Proposta alternativa di documento conclusivo dell'indagine conoscitiva sui fatti accaduti in occasione del vertice del G8 tenutosi a Genova

(presentata dai senatori Bassanini, Dentamaro, Iovene, Marini, Petrini,
Turroni, Villone)

INDICE

INTRODUZIONE

Capitolo I
I FATTI DI GENOVA
Le Fonti

1. Le manifestazioni del 19 luglio: le donne iraniane e il corteo dei
migrantes

2. Le manifestazioni del 20 luglio: le piazze tematiche; il corteo della
CUB; il corteo delle Tute Bianche.

2.1 Il Blocco Nero - I Black Blockers
2.2. Le Piazze Tematiche e i cortei
2.3. Il corteo della CUB a Ponente
2.4. Il corteo delle "tute bianche" dallo stadio Carlini a via Tolemaide.
3. Gli scontri a piazza Alimonda e la morte di Carlo Giuliani.
4 . Il corteo internazionale di sabato 21 luglio.
5. La perquisizione alla scuola Pertini (ex Diaz).
6. La perquisizione al centro stampa - media center nella scuola
Diaz-Pascoli.

7. L'uso legittimo della forza, i feriti e i manganelli "tonfa".
7.1. La relazione Cernetig
7.2. La distruzione di materiali video e fotografici.
7.3. L'uso del "tonfa" e dei manganelli
7.4. L'uso dei blindati
7.5. L'uso delle armi

Capitolo II
BOLZANETO: LA CASERMA NINO BIXIO
1. La caserma Nino Bixio di Genova Bolzaneto
2. Considerazioni critiche

Capitolo III
ORDINE PUBBLICO A GENOVA E PROPOSTE DI RIFORMA
1. La Pianificazione Operativa delle Attività di Pubblica Sicurezza
2. Le Proposte di Miglioramento delle Funzioni di Ordine e Sicurezza Pubblica in Occasione di Grandi Eventi e Manifestazioni di Piazza


Capitolo IV
INTERPRETAZIONE DELLA VICENDA
1. Il "dopo" Genova
2. I temi discussi in Italia
3. Il peso della morte di Carlo Giuliani
4. I temi di cui non abbiamo discusso
5. Le scelte contraddittorie
6. Il Genoa Sociale Forum e le sue componenti
7. La principale responsabilità del Ministro dell'interno.
8. La condivisione della scelta di Genova come sede del G8.
9. La fuga delle notizie provenienti dai servizi di sicurezza
10. Le scelte autonome di Alleanza Nazionale
10.1. La presenza a Genova dei parlamentari di Alleanza nazionale
11. Gli indirizzi di Alleanza nazionale dopo Genova
12. Le conseguenze dell'atteggiamento di AN
13. Il comportamento delle forze dell'ordine


CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

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Introduzione

Nei giorni 19, 20 e 21 luglio 2001 si tenne a Genova il cosiddetto G8,
vertice dei sette Paesi più industrializzati del mondo più la Russia. I
giorni dei vertice furono caratterizzati da gravi disordini e dalla morte
di un giovane manifestante, Carlo Giuliani, che fu colpito da un colpo
d'arma da fuoco esploso da un carabiniere accerchiato da manifestanti. I
gruppi parlamentari dell'Ulivo chiesero un'indagine parlamentare; ricevuta
dalla maggioranza una risposta negativa presentarono una mozione di
sfiducia nei confronti del Ministro degli Interni Claudio Scajola. Il
Senato respinse la mozione di sfiducia. Successivamente, anche per
l'impegno politico e parlamentare del centro-sinistra, per la domanda di
verità che veniva dai mezzi d'informazione e dall'opinione pubblica, per il
moltiplicarsi di notizie di abusi perpetrati nei confronti di manifestanti
inermi, per l'irritazione che i fatti avevano suscitato in molti paesi
europei, la maggioranza fu costretta ad approvare la richiesta d'indagine
parlamentare.
Il 1 agosto tanto la Commissione Affari Costituzionali del Senato quanto
l'analoga Commissione del Senato approvarono la richiesta d'indagine sulla
quale i gruppi parlamentari del centro sinistra aveva continuato ad
insistere.

