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3.5.2000
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I magistrati della
Procura di Sassari emettono 82 ordini di custodia cautelare
per 79 agenti di polizia penitenziaria, il comandante delle
guardie di Sassari, Ettore Tomassi, la direttrice dell’istituto,
Cristina Di Marzio e per il Provveditore regionale dell’amministrazione
penitenziaria della Sardegna Giuseppe Della Vecchia.
Gli arrestati
sono accusati di aver organizzato una spedizione punitiva
nel carcere di Sassari il 3 aprile scorso, in seguito ad una
protesta dei detenuti. Nell’ordine di custodia cautelare si
sostiene che il pestaggio “è stato organizzato e voluto intenzionalmente…
e perpetrato con sevizie e crudeltà”, ed è stato ordinato
da Della Vecchia, presente a Sassari, dalla Di Marzio e da
Tomassi.
Il Direttore generale delle carceri, Giancarlo Caselli,
dichiara che in seguito ad un’inchiesta amministrativa erano
già stati rimossi e sostituiti tutti i responsabili dai loro
incarichi.
Altissima la tensione tra gli agenti di Polizia Penitenziaria
che incontrano il Ministro Fassino.
Alcuni articoli di stampa tirano in ballo il Gom, la
struttura di pronto intervento del Dipartimento dell’Amministrazione
Penitenziaria.
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Il Gom
Questa scheda è tratta da un
articolo del quotidiano ‘Il Giorno’ dell’8.11.1998, dal Mensile
‘La Grande Promessa del dicembre 1998, da Il Messaggero del’8.5.2000
e da ‘Il Manifesto del 4.5.2000.
Questo corpo speciale nasce da un decreto interno al Dipartimento
dell’Amministrazione Penitenziaria nel 1994 (dopo che era scoppiato
lo scandalo dei pestaggi nel carcere di Napoli Secondigliano
– vedi Da Sassari a Poggioreale n.3). Tra le finalità
ufficiali di questa struttura vengono indicate il mantenimento
dell’ordine e della disciplina negli istituti penitenziari,
con priorità a interventi in occasione di ‘gravi situazioni
di turbamento’; inoltre i Gom sono impegnati nel
garantire la sicurezza delle traduzioni di detenuti pericolosi .
Il Gom (Gruppo operativo mobile), diretto dal Generale
Alfonso Mattiello, è un gruppo di circa 600 uomini alle dirette
dipendenze di Giancarlo Caselli. Ufficialmente ha compiti
di sorveglianza e protezione dei detenuti di massima
pericolosità. Il Gom nasce nel 1994, dalle ceneri dello Scop
(Servizio coordinamento operativo), un corpo composto da 500
uomini sparsi in tutta Italia e pronti a correre da un carcere
all’altro in caso di rivolte o di particolari necessità. Lo
Scop infatti, oltre a sedare le proteste ha avuto la funzione,
poi ereditata dal Gom, di acquisire informazioni.
Durante gli anni ’90 furono aperte due grandi inchieste per
maltrattamenti avvenuti nelle carceri di Secondigliano e Pianosa.
Vennero rinviati a giudizio 65 agenti dello Scop diretti dal
generale Enrico Ragosa, poi passato al Sisde. Il carcere di
Pianosa venne in seguito chiuso grazie all’intervento dell’ex
direttore del Dap, Alessandro Margara, all’epoca magistrato
di sorveglianza a Firenze. Lo Scop fu poi disciolto
ma il suo posto fu preso dal Gom, dove confluirono gli stessi
agenti.
Il primo episodio
eclatante in cui vengono coinvolti gli uomini del Gom
è del 1998, quando 15 agenti entrano nel carcere milanese
di Opera per effettuare una perquisizione straordinaria. “Detenuti
spogliati, qualcuno anche tre volte, costretti a ripetuti
piegamenti, pure i cardiopatici e gli anziani; quindi raggruppati
nel cortile, al freddo dalle 9.30 alle 13.30, chi in accappatoio,
chi scalzo, mentre le celle venivano perquisite”. “Alcuni
agenti di Opera erano sconcertati, ed hanno raccontato di
aver rischiato di arrivare alle mani con i loro colleghi del
Gom”.
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4.5.2000
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Un detenuto lascia
il carcere di San Sebastiano e conferma i pestaggi.
