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FATTI |
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| 16.1.2000
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Rivolta nel carcere
di Parma. Sette detenuti sequestrano per sei ore un agente e
chiedono il trasferimento in altre strutture. I rivoltosi denunciano
le pesanti condizioni di vita cui sono costretti i reclusi nel
penitenziario emiliano. Polemica tra gli agenti di polizia penitenziaria
e le altre forze di polizia perla
mancata comunicazione da parte delle autorità carcerarie a carabinieri
e questura del tentativo di sommossa. “In realtà il merito è
tutto nostro”, hanno detto due sindacati autonomi di polizia
penitenziaria. In città si svolgono una serie di
manifestazioni di solidarietà con le proteste interne al carcere
seguite nei giorni successivi alla rivolta. |
La dichiarazione con
cui i sindacati della polizia penitenziaria di Parma hanno rivendicato
il pieno merito della soluzione della rivolta esprime un elemento
importante della cultura professionale di questo corpo di polizia,
tradizionalmente prigioniero di una sindrome di deprivazione
relativa che nasce dal confronto con le altre forze di polizia.
Il Corpo di Polizia Penitenziaria, nella sua sistemazione attuale,
nasce con la legge 395 del 15.12.1990, dalle ceneri del Corpo
degli Agenti di Custodia e quello delle Vigilatrici Penitenziarie
Con questa legge il Corpo viene chiamato a far parte delle forze
di Polizia ed assume nuovi compiti, quali quelli delle traduzioni
dei detenuti ed internati ed il servizio di piantonamento dei
detenuti ed internati ricoverati in luoghi esterni di cura,
rendendosi in questo modo operativo anche all'esterno degli
istituti penitenziari. La crescita esponenziale
del peso (quantitativo e funzionale) dei poliziotti penitenziari
ha inizia proprio a partire da questa legge. In poco più di
dieci anni passano da 28.000
a 44.000 unità; conquistano un assetto gerarchico che prevede circa
12 passaggi di carriera; all’ombra delle emergenze criminali
di questi anni, ispirano diverse leggine di riassetto delle
carriere che hanno di fatto comportato un generale processo
di mobilità verticale, che ha fatto slittare verso l’alto la
gran parte della massa dei poliziotti, senza alcuna forma di
selezione e qualificazione professionale; hanno ottenuto recentemente
l’istituzione di un proprio ruolo dirigenziale, che li sottrae
di fatto al rapporto gerarchico con la dirigenza ‘civile’ del
personale penitenziario. |
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22.1.2000
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Muore nel carcere
di Nuoro Luigi Acquaviva, un detenuto che qualche giorno prima
era stato protagonista di una protesta in cui aveva tenuto in
ostaggio per 4 ore un agente di polizia penitenziaria. La versione
ufficiale delle autorità penitenziarie parla di suicidio. I
familiari di Acquaviva contestano la ricostruzione dei fatti
proposta dalla direzione del carcere.Tre agenti di Polizia penitenziaria
indagati per lesioni e uno per omissione di soccorso. |
Nei giorni successivi
a questo episodio c’è
stato uno sfollamento dal carcere di Nuoro; alcuni detenuti sono stati trasferiti
anche a Sassari. |
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19.3.2000
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Una delegazione di
parlamentari visita il carcere di Sassari. |
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20.3.2000
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Il Provveditore per
la Sardegna Giuseppe Della Vecchia relaziona al Dap sui risultati
della visita dei parlamentari nel carcere di Sassari. Il funzionario
descrive le gravi disfunzioni, la sporcizia ed il disordine
in cui versa la struttura. Della Vecchia propone la sostituzione
del comandante delle guardie, descritto come persona troppo
morbida e demotivata, con Ettore Tomassi, un sottufficiale proveniente
dal carcere di Benevento. L’Ufficio centrale del personale accoglie
immediatamente la proposta. |
Ettore Tomassi
Ettore Tomassi è stato per molti anni comandante delle guardie
carcerarie nel carcere di Benevento, diretto per lungo tempo
proprio da Della Vecchia. Tomassi
ha iniziato la sua carriera nel carcere di Poggioreale.(citare
gli articoli di giornale). |
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21.3.2000
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Il sindacato dei direttori
penitenziari (Sidipe) indice uno sciopero dei responsabili degli
istituti. Previsto il blocco totale delle carceri per il 28
e 29 marzo. Al centro della protesta un decreto del Consiglio
dei Ministri in cui si riconosce ai direttori la qualifica di
dirigenti della Pubblica Amministrazione, previo il superamento
di un concorso. I direttori chiedono al Governo l’inquadramento
senza sostenere alcuna prova selettiva. Il segretario nazionale
del Sidipe dichiara: “Noi non vogliamo danneggiare i detenuti,
ma purtroppo non abbiamo scelt”. |
Guerra tra corporazioni.