Conseguentemente il Presidente della Camera attivava le procedure per
addivenire alle intese con il Presidente del Senato necessarie per
procedere allo svolgimento congiunto da parte delle due Commissioni
dell'indagine conoscitiva.
Le intese perfezionate in data 2 agosto 2001, prevedevano che le due
Commissioni avrebbero proceduto nell'indagine costituendo un apposito
Comitato paritetico costituito da 36 membri (18 deputati e 18 senatori)
ripartiti tra i Gruppi secondo i consueti criteri vigenti per la formazione
degli organi bicamerali, secondo i criteri della rappresentatività e della
proporzionalità dei Gruppi, nel rispetto del margine di maggioranza.
Il Comitato sarebbe stato presieduto da un deputato in applicazione della
prassi secondo la quale il Regolamento destinato a disciplinarne l'attività
è quello della Camera che per prima ha deliberato l'indagine conoscitiva.
L'Ufficio di Presidenza del Comitato (composto, oltre che dal Presidente,
da due Vice Presidenti e da due segretari) sarebbe stato nominato sulla
base delle intese raggiunte in sede di Uffici di Presidenza congiunti delle
due Commissioni, integrati dai rappresentanti dei Gruppi, ovvero, in
mancanza di unanimità eletto - come da prassi - direttamente dal Comitato .
Il termine per la conclusione dell'indagine veniva fissato per il 20
settembre 2001.
Nella riunione del 3agosto 2001, gli Uffici di Presidenza, entrambi
integrati dai rappresentanti dei Gruppi, delle due Commissioni procedevano
alla Costituzione del Comitato paritetico per l'indagine conoscitiva.
Il Comitato è stato quindi composto, in base alle designazioni dei Gruppi,
dai deputati Donato Bruno (FI), Fabrizio Cicchitto (FI), Filippo Mancuso
(FI), Nitto Francesco Palma (FI), Michele Saponara (FI), Luciano Violante
(DS-U), Antonio Soda (DS-U), Grazia Labate (DS-U), Katia Zanotti (DS-U),
Gianfranco Anedda (AN), Roberto Menia (AN), Filippo Ascierto (AN),
Gianclaudio Bressa (Margherita, DL-L'Ulivo), Giannicola Sinisi (Margherita,
DL-L'Ulivo), Marco Boato (Misto), Erminia Mazzoni (CCD-CDU-Biancofiore),
Pietro Fontanini (LNP), Graziella Mascia (RC) e dai senatori Gabriele
Boscetto (FI), Luciano Falcier (FI), Maria Claudia Ioannucci (FI); Andrea
Pastore (FI), Antonio Tommasini (FI), Franco Bassanini (DS-U), Massimo
Villone (DS-U), Antonio Iovene (DS-U), Luciano Magnalbò (AN), Luigi Bobbio
(AN), Ida Dentamaro (Margherita, DL-L'Ulivo), Pierluigi Petrini
(Margherita, DL-L'Ulivo), Antonio Del Pennino (Misto), Cesare Marini
(Misto), Graziano Maffioli (CCD-CDU-Biancofiore), Cesarino Monti (LNP),
Sauro Turroni (Verdi- l'Ulivo) e Alois Kofler (Per le autonomie).
L'ufficio di presidenza del Comitato è stato cosi' costituito: Presidente:
Donato Bruno; Vicepresidenti: deputato Gianfranco Anedda e senatore Franco
Bassanini; Segretari: deputato Gianclaudio Bressa e senatore Graziano
Maffioli.
Gli uffici di presidenza integrati dai rappresentanti dei gruppi della I
Commissione della Camera e della 1a Commissione del Senato, nel corso della
stessa riunione, hanno convenuto che l'indagine conoscitiva avrebbe avuto
ad oggetto i fatti accaduti in occasione del vertice G8 tenutosi a Genova.
Nella medesima giornata del 3 agosto 2001 si è riunito l'Ufficio di
Presidenza del Comitato, integrato dai rappresentanti dei Gruppi, che ha
deliberato il programma dei lavori del Comitato medesimo. In particolare si
è convenuto che il Comitato tenesse i propri lavori nel corso delle
settimane dal 7 al 9 agosto, dal 28 al 30 agosto, dal 4 al 6 settembre e
dall'11 al 13 settembre.
I lavori del Comitato sono iniziati il 7 agosto 2001 e sono proseguiti con
lo svolgimento delle audizioni, sino al 7 settembre 2001. Le sedute
dedicate allo svolgimento di audizioni sono state 10; le audizioni svolte
sono state complessivamente 27.
Conclusa questa fase procedurale, secondo quanto convenuto nelle intese dei
Presidenti dei due rami del Parlamento, nella riunione dell'Ufficio di
Presidenza del Comitato, integrato dai rappresentanti dei Gruppi, del 7
settembre 2001 si è stabilito che il Comitato avrebbe proseguito i lavori
per la predisposizione di uno schema di documento conclusivo.
Si è convenuto in proposito che i lavori istruttori, finalizzati alla
predisposizione di una bozza dello schema conclusivo, si sarebbero svolti
in sede di Ufficio di Presidenza, integrato dai rappresentanti dei gruppi
alle cui riunioni sarebbero stati, comunque, invitati a partecipare tutti i
componenti del Comitato.
Sulla base degli orientamenti emersi in sede di Ufficio di presidenza, il
Presidente avrebbe presentato uno schema di documento conclusivo da
sottoporre al Comitato in seduta plenaria ai fini della sua adozione; si è
altresì stabilito che in tale sede non si sarebbe proceduto a votazione di
eventuali proposte emendative, il cui esame sarebbe stato riservato alla
fase di discussione presso le due Commissioni Affari Costituzionali di
Camera e Senato, sulla base delle rispettive norme regolamentari.

