LIBERIAMOCI DAL CARCERE
Dossier: la libertà è la nostra malattia

Schede carcere e salute

La salute in carcere | Tossicodipendenze e carcere | Medicina Penitenziaria

La salute in carcere

Dal 1° gennaio al 30 settembre 1999 nelle carceri italiane sono stati registrati 9.794 casi di malattie infettive e 5.473 casi di malattie del sistema nervoso. L’Associazione dei medici Penitenziari (Amapi) stima in circa 8.500 i detenuti affetti da epatite. Nel carcere di Napoli Secondigliano su 1200 detenuti presenti i casi di epatite rilevati sono stati 150. Nel 1998 negli istituti di pena italiani sono stati segnalati, inoltre, 250 casi di tubercolosi.

Le condizioni di sovraffollamento degli istituti non consentono alcuna efficace opera di prevenzione della diffusione delle malattie infettive. Nei cameroni del carcere napoletano di Poggioreale si contano fino a 18 persone, con un solo bagno, dove, tra l’altro, ci si cucina anche:

nelle carceri di questo paese ci si ammala.

Nei 15 Centri Clinici penitenziari italiani lo scorso anno sono state ricoverate 5.827 persone. Le due strutture sanitarie carceriarie della città di Napoli da sole hanno assorbito quasi il 30% di questi ricoveri (1.131 a Poggioreale e 458 a Secondigliano). La spesa sostenuta per la gestione di questi due ‘ospedali’ è stata, sempre nel 1999, di 4.588.862.700 lire: la sanità penitenziaria è anche un importante affare.

Al contempo chi nel carcere è gravemente ammalato non riesce a curarsi adeguatamente o ad uscire. Dal 1998 il Ministero di Grazia e Giustizia ha istituito in alcune carceri, come il Centro Penitenziario di Secondigliano, reparti ospedalieri per malati di Aids. Una ricerca sullo stato della sanità penitenziaria condotta dalla Lila ha svelato che la "stragrande maggioranza dei detenuti in fase avanzata della malattia è ristretta nei normali raggi penitenziari e continua a non avere accesso alle nuove terapie anti-Aids". Ma anche per quanti riescono ad arrivare nei reparti ospedalieri carcerari la situazione non migliora di molto. Dal momento in cui viene visitato il tempo medio di attesa per avere disponibili farmaci si aggira intorno ai 30/40 giorni, causando "gravi ripercussioni cliniche per via dell’interruzione o della sospensione della terapia" Nelle carceri italiane, proseguono i ricercatori della Lila, "è possibile procurarsi l’eroina mentre è quasi impossibile procurarsi una siringa pulita; il risultato è scontato: il sistema penitenziario italiano è oggettivamente corresponsabile della diffusione del virus HIV tra la popolazione detenuta". (V. Agnoletto, ‘La società dell’Aids’).

In questa disastrosa situazione per un ammalato di aids detenuto è estremamente difficile ottenere le autorizzazioni per curarsi nelle strutture ospedaliere esterne. Sono tantissimi i casi di persone gravemente ammalate che non riescono ad arrivare alle strutture sanitarie pubbliche perchè la sanità penitenziaria e la magistratura di sorveglianza continuano a certificare che in carcere si è adeguatamente curati. Nelle numerose visite che il Comitato ‘Liberiamoci dal carcere di Napoli’ ha effettuato nei due istituti penitenziari della città (vedi allegati n.1,2,3,4) sono stati tanti i casi di persone in condizioni pietose che non riuscivano ad ottenere dal giudice di sorveglianza l’autorizzazione al ricovero ospedaliero. Segnaliamo, uno tra tutti, il caso di un ragazzo tossicodipendente di 28 anni detenuto nel Centro Clinico di Secondigliano, malato di aids e colpito da un cancro alla gola, al quale era stato prescritto un trattamento chemioterapico urgente, costretto da un provvedimento del Magistrato di Sorveglianza di Napoli a recarsi ogni giorno in ospedale, col furgone blindato e scortato dalla polizia penitenziaria, per poi ritornare in carcere appena finita la terapia.

Il carcere, oltre ad ammalare ed a curare poco e male, si mostra anche decisamente ostinato ad impedire l’esercizio pieno del diritto alla cura.

