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V - Il 30 novembre del 1999 a Seattle il centro congressi dove
si svolge la riunione dell'Organizzazione Mondiale del Commercio
viene assediato da una serie di manifestazioni che occupano le strade
e la scena mediatica con grande fragore. Catene umane, azioni dirette,
blocchi stradali, caroselli e teatri di guerra, disobbedienze e
non violenze impediscono il normale svolgersi dei lavori del vertice.
La celebrazione della potenza dell'impero naufraga clamorosamente
di fronte all'insubordinazione di un popolo che si pensava ridotto
a massa di consumatori di immagini. Nonostante un apparato di sicurezza
poderoso, le forze <<armate>> presenti su quel campo
non riescono a fermare quell'inattesa <<irruzione nel quotidiano
della potenza controeffettuale di azioni radicali>> (71).
Una jacquerie che non devasta, non violenta, non distrugge, ma,
fatto ancor più dirompente per il potere nella società
del controllo, impedisce e svela; la rivolta mostra tutta la violenza
del potere, le sue pratiche del dominio e dell'esclusione, i brutali
esercizi dei suoi apparati della repressione, le infinite miserie
e subordinazioni che distribuisce per il mondo. La conviviale adunata
delle aristocrazie dell'impero che concertano, discorrono e governano
e che, al contempo, mettono in onda immagini di potenza e pacificazione,
scompostamente si ritira da un set che ormai non riesce più
a controllare; e la macchina mediatica, chiamata a fare spazio nei
suoi palinsesti alle rappresentazioni di immagini rassicuranti del
potere, amplifica e moltiplica quelle sequenze di panico e disordine.
Con la messa in gioco dei corpi e dei loro movimenti nello spazio,
quella moltitudine immette nella cittadella blindata che accoglie
i <<potenti della terra>> la forza concreta e tangibile
di un conflitto che disattiva i dispositivi della demarcazione dello
spazio, rivelando la presenza <<materiale e visibile della
delimitazione>> (72). Il re è nudo.
Dov'è Echelon? Dov'è la discreta e pervasiva macchina
della sorveglianza generalizzata? Dov'è quel potere che evita
di mostrare i muscoli e le sue braccia armate, che cerca di sedurre
e anestetizzare, di orientare e dissuadere? La profonda ferita narcisistica
che Seattle incide nel corpo vivo della <<società aperta>>
fa precipitare nel panico i registi dei successivi appuntamenti
delle centrali del governo mondiale. Il 20 aprile 2001 a Quebec
City viene eretta una grande muraglia di 5 Km, per cingere il recinto
che ospita il terzo summit delle Americhe chiamato a decidere sulla
nascita dell'Alca, il mercato unico del continente americano. Truppe
in assetto antisommossa, idranti, lacrimogeni, manganelli, filo
spinato, chiusura delle frontiere e blocchi stradali, fermi e arresti,
elicotteri, automezzi blindati e barriere antisfondamento, fortificazioni
e trincee, corpi speciali e speciali strutture detentive; ed ancora,
cariche ai cortei, massacri in caserme lager e pallottole. Pallottole
contro pietre: l'intifada diviene il paradigma di gestione dell'ordine
pubblico nelle strade dell'occidente. Il simulacro dello Stato nazione
(73) celebra la sua agonia nella militarizzazione di uno scontro
sociale che già invoca l'intervento di polizie e apparati
sovranazionali. Le piazze in subbuglio attaccano la nuova Bastiglia
e l'archeologia della repressione riporta nelle strade i suoi più
antichi armamentari. La pallottola che ti uccide non la senti, recita
una figura mitica dell'epopea hollywoodiana della grande conquista.
Ma la pallottola che ha ucciso Carlo Giuliani a Genova, il 20 luglio
del 2001, era nell'aria già da qualche mese.
Nell'arcuata parabola che disegna la breve storia della contestazione
ai vertici degli organismi sovranazionali, la riunione del G8 svoltasi
a Genova tra il 19 e il 21 luglio 2001 costituisce, senza ombra
di dubbio, il momento più alto della militarizzazione del
conflitto sociale interno a questa parte del mondo nel tempo attuale
e, contemporaneamente, il suo punto catastrofico.
