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In una fase che vede la rottura di ogni mediazione politica e sociale,
in cui il ruolo degli stati nazione si riduce ad esecutore dei mandati
del comando globale, la gestione del conflitto sociale diventa una
questione di ordine pubblico, da delegare agli apparati di controllo
e
repressione, supportati da una forte propaganda sicuritaria, per
scaricare sul "nemico interno", il deviante, l´immigrato,
il
tossicodipendente, ed oggi anche "il terrorista", le insicurezze
e le
paure causate dalla crescente precarizzazione della vita.
Le ideologie legate al tema della sicurezza, alla pedagogia della
legalità ed alla parola d´ordine "tolleranza zero"
hanno assunto già da
anni un peso sempre più preponderante nei discorsi del politico
e nella
costruzione mediatica del consenso. Questa tendenza è oggi
una realtà
così radicata, che mentre sul piano globale le operazioni
di guerra si
definiscono ormai "operazioni di polizia internazionale",
in Italia
Berlusconi battezza l´ennesima crociata contro il crimine
come "guerra
dell´esercito del Bene contro l´esercito del Male",
citando
testualmente l´espressione usata dopo l´11 settembre
dall´amico Bush
per lanciare l´operazione Enduring Freedom.
E´ in questo contesto che si colloca la risposta feroce contro
le
piazze che hanno visto crescere in diversi luoghi del mondo il
movimento dei movimenti, una risposta sproporzionata e che ha trovato
tutti impreparati.
Questa sproporzione si può spiegare, però, se ammettiamo
che la guerra
non è cominciata l'11 settembre 2001 a New York, ma il 30
novembre
1999, a Seattle, quando la 'società aperta' ha di nuovo dovuto
fare i
conti con un conflitto sociale che affollava le piazze, attaccava
nei
simboli e nella materialità i luoghi del potere, conquistava
la scena
mediatica con immagini di disordine e opposizione che da anni tutti
avevano consegnato ad un tempo trascorso della storia. Di fronte
a
questo risorgere di
arire di un nemico interno pericoloso ed inatteso, la regia della
concertazione capitalistica è entrata improvvisamente nel
panico,
consegnando agli eserciti ed alle polizie la gestione di questo
nuovo,
originalissimo conflitto sociale. Una dichiarazione di guerra, insomma,
e come in tutte le guerre un minuto dopo la decisione politica di
lanciare l'attacco, il terreno e la parola passano immediatamente
agli
apparati militari. La vertiginosa progressione della risposta
repressiva ha raggiunto il suo culmine e, al tempo stesso, il suo
punto
catastrofico a Genova, con una battaglia cruenta e senza esclusione
di
colpi, dove la morte è stata cercata, più che essere
messa nel conto.
La repressione violenta del movimento non è dunque un accidente
occorso
a Genova, a Napoli, a Seattle o a Goteborg: ma una strategia che
si è
via via pianificata e che in questo momento, quando le armi stanno
massacrando anche il nemico esterno, sta velocemente riorganizzando
apparati, servizi, corpi speciali, controlli e soveglianze. La guerra
contro "l'inciviltà" ha improvvisamente creato
le condizioni per un
ulteriore gravissimo attacco ai salari, alle tutele dei lavoratori,
ai
servizi del welfare, alle idee che la dipendenza da una sostanza
o il
disagio di una mente debbano di nuovo essere affrontate con la
punizione e l'internamento. Ma non solo. La nuova emergenza
antiterrorismo internazionale, esplosa con virulenza e immediatezza
nel
cuore dell'impero, si sta diffondendo velocemente al resto
dell'occidente, abbassando la soglia dell'attenzione democratica
ed
aprendo una deriva autoritaria di cui si intravvedono soltanto i
primi
segnali. Alle finanziarie di guerra si sommano le riforme dei servizi,
le raffiche di nomine e movimenti di prefetti e questori, gli attacchi
alle componenti democratiche della magistratura, la creazione di
polizie sovrannazionali (la nuova polizia europea), la ridefinizione
della categoria e delle fattispecie dei reati di terrorismo, dove
nel
prossimo
a manifestazione che tenta di bloccare un
vertice internazionale può essere raggiunta da dispositivi
di
aggressione penale pesanti e dirompenti.
