LIBERIAMOCI DAL CARCERE

ESCLUSIONE SOFFERENZA GUERRA

di Sergio Piro


Tesi provvisorie approvate dall'OperativoEsclusioneSofferenza 2002

(Ristampa con nota aggiuntiva)


Edizioni
LA CITTA DEL SOLE
Via Giovanni Ninni, 34
80135 Napolí

Le Edizioni La Città del Sole sono contro la riduzione a merce dell'uomo e del prodotto del suo ingegno.
La riproduzione, anche integrale, di questo volume è, pertanto, possibile e gratuita, ed è subordinata ad autorizzazione dell'editore soltanto a garanzia di un uso proprio e legittimo dei contenuti dell'opera.


Sommario

Presentazione di Nino Perrino
Nota aggiuntiva

Testo di Sergio Piro
Premessa
Tesi
Appendice


Presentazione di Nino Perrino

Il presente scritto è stato proposto da Sergio Piro nelle riunioni di lavoro dell'OperativoEsclusioneSofferenza, struttura d'impegno politico e sociale del Movimento democratico salute mentale (onlus).
La discussione delle Tesi provvisorie è stata accurata e vibrante e ciò ha condotto a qualche aggiunta e qualche modifica del testo originario. La piena rispondenza del testo alla linea politica, alle prassi di lavoro e all'impegno sociale dell'Operativo ne permettono l'utilizzazione come documento fondazionale nel presente momento delle lotte contro l'esclusione sociale e dell'impegno rinnovato ed aggiornato ad osare la "cura".
Come è stato più volte ribadito nel corso della discussione, il carattere più evidente delle Tesi è quello, epistemologicamente significativo, della provvisorietà. Per questo motivo, e qui tutti sono stati incondizionatamente d'accordo con Sergio Piro, queste Tesi dovranno essere presto aggiornate e modificate nello sviluppo del nostro lavoro e nel trasformarsi della nostra pratica sociale.

Nino Perrino
Presidente del Movimento democratico salute mentale
Napoli, 9 marzo 2002


Nota aggiuntiva

L'assemblea dell'OES Napoli ha deciso, in data 8 ottobre 2002 di dare all'OES (OperativoEsclusioneSofferenza) un'autonoma strutturazione nazionale, indipendente dal Movimento democratico salute mentale (i cui meriti storici nella lotta anti-istituzionale e la potente azione di contestazione in Campania sono la base operativa di tutti gli sviluppi successivi ed attuali). Tale decisione è stata approvata da un'assemblea allargata ai membri attivi del MDSM in data 24 ottobre 2002. Strettissima e interpenetrata rimane la connessione fra i momenti operativi delle due fluide organizzazioni di lavoro e di lotta.
Le presenti testi, scritte e proposte da Sergio Piro, nella loro voluta provvisorietà semantica e programmatica costituiscono il documento fondazionale dell'OES (OperativoEsclusioneSofferenza).

Teresa Capacchione
Presidente dell' OES (OperativoEsclusioneSofferenza)

Napoli, 29 ottobre 2002

Testo di Sergio Piro

Premessa

Questo documento, discusso e approvato dall'OperativoEsclusione Sofferenza, è diretto a coloro che hanno un interesse attivo all'argomento dell'esclusione sociale e della sofferenza oscura, un vasto campo di lavoro già affrontato in Italia negli anni sessanta da alcuni operatori psichiatrici, primo fra tutti Franco Basaglia , dal movimento studentesco, dalle avanguardie sindacali, dalla nascente sinistra extraparlamentare ed esteso poi, negli anni successivi, a tutto il tessuto civile del paese, alle organizzazioni elettive e spontanee del territorio, alle classi lavoratrici, ai sindacati operai, agli intellettuali e agli artisti, alle forze politiche della sinistra "ufficiale". Vennero in conseguenza di ciò le leggi di riforma e l'abolizione giuridica e programmatica del manicomio, la sfida del lavoro territoriale di salute mentale nell'ambito di un progetto di Stato sociale forte, le prime grandi realizzazioni antimanicomiali e territoriali, i successi di un modo nuovo di trattare l'esclusione e la sofferenza oscura , le risonanze su tanti settori dell'impegno per la salute e per la qualità della vita.
Le presenti tesi, in un modo semplice e sintetico, delineano il panorama successivo della crisi del programma e postulano alcune delle ipotesi necessarie per il rilancio delle lotte all'esclusione e d'impegno alla "cura" in un quadro politico e sociale mondiale e locale grandemente mutato.
Nulla viene qui rinnegato di un passato di grande rilievo politico, culturale, sociale e scientifico, né viene in alcun modo posta in dubbio la persistente utilità delle forme di lavoro organizzato e delle strutture territoriali, nate dalle pratiche alternative di quegli anni e sancite da leggi nazionali italiane.
Ma si tenta qui di ravvisare quale siano i fattori d'involuzione e di crisi, perché prevalga la rinunzia a ulteriori passi avanti, perché si debba constatare la mancata adesione agli orizzonti politici, sociali, culturali di questo tempo che nulla lascia d'immutato, nulla conferma gratuitamente, nulla affida alle tradizioni e ai nomi una volta gloriosi.
Su tutti questi argomenti le presenti tesi tentano di aprire un dibattito e guardano in maniera decisa a un più esteso rilancio delle esperienze e delle lotte.