La Zona Rossa è quella parte della città che viene
murata per accogliere i vertici internazionali (74). Essa rappresenta,
in forma paradigmatica, un modello di sicurezza urbana, dove il
potere misura la sua capacità di continuare a sezionare,
controllare e proteggere il territorio. La difesa estrema dello
spazio segregato è un imperativo che oltrepassa la contingente
coloratura politica dello Stato nazione: nella repressione del dissenso,
il governo di centrosinistra non si è affatto distinto dalla
maggioranza neofascista di Berlusconi (75), così com'è
nella socialdemocratica Goteborg che si è udito il primo
sibilo di pallottole (76).
La Zona Rossa è un prototipo di metropoli, un modello ideale
di sviluppo della città. <<La città contemporanea
simula o si allucina almeno in due sensi decisivi. Primo: nell'era
della cultura elettronica e dell'economia, la città si riduplica
attraverso il complesso dell'architettura della sua informazione
e delle reti dei media
In questo modo, il cyberspazio urbano,
come a simulazione dell'ordine dell'informazione cittadina, sarà
vissuto come sempre più segregato e privo di un vero spazio
pubblico a differenza della città tradizionale
Secondo:
l'immaginario sociale si sta sempre più incorporando in panorami
simulacrali, come parchi a tema, quartieri storici e ipermercati,
che sono tagliati fuori dal resto della città>> (77).
Le barriere materiali e virtuali che la segnano indicano un territorio
altro, sottratto all'ordinario, dove impera l'urgenza della sicurezza
assoluta, della inviolabilità estrema, della tutela dell'ordine
a tutti i costi. E' un recinto che definisce tutto il resto del
pianeta come non luogo. Qui le pratiche dell'esclusione assumono
le sembianze, i linguaggi e le prassi della guerra. Nel tempo che
segna la sua effimera esistenza non si è esitato a sospendere
ogni forma di legalità, consegnando un mandato repressivo
pieno ed incondizionato agli apparati della sicurezza ed alle polizie.
Non importa che sia a Praga o a Nizza, a Napoli o a Goteborg, a
Davos o a Genova; la zona rossa indica la delimitazione di un campo
della grande metropoli mondiale, una demarcazione che segna, sul
piano materiale, un'esclusione temporanea, transitoria, un vuoto
a perdere destinato a decomporsi in breve tempo; insomma, uno stato
d'eccezione. E nello stato d'eccezione regnano sovrani gli apparati
della sicurezza: eserciti, polizie, servizi segreti, intelligence,
corpi speciali. Nello stato d'emergenza le polizie si autonomizzano
dal comando politico, come gli eserciti sul campo di battaglia dopo
la dichiarazione di guerra.
Qui non si tratta delle tradizionali trame occulte, degli stragismi
e delle <<deviazioni dei servizi segreti>> di cui la
storia della nostra repubblica è piena. Nella guerra sicuritaria
che si sta combattendo da anni nelle nostre città in preda
al panico ed all'insicurezza le ideologie della tolleranza zero
hanno costruito intorno alle polizie un vasto consenso sociale,
che, oltre ad accrescere la loro forza e capacità d'impatto,
ha progressivamente ampliato la loro sfera di autonomia di azione;
la spinta alla sovranazionalizzazione della lotta alle droghe ed
alle migrazioni, poi, ha ulteriormente consolidato questa tendenza,
costruendo non solo basi organizzative che ormai oltrepassano i
valichi delle frontiere, ma anche culture ed immaginari operativi
refrattari all'osservanza di confini e <<giurisdizioni>>.
Nella preparazione del vertice di Genova, sia nella definizione
dei piani della sicurezza sia nell'addestramento delle truppe e
nel loro coordinamento operativo sul campo, abbiamo assistito all'azione
di servizi, eserciti e polizie di più Stati, per nulla disturbati
dagli obsoleti vincoli di sovranità nazionale ancora depositati
nella nostra carta costituzionale (78).