A Napoli e a Genova hanno attaccato il corpo dei cortei, non solo
i
militanti, così come nell´ottocento le truppe regie
sparavano sulle
manifestazioni operaie e contadine. Sappiamo che gli strateghi del
disordine avevano predisposto un apparato di reclusione per gestire
centinaia di fermi ed arresti, perché nelle politiche dell´ordine
pubblico il primo gradino della deterrenza è la minaccia
della galera.
Niente di nuovo.
Ma quello che è successo in quelle piazze è andato
ben oltre questo
piano, attivando un processo di delegittimazione degli apparati
repressivi che ha dato un duro colpo all´immagine del democratico
stato
italiano, ha prodotto contraddizioni di non poco conto tra i vari
ambiti istituzionali (il politico contro il poliziesco - il politico
contro il giudiziario - il giudiziario contro il poliziesco) e si
è
consumato in uno spazio mediatico che ha mostrato un inatteso interesse
verso le ragioni delle garanzie e delle tutele.
Dobbiamo recuperare strumenti di analisi e di iniziativa politica,
perché il governo e gli apparati di sicurezza, dopo un primo
momento di
sbandamento prodotto dai propri "eccessi" genovesi, lavorano
per
riconquistare tutta la loro compattezza e rilanciare la sfida in
avanti
rimettendo finalmente tutto in ordine, per cui oggi la "giustizia"
cerca i colpevoli della mattanza di luglio tra teatranti austriaci,
giornalisti indipendenti e persino avvocati difensori...Si tratta
di un
lavoro di analisi che il movimento deve ancora affrontare, così
come
sono ancora tutte da chiarire la funzione e le logiche di movimento
della repressione nella società dell´informazione,
in una forma
storica, cioè, dove molti fino a poco tempo fa credevano
che le
pervasive tecnologie del controllo avessero affrancato il potere
dalla
necessità di attaccare e coartare i corpi. Si tratta, soprattutto,
di
ché sappiamo che
alle tecniche della intimidazione di massa, della minaccia e
dell'aggressione fisica, dell'uso in termini di deterrenza degli
strumenti dell'identificazione, dell'arresto e della denuncia si
accompagna un altro livello strategico: il tentativo di formalizzare
un'accusa per "associazione sovversiva", cioè un
attacco al movimento
che potrebbe usare tutto l'armamentario delle leggi speciali degli
anni
settanta, ancora integralmente conservato nel nostro codice penale.
Anche per questo riteniamo necessario pensare a strategie condivise
di
difesa dall'aggressione penale e poliziesca che si sta muovendo.
Dobbiamo dare una lettura `politica´ dei sistemi di controllo
e dei
loro portatori, il 'servizio di difesa legale' attivato a Napoli
e
Genova per difendere gli arrestati, i fermati e i denunciati, peraltro
indispensabile, non è più sufficiente. Del resto,
le nuove norme
antiterrorismo internazionale già operanti nel nostro codice
definiscono "terrorismo" le contestazioni ai grandi vertici
e prevedono
l'arresto, l'incarcerazione e la condanna per quanti forniscono
un
appoggio alle "organizzazioni terroristiche internazionali",
il cui
elenco viene stabilito, oltre che da Bush e Sharon, anche da Berlusconi
ed Aznar...
Le riflessioni fatte fin qui rivelano quanto sia fuorviante porre
la
questione della legalità come fronte di difesa o addirittura
di attacco
contro gli indirizzi liberisti ed autoritari del governo Berlusconi.
I vincitori scrivono sempre una loro nuova legalità: cosa
succederà
quando le nuove norme sull´immigrazione, la scuola, la giustizia,
la
sanità diventeranno leggi dello stato? Cosa si troveranno
a difendere i
girotondi con le loro parole d´ordine in difesa della legalità
quando
la nuova legalità berlusconiana sarà legge dello stato?
Chi
oggi "resiste, resiste e resiste" nella trincea della
legalità potrà
allora ammutolire, o finalmente provare ad argomentare l´idea
di una
diversa giustizia sociale.
La sconfitta delle destr
lobalizzazione e alla politica di potenza che caratterizza le forme
autoritarie dello stato contemporaneo. E´ per questo che crediamo
necessario fin da ora costruire e far passare nel senso comune un
nuovo
alfabeto che nomina i diritti e che non evoca più soltanto
le paure.
Solo così può essere pensabile un progetto collettivo
che possa porsi
l'obiettivo di trasformare il mondo.