Altri 100 guardie carcerarie convocate dai magistrati
nell’inchiesta sui pestaggi.
Il CSM annuncia l’apertura di un’inchiesta sui magistrati
di sorveglianza assegnati al controllo sugli istituti di detenzione.
Manifestazione a Sassari degli agenti di custodia contro
gli arresti dei loro colleghi. Donato Capece, segretario del
Sappe (sindacato autonomo di polizia penitenziaria), dichiara:
“le mele marce, quando occorre, le isoliamo noi”.
Diversi esponenti della maggioranza di governo esprimono la
loro solidarietà agli agenti in lotta, imputando i fatti di
Sassari allo stress dei lavoratori costretti a sopportare
i disagi del sovraffollamento. Diliberto esprime alla Polizia
Penitenziaria e al Sappe “la più completa solidarietà per
gli ingiustificati attacchi portati all’intero corpo”.
Il neo ministro della
giustizia Fassino propone di utilizzare i militari di leva
per sorvegliare l’esterno delle prigioni.
Il Polo e il Sappe chiedono le dimissioni
di Caselli. Per Capece a Sassari non c’è stato nessun pestaggio.
“La verità è che i detenuti hanno aggredito le guardie e gli
agenti hanno riportato l’ordine nell’Istituto. Si è trattato
di una “normale operazione di servizio”.
Intanto emergono notizie su altri gravi episodi di violenze
accaduti nelle carceri italiane.
a) Napoli Secondigliano. 24 agenti
sotto processo per ripetute violenze ai danni dei detenuti.
I fatti vanno dal 95 al 99. Tra gli inquisiti l’ex comandante
del carcere, Giardinetto, trasferito dal Ministero ad altra
sede e mai allontanatosi da Secondigliano perché il suo sindacato,
il Sappe, lo ha nominato coordinatore regionale.
b)
Reggio Calabria. 12 agenti rinviati a giudizio per
omicidio volontario ed altri 12 per favoreggiamento. Un giovane
di 28 anni sarebbe morto per una serie di colpi di bastone
e manganello.
c)
Nuoro. Rimosso il comandante del carcere di Bad ‘e
Carros , dove il 23 marzo morì suicida Luigi Acquaviva che
il giorno prima aveva sequestrato un agente di custodia.
d)
Torino, carcere minorile Ferrante
Aporti. Alla vigilia di Pasqua un
ragazzo maghrebino si da fuoco per
protestare contro maltrattamenti e
ingiustizie di cui sarebbe stato
vittima.
Il quotidiano ‘L’Unione Sarda’ pubblica un’intervista
ad un poliziotto penitenziario che avrebbe partecipato al
pestaggio. L’Uomo, che ha chiesto di conservare l’anonimato,
conferma i contenuti delle denunce dei detenuti.
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Magistratura di sorveglianza.
Tra i compiti che la legge penitenziaria affida ai
magistrati di sorveglianza ci sarebbe anche quello di ‘vigilare
sull’organizzazione degli istituti penitenziari e prospettare
al Ministro le esigenze dei vari servizi con particolare riguardo
all’attuazione del trattamento rieducativo’. Ed inoltre: ‘esercitare
la vigilanza diretta ad assicurare che l’esecuzione della
custodia sia attuata in conformità delle leggi e dei regolamenti’.
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5.5.2000
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Manifestazioni di
agenti in tutt’Italia. Sit-in delle guardie davanti al carcere
di Sassari al grido di “liberi, liberi” Il Consiglio dei ministri
decide lo stanziamento di 160 miliardi per costruire nuove carceri.
Gli agenti manifestano fuori all’istituto di Sassari chiedendo
la liberazione di tutti i colleghi arrestati.
Il Dap trasmette a Fassino i risultati dell’inchiesta
amministrativa.
La Procura di Sassari smentisce la notizia, apparsa
nei giorni scorsi, che le indagini stiano procedendo anche
verso i vertici del Ministero della Giustizia. Giancarlo Caselli
e il suo vice Mancuso tirano un sospiro di sollievo e dichiarano
di non volersi dimettere. In un documento presentato dal Direttore
Generale del Dap al Ministro Fassino appare chiaro che il
trasferimento di Tomassi da Benevento a Sassari, voluto fortemente
da Della Vecchia, è stato disposto autonomamente dal capo
del personale, Emilio Di Somma e dal suo vice Zaccagnini.
