della prudenza a cui comunque
obbliga la situazione reale: l'ordinanza di Catanzaro è una
sconfitta chiara del disegno confezionato dai carabinieri e dai
magistrati di Cosenza perché è spendibile immediatamente
nei tempi ristretti dello spazio comunicativo.
- La proposta di archiviazione del procedimento aperto sull'omicidio
di Carlo Giuliani è, secondo noi, l'evento più grave
accaduto in queste ultime convulse giornate. E' grave non solo perché
intorno a quella non sentenza che si sta per scrivere si costruirà
la "verità" sui fatti di Genova; non solo perché
si negherà ogni possibilità di svelare le responsabilità
politiche che stanno dietro quel colpo di pistola (l'ordine di sparare
dato da Scajola, la presenza dei fascisti nelle sale comando delle
forze militari in campo, ecc); non solo perché si affermerà
un senso di impunità tra le forze dell'ordine che inciterà
altri ad usare con disinvoltura le armi nelle manifestazioni di
piazza. Quella possibile archiviazione produrrà una ferita
profonda nel modo di sentire del movimento, dei genitori di Carlo,
dei suoi amici, come accadde tanti anni fa con l'uccisione di Giuseppe
Pinelli . Intorno alla perdita di Carlo il movimento deve costruire
una grande operazione di verità, come allora fu fatto per
l'arresto di Pietro Valpreda e Giuseppe Pinelli, vittime di un disegno
golpista che insanguinò le strade di questo paese per un
intero ventennio. Gerardo D'Ambrosio, pochi anni fa, ha spiegato
che Pinelli volò dal quarto piano della questura di Milano
perché vittima di un <<malore attivo>>. I giudici
di Genova non hanno ancora emesso la loro sentenza sulla morte di
Carlo: è ancora una battaglia aperta.
- L'iniziativa assunta dalla procura di Cosenza ha senz'altro accelerato
i tempi dell'inchiesta di Genova sui disordini di piazza del 20
e 21 luglio 2001. Crediamo siano due i fattori principali di questa
accelerazione. Il primo, è la ricaduta avuta su quella procura
dell'iniziativa presa dal ministro dell'interno Pisanu nei giorni
successivi alla retata di Cosenza. Ricordiamo che Pisanu chiese
alle procure di Napoli, Genova e Cosenza l'acquisizione degli atti
riguardanti lo stato delle indagini aperte sul movimento: un intervento
che implicitamente chiedeva ai magistrati genovesi e napoletani
di chiudere in fretta i procedimenti in corso per bloccare il protagonismo
delle componenti più inquietanti della maggioranza di governo
(i fascisti e i guerrafondai di Forza Italia) e alcuni pezzi degli
apparati di sicurezza che, di fronte ai tempi lunghi delle inchieste
sui fatti di Napoli e Genova, hanno deciso di muoversi in piena
autonomia, assumendo la regia dell'attacco.
Il secondo fattore, il più rilevante, è proprio l'operazione
condotta dalla magistratura cosentina, un protagonismo che, dialogando
direttamente con gli apparati di sicurezza (Ros ma non solo) , ha
di fatto scavalcato le più importanti procure genovesi e
napoletane, pescando principalmente negli avvenimenti di quelle
due manifestazioni i materiali per le incriminazioni. Sappiamo che
il Ros aveva già proposto alla procura di Genova un voluminoso
dossier sul movimento chiedendo provvedimenti in direzione di ipotesi
di reato di tipo associativo . La decisione, anzi le decisioni,
assunte dalla procura di Genova il 4 dicembre rispondono anche alla
necessità di mettere fuori gioco definitivamente questo disegno
del Ros di colpire il movimento con l'artiglieria pesante dei reati
associativi.