All’origine del malumore dei dirigenti vi è la ennesima
riforma del corpo di polizia penitenziaria, promossa dall’ex
Ministro Diliberto, che ha concesso agli agenti una propria
autonoma carriera dirigenziale. Si tratta della istituzione
del ruolo ordinario e speciale dei dirigenti della polizia penitenziaria
che dovrebbero assumere la responsabilità della direzione delle
aree della sicurezza interne agli istituti (praticamente il
controllo autarchico dei regimi disciplinari, dell’ordine e
della sicurezza). I direttori penitenziari, attualmente titolari
di un potere di comando assoluto su tutti gli aspetti della
vita carceraria (dalla gestione dei detenuti a quella del personale,
passando per l’amministrazione e la gestione economica), hanno
opposto una strenua resistenza a queste trasformazioni degli
assetti gerarchici del carcere. Ma ciò che essi veramente temono
è la nascita di una nuova classe dirigente, non proveniente
dai loro ruoli, che entrerà inevitabilmente in concorrenza negli
sviluppi di carriera verso gli uffici centrali del ministero.
I direttori si aspettavano un provvedimento che riconoscesse
alla quasi totalità delle sedi penitenziarie lo status di “sede
di prima dirigenza”, cioè l’opportunità di entrare da subito
e tutti nella fascia alta della dirigenza pubblica, mettendosi
così a riparo dalle mire carrieristiche dei nuovi arrivati.
Si sono invece trovati con un riassetto della dirigenza modesto,
e con un concorso da effettuare, mentre ai comandanti dei poliziotti
penitenziari veniva riconosciuta l’ottava qualifica dirigenziale
in base al solo criterio dell’anzianità. In realtà
dall’entrata in vigore della legge di riforma che nel 1990 ha
smilitarizzato il vecchio corpo degli agenti di custodia, il
sistema penitenziario è stato aggredito da una esplosione di
lotte di potere, che hanno alimentato appetiti corporativi voracissimi
che non esitano a colpire anche i detenuti pur di spingere verso
decisioni politiche gradite. Il feroce scontro tra poliziotti
e direttori ha però trovato un comune terreno di azione tattica
negli attacchi sistematici che in questi anni sono stati portati
ai magistrati che si sono alternati alla presidenza del Dap.
Da Capriotti a Cianci; dall’ex procuratore di Roma Michele Coiro
ad Alessandro Margara, tutti hanno dovuto fare i conti con l’aggressività
delle lobby sindacali penitenziarie. Dopo aver divorato Margara,
adesso è il turno di Caselli, che ha ricevuto la prima richiesta
di dimissioni appena tre mesi dopo il suo insediamento, pur
essendo arrivato al Dap in seguito alla rimozione di un ‘garantista’
ritenuto poco amante delle divise. In realtà ciò che vogliono
gli interessi forti che si muovono nell’apparato è che alla
sua direzione arrivi un uomo che proviene dalle carriere interne
al Dap; in questa ottica figure di magistrati forti e prestigiose
rappresentano soltanto un intralcio al lento lavorio delle corporazioni.