Lo schema illustrato dal Presidente al Comitato ed alla Commissione non è
condiviso dai presentatori di questa relazione. Essi esprimono
apprezzamento per il modo equilibrato ed efficace con il quale i lavori
sono stati diretti dall'on. Bruno; ma non condividono il documento
presentato perché non contiene una precisa descrizione degli eventi, non ha
approfondito i fatti di particolare rilievo, a partire dalla dinamica degli
incidenti che portarono alla morte di Carlo Giuliani, è privo di proposte
per la gestione migliore dell'ordine pubblico, è privo, infine, di una
valutazione complessiva degli eventi di Genova.

Impostazione della relazione

Questa relazione si articola in quattro capitoli. Il primo descrive il
corso degli eventi. Il secondo si sofferma sui tre episodi più gravi: la
morte di Carlo Giuliani, la perquisizione nella scuola Diaz, gli
avvenimenti verificatisi nella caserma di Bolzaneto. Il terzo analizza le
questioni più strettamente relative all'ordine pubblico in Genova e propone
alcune misure per una più ordinata gestione della sicurezza. Il quarto
presenta un contributo politico interpretativo della vicenda. Le brevi
conclusioni riassumono alcuni punti d'indirizzo politico.

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Capitolo I
I FATTI DI GENOVA
Le Fonti

I fatti sono ricostruiti sulla base della documentazione acquisita dal
Comitato nel corso delle audizioni, delle dichiarazioni rese dalle persone
ascoltate, delle relazioni, anche riservate, trasmesse o consegnate al
medesimo Comitato, dei filmati e delle foto.
I documenti audiovisivi sono stati confrontati fra loro, localizzando gli
episodi sulla cartografia di Genova e riscontrandone gli orari attraverso
le relazioni di servizio delle forze dell'ordine e il brogliaccio delle
comunicazioni radio dei servizi di OP.
Nei casi più significativi, si è indicata specificamente la fonte
dell'informazione.
Le immagini video relative alla perquisizione della scuola Pertini (ex
Diaz) sono state confrontate con le planimetrie dei vari piani dell'edificio

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.