L'azione della procura genovese sembra essere stata attenta a mantenere
un difficile equilibrio tra l'esigenza di dare una risposta forte
alle attese delle forze dell'ordine (vedi richiesta di archiviazione
per l'omicidio Giuliani e gli arresti dei 23 compagni), assumersi
il ruolo di tutela e garanzia rispetto agli 'eccessi' dei pestaggi
nelle caserme ed alla Diaz, prendere decisamente le distanze dai
teoremi accusatori targati Ros e magistratura cosentina. Le misure
cautelari in carcere per i compagni sembrano essere una risposta
diretta al grande clamore suscitato dagli 'arresti' dei poliziotti
napoletani nelle indagini sui pestaggi avvenuti alla caserma Raniero
nel marzo 2001. L'archiviazione dell'omicidio di Carlo, ad opera
di un carabiniere, sembra fare da contrappeso al mancato appoggio
al disegno del Ros di utilizzare le ipotesi 'insurrezionali' nel
leggere i fatti di Genova.
In molti commenti si è letto che nei provvedimenti della
procura genovese siano stati contestati soltanto reati specifici,
devastazione, saccheggio, furto, rapina, resistenza e lesioni a
pubblico ufficiale. Anche se la natura dei reati contestati si presenta
più 'leggera' rispetto a quelli di Cosenza, è da puntualizzare
il fatto che per il reato di devastazione si rischiano dagli 8 ai
15 anni di carcere, e non è cosa da poco. Non è poi
assolutamente da sottovalutare l'utilizzo di quella particolare
fattispecie di 'reato associativo' che è il "concorso
psichico", che ha fatto sorridere molti di noi, ma che è
dotata di una potenza distruttrice non indifferente. Se, nel caso
dei reati associativi, il 'concorso morale' è la strategia
giudiziaria per tirare dentro l'associazione quanti non sono perseguibili
per reati specifici, nel caso delle imputazioni di devastazione,
saccheggio, ecc. il concorso psichico serve a tenere dentro l'ipotesi
accusatoria tutti quelli che erano presenti, a diverso titolo, sulla
scena del consumato delitto. Questo significa che, potenzialmente,
tutti quelli che a Napoli e Genova sono stati intercettati da una
telecamera o da una macchina fotografica nelle dinamiche degli scontri
possono aspettarsi un avviso di garanzia.
Queste non sono, secondo noi, questioni di dettaglio della difesa
legale: nei processi che si stanno mettendo in piedi con queste
inchieste si produrrà una giurisprudenza che costruirà
i contorni dell'armamentario giuridico con cui le pratiche di lotta
del movimento dovranno fare i conti nei prossimi anni. Una seria,
coordinata e strategica azione legale è indispensabile per
riuscire a giocare un ruolo in questo momento di definizione della
situazione.
Nell'elenco delle persone arrestate o sottoposte a misure di sicurezza
(obbligo di dimora e/o di firma, ecc) ci sono compagni di Genova,
La Spezia, Parma, Milano, Pavia, Lecco, Bergamo, Brescia, Padova,
Rovigo, Firenze, Roma, Napoli, Avellino, Reggio Calabria, Palermo,
Ragusa, Messina e Catania, una geografia fisica e di appartenenza
grandemente varia dove non si intravede alcun tentativo di colpire
un'area particolare del movimento. Il metodo di indagine ha puntato
sull'individuazione di fatti specifici, sull'identificazione di
singole persone, sul reperimento di prove ed indizi riguardanti
la partecipazione agli episodi incriminati, non l'appartenenza al
movimento. I giudici Genovesi sono stati talmente attenti a questo
punto da volerlo dichiarare con estrema chiarezza anche agli organi
di stampa, cercando evidentemente di riparare i guai combinati dai
giudici cosentini e dal Ros.
Come valutare questa linea di condotta?