* * *

Il passaggio, avvenuto l'11 settembre 2001, dalla globalizzazione soft del capitale finanziario, dei mercati e dell'informazione alla globalizzazione hard, cioè esplicita, delle guerre imperiali e della conquista militare , accelera ulteriormente e distorce tutti i processi trasformazionali del mondo umano. Cade definitivamente ogni differenza di coinvolgimento fra personale militare e popolazione civile; scompaiono le guerre complanari fra eserciti; scompare l'immunità bellica dei paesi del grande capitale, inattaccabili fino a pochi mesi fa; le libertà civili vengono ristrette anche nei sistemi politici a impronta liberale e i movimenti alternativi d'impegno sociale e di difesa dei diritti umani segnano necessariamente il passo. Sovrastrutture religiose ultraforti imprigionano, in Oriente e in Occidente, la mentalità popolare in ritualità obbligate e in compensazioni ideologiche, in prospettive capovolte d'imperialismo guerrafondaio religioso oppure in proclamazioni vanitose e puramente ideologiche di pace universale. Le guerre di popolo vengono calunniate e designate come terroristiche, nella voluta confusione fra la resistenza all'oppressione e il grande terrorismo internazionale, complemento necessario della guerra imperiale e ad essa collegato da interessi e contrasti, da complicità antiche e rivalità recenti. Il grande polo umano dell'esclusione mondiale totale giace ancora apparentemente inerte e silenzioso, immerso nella sua povertà totale, nelle sue malattie, nelle sue guerre tribali e nei suoi grandi genocidi, nella desertificazione, nel Fondo Monetario Internazionale e nelle guerre di rapina dell'industria farmacologica, anche se già da decenni sorpassa nell'emigrazione di massa il limen delle fortificazioni imperiali di confine, al prezzo di perdite innumeri di vite umane, di sofferenze estreme e di strazio degli affetti fondamentali.
In questa prospettiva ancora si modifica e cambia il ruolo delle opposizioni sociali e culturali all'interno della fortezza imperiale: e se le prassi d'impegno sociale e di trasformazione culturale di massa mantengono tutta la loro validità potenziale come fonte di conoscenza e come istigazione collettiva alla definizione e alla difesa dei diritti umani fondamentali, la loro portata viene limitata in Europa dall'omogeneizzazione repressiva dei mass-media, dai fenomeni di reflusso culturale quale conseguenza della campagna contro il "terrorismo" e le "culture inferiori", dalla rarefazione dei partiti di sinistra nell'ambito istituzionale europeo, dall'estrema difficoltà di un sindacalismo da tempo annaspante nella ristrutturazione capitalistica e nella difesa dei posti di lavoro, dalla squallida ripresa di fatti espliciti di razzismo e di istigazione alla guerra fra poveri, talora anche da parte di forze politiche di governo .
La lotta ideologica e pratica nelle forme locali e parziali dell'esclusione sociale, l'impegno attivo nella difesa dei diritti delle minoranze, il farsi carico della cura della sofferenza umana, l'assistenza agli esclusi e agli oppressi, non solo non hanno perso il loro valore esemplificativo ed agogico, ma rimangono anzi un tratto insostituibile della coscienza antagonistica dei popoli occidentali, un momento - fra tanti - di una coscienza polimorfa e multitematica che non ha unicità di volto né compatte ideologie unitarie né centralità d'indirizzi.
Rispetto al passato bisogna prendere atto che, nel mutato e vastissimo orizzonte globale, sono necessari mutamenti importanti di teoria, di prassi, di comprensione, di linguaggio, di alleanze e di collegamenti, affinché l'impegno locale o parziale nella cura della sofferenza e nell'antagonizzazione dell'esclusione non diventi copertura ideologica, non si risolva in una colossale mistificazione, come già è avvenuto più volte nel passato. La coscienza trasformazionale di questo passaggio epocale deve diventare teoria e prassi di una trasformazione senza sosta, risolutamente antagonistica, necessariamente coerente, senza sconti né prezzi di favore per chicchessia e non può ridursi certamente agli schemi oppressivi del neomanicomialismo, dell'assistenzialismo becero e clientelare, delle involuzioni istituzionali psichiatrico-democratiche, delle forme talora appena mascherate di propaganda e appoggio agli interessi dell'industria psicofarmacologica: in Italia fieri progetti governativi di restaurazione manicomiale, universitaria, privatistica e pan-farmacologica puntano a una distruzione del portato culturale, politico, operativo e sociale della Legge Basaglia. E si pone anche qui dunque, con evidenza, il tema della resistenza.
Far parte di un universo antropico in attiva rapida evoluzione significa una necessaria relativizzazione del proprio compito, delle proprie acquisizioni, dei propri presupposti teorici, della propria puntiforme collocazione nell'unità dell'orizzonte trasformazionale globale; in questo senso e con questo limite necessario, il progetto della lotta all'esclusione di coloro che hanno difficoltà esistentive, della "cura" della sofferenza, dell'istigazione popolare alla gestione territoriale della cura, della difesa dei diritti di coloro che soffrono, torna ad essere - probabilmente - un momento necessario nel panorama vasto dei movimenti antagonistici di questo tempo.
In questo tratto epocale l'umanità ha il presentimento di un mutamento pauroso del suo destino e, insieme, una speranza forte di salvezza e di pace.

Tesi

1. Le prassi di aggregazione antropica, pienamente rispettose dei diritti di tutte le componenti sociali, dei sottogruppi e dei singoli, e le prassi di esclusione sociale, contrassegnate da un'attiva e violenta negazione dei diritti di componenti sociali, di sottogruppi, di singoli, sono aspetti parziali - cioè di parte, di una parte, di un groviglio parziale - dell'accadere antropico complessivo. Queste prassi sono compresenti e continuamente modulate da spinte generali di carattere economico e culturale. La pace e la guerra sono gli aspetti più evidenti ed estremi di questa attitudine antitetica fondamentale delle società umane antropologicamente e storicamente note.
1.1. Nel presente periodo, in relazione al formarsi di aggregazioni umane sempre più vaste e confluenti e allo sviluppo di tecnologie capaci di distruggere la vita nonché di modificare l'ambiente naturale, la pace è la sola possibilità che si dia per la sopravvivenza della specie .
1.2. La guerra, lo sfruttamento dei popoli militarmente deboli, le diseguaglianze economiche, la rapina delle risorse, la negazione del diritto di sopravvivenza, la negazione della cultura e del progresso, il dominio dei ricchi sui poveri e dei forti sui deboli, la distruzione della natura, tutto ciò si collega senza soluzione di continuità con le condizioni di esclusione sociale circoscritta e di violenza diffusa, presenti con evidenza massima e crescente all'interno degli stati imperiali dominanti e delle società del benessere.
1.3. La rilevanza, la qualità, l'estensione dell'esclusione e della guerra direttamente attengono alle caratterizzazioni economiche, culturali, ideologiche, rituali, etc. di una determinata società. Ogni mutamento politico e culturale, ogni rivoluzione sociale, modificano la rilevanza, la qualità, l'estensione dell'esclusione e della guerra in quella società e nel rapporto con le altre.
1.4. Nelle dimensioni generali dell'esclusione e della guerra si considera il destino di popolazioni, grandi aggregati culturali ed etnici, minoranze linguistiche, gruppi nomadi, etc. (dalla persecuzione razziale e religiosa al genocidio, all'affamamento, alla desertificazione, alla negazione delle cure, dei farmaci, della salute, delle cure parentali, all'abbandono all'ignoranza e alla superstizione, etc.).
1.5. Le forme di esclusione sociale a fascia (versus le donne, le persone di diversa condizione sociale, le persone di diversa cultura o lingua o aspetto esterno, gli omosessuali, i transessuali, i disoccupati, etc.) o circoscritta (versus i disabili, i malati mentali, i tossico-dipendenti, i vagabondi, etc.) si costituiscono come negazione di diritti delle persone perseguitate e come stato di attiva guerra contro di esse. Queste considerazioni sulla indeclinabile continuità fra gli accadimenti antropici generali e quelli più ristretti, cioè microsociali, nulla tolgono alla considerazione della specificità medica e/o psico-antropologica di alcuni tipi di sofferenza e/o di inabilità, né all'importanza di un agire specifico in tali condizioni o componenti.
1.6. L'impegno contro l'esclusione sociale circoscritta nella sofferenza oscura, sia pur nella molteplicità degli orientamenti e nella varietà frammentata delle prassi, è espressione della coscienza delle dimensioni generali dell'esclusione e della guerra e del conseguente impegno antagonistico; è una prassi che ha un senso autentico e complessivo solo se è legata all'orizzonte vasto dell'impegno politico per la pace, per l'eguaglianza planetaria dei diritti umani, per la giustizia sociale e il pari diritto di accesso alle risorse, per la libertà, per la fine del terrorismo materiale e culturale contro i popoli oppressi e contro le fasce indifese.