1. Le manifestazioni del 19 luglio: le donne iraniane e il corteo dei
migrantes

Il 19 luglio, promosse rispettivamente dalle "Donne Democratiche Iraniane"
e dal "Genova Social Forum (GSF) ", si svolgono regolarmente e senza
incidenti due cortei. In particolare il secondo corteo, quello dei
migrantes, è composto da circa 50.000 persone, si sviluppa da piazza
Sarzano a piazza Kennedy, ha un carattere festoso e suscita manifestazioni
di solidarietà da parte dei cittadini.
Il colonnello Tesser ha informato il Comitato che nella serata, dopo la
conclusione del corteo, alcuni sconosciuti gettano sassi contro Forte
S.Giuliano AA.PP., colonnello Tesser, seduta del 30 agosto 2001, p.45.,
sede del comando regionale dell'Arma.

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2. Le manifestazioni del 20 luglio: le piazze tematiche; il corteo della
CUB; il corteo delle Tute Bianche.

2.1 Il Blocco Nero - I Black Blockers

L'ordinanza del 12 luglio 2001 del questore Colucci dimostra una perfetta
conoscenza della frangia definita anarco-insurrezionalista, i così detti
black blockers, dei loro comportamenti e metodi; definisce la strategia per
il loro contenimento e contrasto attraverso contingenti di forze
dell'ordine molto mobili, per accerchiarli e bloccarli.
Le relazioni riservate del SISDE del 19 e 20 luglio hanno dato conto di due
distinte riunioni degli esponenti che si richiamano ai black blockers nelle
quali erano state discusse le modalità degli attacchi programmati per la
giornata del 20 luglio, l'ora e il luogo in cui essi sarebbero iniziati. I
servizi informano che circa 300/500 militanti si sarebbero concentrati,
alle ore 12 in piazza Paolo Da Novi. Alle due riunioni di cui alle note 189
e 201 del SISDE, partecipano esponenti di gruppi italiani, tedeschi, greci,
spagnoli e inglesi che vogliono alzare il livello dello scontro e comunque
causare danni ingenti.
Entrambe le note, oltre ad essere trasmesse ai vertici delle forze
dell'ordine con fax urgente, sono direttamente comunicate alla Digos di
Genova. Come si vedrà poi, il giorno 20 luglio i black blockers si
concentreranno appunto in piazza Paolo Da Novi iniziando da lì le loro
devastazioni.

Le preventivate azioni di contrasto non vengono messe in atto.
Nella mattinata del 20 luglio, poco dopo le ore 11.30, un folto corteo di
black blockers risale via Rimassa e corso Torino, diretto verso piazza Da
Novi, piazza tematica "autorizzata", dove si sta svolgendo il presidio dei
Cobas.

Lungo il percorso per accedere alla zona, i black blockers devastano,
incendiano usano i cassonetti per erigere barricate. All'altezza di corso
Buenos Aires i black blockers attaccano i Carabinieri che cominciano ad
arretrare in piazza Paolo Da Novi.
I Cobas abbandonano il presidio per non essere coinvolti nello scontro tra
black blockers e Carabinieri.

