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Soggetti a rischio.
IL PROGETTO NEOLIBERALE.
di società contempla l'esclusione di ampi settori della popolazione
espulsi dal mercato del lavoro. Per vagabondi, poveri, «homeless»,
disoccupati e migranti c'è l'apartheid o una politica punitiva
penale che ha nel carcere il modello dominante. Un intervista con
lo studioso francese delle tecniche di controllo sociale Loïc
Wacquant
BENEDETTO VECCHI
«Il neoliberismo ha una precisa politica di controllo sociale:
l'esclusione. I poveri, gli uomini e le donne espulsi dal mercato
del lavoro vanno tolti dalla vista e relegati ai margini. Questo,
anche se in misura minore, accadeva anche nel passato. Il ghetto,
gli slums erano territori dove il sottoproletariato era condannato
a vivere. Ora, il modello emergente di controllo sociale è
semplicemente il carcere, niente altro che il carcere». Un'affermazione
perentoria, quella di Loïc Wacquant, a Roma in questi giorni
per alcuni incontri incentrati sull'analisi delle nuove forme di
«controllo sociale». Allievo di Pierre Bourdieu, Loïc
Wacquant è considerato un esperto del «sistema penale»,
qualifica che, come ha precisato più volte, gli sta stretta,
perché si considera uno studioso della società. Lasciata
Parigi, ha preso a girovagare negli Stati uniti arrivando ad insegnare
alla University of California a Berckley, senza lasciare però
la cattedra al Collège de France. La pubblicazione del suo
primo libro - Parola d'ordine: Tolleranza zero (Feltrinelli) - è
da considerare il primo di una serie di saggi, interventi, relazioni
sulla «trasformazione dello stato penale nella società
neoliberale». Un lavoro di indagine che si presenta come un
vero e proprio work in progress, che ha avuto un'ulteriore, significativa
tappa in un secondo libro da poco pubblicato dalla casa editrice
veronese Ombre corte (Simbiosi mortale. Neoliberalismo e politica
penale. Ne ha scritto su queste pagine Andrea Colombo il 15/6/2002).
A Roma ha fatto il globetrotter tra una lezione alla facoltà
di Lettere e filosofia di Roma tre, un seminario con l'associazione
Antigone presso l'assessorato al Comune di Roma e la presentazione
del volume Anima e Corpo pubblicato da DeriveApprodi e dedicato
al mondo della boxe nella palestra popolare di San Lorenzo (ne parla
in questa pagina Giulia Sbarigia). E ogni volta non si è
sottratto alle domande, alle richieste di precisazione e alla discussione
delle sue tesi. L'intervista prende l'avvio da una provocazione,
cioè che le ultime guerre combattute dagli Stati uniti e
da molti paesi europei appaiono come vere e proprie operazione di
polizia. «La politica di aggressione all'Iraq viene giustificata
come una operazione tesa a colpire dei criminali. Tuttti i discorsi
che i militari e gli esponenti politici dell'amministrazione Bush
hanno sottolineato che i leader politici iracheni hanno compiuto
dei crimini. La costruzione del criminale da consegnare alla giustizia
è rafforzata con altri argomenti, dal sapore razzista: non
parlano la nostra lingua, non hanno le nostre abitudini, sono cioè
degli alieni. Questa costruzione del nemico ricorda molto la stigmatizzazione
di settori della popolazione che ha preceduto le politiche di esclusione
rappresentato dal ghetto. Allora erano i neri, ora sono i militanti
di Al Qaeda, gli iracheni, domani chissà. Manca completamente
una analisi dei motivi geopolitici e economici che sono dietro le
azioni di Al Qaeda o delle posizioni prese dal governo iracheno.
Io mi limito a registrare che è all'opera la costruzione
teologica di un nemico, così che qui da noi c'è il
bene, là il male, da noi i buoni, là fuori il diavolo.,
ma per ricondurre a una qulache razionalità politica ciò
che sta accadendo».
Per lei c'è una «simbiosi mortale» tra il neoliberalismo
e la politica penale punitiva incentrata sul carcere. Quest vuol
dire che se un modo di produzione diventa globale, altrettanto globale
diventano le politiche di controllo sociale?
Io parleri di un progetto neoliberale che si basa sul presupposto
che le leggi del mercato sono i migliori strumenti per produrre
e redistribuire la ricchezza. Quindi è un processo che coinvolge
lo stato nazionale e le relazioni sociali. Potremmo dire che l'obiettivo
finale è la completa mercificazione dei rapporti sociali
e che alla «politica» è riservato il ruolo di
controllare le condizioni affinché questo obiettivo venga
raggiunto. E' un vero paradosso quello che è accaduto. L'ideologia
neoliberale considera le leggi del mercato come le leggi migliori,
ma chiede allo stato di garantire la loro operabilità.
Prendiamo ad esempio l'Europa: la creazione di un ercato europeo
non è scaturita dalle forze economiche, ma è frutto
di una decisione politica. E' ovvio che questa situazione, cioè
la mondializzazione di un modo di produrre la ricchezza, ha avuto
il contraltare nella omogeneizzazione delle politiche nazionali.
E' ciò che sta accadendo con le politiche di controllo sociale,
sia che si tratti dei migranti, che del mercato del lavoro che della
sicurezza. Allo stesso modo, la globalizzazione delle nuove politiche
penali procede di pari passo con l'internazionalizzazione del neoliberismo.
Anzi io propendo a considerare le politiche penali come complementari
alle politiche neoliberali. Ripeto: quello neoliberale è
un progetto, e come tale è costellato anche di contraddizioni.
Infatti, ci sono paesi che possono prendere altre strade od opporre
resistenza. La Norvegia, l'Olanda, la Svezia non pensano proprio
di rinunciare allo stato sociale e le loro economie nazionali vanno
meglio di altre che hanno abbracciato il credo neoliberale.