2. Nata probabilmente dalla lotta delle prime aggregazioni umane per la sopravvivenza e per il possesso del territorio, la guerra sembra svilupparsi sistematicamente nei successivi periodi storici per effetto della diseguaglianza nell'accesso alle risorse, della rapina reciproca dei beni, dell'accumulo della ricchezza, della paura e della diffidenza reciproca, delle diversità religiose, culturali, linguistiche, della negazione dei diritti di altre comunità e quanto altro, nella storia dell'umanità, abbia posto in qualunque modo donne e uomini contro altre donne e uomini.
2.1. Le guerre ad altissimo potenziale distruttivo di questa parte della storia, basate sulla ricorrenza moltiplicata degli stessi fattori primordiali di possesso e di rapina, ma includenti ormai l'intera popolazione terrestre, pongono in pericolo l'esistenza dell'umanità e tracciano il panorama di un possibile suicidio della specie. La lotta telica alla guerra, lo scopo politico di un'umanità pacifica ed unita non è un sogno utopistico, né un retorico atto d'amore, né una missione religiosa, bensì una rigorosa e immediata necessità prassica per la salvezza della specie: la sua mutazione eirenica è chiaramente l'unica che può garantirne la sopravvivenza.
2.2. La guerra fra gli esseri umani si rivela in ogni forma di odio, di aggressività, di oppressione, di persecuzione, di sadismo macro-sociale, micro-sociale, singolare.
2.2.1. Le teorie innatistiche sugli istinti di morte e sulla loro ineliminabilità sono al servizio della guerra e dell'esclusione. L'evoluzione linguistica, concettuale, affettiva, sociale e politica della specie umana ha costantemente dimostrato la modulabilità estrema dei comportamenti iniziali, detti istinti, della loro facile trasformazione e inversione. Il campo antropico continuo ha una potenza trasformazionale elevatissima nei confronti di ogni caratterizzazione e di ogni presentazione dell'umano .
2.2.2. Il razzismo, il nazionalismo, l'etnismo, il fanatismo religioso, il maschilismo, la violenza carnale, la mutilazione sessuale delle donne, la persecuzione dei diversi, l'invenzione di razzialità inesistenti (come la "razza" ebraica allora o la "razza" araba ora), sono manifestazioni estese di guerra, sono causa di sciagure immani e di sofferenze inaudite di popolazioni, di collettività, di singoli. Da questo, anche da questo, si costituisce la singolarità umana (malamente detta "persona").
2.2.3. Debbono considerarsi come manifestazioni di guerra tutte le forme di negazione dei diritti degli altri, di violenza personale, di gelosia, di stupro, di assoggettamento ideologico, comportamentale, religioso e culturale, di oppressione delle donne e degli uomini, che versano in condizioni presunte o reali di difficoltà. Tutte queste modalità costituiscono o modulano o sovradeterminano la sofferenza oscura.
2.2.4. Nell'era della guerra diffusa e permanente, le relazioni d'amore sono inestricabilmente connesse con l'odio, con l'aggressione, con il disprezzo e la disistima, con la paura reciproca, con la persecuzione, con il desiderio di lesione e di morte. Questo è uno dei temi antropologici importanti per la comprensione della sofferenza oscura e del destino singolare delle persone sofferenti.
2.2.5. La violenza carnale contro le donne e i bambini non è un comportamento sessuale, ma, dalla notte dei tempi, un episodio di guerra, un modo forte del trionfo vittorioso, un asserimento di dominio, una forma suprema di odio e di disprezzo.
2.2.6. L'organizzazione violenta delle società del benessere e le esigenze del commercio internazionale, inclusi i traffici di capitali neri, di armi, di droghe e di schiavi, comportano in modo strutturalmente stabile la presenza della criminalità organizzata nelle strutture politiche, negli organismi statali, nel possesso e nella regolamentazione del territorio.
2.3. La saga dialogica antica della lotta di classe si disperde nella guerra senza quartiere fra coloro che non vogliono la guerra e coloro che vogliono la guerra: paradosso semantico evidente che alimenta una speranza luminosa come un'aurora e la sospesa apprensione di un'apocalisse densa di orrori impensabili. La guerra non si antagonizza con un pacifismo generico, qualunquistico o clericale, bensì - probabilmente - con un lungo, composito, contraddittorio e multicolore sforzo trasformazionale, che potrebbe impegnare diverse successive generazioni.
2.4. Coloro che sono terrorizzati dalla possibilità della fine del mondo non sono le persone comuni, la gente in senso lato, gli scrittori di fiction, bensì gli scienziati, gli ecologi, i naturalisti, gli economisti, gli amministratori, gli statisti lungimiranti (quanto pochi!): e la loro angoscia non si attacca come una peste mortale a una previsione millenaria, immotivata e assurda, bensì ai calcoli, alle statistiche, ai dati dei loro strumenti, alle previsioni, alle analisi di tendenza, a tutto l'apparato nomotetico della ricerca rigorosa. E se coloro che si occupano di scienze della natura tremano per la trasformazione di un pianeta, le cui condizioni materiali e le cui caratteristiche fisiche sono sempre più alterate, coloro che si occupano di scienze umane sono terrorizzati dalla travolgente epifania dell'inclinazione autodistruttiva della specie.

3. Quella sofferenza oscura, che viene comunemente detta malattia mentale, depressione, nevrosi, disadattamento, condizione psicopatologica, etc., è impregnata di esclusione sociale e di guerra (violenza intersingolare e plurale), talora già nel suo determinarsi, sovente nel suo radicarsi e complicarsi, sempre nella sua immersione sociale e nelle relazioni che vi attengono.
3.1. Qualunque modo della cura che non tenga conto di questa realtà è destinato a rivelarsi come un'ulteriore atto di guerra contro la singolarità sofferente, una maggiore e più grave esclusione .
3.1.1. Nelle donne e negli uomini, in cui una malattia biologica sia da riconoscersi come movente primo della sofferenza, non cessa mai la determinante influenza dell'immersione nel sociale fluente sul destino singolare: l'esclusione e la guerra gettano il singolo al livello più basso e più avvilito delle sue potenzialità.
3.1.2. Del pari, nelle donne e negli uomini in cui una problematica interiore sia da riconoscersi come movente primo della sofferenza, non cessa mai la determinante influenza dell'immersione nel sociale fluente sul destino singolare: l'esclusione e la guerra impediscono al singolo il mutamento della sofferenza in progetto di vita, in potenza d'espressione, in capacità di modificare o rendere agibili le condizioni microsociali circostanti.
3.2. Nessuna modalità di cura della sofferenza oscura che non comporti l'antagonizzazione dell'esclusione e della guerra ha la minima possibilità di costituirsi come positivo mutamento del destino singolare, come ripresa di una progettazione più ampia.
3.2.1. Conseguentemente le tecniche che in qualunque modo aumentino l'esclusione e stimolino la guerra non possono in alcun modo costituirsi come cura; né possono esser considerati cura le modalità neutrali, apparentemente non violente, che abbandonano di fatto il singolo (e/o i gruppi) all'esclusione e alla guerra.
3.2.2. Per contro, l'impegno attivo contro l'esclusione e la violenza include necessariamente anche tutti gli interventi psicologici, medici, progettuali (riabilitativi nelle terminologie d'uso), ambientali, pedagogici, etc. che il lavoro collettivo, la ricerca autentica, l'esperienza, la sperimentazione dei servizi abbiano dimostrati utili nella cura della sofferenza e nel mutamento del destino singolare.
3.3. Non si può in alcun modo ravvisare in coloro che si occupano della sofferenza oscura una capacità di liberazione dall'esclusione e di antagonizzazione della violenza che non derivi dalla generale coscienza della condizione umana in questa parte della storia, dalla pratica, dall'esperienza, dalla libera ricerca.
3.4. Questi principi generali erano noti e attivamente praticati - nella variante culturale e operativa propria del periodo - dagli attori delle prime lotte anti-istituzionali italiane ed europee.
3.4.1. Questi principi sono stati progressivamente abbandonati in Italia in modo abbastanza esteso nel periodo del trionfo del liberismo e dei partiti di destra, della dissoluzione delle sinistre istituzionali, della caduta clientelare e corporativa delle organizzazioni dapprima propulsive (tipo Psichiatria democratica), dello svuotarsi delle forme precedentemente intraviste e perseguite di Stato sociale, dell'accentuarsi della corruzione politica dopo una breve stagione di parziale liberazione, della collusione della politica con la criminalità organizzata, dell'ibernazione dei movimenti politici alternativi.
3.4.2. Il risultato di tutto ciò è l'evidente restaurazione delle pratiche manicomiali, in tutta la loro massima potenzialità bellica, nei servizi territoriali e ospedalieri nati con la riforma e divenuti in buona parte del territorio nazionale luoghi di detenzione, di alienazione terapeutica, di distruzione farmacologica di ogni progettualità e di ogni senso, di abbandono dei sofferenti o di loro cessione all'imprenditoria privata, di negazione di ogni prevenzione e di ogni vero rilancio alla vita (riabilitazione), etc. Le migliori e più solide esperienze territoriali alternative italiane resistono all'ondata di piena reazionaria con grande coraggio, ma con crescente difficoltà.
3.4.3. Dal 1996 in avanti la chiusura dei manicomi, imposta bruscamente per Legge dopo decenni di abbandono, si è prestata alle più spregiudicate operazioni di restaurazione oppressiva e alla disseminazione di piccoli e medi manicomi nel territorio nazionale: i 19 cittadini, morti bruciati il 16 dicembre 2001 nella struttura residenziale intermedia di San Gregorio Magno in Campania, sono il diretto e dimostrato risultato di questa modalità della neo-manicomializzazione italiana,
3.5. Tuttavia non è mai finita in Italia e nel mondo la presenza di nuclei di prassi alternative nel campo della sofferenza oscura e dell'esclusione sociale. Dal 1999 (Seattle), il ritorno evidente ed aperto delle lotte contro il liberismo, la globalizzazione capitalistica, lo sfruttamento dei popoli, la guerra, etc. ha prodotto una ripresa più netta e coraggiosa dell'impegno di settore contro l'esclusione sociale e la sofferenza oscura, nonché una serie di iniziative disseminate di grande potenzialità antagonistica. Non ci si può tuttavia nascondere che, sia pur in presenza di estesi movimenti di protesta, la situazione attuale è ben più difficile - per la costituzione su larga scala di un'alternativa alla psichiatria - della situazione degli anni novecentosettanta.