Nello stato di emergenza permanente, tipico del modello di ordine
sociale liberista, gli apparati di polizia si duplicano attraverso
processi di specializzazione, che costruiscono unità operative
dotate di statuti straordinari. Ogni corpo di polizia ha il suo,
o i suoi, reparti speciali, prodotti dalle varie emergenze che hanno
attraversato questo paese negli ultimi trent'anni e tutti figli
di quella straordinaria stagione di eccezionalità che fu
la lotta alle formazioni politiche armate negli anni settanta. I
dispositivi emergenziali che in quella fase produssero i reparti
dell'antiterrorismo del generale Dalla Chiesa e il modello operativo
del pool per la magistratura inquirente hanno generato, nei decenni
seguenti, i vari Ros, Scico, Reparti operativi mobili, Gom, Dda,
Dia, che oggi costituiscono un sistema repressivo fortemente complesso,
all'interno del quale agiscono, oltre a sofisticate capacità
operative, anche preoccupanti umori autoritari, incentivati dalla
forte matrice militarista dei modelli organizzativi adottati.
Alla tradizionale rivalità tra le diverse polizie si somma
anche lo scontro di potere e lo spirito competitivo dei vari corpi
speciali, che ha trovato sul campo di battaglia di Genova uno straordinario
scenario dove contendersi la supremazia ed il primato nell'esercizio
dell'ordine pubblico, mostrando, sotto gli sguardi attenti dei governanti
della metropoli mondiale, l'adeguatezza della propria capacità
di violenza.
La repressione del dissenso politico si è rivelata, ancora
una volta, la madre di tutte le emergenze, e su questo campo, su
quella scena tragica e catastrofica, sapientemente costruita dalla
propaganda intorno all'evento di Genova, abbiamo assistito all'enorme
potenza distruttrice che le macchine della repressione sono oggi
capaci di agire ed, inoltre, al potere di condizionamento che esse
possono esercitare sui meccanismi di formazione della decisione
politica. La centralità che il potere poliziesco ha conquistato
nell'immaginario della metropoli è tale che anche le guerre
moderne, per legittimarsi, amano oggi definirsi operazioni di polizia
internazionale.
Ma la zona rossa è anche una potente metafora rovesciata
del carcere. In essa la barriera impedisce l'entrata, più
che scongiurare l'uscita; costituisce il resto dello spazio sociale
come esclusione, più che recludere l'indesiderato; ama esibire
l'interno del suo recinto per meglio nascondere ciò che resta
fuori. Il carcere è qui il territorio aperto, il non luogo
senza demarcazione, ciò che resta della metropoli dopo la
delimitazione, il mare da cui vengono le navi dei profughi che naufragano
sui nostri confini. A Genova la zona rossa ha preteso, a sua protezione,
un altro intermezzo spaziale (79), una fascia di protezione dove
si sono attestate polizie e barricamenti, trincee e armamenti; insomma,
un campo di battaglia, e, nel mezzo di questo campo, ha fatto la
sua comparsa il carcere. In questa logica di guerra il muro di cinta
si è esteso al territorio urbano delimitato ed ha inglobato
la prigione, che, esaltata da questa doppia recinzione, ha riscoperto
la sua più antica vocazione alla barbarie.
Bolzaneto e Forte S. Giuliano sono due caserme, rispettivamente
della Polizia di Stato e dei Carabinieri, trasformate dai piani
di sicurezza predisposti per il vertice in strutture detentive temporanee
per ospitare le centinaia di arrestati che si prevedevano in quelle
giornate (80). Per questi campi sono passati la gran parte delle
persone fermate durante le giornate di scontri, senza alcuna possibilità
di colloquiare con gli avvocati, di telefonare ai familiari, di
avere alcun contatto con l'esterno; insomma, un vero e proprio campo
di prigionia (81).