Il quotidiano La Repubblica pubblica stralci di una
lettera che il vecchio Comandante del carcere di Sassari,
l’Ispettore Capula, a metà aprile aveva inviato al quotidiano
‘La Nuova Sardegna’.
“La sostituzione
è avvenuta in una maniera scorretta nei miei confronti, alla
napoletana, perché quella è l’aria che tira al Dipartimento
dell’Amministrazione Penitenziaria”. Secondo La Repubblica,
Capula si riferisce a un gruppo di potere del quale i beneventani
Della Vecchia e Tomassi facevano parte, assieme ad altri.
Le Rappresentanze di Base del personale civile delle
carcere scrivono una lettera aperta al Ministro Fassino. “…Il
tam tam tra Direttori e Polizia Penitenziaria che si sta facendo
in questi giorni porta da un posto di lavoro all’altro la
notizia che tutto questo putiferio è avvenuto perché gli educatori
dell’istituto sassarese hanno parlato… èmotivo di orgoglio
che il personale educativo abbia contribuito all’accertamento
della verità attraverso la denuncia di fatti che ripugnano
qualunque coscienza correttamente orientata… Di fatto in questi
anni è stato loro impedito di svolgere (si riferito agli educatori
penitenziari – ndr) il loro lavoro proprio perché, intervenendo
all’interno delle sezioni, vedevano e sentivano quello che
non dovevano sentire e vedere, diventavano testimoni scomodi,
unitamente agli altri non poliziotti, di quanto avveniva negli
ambiti meno praticati e meno noti degli Istituti di Pena italiani…
Non abbiamo dubbio che gli episodi di illegalità da parte
dei poliziotti penitenziari siano stati episodi isolati, ma
le isole ormai sono tante…stanno diventando un arcipelago…Negli
anni 80-90 u detenuti avevano imparato a protestare civilmente,
ma le risposte sono state sempre simili a quella data a Sassari.
Nel carcere non si può più esprimere dissenso…Per questo motivo
non ci meraviglia l’arroganza di chi commette scientemente
dei reati, perché porta nel suo Dna professionale la violenza…
non è un caso che si cerchi con manifestazioni di piazza di
condizionare i magistrati, come non è un caso che coloro che
sono andati a sostituire il Provveditore regionale ed il Direttore
del carcere abbiano gli stessi curricula professionali degli
inquisiti.
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Qualche commentatore
ha ricordato sulla stampa che un paio di anni fa Giancarlo
Caselli, allora Procuratore Capo a Palermo, fu mandato in
Sardegna a risolvere la scandalosa situazione causata dal
Giudice sceriffo antisequestri….., suicidatosi dopo l’interrogatorio
con i magistrati palermitani.
Da Sassari a Poggioreale
(1)
La lobby
dei napoletani
(I dati
di questa scheda sono tratti da
due articoli apparsi su ‘Il Manifesto
del 6.5.2000, ‘Il Messaggero’ dell’8.5.2000 e ‘La Repubblica’
del 13.5.2000).
Il Provveditore per la Sardegna, arrestato dalla Procura di
Sassari, è Giuseppe Della Vecchia, per anni direttore del
carcere campano di Benevento. Il comandante degli agenti autori
dei pestaggi è l’Ispettore Ettore Tomassi, ex braccio destro
di Della Vecchia a Benevento, e uomo che ha iniziato la sua
carriera negli anni ottanta nel carcere napoletano di Poggioreale.
Direttore dell’ufficio centrale del personale è
Emilio Di Somma, ex vicedirettore a Poggioreale. Il
Vice di Di Somma, quello che ha controfirmato il trasferimento
di Tomassi, è Zaccagnino, anche lui napoletano, anche lui
passato per Poggioreale.
A
dirigere alcuni tra i provveditorati regionali più importanti
(quelli che poi passeranno agli uffici centrali del Ministero)
vi è un folto gruppo di dirigenti campani.
Giuseppe Della
Vecchia, appunto, in Sardegna; Antonio Passaretti (ex direttore
del carcere speciale di Carinola e di quello di Secondigliano),
è l’influente Provveditore della Sicilia, dopo essere stato
anche provveditore in Sardegna; Mario Mascolo, Provveditore
delle carceri pugliesi (ex vicedirettore di Poggioreale);
Giuseppe Brunetti, capo degli istituti della Campania; Bocchino, provveditore della Lombardia.