Ciò che va rilevato è che gli arresti sono assolutamente
ingiustificati perché i fatti risalgono ad oltre un anno
e mezzo fa; che lo stesso pericolo di reiterazione dei reati (motivazione
addotta a sostegno delle incarcerazioni) dovrebbe valere anche per
i poliziotti indagati a Napoli e Genova, puntualmente rimasti ai
loro posti di servizio; che questo pericolo non è per nulla
fondato perché dopo Genova ci sono state una infinità
di manifestazioni dove non ci sono stati scontri, e che ciò
è avvenuto perché le forze dell'ordine sono rimaste
alla larga dai cortei; che il cambio di gestione dell'ordine pubblico,
attuato dopo la rimozione di Scajola, ha implicitamente riconosciuto
le responsabilità di poliziotti, carabinieri e guardia di
finanza nel provocare scontri di piazza.
Ciò che va sostenuto con forza è che la bilancia deve
essere tarata su nuove basi, quella della giustizia sociale, non
dell'ordine pubblico! E' assurdo che chi si è difeso nelle
strade di Genova contro la furia di CC e PS venga arrestato o privato
della libertà con altri infamanti provvedimenti mentre chi
(ancora CC e PS) ha sicuramente ucciso o commesso violenza nei confronti
delle persone nelle piazze e nelle caserme non sia tenuto a risponderne
se non in minima parte.
- Se la 'cultura operativa' che ha informato l'inchiesta di Cosenza
è indubbiamente ascrivibile ai carabinieri del Ros, l'operazione
genovese è figlia legittima di una strategia politica partorita
direttamente nelle stanze del Viminale, che ha avuto il suo efficace
braccio operativo nella questura di Genova, diretta da Oscar Fioriolli
, uomo mandato da De Gennaro in sostituzione di Francesco Colucci,
rimosso in seguito ai fatti della scuola Diaz. Il metodo di indagine
della digos genovese non ha utilizzato i 'sofisticati' strumenti
di intelligence esibiti dai carabinieri (telefoni sotto controllo
per oltre un anno, intercettazioni ambientali, ricostruzioni di
reti organizzative, individuazione di supposte strategie insurrezionali
o eversive). Un dossier di ventimila pagine, tutto centrato su materiali
fotografici ed audiovisivi sugli scontri di piazza, tendente ad
individuare singoli manifestanti e ad inchiodarli con ipotesi accusatorie
strettamente aderenti ad eventi realmente accaduti. Obiettivo è
la ricostruzione dei fatti di Genova come espressione di una 'strategia
disorganizzata' volta a scatenare tumulti di piazza. La costruzione,
detto in altri termini, di una 'verità' sul G8 che, da un
lato, cerchi di recuperare il terreno perduto sul piano del consenso
nelle giornate immediatamente successive all'irruzione alla Diaz
ed alla morte di Carlo; dall'altro, costruisca elementi di indagine,
se non di giurisprudenza, che possano aiutare i poliziotti indagati
per i pestaggi di Bolzaneto e per le false molotov alla scuola Diaz.
In quest'ottica si comprendono meglio anche le reazioni contrariate,
all'indomani del blitz di Cosenza, di alcuni uomini di governo,
come il sottosegretario fascista agli interni Mantovano, perchè
evidentemente quell'inchiesta ha rischiato di far saltare l'operazione
Genova e, in prospettiva, quella sui fatti di Napoli, la prossima
probabile tappa dell'offensiva giudiziaria d'autunno. E' molto probabile
che intorno a queste due vicende si sia consumata l'ennesima partita
in quella tradizionale competizione che da sempre oppone i diversi
corpi di polizia. La frettolosità e l'approssimazione con
cui è stata confezionata l'operazione cosentina può
essere probabilmente dovuta anche alla necessità da parte
dei carabinieri di 'anticipare' De Gennaro, il capo della polizia,
inserendosi con un colpo di mano nelle inchieste in corso su Genova
e Napoli, che finora hanno visto i carabinieri messi in un angolo.
Nell'effettuare gli arresti dei compagni implicati nei fatti di
Genova le digos hanno utilizzato videocamere per registrare sia
il momento materiale dell'arresto che l'effettuazione delle perquisizioni.