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28.3.2000
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Iniziano i due giorni
di sciopero dei direttori delle carceri. |
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30.3.2000
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Il settimanale Panorama
intervista il Generale della Polizia Penitenziaria Enrico Ragosa,
Direttore dell’UGaP (intervista pubblicata sul numero del 30/03/2000.
d. “E cosa pensa del processo che si sta svolgendo a
Reggio Calabria, in cui un direttore del carcere e un gruppo
di agenti sono accusati dell’omicidio di un detenuto che è stato
ucciso nel settembre del 1997?”
r. “All’epoca io non c’ero e comunque non credo proprio che
fra i nostri ragazzi ci siano degli assassini. Rispetto il
lavoro dei Magistrati, ma i poliziotti penitenziari, non dimentichiamolo,
difendono quotidianamente la società dagli assassini.”
d. “C’è ancora in sospeso il caso Fabiani, un detenuto in carrozzella
morto suicida a Parma. La moglie afferma che sia stato picchiato
più volte.”r. “Non ce li vedo dei padri di famiglia a mettere
le mani addosso a un minorato.”
“In carcere ci sono 17mila detenuti extracomunitari. Non sappiamo
chi sono e, soprattutto non sappiamo chi siano i Totò Riina
fra i cinesi, gli albanesi o gli slavi (…) Non abbiamo carceri
sovraffollate, ma solo sottostrutturate, infatti la nostra popolazione
di detenuti è nella media europea. Faccio un esempio: se ci
sono due topi in una gabbia grande, è probabile che non si azzanneranno.
Perciò stiamo costruendo nuove carceri. (…) Non possiamo sottovalutare
la forza della mafia. La sua capacità genetica di trasformarsi,
simile a quella dei topi, fa sì che riemerga sempre. Perciò
non possiamo abbassare la guardia. Dobbiamo (…) creare un cordone
sanitario intorno ai detenuti pericolosi (…) con l’impiego permanente
dei GOM, che non sono dei piccoli rambo ma solo operai specializzati
nella sorveglianza dei mafiosi e in situazioni di emergenza.” |
Ugap
Questa
scheda è tratta da due articoli apparsi sul quotidiano ‘Il
Manifesto’ del 23.2.1999 e sul mensile ‘Il Diario’ del marzo
1999.
UGAP, Ufficio per la Garanzia Penitenziaria del Dipartimento
dell’Amministrazione Penitenziaria è una struttura di intelligence
creata dall’ex Ministro Diliberto nel febbraio 1999 con il ‘compito’
ufficiale di vigilare sulla ‘sicurezza degli istituti penitenziari’.
La decisione del Ministrò sollevò forti polemiche
e sospetti. In una interrogazione parlamentare, una ventina
di senatori – di uno schieramento trasversale che andava da
Forza Italia a Rifondazione Comunista – chiesero chiarimenti
sulla natura dell’operazione. Il timore dei senatori era che
l’Ugap fosse solo una struttura di intelligence, negando così
ogni tentativo di trasparenza all’interno dell’amministrazione
penitenziaria. I senatori contestarono, poi, che a gestire l’Ugap
fosse chiamato il generale Enrico Ragosa, allora dirigente del
Sisde, fino al 1996 responsabile dei reparti speciali degli
agenti di custodia protagonisti di pestaggi di detenuti, come
accadde a Secondigliano nel 1993, e a Pianosa, nel 1992. Sulla
nascita di questa struttura di intelligence l’associazione Antigone
assunse allora una forte presa di posizione. “Creare l’Ugap
– denunciò Stefano Anastasia, Presidente di Antigone – significa
togliere attribuzioni e poteri al direttore del Dap (che allora
era Alessandro Margara), e indica una strada pericolosa, quella
della militarizzazione della polizia penitenziaria”. Inoltre,
Ragosa non è una figura
delle migliori: “già a capo delle cosiddette squadrette
interne dell’amministrazione penitenziaria che, negli anni ottanta
gestivano le situazioni di crisi nelle carceri, poi allontanato
dal precedente direttore del Dap, Michele Coiro, e finito al
Sisde, oggi gestirebbe un vasto potere nel sistema carcerario.”
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31.3.2000
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Si toglie la vita
nel carcere milanese di S. Vittore un albanese di trent’anni,
arrestato per sfruttamento della prostituzione. L’uomo, che
era appena stato trasferito dal carcere di Brescia, da due giorni
era solo in cella al centro di osservazione psichiatrica.
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