4. La globalizzazione capitalistica della psichiatria si costituisce e si esprime con inesorabile evidenza in alcuni strumenti caratteristici del suo apparato bellico e in particolare: a. nella manualistica diagnostico-statistica delle malattie mentali; b. nella psicofarmacologia totalitaria . A questi strumenti sono asserviti gran parte degli psichiatri del mondo occidentale e, in modo talora sottile, altre volte sfacciato, la parte residuale delle psichiatrie democratiche istituzionalizzate.
4.0. Queste considerazioni generali sulle politiche industriali globalizzate nulla sottraggono all'importanza, al valore, all'utilità talora risolutiva di un intervento farmacologico pienamente inserito nella comprensione del senso della sofferenza, delle relazioni umane e sociali che - nella storia e nel presente del singolo - vi ineriscono, della consapevolezza dell'esclusione concomitante. Purtroppo queste modalità complessive di dazione di senso sono sempre più oscurate e marginalizzate dai tanks e dalle blue bombs della psichiatria psicofarmacodipendente e dei progressisti capovolti.
4.1. Le sistematizzazioni diagnostico-statistiche delle malattie mentali sono nate inizialmente in vista della ricerca epidemiologica e della valutazione dei servizi, hanno trovato grandi applicazioni in psicofarmacologia, si sono rapidamente trasformate in un ingabbiamento ontico della sofferenza in formule linguistiche dotate di una presunta e impossibile validità planetaria transculturale. Le formule dei manuali impediscono la ricerca, escludono la comprensione situazionale, rendono impossibile l'antagonizzazione dell'esclusione sociale e personale, condannano all'irreversibilità della sofferenza e allo sprofondamento ontico: esse sono del tutto inattendibili scientificamente e sono gravemente nocive per la cura della sofferenza singolare in relazione all'opacamento esistentivo e relazionale che ne deriva.
4.2. L'industria degli psicofarmaci ha usato, per la preparazione e la diffusione del suo programma di vendita, un complesso programma operativo.
4.2.1. Essa ha dovuto costruire, con la complicità di studiosi e ricercatori consapevoli o non consapevoli, un grosso apparato di advertising che consta: a. di un modello biologistico della sofferenza; b. di una classificazione dettagliata, universale, valida in tutte le culture e in tutte le varianti antropologico-linguistico-culturali dell'area di diffusione internazionale dei farmaci psicotropi; c. di una dichiarazione di scoperta dei nessi certi o comunque "operabili" tra psicopatologia e architettura cerebrale; d. di una teoria di ciò che può essere definito attendibilmente "migliorare", "guarire"; d. di una identificazione di effetti certi e affidabili dei farmaci.
4.2.2. Su questa base epistemologica s'è costruita negli ultimi venti anni una nuova teoria organicistica della sofferenza, un biologismo totale e rassicurante, un ripristino definitivo del concetto di norma per la definizione delle "deviazioni dalla norma", un ironico disprezzo su tutto quello che non è quantificabile, quasi che la quantificazione non risultasse assurda se i dati quantificati non hanno senso.
4.2.3. In conseguenza di tutto ciò, i repartini ospedalieri, nei quali la crisi doveva essere compresa nel suo senso umano e nella sua potenzialità trasformazionale (oltre che intelligentemente medicata), si sono sovente trasformati in reparti di ammissione manicomiale con camicie di forza, grave ottundimento farmacologico, degenze illegalmente lunghe; le residenze per persone che non potevano vivere in famiglia sono diventate reparti manicomiali, chiusi a chiave a doppia mandata; i servizi territoriali che dovevano conoscere appieno il loro territorio, accettare, intervenire senza risparmio di tempo e di impegno sono sovente divenuti squallidi ambulatori, capaci solo di erogare farmaci.
4.2.4. L'intera opinione pubblica occidentale è stata orientata nel trovare nei farmaci la soluzione di una serie di problemi che fin troppo evidentemente appartengono all'ambito esistentivo, relazionale, sociale. Nuove forme di disagio nevrotico sono state create per "collocare" farmaci il cui spettro d'azione non coincideva con quello delle nevrosi descritte nei precedenti manuali. Ogni discorso critico viene stroncato con una valanga estesa di dati artefatti e convalidati dalle diffuse complicità universitarie.
4.2.5. L'informazione scientifica di massa posta in atto dall'industria farmaceutica ha creato, dagli anni '80 una religione psicofarmacologica, una spaventosa ideologia regressiva di massa, capace di soggiogare le popolazioni, di dirigere il comportamento dei singoli e delle masse, di ridicolizzare ogni sforzo personale singolare o plurale verso l'autonomia e l'indipendenza di destino, di eliminare gli oppositori scientifici dal campo sociale, di soggiogare i sofferenti e le loro famiglie, di non permettere alcun empowerment dei sofferenti, alcun outreach dei servizi .
4.3. La psichiatria ha così una forza enorme, perché in tutto coincide con le strutture proprie del capitalismo più avanzato: essa è globalizzata, volta al profitto industriale, basata su un sistema organizzato di asserimenti scientifici falsi o deformati o usati tendenziosamente, negatrice sostanziale e senza rimedio di ogni senso della sofferenza, di ogni insegnamento della crisi, di ogni possibilità di trascendimento della gettatezza, di ogni autentico mutamento del destino, di ogni prassi di mutuo aiuto, di ogni possibile vero empowerment della gente che sta male, di ogni speranza nella sorte delle singolarità avvolte dalla sofferenza.
4.3.1. Ancora una volta dunque la psichiatria va studiata, rivelata, antagonizzata: ma essa, come un mostro a mille teste, continuamente si riproduce e si trasforma in varianti pseudoprogressiste e pseudoliberatorie, con nomi, forme, attitudini diversissime e complicate. Ma queste coincidono tutte, palesemente, con le strutture politiche, culturali ed ideologiche del capitalismo avanzato globalizzato.
4.3.2. Questa critica non impedisce né ostacola in alcun modo l'uso sapiente di tecniche psicologiche e riabilitative e l'uso finalizzato di farmaci all'interno di una complessa prassi di liberazione, basata sul rispetto dei diritti e della dignità di coloro che soffrono e di una "cura" che rispetti il senso della sofferenza e la muti in progetti di vita, in realizzazioni esistentive.