Probabilmente il business della sanità penitenziaria non è estraneo a questo ‘atteggiamento’ delle autorità penitenziarie (vedi punto C). Le tenaci resistenze che la burocrazia ministeriale sta opponendo al passaggio della medicina penitenziaria al Sistema Sanitario Nazionale sono probabilmente espressione di un forte aggregato di interessi che trova in queste cifre qualche spiegazione:

- stanziamenti per la sanità penitenziaria per il 1999 154 miliardi

- n. dei medici penitenziari incaricati 350

- n. medici di guardia 1.400

- n. medici dei Sert 203

- n. specialisti convenzionati 3.200

- n. infermieri 1.200

Di sanità penitenziaria non solo si muore, ma si vive anche.

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Tossicodipendenze e carcere

Il 31 dicembre 1999 i tossicodipendenti nelle carceri italiane erano 15.097, circa il 30% della popolazione detenuta. 33.059 reati, ossia il 20% del totale dei reati ascritti alla popolazione detenuta, sono stati commessi in violazione della legge sulla droga. Per converso il numero complessivo di alcool-dipendenti, certificati come tali, è invece irrilevante: 671 detenuti, pari all'1,30% del totale dei detenuti, pur essendo questo fenomeno ancor più diffuso della dipendenza da sostanze stupefacenti. Il principale fattore dell’attuale stato di sovraffollamento delle carceri italiane è oggettivamente la normativa proibizionista sul consumo delle droghe.

Nel corso del 1999 soltanto il 34% delle persone entrate in carcere sono state sottoposte allo screening hiv:1.638 detenuti sono risultati positivi, pari al 3,17% del totale, 1.382 sono tossicodipendenti, cifra corrispondente all'84,37% del totale dei detenuti sieropositivi. Data la parzialità della somministrazione del test probabilmente il numero dei sieropositivi in carcere è almeno tre volte quello che risulta ufficialmente.

La Campania è la seconda regione in Italia per popolazione detenuta; sono circa i 6.000 i detenuti distribuiti per oltre il 60% negli istituti di Poggioreale e di Secondigliano (circa 2.000 nel primo e 1.400 nel secondo). Poggioreale è il carcere di primo ingresso, è l’istituto che chiunque abbia vissuto, anche per un solo giorno, l’esperienza detentiva non può non conoscere. La gran parte delle circa 10.000 persone che ogni anno entrano nelle carceri campane fa l’esperienza del primo carcere di Napoli.

Le visite effettuate dal Comitato Liberiamoci dal carcere di Napoli nei due istituti della città hanno appurato che, di fatto, nel carcere di Poggioreale è praticamente assente l’intervento del Sert per i tossicodipendenti che entrano dalla libertà; che per questi non è previsto l’utilizzo del metadone nel superamento delle crisi di astinenza, pur in presenza di una direttiva del Ministero che impone alle direzioni delle carceri l’uso di questa terapia; che il Direttore del carcere ha dichiarato ufficialmente che nel suo istituto, le crisi di astinenza si affrontano con il cosiddetto ‘lavaggio a secco’, cioè senza alcun sostegno terapico. La ragione di questo ‘indirizzo terapeutico’ sta evidentemente in quella sorta di moralismo trattamentale che molte direzioni di istituti penitenziari di sovente manifestano, senza spiegare, però, perchè questo stesso atteggiamento non viene applicato all’uso degli psicofarmaci in carcere. Una ricerca dell’Associazione Antigone ha infatti rilevato che "gli psicofarmaci sono la categoria di farmaci maggiormente somministrati negli istituti di pena" (in alcuni casi si arriva al 70/80% del totale dei medicamenti somministrati). Questo dato ci è stato confermato anche da alcuni operatori dei servizi pubblici che hanno lamentato l’elevato numero dei tossicodipendenti che escono dal carcere disasseufatti dall’uso dell’eroina ma fortemente dipendenti dagli psicofarmaci, una forma di dipendenza di più difficile rimozione rispetto a quella dipendente dalle droghe criminalizzate.

La situazione non è più esaltante nel carcere di Secondigliano, dove, pur essendo formalmente sulla carta assicurata la presenza del Servizio Tossicodipendenze della Asl, in pratica l’intervento si riduce alla presenza di tre opeatori un solo giorno a settimana che si limitano ad appore un visto di congruità in calce ai programmi di recupero che i tossicodipendenti stessi sono in grado di procurarsi.

A dieci anni dall’approvazione della legge sulle droghe (l. 309/90) che imponeva all’Amministrazione Penitenziaria ed alle Asl di approntare servizi adeguati alle esigenze di sostegno e recupero dei tossicodipendenti detenuti, nelle due maggiori carceri della Campania non c’è alcuna possibilità reale per un detenuto tossicodipendente di mettersi in contatto con un servizio pubblico che dia un aiuto concreto alla sua situazione.