Un fatto già accaduto in diverse altre occasioni del genere
e che è diventato, probabilmente, un 'metodo' di queste operazioni
di polizia. La ripresa televisiva utilizzata come strumento di garanzia
per gli uomini chiamati a svolgere questi 'compiti', un apprendimento
delle tecniche della repressione dopo il lavoro prezioso che i videomaker
indipendenti del movimento hanno fatto a Napoli e Genova.
Le identificazioni, la definizione delle accuse, la costruzione
delle prove a carico degli indagati rimandano, quasi esclusivamente,
a riprese televisive e fotografiche. Così come l'atto di
accusa contro l'aggressione militare delle forze dell'ordine ai
cortei utilizza principalmente l'enorme massa di materiale audiovisivo
raccolto in quelle piazze. Intorno al racconto mediatico si sta
giocando una partita di verità importante. "Tutta la
vita delle società nelle quali predominano le condizioni
moderne di produzione si presenta come un'immensa accumulazione
di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si
è allontanato in una rappresentazione", annuncia Guy
Debord ne "La società dello spettacolo". Il movimento
non può sottovalutare l'apporto che questa parte del lavoro
politico gli sta consegnando. Ma, contemporaneamente, le 'reiterate'
perquisizioni avvenute in questi mesi nelle sedi dei media indipendenti
con il sequestro di videocassette e fotografie, ha creato anche
qualche problema nella discussione tra i compagni. Anche su questo
punto crediamo sia necessaria una riflessione comune, da farsi al
più presto.
7 - 1969-20002: l'orda d'oro
Oggi sappiamo che la bomba scoppiata nella filiale della Banca
dell'agricoltura a Milano, nel 1969, ha cambiato la storia di questo
paese. Quella esplosione inaugurò la strategia della tensione,
un dispositivo di aggressione statale ai movimenti sociali che costrinse
tutti gli attori politici che si muovevano su quella scena a fare
i conti con un nuovo interlocutore: l'uso illegale della violenza
di stato. E' da qui che cominciò quella travagliata riflessione
dentro al Partito Comunista che, qualche anno dopo, agitando il
pericolo di una degenerazione cilena della situazione italiana,
porterà alla scelta strategica del compromesso storico che
cambierà profondamente la sinistra istituzionale di questo
paese; è da qui che nelle aree più radicali del movimento
iniziò quella riflessione sulla violenza e sull'uso delle
armi che porterà alla nascita dei partiti armati. Con quella
strage una parte della borghesia di questo paese, lo stato e le
centrali del governo militare internazionali scelsero la strategia
della guerra per rispondere alla grande insorgenza sociale che nel
biennio 68-69 aveva attaccato frontalmente gli assetti delle subordinazioni,
dei poteri e dello sfruttamento venuti fuori dal dopoguerra, imponendo
con irruenza nello spazio discorsivo pubblico l'idea che un altro
mondo era non solo possibile, ma dietro l'angolo.
L'attacco violento ai movimenti sociali non era certo una novità
per la storia del nostro paese. Le aggressioni ai cortei operai
e contadini degli anni cinquanta e sessanta, le cariche, i pestaggi
di massa, gli arresti ed i fermi di polizia durante le manifestazioni
erano esperienza quotidiana per quanti si muovevano allora sui terreni
delle lotte sociali. Dalla strage di Portella della Ginestra in
poi l'uso delle armi e degli eserciti nelle politiche dell'ordine
pubblico era stata una costante nel governo del conflitto sociale.
Ma con la strage l'utilizzo della violenza di stato compie un salto
di qualità, spostandosi dal terreno 'legale' della repressione
all'uso strategico della risorsa violenza, utilizzando articolazioni
occulte dei poteri pubblici, diramazioni di strutture militari soprannazionali,
cooptazione di pezzi di movimenti sociali dell'estrema destra, alleanze
con settori importanti delle gerarchie militari, sperimentazione
di sofisticate strumentazioni della comunicazione. La strategia
della tensione non mira semplicemente a proteggere e garantire gli
equilibri politici esistenti: il suo obiettivo è la costruzione
di una soluzione autoritaria alla crisi politica e sociale del paese.