5. Le forme istituzionali e operative, nate dalla riforma italiana del 1978 (centri di salute mentale, abitazioni e residenze sociali, interventi domiciliari e territoriali, presa in carico, prevenzione intesa come profonda conoscenza e legame al territorio, etc.) danno una possibilità di pratica nella cura della sofferenza e nell'antagonizzazione dell'esclusione, che mancava del tutto nelle strutture manicomiali, universitarie e ambulatoriali del periodo precedente.
5.1. Queste forme istituzionali e operative debbono essere politicamente difese dai restauratori dei manicomi. La loro sopravvivenza rispetto alla crisi politica del presente momento è fattore essenziale per la salvezza della pratica sociale e per la sopravvivenza del movimento alternativo alla psichiatria.
5.2. Tuttavia ogni progetto politico aggiornato deve prevedere una dissoluzione del modello rigido post-manicomiale in un modello molto più fluido, atto al collegamento in una rete sociale, spinto verso l'outreach, teso all'istigazione verso le forme di autonomia territoriale della cura, pronto a cogliere tutte le occasioni di gestione non istituzionalizzata della crisi, impegnato a realizzare residenze per sofferenti che siano facoltative, variabili, provvisorie, atte alla ritorno del singolo alla comunità. Il servizio ospedaliero di diagnosi e cura dovrà essere superato a favore di modalità più elastiche di accoglienza emergenziale, volte alla comprensione del senso della crisi e del suo superamento senza mutilazioni esistentive.
5.2.1. Tutte le strutture operative di salute mentale nate in Italia dalla riforma del 1978 debbono essere riconsiderate e trasformate, là dove esse si sono rivelate possibili basi di esclusione o di guerra.
5.2.2. L'esperienza territoriale di lotta dell'esclusione e di cura della sofferenza deve spostarsi dal centro di salute mentale alle reti sociali territoriali nelle forme e nei modi già intravisti dal riformismo avanzato degli ultimi anni. L'Organizzazione Mondiale della Sanità nel suo Convegno di Napoli del 6-8 aprile 2001 ha indicato una via percorribile che conduce al di là delle forme territoriali rigide delle prime fasi della riforma psichiatrica italiana.
5.3. Ma l'orizzonte delle lotte e degli impegni s'è già spostato più avanti della formula stop exclusion - dare to care. Dal settembre 2001 la guerra ha posto a tutti un nuovo ultimatum.
5.4. Questa prassi complessiva, spinta al di là dei limiti istituzionali del servizio o della struttura operativa, non si configura come una psichiatria, bensì come un'antropologia pratica illimitata.

6. L'OperativoEsclusioneSofferenza pone al primo posto, nel ventaglio vasto dei compiti nuovi in questa fase delle lotte, il ridimensionamento della delega istituzionale e la difesa dei diritti delle persone sofferenti.
6.1. Il ridimensionamento della delega medico-psicologica istituzionale è argomento di vasta portata antropologica, includendo i discorsi complanari della delega assoluta ai tecnici (come forma di asservimento medico-tecnocratico assoluto, di tipo religioso), del rifiuto totale di delega (come forma di negativismo acritico, talora settario, religioso, superstizioso, spiegabile altre volte come reazione comprensibile alla delega assoluta), della delega superstiziosa o anomala (totale o parziale, a sedicenti guaritori, maghi, cultori di scienze improbabili, spiritisti, astrologi) , della delega dialettica variabile e problematica (in cui il gruppo sociale conserva a se stesso la potenza terapeutica e preventiva dell'essere-insieme in un campo antropico fortemente attivo e delega le funzioni tecniche intense ai suoi membri specializzati).
6.1.1. Il ridimensionamento della delega nel campo della sofferenza psichica è stato, fin dalla nascita di alternative alla psichiatria istituzionale, un momento centrale nello sviluppo di prassi liberatorie. Ma la sua efficacia pratica si realizza nell'apertura di vasti fronti di dibattito e di estese collusioni interdisciplinari. In questo ordine di idee e in questa prospettiva ampia l'OperativoEsclusioneSofferenza ha iniziato un'attività di promozione, di dibattito, di rapporto con l'utenza dei servizi, con le istituzioni politico-amministrative (la circoscrizione), con le strutture sociali di tipo sanitario, con l'università, con le associazioni spontanee del territorio, etc.
6.1.2. Il dibattito interno ai servizi di salute mentale sull'argomento deve essere promosso e facilitato: e certamente un atteggiamento critico-costruttivo analogo a quello che Torbert chiama fase ironica può essere utile per riattualizzare il problema e trarne delle conseguenze nella prassi di lavoro dei servizi . Ma certamente potrà contribuire meglio in questo senso un più ampio contatto con le altre associazione d'impegno contro l'esclusione e la sofferenza (emigrati, disoccupati, vecchi, homeless, prostitute, omosessuali, transessuali, etc.), nonché con i gruppi self help dell'utenza.
6.1.3. L'OperativoEsclusioneSofferenza e le strutture di ricerca ad esso collegate hanno promosso attività di self help dell'utenza attraverso la sistematica formazione di istigatori nei servizi di salute mentale; tali attività avranno ottenuto un risultato quando i gruppi di utenti si distaccheranno dal servizio e si organizzeranno attivamente nel territorio (fase già parzialmente in atto), mantenendo con i servizi di salute mentale e con i servizi sociali un rapporto coscientemente valutato o nessun rapporto (delega dialettica variabile e problematica).
6.1.4. Nella formazione degli operatori si pone come centrale l'approfondimento degli argomenti connessi all'attitudine antropica alla cura reciproca dei membri di una comunità, alle forme della delega della cura, all'istigazione al self help.
6.2. La difesa dei diritti dei malati mentali dovrebbe essere, per definizione, centralità di coscienza operativa nelle persone che in qualunque modo hanno a che fare con la sofferenza oscura.
6.2.1. Nella presente realtà dei fatti, non solo dalla spontaneità irriflessa dell'agire collettivo escludente o dalle amministrazioni e strutture di enti pubblici, ma anche dalla stesse strutture deputate all'assistenza dei malati mentali viene una lesione forte del diritto che giunge fino alla negazione totale di ogni diritto, come avveniva una volta nei manicomi ed oggi nei servizi ospedalieri di diagnosi e cura, nonché in tante strutture intermedie residenziali.
6.2.2. Gli stessi servizi territoriali di salute mentale - che dovrebbero essere la sede alta e inattaccabile dei diritti delle singolarità sofferenti - li negano di fatto nel rifiuto o nella burocratizzazione dell'intervento, nella chiusura notturna e festiva, nella somministrazione di dosi altissime di psicofarmaci, nell'uso massivo e spregiudicato di neurolettici long-acting, nello stabilire turni di attesa per le prestazioni, prenotazioni, rifiuti di competenza, invii illegali al privato, etc.
6.2.3. Appare del tutto evidente che senza un rovesciamento di queste situazioni, senza un rimedio forte e inappellabile di queste carenze, parlare di diritti dei malati mentali sembra una beffa atroce. Il rimedio dovrà venire da fuori, probabilmente dall'associazionismo spontaneo degli utenti, dalle organizzazioni del sociale fluente, dai gruppi giovanili a forte orientamento sociale, da quelle parti residuali dei movimenti psichiatrici alternativi che non si siano arrese alla seduzione del potere medico e al richiamo sempre più forte dell'industria farmaceutica, dai movimenti politici di contestazione.
6.2.4. Nei servizi pubblici il processo di empowerment attraverso la tutela dei diritti dei malati mentali, un empowerment per quanto possibile radicale ed autentico, dovrà passare per le seguenti fasi: a. dibattito interno programmato dei servizi di salute mentale, dei servizi per le cosiddette "fasce deboli", di altri servizi pubblici competenti e delle strutture di volontariato collegate o raggiungibili; b. redazione di un documento etico (politico sensu strictiori) di autoregolamentazione dei servizi; c. contatto e dibattito esterno con tutte le strutture del sociale organizzato e del sociale fluente che si occupano dei diritti delle persone malate e sofferenti nonché con i gruppi di self help eventualmente esistenti nel territorio di competenza; d. discussione dell'argomento con gli utenti, soprattutto al passaggio da una fase intra-istituzionale a una extra-istituzionale dell'assistenza e/o da un momento protetto a un momento non-protetto delle attività di self help (le fasi d'iniziativa e le fasi ecboliche, cioè di distacco dal servizio); e. consulenza legale agli utenti e apertura di vertenze a tutela dei loro diritti in tutte le sedi, comprese quelle amministrative o sanitarie sovraordinate alle strutture di salute mentale o ai servizi per le cosiddette "fasce deboli".