Ma
se i quadri direttivi campani hanno occupato gli uffici decisivi
nella gestione del personale e delle strutture periferiche
del Dap, non sono da meno i dirigenti del corpo di polizia
penitenziaria che si sono saldamente insediati negli uffici
centrali che controllano le materie della sicurezza. A capo
dell’Ugap, la struttura di intelligence creata da Diliberto
per vigilare sulla sicurezza all’interno degli istituti, è
il Generale Enrico Ragosa, l’uomo che, sempre negli anni ottanta,
ha compiuto i primi passi della sua prestigiosa carriera normalizzando
la situazione del carcere di Poggioreale, legato a Caselli
dai tempi roventi dei primi arresti eccellenti e dei primi
pentiti.
A dirigere invece il Gom, Gruppo Operativo Mobile, un reparto
di pronto intervento che gestisce anche il delicato circuito
parallelo dei pentiti, è il Generale Alfonso Mattiello, napoletano,
anch’egli proveniente da Poggioreale; braccio destro di Mattiello
è l’ispettore Santoriello, ex comandante del carcere di Secondigliano,
inquisito dalla procura di Napoli nella prima inchiesta sui
pestaggi a Secondigliano (Santoriello proviene anch’egli da
Poggioreale). Infine, è campano anche il Generale Scialla, capo
dell’ufficio traduzioni (quello per intenderci, che organizza
i trasferimenti dei detenuti – vedi Sassari).
L’inarrestabile
ascesa al cuore del Dap dei napoletani risale agli inizi degli
anni novanta, quando a dirigere l’ufficio del personale c’era
il potente Pastena, uomo di fiducia di Nicolò Amato, attualmente responsabile
per Alleanza Nazionale sulle questioni del carcere. La riforma
del corpo degli agenti di custodia, voluta da Amato e dai
sindacati nel 1990, oltre a smilitarizzare il corpo, aprì
anche le carriere dei direttori penitenziari, che cominciarono
ad occupare alcune importanti poltrone ministeriali, fino
ad allora ad esclusivo appannaggio dei magistrati. Da quel
momento il ceto dei dirigenti del Dap inizia una feroce lotta
corporativa contro la presenza dei giudici al Dap, ancora
saldamente insediati negli uffici che gestiscono i detenuti.
In questa loro battaglia strategicamente hanno trovato importanti
momenti di alleanza con i sindacati della polizia penitenziaria,
interessati a facilitare la presa del pieno possesso dell’apparato
da parte di uomini che sono cresciuti tra i rivoli delle carriere
penitenziarie.
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6.5.2000
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Milano, carcere di
Opera. 10 agenti indagati dalla Procura per percosse su due
detenuti e perquisizioni illegali nelle celle. L’inchiesta sarebbe
partita nello scorso ottobre.
Ovidio Bompressi lancia la proposta di un indulto e
chiede un intervento della chiesa cattolica a sostegno delle
richieste di amnistia che vengono anche dal mondo delle carceri.
Si associano all’appello di Bompressi anche Adriano Sofri
e Sergio Cusani. La proposta di amnistia di Bompressi è già
un disegno di legge presentato alla Camera dai deputati verdi
Manconi e Saraceni.
Arriva a Sassari il nuovo direttore del carcere, Maurizio
Veneziano, proveniente dal Provveditorato di Palermo.
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Da Sassari a Poggioreale (2)
(I dati di questa scheda sono
tratti da un articolo apparso su ‘L’espresso’ del 18 maggio
2000).
Maurizio
Veneziani, 39 anni e una fama da duro, è il nuovo direttore
del carcere di Sassari, dopo la rimozione di Cristina Di Marzio.
Ha diretto le carceri di Agrigento, Reggio Calabria e Trapani,
dove è restato per oltre tre anni. Veneziani è ricordato a
Trapani per “le sue passeggiate nei corridoi delle camerate
accompagnato da una decina di agenti con anfibi e tuta mimetica…
Perquisizioni a sorpresa, punizioni immediate per chi osava
protestare, l’acqua che scompariva improvvisamente dalle docce…”.