Essa non attacca più soltanto frontalmente l'avversario di
classe, il comunista, l'insubordinato, il manifestante, l'occupante.
Le strategie dell'ordine pubblico degli anni cinquanta e sessanta
non si ponevano il problema della legittimazione della violenza.
In un contesto internazionale dove due mondi e due modelli di civiltà
che già si combattevano quotidianamente nella guerra fredda
non c'era bisogno di 'giustificare' le cariche ai cortei, gli arresti,
l'utilizzo sistematico della carcerazione preventiva, l'impiego
delle armi e delle forme della repressione più cruente. Il
nemico c'era ed era ben visibile, tracciato nei contorni da quella
frontiera invisibile che dal muro di Berlino attraversava il corpo
sociale dell'occidente, sezionando il campo della politica con un
tratto tanto invisibile quanto netto. Il nemico era il comunismo
e i comunisti, e nel lungo dopoguerra della ricostruzione e del
miracolo economico non c'era bisogno d'altro per creare consenso
intorno alla guerra a questo nemico interno.
Ma dopo il biennio rosso qualcosa era cambiato profondamente nella
società italiana. In quell'attimo della storia le ragioni
di ciò che fino a poco tempo prima era semplicemente un corpo
estraneo rapidamente stavano conquistando forza e capacità
di impatto; il movimento stava cambiando i rapporti di forza nella
società e nel linguaggio, conquistando un'egemonia che stava
costringendo nell'angolo il grossolano anticomunismo che aveva accompagnato
la ristrutturazione del dominio capitalistico nella società
del dopoguerra. La strategia stragista interviene allorquando la
critica e l'opposizione all'esistente stava travolgendo gli assetti
dei poteri: nella fabbrica, nella scuola, nella famiglia, nelle
gerarchie dei sessi e dei saperi. Quel nemico interno costruito
dall'ideologia neo-capitalistica del dopoguerra, d'un tratto ridefiniva
la sua figura nello spazio discorsivo pubblico, imponendo, attraverso
l'affermazione della necessità della trasformazione, nuove
irriducibili visioni del mondo.
Ecco, è questo il problema che la strategia stragista è
chiamata a risolvere.
La strage interviene nella fase in cui il movimento è in
rapida e straripante crescita. Essa costruisce un prototipo di terrorismo
di stato, una tecnologia di aggressione ai conflitti sociali estremi
che prenderà la forma di un vero e proprio modello: le prassi
emergenziali.
La strage di Piazza Fontana del 1969 inaugura un cantiere di sperimentazione
delle culture e delle prassi emergenziali che negli anni che seguiranno
governerà una parte importante del rapporto tra movimento
e potere. Per queste ragioni la strage di stato rappresenta una
innovazione importante della repressione, una modernizzazione delle
logiche della guerra civile italiana che dispiegherà tutta
la sua geometrica potenza di fuoco nel trentennio che seguirà,
arrivando fino alle cose nel nostro tempo. Un attimo dopo la strage
comincia la costruzione mediatica dell'immagine del nemico: l'anarchico,
il guastatore, il bombarolo, l'estremista che svela il volto violento
e terrifico del movimento. L'arresto di Pietro Valpreda e Giuseppe
Pinelli nei giorni immediatamente successivi è il secondo
atto di quella regia occulta che stava realizzando le prove generali
di una rappresentazione che avrebbe consumato negli anni a seguire
infiniti altri attentati e vittime. Il braccio più violento
e rozzo degli apparati repressivi, quello abituato alla violenza
delle cellette di isolamento delle questure ed alla macelleria spicciola
delle cariche nelle piazze, sordo alla sofisticatezza della nuova
strategia, brutalmente raccoglie la sua vittima, 'spingendo' il
corpo di Giuseppe Pinelli dal quarto piano della questura di Milano.