7. Ogni donna e ogni uomo hanno il diritto di porre la loro residenza su questo pianeta dovunque essi vogliano. Pertanto ogni legge sull'emigrazione-immigrazione, anche la più tollerante, è di per se stessa immorale (dove "immorale" è tutto ciò che lede i fondamentali diritti umani).
7.1. Le leggi sull'immigrazione sono generalmente poste da quei paesi che vivono nell'opulenza a loro derivata dalla rapina coloniale dell'Evo moderno e dai cospicui e accresciuti vantaggi della fase post-coloniale (dalla conservazione ai paesi ex-colonialisti della proprietà delle risorse, ai prestiti usurai ai paesi "in via di sviluppo", alla negazione sostanziale dello sviluppo locale, al saccheggio delle risorse e alla deforestazione, alla globalizzazione, etc.).
7.1.1. La forma mentis propagandata nei paesi ricchi si basa sul nazionalismo o sul regionalismo e sulla presentazione dei vantaggi della rapina coloniale e di uno sviluppo industriale selettivo e localizzato come frutto della particolare laboriosità e superiorità civile dei cittadini dell'etnia locale (invece che sulla facilità di disporre di risorse), con un ulteriore incremento secondario degli atteggiamenti razzisti, delle persecuzioni degli immigrati, delle organizzazioni xenofobe. Entità etniche nuove ed inedite sono inventate a tale scopo e lanciate a stimolo delle peggiori ideologie regressive di massa (così come avviene nel nord dell'Italia e non solo lì).
7.1.2. La condizione degli immigrati è dunque immersa nella discriminazione, nell'esclusione, nella persecuzione razziale, nello sfruttamento selvaggio del lavoro "nero", nell'obbligo alla prostituzione e alla criminalità, nella condanna alla sporcizia, alla periferia, al degrado, nel sorriso e nei doni di Natale dei ricchi pietosi (conservative compassionate), nel sostegno dei partiti politici "progressisti" e autori perciò di leggi discriminatorie "migliori".
7.1.3. Le collettività occidentali ricche sono dunque impegnate nella guerra contro gli immigrati e quelle descritte nel punto precedente sono le fenomenologie più frequenti ed evidenti della guerra.
7.2. Ma in questi stessi paesi è in atto uno sforzo immane dei lavoratori, delle associazioni laiche e religiose di volontariato, delle comunità locali più avvertite, dei singoli cittadini, dei medici e degli infermieri, degli insegnanti, degli interpreti e di alcuni intellettuali verso la realizzazione, attraverso una prima fase di assistenza e sostegno, di condizioni migliori di vita e di prospettive reali di eguaglianza e di pari dignità .
7.2.1. Questo sforzo internazionale sugli accadimenti dell'emigrazione-immigrazione costituisce, nel suo insieme, un momento fondamentale ed alto di ricerca e di scoperta sugli accadimenti dell'esclusione e della guerra in questa congiuntura epocale, un momento basato su una pratica sociale dura, dolorosa, significativa, inconfutabile, fortemente problematica.
7.2.2. Questa pratica dei diritti degli immigrati non può essere ignorata né lateralizzata dai servizi sanitari e sociali dei paesi di accoglienza: vengono da essa un mutamento teorico e una profonda influenza su tutte le prassi di lavoro e di lotta nel campo dell'accadere umano.
7.3. Come immediata conseguenza, i servizi sanitari e sociali, i servizi di salute mentale, i servizi per le "fasce deboli", le strutture di assistenza debbono farsi carico dei bisogni di cura, di assistenza, di sostegno, di apprendimento e d'inserimento di tutti gli immigrati "regolari" o "irregolari" con cui vengono in contatto. Questi servizi debbono affrontare con coraggio e impegno le difficoltà linguistiche e culturali, così come da tempo fanno le strutture di assistenza internazionali e nazionali, pubbliche o volontarie.
7.3.1. Ogni diniego delle prestazioni e della cura, giustificato da problemi di tickets, di budget, di regolamentazione, etc. è un atto di guerra contro gente inerme, è una violazione dei diritti fondamentali dell'umanità.
7.3.2. La pratica sociale degli operatori dei servizi e delle organizzazioni del volontariato non è mai completa e autentica, non è immersa nell'orizzonte di mutamento del suo tempo, se non include un sostegno attivo e incondizionato della gente che emigra.