Veneziani fu costretto a lasciare il carcere di Trapani in
seguito alla denuncia del cappellano dell’Istituto, padre
Mattarella, sul regime di terrore e violenza instaurato dal
Rambo. In seguito a questa denuncia Veneziani venne trasferito
con una promozione al provveditorato per la Sicilia, quel
provveditorato che è attualmente diretto da Antonio Passaretti,
uno degli uomini forti della cordata napoletana (anche nella
nomina del nuovo direttore di Sassari c’è lo zampino dei napoletani?).
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7.5.2000
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Rivolta dei poliziotti
penitenziari nelle carceri italiane. Tutte le organizzazioni
sindacali di categoria hanno indetto per martedì prossimo
una manifestazione nazionale davanti al carcere di Poggioreale.
Annunciato anche uno sciopero bianco a partire da mercoledì.
Il sindacato istituisce il ‘soccorso azzurro’, un servizio
dove segnalare tutte le violenze subite dagli agenti.
Sul fronte delle indagini Della Vecchia dichiara di non aver
assistito a nessuna violenza; l’ex direttrice si avvale della
facoltà di non rispondere; Tomassi scarica la responsabilità
di quanto accaduto su un suo sottoposto, l’ispettore Pais.
Caselli e Mancuso da oggi sono in visita in Sardegna.
Incontreranno i poliziotti penitenziari nelle carceri di Sassari
e Cagliari. Anche la Cisl chiede le dimissioni di entrambi,
unendosi al Sappe, all’Osappe e al Sinappe.
Gerardo D’Ambrosio e Pierluigi Vigna si dichiarano
contrari ad ogni ipotesi di indulto e amnistia.
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8.5.2000
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Indagato anche il
medico del carcere di Sassari.
Dopo l’incontro
con Caselli e Mancuso il Sappe annuncia che a partire da domani
il personale di polizia penitenziaria inizierà ad attuare
lo sciopero in bianco. Si annunciano decine di sit-in, di
proteste, di autoconsegne e astensioni dalla mensa in tutte
le carceri italiane. Lo sciopero sarà attuato con controlli
più severi durante le ore notturne; applicazione alla lettera
degli ordini di servizio interni per la fruizione dei passeggi,
dei colloqui con i familiari. La protesta mira direttamente
a colpire i detenuti.
Il quotidiano
‘La Repubblica’ intervista l’ex Ministro della Giustizia Oliviero
Diliberto. Questa è quanto dichiara: “Alla trasmissione Pinocchio
– (si riferisce ad una trasmissione televisiva andata in onda
un mese dopo la sua nomina – ndr) dissi che bisognava abolire
l’ergastolo, mantenere i benefici della Gozzini, riconoscere
i diritti dei detenuti. La reazione fu una sequenza di impressionanti
evasioni. In tre scapparono proprio dal carcere di Rebibbia”.
D. C’era un
piano? “Ne ebbi la sensazione, ma non le prove. Ci furono
altre fughe da Opera, poi scappò Ghiringhelli da Novara… Lessi
quegli episodi come la reazione contraria ad una linea di
apertura”.
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Medicina Penitenziaria.
La sanità penitenziaria conta da circa 5.000 addetti:
350 medici incaricati; 1.650 medici di guardia; 2.100 medici
specialisti; 150 tecnici; 400 infermieri professionali di
ruolo; 1.000 infermieri convenzionati puri; 300 infermieri
professionali convenzionati con le Asl. La stragrande maggioranza
di questo personale è impiegato con rapporto di lavoro convenzionato,
cioè con contratti a termine che vengono stipulati con le
singole carceri. La selezione di questo personale avviene
a livello locale, cioè nei singoli istituti, attraverso una
procedura di valutazione di titoli e prova attitudinale effettuata
da commissioni presiedute dai direttori delle carceri.
Questo meccanismo di selezione assicura alle direzioni la più
assoluta aderenza dei medici e degli infermieri penitenziari
alle ragioni della sicurezza, prioritarie rispetto a quelle
della cura e prevenzione. La classe dirigente del Dap non ha
nessuna intenzione di perdere il controllo su questa parte del
personale, e per questa ragione ha cercato di opporsi in tutti
i modi, sin dalla fase di avvio del dibattito parlamentare,
alle ipotesi di passaggio della medicina penitenziaria al Servizio
Sanitario Nazionale. La battaglia che l’ex ministro della Sanità
Bindi ha dovuto combattere perché questa legge andasse in porto
è stata durissima, ed ha dovuto scontare la fortissima resistenza
dei direttori delle carceri, dei titolari degli uffici centrali
che gestiscono il personale, ed anche dell’associazione dei
medici penitenziari. Nel 1988, in occasione dell’approvazione
al Senato di questa legge, l’associazione dei medici carcerari
mise in scena una fortissima protesta. Il presidente dell’associazione
dei medici penitenziari (Anapi), Ceraudo, si incatenò fuori
dal carcere di Rebibbia per protesta contro la nuova legge.