Anni dopo, quando la magistratura di Milano decide di presentare
finalmente la sua verità su quella morte, parlerà
di un 'malore attivo' che avrebbe spinto Giuseppe nel vuoto, una
forza a metà tra il senso di colpa e il desiderio di morte
che, assolvendo i poliziotti del commissario Calabresi, avrebbe
fornito una versione pacificatrice a quella ingombrante perdita.
A pronunciare quella sentenza sarà il giudice D'Ambrosio,
l'attuale Procuratore Capo di Milano, una delle figure più
note della stagione di mani pulite che, in un tempo diverso della
politica, avrebbe disegnato intorno alla magistratura un ruolo politico
ed un'immagine pubblica di forte peso.
In una fase in cui diventa esplicita la rottura di ogni mediazione
politica e sociale, dove il ruolo degli stati nazione si riduce
a quello di esecutore dei mandati del comando globale, la gestione
del conflitto sociale diventa una questione di ordine pubblico,
da delegare agli apparati di controllo e repressione, supportati
da una forte propaganda sicuritaria, per scaricare sul nemico interno,
il deviante, l'immigrato, il tossicodipendente, ed oggi anche "il
terrorista", le insicurezze e le paure causate dalla crescente
precarizzazione della vita.
Le ideologie legate al tema della sicurezza, alla pedagogia della
legalità ed alla parola d'ordine "tolleranza zero"
hanno assunto già da anni un peso sempre più preponderante
nei discorsi del politico e nella costruzione mediatica del consenso.
Questa tendenza è oggi una realtà così radicata
che, mentre sul piano globale le operazioni di guerra si definiscono
ormai "operazioni di polizia internazionale", in Italia
Berlusconi battezza l'ennesima crociata contro il crimine come "guerra
dell'esercito del Bene contro l'esercito del Male", citando
testualmente l'espressione usata dopo l'11 settembre dall'amico
Bush per lanciare l'operazione Enduring Freedom. E' in questo contesto
che si colloca la risposta feroce contro le piazze che hanno visto
crescere in diversi luoghi del mondo il movimento dei movimenti.
Le riflessioni fatte fin qui rivelano quanto sia fuorviante porre
la questione della legalità come fronte di difesa o addirittura
di attacco contro gli indirizzi liberisti ed autoritari del governo
Berlusconi. I vincitori scrivono sempre una loro nuova legalità:
cosa succederà quando le nuove norme sull'immigrazione, la
scuola, la giustizia, la sanità diventeranno leggi dello
stato? Cosa si troveranno a difendere i girotondi con le loro parole
d'ordine in difesa della legalità quando la nuova legalità
berlusconiana sarà legge dello stato? Chi oggi "resiste,
resiste e resiste" nella trincea della legalità potrà
allora ammutolire, o finalmente provare ad argomentare l'idea di
una diversa giustizia sociale. Solo così può essere
pensabile un progetto collettivo che possa porsi l'obiettivo di
trasformare il mondo. La costruzione mediatica del consenso si serve
sempre più spesso delle categorie della devianza per affermare
le esigenze del controllo sociale e disciplinare in ogni ambito
della vita quotidiana. La costruzione delle figure del delinquente
come tossicodipendente o/e immigrato ha definito l'esplosione del
nostro sistema carcerario e raddoppiato in dieci anni il numero
dei reclusi (nel 1990 c'erano 25.000 detenuti, nel 2000 54.000).
Oggi probabilmente stiamo assistendo alla definizione di nuove figure
di criminali; la tendenza in atto è quella di criminalizzare
il movimento no - global, attraverso operazione più o meno
maldestre, ma che stanno fortemente scompaginando il campo della
politica.