Dai suoi libri emergono due modelli di controllo sociale, tali
da rappresentare due facce della stessa medaglia. Uno è il
ghetto, cioè una prigione a cielo aperto, dove il controllo
si applica alla limitazione della libertà di movimento. L'altro
è la «tolleranza zero», dove le «classi
pericolose» sono costruite su parametri statistici in base
ai vincoli del lavoro e del reddito. Entrambi i modelli hanno molto
a che fare con i mutamenti della forma-metropoli. Non è che
assistiamo al proliferare di modelli di controllo sociale che vengono
applicati a seconda della caratteristiche della città in
cui devono diventare operativi?
Io penso che il ghetto non sia più funzionale in una società
che punta sull'individualismo. Il ghetto vede la presenza di un
gruppo più o meno omogeneo dove applicare politiche di controllo
omogenee. Inoltre, il ghetto aveva la funzione di ingrossare le
file dell'esercito industriale di riserva. Forniva cioè forza-lavoro
a basso prezzo da utilizzare contro la classe operaia organizzata
e magari sindacalizzata. Nelle società neoliberali assistiamo
a un abbandono delle risposte collettive, oserei dire sociali ad
alcuni problemi. Diverso è il caso della «tolleranza
zero».
Per workfare society si intende una società il cui principale
meccanismo di integrazione è il lavoro. Chi è fuori
dal mercato del lavoro difficilmente ci rientrerà e così
non accede ai diritti di cittadinanza. La tolleranza zero interviene
per togliere di mezzo gli esclusi. Solo così si spiega la
crescita delle economie criminali e la rescita della carcerazione.
Soltanto che la carcerazione riguarda non solo chi commette un reato,
ma anche gli homeless, i vagabondi, i poveri, i migranti. Il risultato
immediato della «tolleranza zero» è l'aumento
della popolazione carceraria. La conseguenza secondaria è
la definizione di cosa è compatibile con l'ordine sociale
e cosa no. Questo secondo aspetto a molto a che vedere con la disciplina
della forza-lavoro e con il governo coatto del mercato del lavoro.
Chi sgarra è fuori, entrando così nell'universo degli
esclusi che ha come probabile orizzonte il carcere. Il ghetto a
suo modo era una risposta collettiva. Sbaglia chi considera il ghetto
come regno del disordine. Negli slums o nelle banlieu erano vigenti
regole, modi di essere, relazioni sociali ben particolari. Certo
tutto era il risultato di una stigmatizzazione di un gruppo sociale
o etnico e il modo di autorganizzarsi del ghetto era dipendente
a questa costruzione «esotica» della subalternità.
Ma era pur sempre una dimensione collettiva, che prevedeva forme
di tutela di chi viveva nel ghetto. La tolleranza zero non contempla
neanche questo. Il passaggio dal welfare state alla workfare society
è costellato di contraddizioni e di compresenze. Ci può
essere il ghetto e la costruzione statistica della devianza, ma
il primo modello di controllo sociale è destinato a finire.
Ma il ghetto non era solo povertà e segregazione. Lei ha
già accennato alle tendenza a stabilire regole sociali. Ma
il ghetto esportava anche cultura, era cioè un laboratorio
di innovazione sociale, culturale. Quando parolo di innovazione
non do un giudizio positivo, ma riconosco che l'industria dell'abbigliamento
ha tratto spunto dalla vita di strada, così come l'industria
culturale, penso a lla musica, ha avuto nel ghetto una fucina quasi
inesauribile di nuovi prodotti musicali. Ora che il ghetto è
destinato a scomparire, cosa accadrà?
Si, il ghetto ha funzionato come laboratorio di innovazione. Il
blues, il jazz, l'abbiagliamento, certo. Ora io penso che il carcere
abbia preso il suo posto. Può sembrare provocatorio, ma provi
a pensare alla cultura del tatuaggio e della decorazione del corpo,
del modo di portare in un certo modo i pantaloni. Pensi, infine,
al fenomeno della musica gangnstrap. Sono tutte espressioni «culturali»
nate in prigione e che poi si sono diffuse in tutto il mondo. Tra
i criminologi c'è stato una aspra discussione se la prigione
importava modelli culturali provenienti dall'esterno e se c'era
un processo di produzione di una specifica cultura carceraria, adattando
modelli provenienti dall'esterno. Io penso che c'è un processo
di produzione e esportazione di modelli culturali.
Arriviamo alle tecnologie del controllo. Mi riferisco alla videosorveglianza,
alle tecnologie della comunicazione, alle tecnologie di identificazione.
Sono state magari progettate per un compito specifico - maggior
sicurezza - ma poi diventano strumenti di controllo sociale. Lei
che ne pensa?
Io vedo che la sorvegianza ha due aspetti: uno hard, duro, rappresentato
dal carcere. L'altro soft , morbido, che ha a che fare con i comportamenti
di consumo, le scelte individuali sulla sessualità, sulla
vita in genere. In entrambi i casi, le tecnologie svolgono un ruolo
di supporto. Si possono creare profili individuali in base a ciò
che si acquista al supermercato o se si ricorre ad alcune cure per
determinati tipo di malattite, e così via. In ogni caso le
tecnologie digitale svolgono un ruolo, potremmo dire, di raccolta
e elaborazione dati. Detto questo, accade sempre più spesso
che la polizia richieda i dati individuali e li usi per costruire
la biografia di una persona indagata, arrivando magari a stabilire
propensioni o meno alla devianza o ricavando la sua colpevolezza
o meno dall'elaborazione di quei dati. Il confine tra controllo
hard e quello soft è sottile. A renderlo così labile
ci pensano proprio le tecnologie digitali.
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