La costruzione mediatica del consenso si serve sempre più
spesso delle
categorie della devianza per affermare le esigenze del controllo
sociale e disciplinare in ogni ambito della vita quotidiana. La
costruzione delle figure del delinquente come tossicodipendente
o/e
immigrato ha definito l´esplosione del nostro sistema carcerario
e
raddoppiato in dieci anni il numero dei reclusi (nel 1990 c´erano
25.000 detenuti, nel 2000 54.000).
Oggi probabilmente stiamo assistendo alla definizione di nuove figure
di criminali; la tendenza in atto è quella di criminalizzare
il
movimento no - global, attraverso operazione più o meno maldestre,
ma
che hanno rivelato come l´obiettivo sia la criminalizzazione
dei leader
del movimento (Casarini indagato per istigazione, Don Vitaliano
idem,
Caruso intercettato, i portavoce del GSF di Roma indagati, la condanna
a due anni di detenzione di Longo, manifestante a Gotenborg) e di
molte
delle componenti di esso.
In questo contesto è importante che la riflessione sui temi
della
sicurezza e della repressione non rimanga affidata ai gruppi di
legali,
il cui impegno, perltro fondamentale, non può che limitarsi
ad una
lettura penal - processuale delle trasformazioni in atto. Invece
bisogna essere in grado di dare una lettura `politica´ dei
sistemi di
controllo e sui loro portatori. Nel farlo non ci può limitare
all´analisi degli apparati e dei loro equilibri perché,
come negli
altri campi, anche sui temi della sicurezza i tecnici prevalgono
sui
politici. E questi tecnici provengono tutti dalle prefetture e delle
questure d´Italia; generalmente cresciuti
apparati di polizia sono oggi i veri portatori del
verbo della `tolleranza zero´, che ha un solo vangelo (in
Italia il
Testo unico delle leggi di polizia), ma molti apostoli. Non si
dimentichi che il ruolo degli apparati è molto cambiato in
questi
ultimi anni. I corpi di sicurezza non sono rimasti immuni dalle
trasformazioni che hanno caratterizzato il nostro paese negli ultimi
anni. Se negli anni d´oro della Democrazia cristiana e di
quel
consolidato sistema di governo la dimensione del politico era tale
che
nessuna decisione di ordine pubblico fosse presa senza il preventivo
consenso del potere politico, oggi la delega che gli apparati di
sicurezza ricevono nella gestione dell´ordine pubblico è
in bianco. In
questo la questione di Genova e del G8 è esemplificativa.
Il potere
politico si è assunto a posteriori la responsabilità
di quanto
successo, senza però avere deciso nulla in proposito (se
non ovviamente
la delega iniziale data ai vertici di polizia). E se Napoli
(centrosinistra) a marzo è stata nel suo piccolo come Genova
(centrodestra) è perché i governi cambiano, ma la
gestione dell´ordine
e della sicurezza rimane in mano agli stessi apparati. E´
evidente che
questo nuovo ruolo che i vertici degli apparati hanno ricevuto comporta
una ridefinizione degli equilibri interni ai corpi e tra i corpi
stessi, ridisegnarsi di forze e poteri che non potrà essere
indolore,
ma che, anzi, renderà palesi le contrapposizioni tra le aspettative
di
gestione di quote dell´ordine pubbliche da parte delle diverse
forze di
polizia.
La creazione di penalità avviene ogni giorno attraverso questi
apparati
amministrativi, che quotidianamente raccolgono informazione su ogni
cittadino (ricordate la denuncia di quel carabiniere che parlava
di 70
milioni di fascicoli!?), costruiscono prove ed ipotesi di reato,
reprimono brutalmente le manifestazioni di protesta, estendono il
loro
potere ad ogni livello della loro gerarchia, cosicchè anche
l´ultimo
dei celerini è investit
anca analisi e riflessione, l´errore che si commette è
quelli di
considerarli un insieme indefinito, mentre sarebbe più utile
sapere
leggere le trasformazioni che li attraversano, le logiche delle
gerarchie, le strategie dei vertici, le tattiche dei quadri,
la formazioni delle loro dirigenze, preso atto che questi apparati
sono
ormai soggetto autonomo ed indipendete nello scenario politico.
E´ necessario saldare l´analisi dell l´ordine
del discorso sicuritario
con la conoscenza della microfisica dei poteri degli apparati,
individuare le logiche che sottendono le pratiche della sicurezza
e la
struttura degli equilibri del controllo, la nuova composizione dei
luoghi della disciplina.
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