In questo contesto è importante che la riflessione sui temi
della sicurezza e della repressione non rimanga affidata ai gruppi
di legali, il cui impegno, perltro fondamentale, non può
che limitarsi ad una lettura penal - processuale delle trasformazioni
in atto. Invece bisogna essere in grado di dare una lettura 'politica'
dei sistemi di controllo e sui loro portatori. Nel farlo non ci
può limitare all'analisi degli apparati e dei loro equilibri
perché, come negli altri campi, anche sui temi della sicurezza
i tecnici prevalgono sui politici. E questi tecnici provengono tutti
dalle prefetture e delle questure d'Italia; generalmente cresciuti
a pane e democrazia cristiana i vertici degli apparati di polizia
sono oggi i veri portatori del verbo della 'tolleranza zero', che
ha un solo vangelo (in Italia il Testo unico delle leggi di polizia),
ma molti apostoli. Non si dimentichi che il ruolo degli apparati
è molto cambiato in questi ultimi anni. I corpi di sicurezza
non sono rimasti immuni dalle trasformazioni che hanno caratterizzato
il nostro paese negli ultimi anni. Se negli anni d'oro della Democrazia
cristiana e di quel consolidato sistema di governo la dimensione
del politico era tale che nessuna decisione di ordine pubblico fosse
presa senza il preventivo consenso del potere politico, oggi la
delega che gli apparati di sicurezza ricevono nella gestione dell'ordine
pubblico è in bianco. In questo la questione di Genova e
del G8 è esemplificativa. Il potere politico si è
assunto a posteriori la responsabilità di quanto successo,
senza però avere deciso nulla in proposito (se non ovviamente
la delega iniziale data ai vertici di polizia). E se Napoli (centrosinistra)
a marzo è stata nel suo piccolo come Genova (centrodestra)
è perché i governi cambiano, ma la gestione dell'ordine
e della sicurezza rimane in mano agli stessi apparati. E' evidente
che questo nuovo ruolo che i vertici degli apparati hanno ricevuto
comporta una ridefinizione degli equilibri interni ai corpi e tra
i corpi stessi, ridisegnarsi di forze e poteri che non potrà
essere indolore, ma che, anzi, renderà palesi le contrapposizioni
tra le aspettative di gestione di quote dell'ordine pubbliche da
parte delle diverse forze di polizia.
La creazione di penalità avviene ogni giorno attraverso questi
apparati amministrativi, che quotidianamente raccolgono informazione
su ogni cittadino (ricordate la denuncia di quel carabiniere che
parlava di 70 milioni di fascicoli!?), costruiscono prove ed ipotesi
di reato, reprimono brutalmente le manifestazioni di protesta, estendono
il loro potere ad ogni livello della loro gerarchia, cosicchè
anche l'ultimo dei celerini è investito di un potere senza
limiti. Su questi apparati manca analisi e riflessione, l'errore
che si commette è quelli di considerarli un insieme indefinito,
mentre sarebbe più utile sapere leggere le trasformazioni
che li attraversano, le logiche delle gerarchie, le strategie dei
vertici, le tattiche dei quadri,
la formazioni delle loro dirigenze, preso atto che questi apparati
sono ormai soggetto autonomo ed indipendente nello scenario politico.
E' necessario, secondo noi, saldare l'analisi dell'ordine del discorso
sicuritario con la conoscenza della microfisica dei poteri degli
apparati, individuare le logiche che sottendono le pratiche della
sicurezza e la struttura degli equilibri del controllo, la nuova
composizione dei luoghi della disciplina, tenendo ben presente che
l'attuale assetto dei poteri sta ormai operando in una strategia
di guerra preventiva contro i suoi nemici interni ed esterni che
non ammette esclusioni di colpi. Una nuova strategia della tensione
è nel nostro immediato orizzonte, insomma, e questo movimento
dovrà esercitare tutta l'intelligenza politica di cui è
capace per affrontare una nuova stagione di bombe e bombaroli.
La scrittura di questo lavoro si è momentaneamente fermata
il 9 dicembre 2002, cioè il giorno in cui sono scoppiate
due bombe, di fabbricazione artigianale, nei pressi della questura
di Genova. Il 15 dicembre si svolgerà nel capoluogo ligure
una manifestazione nazionale per protestare contro gli arresti per
il fatti del 20 e 21 luglio 2001. Il lavoro continuerà con
successivi aggiornamenti.
9 dicembre 2002
Rete Noglobal
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