8. Il transito epocale ha portato una polifonia prepotente e gentile - già libera dal novecento - di voci metamorfiche, pluriculturali, policromatiche, melting pot, afro-celtiche, jazz-techno-maori (oceanic), etc., voci ormai lontane - nella loro crescente, ancora inconsapevole potenza - dagli odori mefitici delle adunate clerico-rock, dalle ideologie nazionalistiche e razzistiche della provincia europea e americana, dalle guerre (anti)-terroristiche contro i complici di un tempo, dalle sagre del capitale finanziario, dalle unificazioni puramente monetarie.
8.1. Il miscuglio inarrestabile dei geni, delle lingue, delle culture, delle tradizioni, delle arti, delle espressioni - nato nei secoli andati dal colonialismo e dal traffico degli schiavi, sorretto dalle continue migrazioni della forza-lavoro, moltiplicato dalla globalizzazione economica e dalla permeazione migratoria delle frontiere - si fa antitesi potente delle cause economico-strutturali e belliche che pur lo hanno causato, avviato e sorretto, avanza con forza la pretesa di un'umanità unita in luogo della globalizzazione del dominio e dello sfruttamento universale, diviene l'antitesi diretta e totale di ogni razzismo, di ogni etnismo, di ogni centralità bianca.
8.2. L'asserimento dell'unitarietà genetica e culturale della specie direttamente implica la necessità della pace. Da questo miscuglio di genti e di culture, da questa disidentità e solo da questa, nasce la speranza di una caduta delle barriere fra i popoli e le culture, la dichiarazione finale di morte della guerra.
8.3. Ogni positiva aggregazione culturale, linguistica, artistica dei popoli, delle comunità, dei gruppi dapprima separati è negazione politica dell'identità forte.
8.3.1. Nessun discorso sociale e nessuna "cura" del singolo è infatti possibile senza una contestazione dell'identità forte, fonte antropologica e linguistica di ogni tipo di sentimento di superiorità, di ogni pretesa di dominio, di ogni oppressione degli "inferiori". L'identità malata, l'identità pericolosa, l'identità miserabile è fin troppo evidentemente quella che si gonfia, quella che fa di un particolare insignificante dell'umano una generalità tutto-avvolgente. Le conseguenze vanno ben al di là di un errore linguistico .
8.3.2. L'identità antropica malata, pericolosa, miserabile si pone infatti subito come ascrittore di una dimensione esclusiva: e ciò sia nell'autoglorificazione totale di colui che non lascia mai la sua carica onorifica, professionale, politica, nemmeno a letto, che nelle grandi identificazioni etero-svalutative del razzismo, del nazionalismo, dell'etnismo, del campanilismo, della persecuzione dei diversi, degli "scuri", dei lavavetri, etc.
8.3.3. La dimensione esclusiva delle grandi identificazioni etero-svalutative segue un percorso in tre tappe: il particolare mirato deve essere considerato "cattivo", negativo, da sopprimere, da abolire, da distruggere; il particolare diventa l'essenza di tutta la singolarità o la collettività considerata; la distruzione del particolare obbliga alla distruzione dell'essenza, fino all'uccisione materiale dei perseguitati . Pur sempre essenzialistica rimane l'ideologia di fondo di ogni razzismo, di ogni asserimento di valore-disvalore antropico, di ogni paranoia.
8.3.4. Al di là dei grandi fenomeni della persecuzione sociale, l'identità malata, pericolosa, miserabile è ubiquitariamente diffusa nelle dimensioni quotidiane del vivere, nelle attività, nelle relazioni, nei sentimenti. Di ciò coloro che praticano la "cura" debbono tener continuamente conto.
8.4. La guerra è il prolungamento dell'identità forte.

9. La formazione degli operatori (e la preparazione dei volontari sociali) deve essere considerata una tappa iniziale, insopprimibile dell'empowering dell'utenza e della cura della sofferenza.
9.1. Solo il rispetto totale dei diritti dei discenti, cioè del personale in fase di formazione, può condurre alla trasformazione personale necessaria per praticare (e non solo predicare astrattamente) la difesa dei diritti degli esclusi e dei sofferenti e, in senso più vasto e fluente, i processi di empowering.
9.1.1. La pratica della difesa e della promozione dei diritti degli esclusi e dei sofferenti è la forma più alta di preparazione personale degli operatori, ciò che deve precedere ogni "cura" della singolarità, della sua interiorità, delle sue "problematiche".
9.1.2. Questa pratica dei diritti è legata a una complessiva e netta trasformazione dell'universo singolare, molto più ampia e decisiva di quanto i trainings e le formazioni a pagamento delle vecchie psicoterapie non permettessero di realizzare. Solo in questa cornice trasformazionale possono eventualmente aver senso, nei servizi e nelle associazioni, momenti individuali di approfondimento.
9.2. Ogni pratica sociale, ogni impegno nella sofferenza e nell'esclusione è una ricerca sull'accadere umano: ogni operatore dei pubblici servizi, ogni volontario, ogni cittadino che attivamente svolga un'azione positiva, liberatrice, nell'esclusione e nella sofferenza, conduce una ricerca fertile di insegnamenti e di conseguenze.
9.2.1. Questa conoscenza non si contrappone per principio alla ricerca scientifica "ufficiale": la pratica sociale è una parte in movimento di una complessa attività di ricognizione dell'universo che la specie umana pone irresistibilmente in atto da sempre, per quanto è possibile sapere. Questa conoscenza si contrappone in modo critico e totale alle false scienze create per lo smercio dei prodotti e la globalizzazione dei mercati; si oppone in modo critico e totale allo svilimento della ricerca nel gioco di poteri accademici e della corruzione politica; si oppone altresì alla pretesa degli istituti e delle scuole psico-terapeutiche di bloccare al secolo scorso e alla forma mentis di classi ristrette le concezioni sull'accadere umano.
9.2.2. Non può essere fermato il percorso di una conoscenza antropologica che derivi da prassi molteplici fra loro liberamente interferenti: esperienza antropica, pratica sociale allargata, insegnamento, cura, rilancio alla vita (riabilitazione), attività artistica, auto-esperienza (esperienza interiore e crisi personale), esperimento scientifico, etc.
9.2.3. Nella pratica dei servizi pubblici, del volontariato sociale, della cura della sofferenza, della lotta all'esclusione, nessuna trasformazione singolare degli operatori ha senso se non viene compresa nell'orizzonte di un generale impegno contro l'esclusione e la guerra.
9.3. Nei pubblici servizi (salute mentale; tossicodipendenti; vecchi; homeless; emigrati; prostitute etc.) il tipo propedeutico di formazione generale, necessario per avviare i processi di empowering nel servizio, può essere così semplicemente e provvisoriamente tracciato: 1. lavoro gruppale dell'intera équipe o di suoi sub-gruppi poliprofessionali; 2. procedimento di apprendimento attraverso compiti operanti e rotanti di insegnamento ("non v'è apprendimento senza insegnamento") in tutti i membri dell'équipe o del sub-gruppo poliprofessionale; 3. riferimento continuo dei temi didattici alla pratica di lavoro, all'accadere sociale, ai temi scientifici e culturali propri del settore di attività o generalmente inerenti alla sofferenza; 4. allenamento linguistico e semantico al lavoro; 5. rinvio criticamente consapevole ad altra sede di riferimenti dottrinari e di problematiche di scuola.

10. L'OPERATIVOESCLUSIONESOFFERENZA non pretende di avere di avere soluzioni per nessuno dei problemi affrontati, ma ritiene con forza che debbano essere fatti passi decisivi nelle pratiche antagonistiche contro l'esclusione e la guerra.
10.1. Vi è in questo documento una voluta assenza di ogni ulteriore approfondimento teorico e ideologico del rapporto genetico-strutturale delle fenomenologie antropo-sociali descritte con i grandi problemi economici mondiali. Tanto meno si è fatto qui riferimento ad impostazioni filosofico-economiche o a concezioni storico-materialistiche (nemmeno nella loro recente evoluzione prodotta dalla descrizione e dall'analisi dei processi di globalizzazione finanziaria e produttiva, e poi dagli eventi successivi all'11 settembre 2001) .
10.2. Non sono stati affrontati gli argomenti, pur incombenti e attinenti, delle mutazioni del potere e dell'organizzazione statuale nel presente periodo storico: il discorso, pur così nettamente attinente alle politiche sociali e alle qualità ed estensione dei pubblici servizi sanitari e sociali, dovrà essere affrontato in altri scritti o documenti. Le presenti tesi sono solo un richiamo alla necessità di abbandono delle illusioni riformiste blande e dei residuati argomentativi di trenta anni fa.
10.3. Questo atteggiamento di cautela ideologica sottolinea la posizione parziale, non-universalistica e non-profetica che i movimenti d'impegno sociale debbono avere nel campo antropico continuo, per potersi considerare parte molecolare in un flusso evolutivo complicato e vorticoso; questo comporta - in questa sede almeno per ora - un necessario relativismo d'interpretazione filosofico-economica e economico-antropologica di carattere generale.
10.4. Tutto ciò che qui non è detto appartiene dunque all'implicito sincronico, enorme, di ogni struttura antropica diacronicamente gettata in una protensione evolutiva, in un progetto di trasformazione del mondo.
10.5. Il resto deve essere fatto.