Soltanto nel luglio 1999 un decreto legislativo stabilisce
il passaggio della medicina penitenziaria al Servizio Sanitario
Nazionale, rimandando la concreta attuazione alla emanazione
dei relativi decreti (d. lgs. N. 230, del 22.7.1999). Attualmente,
come soluzione compromissoria allo scontro tra Sanità e Penitenziari,
la riforma è in una fase di sperimentazione attuata su tre regioni,
alla fine della quale dovrebbe avvenire il concreto passaggio.
Secondo la Cisl, che sostiene la battaglia
corporativa di Ceraudo, “il compito di un medico penitenziario
non è solo quello della prevenzione, diagnosi e cura, dell’’accertamento
delle patologie esistenti, ma è anche quello della dimostrazione
dell’inesistenza di alcune patologie…”; ed ancora “ciò che differenzia
l’operato del medico penitenziario da quello di un medico del
S.S.N. è la sua maggiore conoscenza della vita del penitenziario…
che risulta indispensabile per assistere i detenuti e comprendere
l’attività della Polizia Penitenziaria e le sue problematiche”.
Oliviero Diliberto
Nell’ottobre
del 1998 Oliviero Diliberto, da poco nominato Ministro della
giustizia, scelse il palcoscenico del carcere di Rebibbia
per parlare al popolo delle carceri e a quello che sta fuori,
della necessità di liberarsi non dal carcere, ma, più modestamente,
dall’ergastolo. Ad un compiaciuto Gad Lerner che gli chiese
perchè mai avesse scelto proprio un penitenziario per la sua
prima uscita pubblica, Diliberto rispose, orgoglioso: “perchè
sono un comunista, e i comunisti partono sempre dagli ultimi”.
Qualche mese più
tardi, su un altro palcoscenico carcerario, a Secondigliano,
stavolta senza telecamere e nostalgici ex sessantottini, ad
una eccitata platea di poliziotti penitenziari annunciava
l’ennesima riforma che ha consegnato loro pieni poteri di
autodeterminazione nella gestione della sicurezza, dell’ordine
e della disciplina dentro le prigioni; manda a casa il garantista
Alessandro Margara (su richiesta dei sindacati della polizia
penitenziaria – compresi i confederali), crea l’Ugap, l’Ufficio
per la sicurezza interna,
e lo affida al Generale Ragosa, conferma il Gom, Gruppo
operativo mobile, nominando a suo coordinatore il
Generale Mattiello. Inoltre: condona le sanzioni disciplinari
della censura e della pena pecuniaria per recidiva inflitte
agli agenti di polizia penitenziaria (infrazioni che riguardano
il 30% degli agenti), e si batte come un leone perché una
rappresentanza del Corpo partecipi alle missioni militari
all’estero.
Oggi, dopo un
anno e mezzo, rivela che il proclama politico di rilancio
della legge Gozzini, di abolizione dell’ergastolo, di maggiore
apertura del carcere all’esterno ebbe come immediata risposta
una serie di evasioni dalle carceri italiane, e lascia intendere
che qualcuno lavorò dietro le quinte per indurlo a maggior
ragione.
Sarebbe il caso
che Diliberto, che non ha più responsabilità di Governo ed
ha oramai capito che i suoi sforzi non hanno portato neanche
un voto dei poliziotti penitenziari al suo partito, ci dicesse
anche chi (non le persone fisiche ma gli aggregati di interessi)
remò contro.
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9.5.2000
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Manifestazione nazionale dei sindacati di polizia penitenziaria
(confederali e autonomi) davanti al carcere di Poggioreale.