La situazione appare ancora più disastrosa se si osserva la qualità dell’assistenza fornita dagli operatori penitenziari. In un recente documento presentato dagli educatori del carcere di Secondigliano si afferma che

"...a Secondigliano sono in servizio 900 poliziotti penitenziari e 9 educatori (su un organico previsto di venti unità); il rapporto operatore/utente per questi ultimi è di 1 a 170 (essendo due unità impiegate esclusivamente nel ‘raparto verde’). Gli psicologi sono appena 5, assunti con convenzioni che pagano 305 ore mensili di consulenza (circa mezzo minuto al giorno per utente). (vedi allegato n. 5)

La tolleranza zero vale evidentemente solo per chi viola le norme sul consumo delle droghe, non per le istituzioni pubbliche che ignorano l’obbligo di osservanza delle leggi.

Sulla delicata questione del passaggio della sanità penitenziaria dal Ministero della Giustizia al Servizio Sanitario Nazionale la nostra regione sembra essere destinata, ancora una volta, al ruolo di fanalino di coda dei processi di riforma. Un tavolo di consultazione istituito recentemente tra responsabili della sanità pubblica e rappresentanti dell’Amministrazione penitenziaria è stato più volte disertato da questi ultimi senza alcuna comprensibile spiegazione. In discussione vi è il trasferimento ai Sert, che dovrebbe già essere operativo, dei servizi per le tossicodipendenze attualmente presenti nelle carceri cittadine. I due direttori delle strutture di Secondigliano e Poggioreale non hanno ritenuto finora di doversi confrontare sui problemi riguardanti questo passaggio di consegne.

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Medicina Penitenziaria

La sanità penitenziaria conta circa 5.000 addetti: 350 medici incaricati; 1.650 medici di guardia; 2.100 medici specialisti; 150 tecnici; 400 infermieri professionali di ruolo; 1.000 infermieri convenzionati puri; 300 infermieri professionali convenzionati con le Asl. La stragrande maggioranza di questo personale è impiegato con rapporto di lavoro convenzionato, cioè con contratti a termine che vengono stipulati con le singole carceri. La selezione di questo personale avviene a livello locale, cioè nei singoli istituti, attraverso una procedura di valutazione di titoli e prova attitudinale effettuata da commissioni presiedute dai direttori delle carceri.

Questo meccanismo di selezione assicura alle direzioni la più assoluta aderenza dei medici e degli infermieri penitenziari alle ragioni della sicurezza, prioritarie rispetto a quelle della cura e prevenzione. La classe dirigente del Dap non ha nessuna intenzione di perdere il controllo su questa parte del personale, e per questa ragione ha cercato di opporsi in tutti i modi, sin dalla fase di avvio del dibattito parlamentare, alle ipotesi di passaggio della medicina penitenziaria al Servizio Sanitario Nazionale. La battaglia che l’ex ministro della Sanità Bindi ha dovuto combattere perché questa legge andasse in porto è stata durissima, ed ha dovuto scontare la fortissima resistenza dei direttori delle carceri, dei titolari degli uffici centrali che gestiscono il personale, ed anche dell’associazione dei medici penitenziari.

Nel 1998, in occasione dell’approvazione al Senato di questa legge, l’associazione dei medici carcerari mise in scena una fortissima protesta. Il presidente dell’associazione dei medici penitenziari (Anapi), Ceraudo, si incatenò fuori dal carcere di Rebibbia per protesta contro la nuova legge.

Soltanto nel luglio 1999 un decreto legislativo stabilisce il passaggio della medicina penitenziaria al Servizio Sanitario Nazionale, rimandando la concreta attuazione alla emanazione dei relativi decreti (d. lgs. N. 230, del 22.7.1999). Attualmente, come soluzione compromissoria allo scontro tra Sanità e Penitenziari, la riforma è in una fase di sperimentazione attuata su tre regioni, alla fine della quale dovrebbe avvenire il concreto passaggio.

Secondo la Cisl, che sostiene la battaglia corporativa di Ceraudo, "il compito di un medico penitenziario non è solo quello della prevenzione, diagnosi e cura, dell’’accertamento delle patologie esistenti, ma è anche quello della dimostrazione dell’inesistenza di alcune patologie…"; ed ancora "ciò che differenzia l’operato del medico penitenziario da quello di un medico del S.S.N. è la sua maggiore conoscenza della vita del penitenziario… che risulta indispensabile per assistere i detenuti e comprendere l’attività della Polizia Penitenziaria e le sue problematiche".

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