Napoli, addì 9 marzo 2002

Appendice


There are some enterprises in which a careful disorderliness is the true method.
Herman Melville

Matematici e filosofi hanno cercato da allora di rappezzare e di imbellettare questi fondamenti vincolati alla dicotomia "bianco o nero" per sbarazzarsi dei paradossi del "chiaroscuro". Ma i paradossi restano, e anche la riflessione su di essi.
Bart Kosko


Le Tesi provvisorie sulla guerra, sull'esclusione sociale, sulla privazione dei diritti, sulla sofferenza oscura, riportate nella pagine precedenti, sono state discusse e approvate dai componenti dell'OperativoEsclusione Sofferenza e dunque differiscono, in qualche punto marginale, dalle posizioni originariamente proposte da chi scrive. Su questo non vi è discorso, perché dalle origini del mondo umano, piccole divergenze semantiche di un discorso generale non solo non possono essere evitate, quanto anche, sovente, la loro puntualizzazione è utile solo come strumento bellico.
Di diversa portata è invece il discorso sulla proposizione 10.3. che è stata proposta da chi scrive già nella sua forma attuale e approvata senza modifiche dagli altri interlocutori, perché sussuntiva di posizioni generali diverse, confluenti nelle prassi d'impegno; la si riporta qui per la comodità del lettore:

10.3. Questo atteggiamento di cautela ideologica sottolinea la posizione parziale, non-universalistica e non-profetica che i movimenti d'impegno sociale debbono avere nel campo antropico continuo, per potersi considerare parte molecolare in un flusso evolutivo complicato e vorticoso; questo comporta - in questa sede almeno per ora - un necessario relativismo d'interpretazione filosofico-economica e economico-antropologica di carattere generale.

Questa posizione, così formulata, sembrerebbe alludere in qualche modo a una possibile autonomia dell'antropologico, quasi che fosse possibile che un tratto sincronico vasto delle ideologie trasformazionali propulsive , possa essere comune a sottoinsiemi antropici, diversi fra loro per qualcosa a monte di tutto (cioè una filosofia, una visione del mondo, una fede religiosa) e che le prassi si riunifichino poi - a valle della comune visione dell'accadere umano e del destino dell'umanità - in una serie di prassi comunemente orientate. Ma né l'autore né coloro che nell'Operativo ne hanno discusso insieme hanno una siffatta visione discendente e gerarchica dell'epistemogenesi singolare e plurale: il modello epistemogenetico di una filosofia generale che contiene concezioni del mondo umano (politiche, antropologiche, etc.) che, a sua volta, si esprime in proposizioni locali e si progetta in prassi, già da tempo appare del tutto sorpassata (estesamente, per quanto attiene l'autore: P. 1986 p. 217-221). Appare molto più probabile che complessi aggregati epistemogenetici sincronici di singolarità e/o di pluralità antropiche possano sovrapporsi - per una lata estensione - con aggregati epistemogenetici di altre singolarità e/o di altre pluralità umane, tanto da determinare protensioni e prassi del tutto analoghe (P. 1997 pp. 132-141).
Ciò premesso, per chi ha proposto queste Tesi un'impostazione storico-materialistica dell'accadere umano e un'antropologia eminentemente sociale non possono essere contraddette dalla caduta di un'economia previsionale rigido-deterministica ottocentesca né dal conseguente fallimento dei regimi autoritari e delle economie pianificate che ne erano derivati (contingenze storiche localizzate che non hanno impedito una straordinaria proliferazione di idee, di mutamenti, di sviluppi in tutto il resto del mondo). La validità del materialismo storico sembra confermato dal fatto che esso è probabilmente l'unico aggregato teoretico-teorematico che sia oggi in grado di porre tesi generali estese e multidimensionali sull'andamento dei processi tumultuosi di trasformazione e di globalizzazione.
La necessaria avvenuta collusione con tanti sviluppi filosofici, epistemologici, antropologici del novecento e, più ancora, di questo transito epocale è forse un indizio di una marcata duttilità euristica, che prima mancava, e di un'utilità politica che non è venuta meno.

Una bibliografia più estesa di quella in nota nel testo delle Tesi viene preparata per uno scritto più ampio. L'elenco include per necessità anche articoli di quotidiani, assunti direttamente o, più frequentemente, via Internet, notizie e informazioni scambiate mediante posta elettronica, floppies, compact disk, etc., in quel mutamento, ormai ovunque diffuso, dei riferimenti all'altrui ricerca e ai suoi prodotti, particolarmente evidente proprio nel campo in discussione per la presenza di innumeri agenzie nel campo, di cui nessuna avvertenza sarebbe stata possibile in un'epoca precedente a quella telematica.

Molti elementi delle Tesi, pur nella loro generale comprensibilità, si riportano in qualche modo all'orientamento antropologico-trasformazionale proposto da chi scrive nel corso della sua lunga ricerca, alla metodologia diadromica e alle prassi multiaccadimentali che vi sono connesse. Non vi è né spazio né opportunità per un chiarimento di questo aspetto, per il quale ci si limita a scegliere, fra gli scritti attinenti, una ristretta bibliografia:

Mancini A.
1998: Le dimensioni dell'accadere. Introduzione a Sergio Piro, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli.
Piro S.
1967: Il linguaggio schizofrenico, Feltrinelli, Milano (trad. spagn. di C. Martinez Moreno: El lenguaje esquizofrénico, Fondo de Cultura Económica, México D.F., 1987).
1971: Le tecniche della liberazione. Una dialettica del disagio umano, Feltrinelli, Milano.
1980: La scacchiera maledetta. Esercitazione critica su psicologia/psichiatria/ psicoanalisi, Tempi moderni, Napoli.
1986: Trattato sulla psichiatria e le scienze umane, Vol. Iº: Euristica connessionale, Idelson, Napoli.
1988: Cronache psichiatriche. Appunti per una storia della psichiatria italiana dal 1945, Ed. Scientifiche Italiane, Napoli.
1989: Gatto trascendentale, Tullio Pironti, Napoli.
1990: Esercitazioni connessionali, 10/17 Ed., Salerno.
1992a: Parole di follia. Storie di linguaggi e persone in cerca del significato e del senso, Angeli, Milano.
1992b: Negli stessi fiumi… Saggio sulla nevrosi d'orizzonte epocale, C.S.R, Cava de' Tirreni.
1993: Antropologia trasformazionale. Il destino umano e il legame agli orizzonti subentranti del tempo, Angeli, Milano.
1995: Critica della vita personale, La Città del Sole, Napoli.
1996: Tesi iniziali sull'attività trasformazionale protensiva definita "cura", "Rivista delle antropologie trasformazionali", 1, 5.
1997: Introduzione alle antropologie trasformazionali, La Città del Sole, Napoli.
1998: La psichiatria alternativa italiana. Un successo apparente, un fallimento frontale o una strana vittoria trasversale?, "Contro tempo", 3, 8.
1999: Morte e trasfigurazione delle antropologie trasformazionali (Discorso sulla sorte delle genti del pianeta e della Scuola sperimentale antropologico-trasformazionale di Napoli), Vittorio Pironti, Napoli.
2001: Diadromica. Epistemologia paradossale transitoria delle scienze dette umane, Idelson, Napoli.

^TOP
< BACK