Catena umana di guardie con i braccialetti ai polsi. Nicola
Caserta, segretario regionale del Sappe, nonchè
consigliere provinciale dei DS, chiede la liberazione
di tutti gli agenti arrestati, la riduzione dell’orario di
lavoro e l’aumento degli organici. Secondo Giuseppe Brunetti,
Provveditore regionale per la Campania, e napoletano anch’egli,
“la protesta è sacrosanta… Bisogna ridurre i tempi delle attività
in carcere. Mi spiego meglio. Il detenuto va a scuola, oppure
lavora, ha i colloqui con i familiari, le pause di ricreazione.
E’ giusto, ma a una certa ora gli impegni devono essere ridotti,
dando respiro agli agenti”. (La Repubblica, 9.5.00)
La Repubblica intervista il PM napoletano Michele Morello,
titolare dell’inchiesta sui pestaggi a Secondigliano. Il primo
processo agli agenti, avviato nel 1993 (52 guardie rinviate
a giudizio), si concluse con l’assoluzione degli imputati
perché molti detenuti testimoni– dichiara il pm napoletano
– ritrattarono le accuse. Il secondo processo, che riguarda
fatti accaduti tra il 1995 e il 1999 è attualmente nella fase
dibattimentale. Sono stati rinviati a giudizio 20 agenti.
Solo un centinaio gli agenti che hanno partecipato
alla manifestazione fuori al carcere di Poggioreale (a fronte
delle migliaia di persone annunciate). Massiccia è invece
la presenza di stampa e televisione. I familiari dei detenuti
in fila in attesa dei colloqui denunciano il clima di terrore
e le sistematiche violenze perpetrate a Poggioreale. Momenti
di tensione tra poliziotti e familiari dei detenuti.
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Da Sassari a Poggioreale (3)
(I dati di questa
scheda sono tratti dai seguenti articoli di stampa: Il manifesto
6.5.2000; La Repubblica 13.5.2000, 26.11.1998, 30.01.1993,
7.4.1994; Il Mattino 8.8.1992, 25.11.1999).
Non è un caso che i
poliziotti penitenziari indicano la loro prima manifestazione
nazionale dopo i fatti di Sassari proprio a Napoli, la città
dov’è in corso un importante processo contro venti agenti
e il comandante del penitenziario di Secondigliano per violenze
contro i detenuti.
Per comprendere
i fatti di Sassari è utile ripercorrere brevemente la storia
del nuovo penitenziario napoletano, nato nel 1991.
E’ il 1991 quando
il Parlamento approva il primo provvedimento di legge che
inasprisce la
lotta alla criminalità organizzata. Per il carcere si inaugura
una nuova stagione di leggi speciali. Il clima negli istituti
si irrigidisce repentinamente. Dopo le stragi di Capaci e
di via D’Amelio la legislazione carceraria speciale compie
il suo salto definitivo: viene istituito il regime del 41bis,
riaprono le carceri speciali di Pianosa e dell’Asinara.
In questo clima si inaugura il nuovo
carcere di Napoli Secondigliano. Napoli e la sua nuova struttura
penitenziaria diventano laboratorio di
sperimentazione della nuova emergenza mafiosa.
I dirigenti del nuovo penitenziario vengono reclutati
tra lo staff che aveva gestito la normalizzazione del vecchio
carcere napoletano di Poggioreale negli anni ottanta, gli
anni della guerra di camorra e della gestione dei detenuti
politici.
Direttore
del carcere venne nominato Alfredo Stendardo, ex vicedirettore
a Poggioreale, affiancato, al comando della polizia penitenziaria,
da Vincenzo Santoriello, anch’egli proveniente da Poggioreale.
Sin dall’apertura il nuovo carcere conquista la fama di struttura
dal regime del massimo rigore.
Nel 1992 dopo pochi mesi dalla inaugurazione
del carcere, viene assassinato l’agente Gaglione, in servizio
nel nuovo penitenziario napoletano. Il modello Poggioreale
della massima deterrenza raccoglie il suo primo risultato.
La situazione del carcere precipita velocemente. Esplode un
conflitto acceso tra il direttore
Stendardo e il comandante degli agenti.
I sindacati degli agenti di polizia penitenziaria, che già
da tempo chiedevano la rimozione di Stendardo, accentuano
la pressione sul Dap. Il
comandante e gli agenti coinvolti nei pestaggi denunciano
continue minacce anonime.