Dalla memoria profonda del nostro sistema repressivo emerge il carcere
speciale, con la sua impermeabilità assoluta, le sue pratiche
di annientamento, la sua vocazione all'illegalità. Questo
nuovo improvvisato carcere speciale non nasce all'Asinara, a Nuoro,
a Palmi, in luoghi isolati, distanti, irraggiungibili, ma nel cuore
della città, perché oggi nulla nasconde meglio della
trama della metropoli. I suoi prigionieri stavolta non sono i militanti
delle Brigate Rosse o di Prima Linea, dell'Autonomia o del Partito
Comunista Combattente: il modello detentivo della massima deterrenza
raggiunge i partecipanti ad una manifestazione di piazza, gli attivisti
della galassia pacifista, i volontari delle organizzazioni cattoliche,
i militanti dei centri sociali, gli ambientalisti, i lavoratori
del sindacalismo di base, semplici cittadini. E le immagini ed i
racconti che provengono da quei territori sono le stesse che negli
anni dell'emergenza familiari e compagni dei detenuti politici cercavano
con fatica di mostrare all'opinione pubblica di questo paese.
Polizia di Stato e Carabinieri chiedono ed ottengono ognuno un proprio
sistema detentivo dove poter gestire i loro prigionieri, così
come il generale Dalla Chiesa ottenne nel 1977 un proprio circuito
carcerario dove concentrare i detenuti politici. In queste due prigioni
temporanee arrivano anche gli uomini del Gom, il reparto speciale
della polizia penitenziaria nato formalmente per gestire l'area
dei detenuti per reati associativi. Il sistema penitenziario italiano
cede il brevetto del carcere duro, quello pensato e costruito per
combattere le mafie, per aggredire stavolta un dissenso politico
che sta riportando nelle strade dell'occidente immagini di un conflitto
sociale che si pensava sepolto dalla storia. <<Al di là
delle banali demagogie della "tolleranza zero", al di
là della tragica criminalizzazione dei non-cittadini e soprattutto
al di là dei discorsi che pretendono di umanizzare le guerre
contro le società dominate e la guerra sicuritaria contro
i poveri, ormai in tutti i paesi dominanti sta avvenendo un processo
di costruzione di un nuovo controllo sociale violento come strumento
indispensabile del disciplinamento della società liberista>>
(82).
Gli apparati propongono il loro modello di soluzione autoritaria
del conflitto sociale, convinti che quel nemico aggredito e rincorso
per le strade di Genova sarebbe rimasto invisibile alla sensibilità
democratica dell'occidente, come gli immigrati che sbarcano sulle
nostre coste, come i tossici o i poveri che scompaiono nella prigione.
<<Ogni uso del filo spinato presenta un costo politico, tanto
più elevato quanto più il simbolo è fortemente
percepito e la sensibilità pubblica nei confronti della violenza
politica o sociale è acuta. Sarà dunque utilizzato
solo quando il costo politico non supererà i benefici che
il potere ne può trarre>> sostiene Razac (83). Dopo
Genova, probabilmente, sarà difficile assistere ad un altro
summit organizzato nel cuore delle metropoli dell'occidente, perché
il costo politico di questa soluzione militare si è rivelato
troppo pesante per le esigenze di legittimazione del potere e la
<<zona rossa>> forse scomparirà dal vocabolario
della politica e dell'informazione. Ma quel modello di governo del
disordine e del conflitto è destinato ad occupare uno spazio
sempre maggiore nel nostro panorama sociale. Sempre più diffuso
e nascosto, come sono stati per lungo tempo il carcere di Sassari
e la prigione per immigrati di via Corelli a Milano, luoghi destinati
a raccogliere coloro ai quali non resta che lo spazio esterno della
metropoli, <<l'angolo morto della liberale inclusione democratica,
il non-luogo in cui si produce il rovesciamento del "far vivere"
biopolitico in un discreto "lasciar morire" sociale o
reale e, perché no un giorno, in un "far morire"
altrettanto discreto>> (84).
Tratto da: "Massima Sicurezza - Dal carcere speciale allo
stato penale"
Salvatore Verde
Odradek ed. 2002
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