Il comandante del carcere Santoriello denuncia il direttore
Alfredo Stendardo di aver introdotto stupefacenti nel carcere. Stendardo viene sospeso dal
servizio, poi successivamente arrestato e
portato nel carcere militare. Segue un lungo periodo agli
arresti domiciliari. A sostituire Stendardo viene chiamato
Antonio Passaretti, ex vice direttore di Poggioreale e titolare
della direzione del carcere di massima sicurezza di Carinola.
Un altro ex direttore di Poggioreale Emilio Di Somma
arriva alla direzione centrale del personale penitenziario.
Nel corso di una diretta televisiva
un detenuto denuncia di essere stato picchiato. Dopo non più
di una settimana Passaretti è rimosso dal suo
incarico e promosso Provveditore Vicario per la Campania.
Successivamente andrà a dirigere prima il Provveditorato della
Sardegna e poi quello della Sicilia.
Poco dopo anche Santoriello viene formalmente rimosso dal
suo incarico; in realtà gli uffici centrali del Ministero
lo destinano allo SCOP (Servizio
Coordinamento Operativo), una struttura di pronto intervento
della polizia penitenziaria con l’incarico di risolvere le
situazioni critiche. Coordinatore dello Scoop è il Generale
Ragosa, attualmente responsabile di una nuova struttura di
intelligence creata dall’ex ministro della giustizia Diliberto
(l’Ugap). Il modello della massima deterrenza
sperimentato a Secondigliano fa quindi scuola.
Dopo la rimozione di
Passaretti nella direzione di Secondigliano si alternano Salvatore
Acerra, attualmente titolare a Poggioreale, e Della Vecchia
(si, proprio quello di Sassari).
Nel 1996 la prima inchiesta sui pestaggi a Secodigliano
viene archiviata. I sindacati della polizia penitenziaria
raccolgono in questa vicenda una vittoria importantissima.
Da questo momento la classe dirigente del carcere capisce
il
grande potere di condizionamento e di pressione a cui è sottoposta.
Ma nel 1997 la Procura di Napoli apre una
seconda inchiesta su nuove violenze
commesse dagli agenti di Secondigliano. Dopo due anni di indagini
i Pm napoletani emettono 20 avvisi di garanzia contro altrettanti
agenti e il
loro comandante, Giardinetto. Precauzionalmente il Ministero
trasferisce Giardinetto in un altro istituto; ma il comandante
di Secondigliano in
realtà non lascia mai il carcere napoletano in quanto, in
qualità di coordinatore regionale del Sappe (sindacato autonomo
della Pol. Pen.) si fa distaccare dalla sua organizzazione
proprio nello stesso istituto dove sono ospitati una parte
dei detenuti testimoni della nuova inchiesta. Il Dipartimento
dell’Amministrazione Penitenziaria fa finta di non accorgersi
di questa situazione, esponendo i reclusi coinvolti nel processo
ad una
pesante situazione di condizionamento, essendo stati lasciati
al loro posto anche i venti agenti inquisiti.
Dopo qualche settimana Diliberto istituisce l’Ugap, mette
al comando di questa nuova struttura il Generale Ragosa, e
dimissiona Margara. I sindacati della Polizia Penitenziaria
(compresi i confederali) rivendicano la rimozione del ‘garantista’
Margara.
E’ appena il caso di ricordare che qualche anno prima, proprio
grazie all’intervento di Margara (allora Presidente del Tribunale
di sorveglianza di Firenze), furono messi sotto inchiesta
65 agenti di polizia penitenziaria in servizio allo Scoop,
diretto dal Generale Ragosa per le violenze verificatesi nel
carcere di Pianosa (successivamente chiuso)
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10.5.2000
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Cominciano a farsi
sentire i disagi creati dallo sciopero in bianco attuato dai
poliziotti penitenziari: ritardi nei colloqui con i familiari
e con gli avvocati, e rallentamento dei tempi delle attività
dentro le prigioni. Oltre ai sit-in ed ai cortei in diverse
realtà i secondini minacciano l’autoconsegna in carcere degli
agenti.
Prime reazioni dei detenuti ai disagi creati dalle
agitazioni degli agenti. A Genova rifiutano il vitto dell’amministrazione,
mentre a Torino e Milano scioperano i detenuti lavoranti.
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Rivendicazioni degli
agenti: aumenti degli organici, potenziamento dei mezzi e delle
strutture, istituzione del ruolo direttivo della polizia penitenziaria.
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