I Carabinieri si fermano all'incrocio tra corso Buenos Aires e corso
Torino, mentre i Cobas, arretrando da piazza Paolo Da Novi, si dirigono
verso piazza Palermo, già colpita da incendi e devastazioni, e poi
attraverso via Casaregis si spostano verso piazzale Kennedy. Nel frattempo
i black blockers occupano tutta la zona tra corso Buenos Aires e via
Casaregis percorrendo via Rimassa per raggiungere il meeting point di
piazzale Kennedy. In questo percorso devastano l'area Bank, danneggiano
gravemente un distributore, incendiano cassonetti che utilizzano come
barricate per intralciare il passaggio delle forze dell'ordine.
I Carabinieri giungono in piazzale Kennedy e lanciano candelotti
lacrimogeni. I black blockers fuggono percorrendo la scaletta che da corso
Italia porta a via Nizza.
Durante la fuga, passano davanti ad un contingente della Guardia di
Finanza, che non interviene Dalle relazioni di servizio della Polizia e dei
Carabinieri, comparate con le immagini video del regista Ferrario,
Telegenova, video depositato dall'on. Labate e resoconto GSF..
Il battaglione Tuscania, inviato sul luogo, sbaglia strada, come confermato
dalla nota del 3 agosto 2001 del dott. Zazzaro, responsabile della Sala
radio della Questura di Genova; giunge pertanto in ritardo, quando i black
blockers si sono già allontanati.
I Carabinieri circondano, invece, il meeting point, dove si sono
asserragliati i Cobas.
Da via Nizza, i black blockers indisturbati si dirigono verso piazza
Palermo; durante il percorso si fermano davanti ad un Commissariato della
PS e lanciano pietre; esce dalla porta un agente, disarmato, che inveisce
contro di loro: i black blockers si ritirano dopo aver danneggiato un'auto.
Attraversano piazza Tommaseo e, lungo via Montevideo e adiacenti,
convergono alle ore 13.15 circa verso la congiunzione tra corso Gastaldi e
via Tolemaide. Vengono date alle fiamme alcune auto. Le forze dell'ordine
non intervengono; alcuni elicotteri sorvolano la zona.

L'assembramento dei black blockers , raggiunta una certa consistenza
numerica, si avvia per via Tolemaide addirittura con bandiere nere e
tamburi, dando vita ad una sconcertante parata esibizionistica.
A differenza di quanto asserito, i black blockers non si muovono sempre per
piccoli gruppi cercando di infiltrarsi nel corteo principale; in questa
occasione si muovono come gruppo autonomo, compatto e facilmente
contrastabile.
All'altezza di corso Torino, i black blockers si esibiscono per le
telecamere di tutte le televisioni. I Carabinieri osservano immobili a non
più di duecento metri di distanza.
Successivamente invece di dirigersi verso piazza Verdi e la Zona Rossa, il
corteo dei black blockers attraversa il tunnel della ferrovia e si
indirizza in corso Sardegna, dove attacca un ufficio postale, e poi,
all'angolo di piazza Giusti, assalta un distributore e quindi un
supermercato; le forze dell'ordine continuano a non intervenire.
I black blockers si spostano quindi verso il ponte sul fiume Bisagno
bruciando una Mercedes: la colonna di fumo si vede da lontano.

In via Canevari si raggruppano, bruciano altre auto e danneggiano un
distributore. Sono le 14.20, come si vede dall'orologio che compare nelle
riprese televisive. E' passata più di un'ora dalla partenza del loro
"corteo". Un'ora durante la quale i black blockers hanno devastato un'area
vasta della città, agendo del tutto indisturbati, nonostante le fiamme
dell'ultimo rogo siano ben visibili anche da piazza Verdi, oltre la
galleria, dove sono attestati centinaia di poliziotti e carabinieri.

I black blockers risalgono poi via Canevari verso Nord, lasciando una scia
di devastazione e di incendi. Raggiungono così piazzale Marassi dove c'è la
casa circondariale, presidiati da un piccolo contingente di carabinieri: 39
militari e 3 furgoni. Qui si dividono. Un gruppo risale la scaletta
Montaldo per raggiungere piazza Manin, dove sono concentrati i pacifisti
della Rete Lilliput.
I black blockers lanciano sassi verso i Carabinieri. All'assalto, eseguito
da pochi black blockers, assiste dal ponte un centinaio di persone, alcune
delle quali vestite di nero.
I Carabinieri arretrano con i loro furgoni, formano un piccolo carosello,
lanciano qualche lacrimogeno, quindi si allontanano; i black blockers
assaltano il portone del carcere, lanciano una molotov verso le finestre
dell'edificio e distruggono la targa della casa circondariale La
ricostruzione è effettuata sulla base dei verbali di servizio, delle
chiamate via radio, dei video pervenuti in Commissione; dai verbali di
servizio si apprende che è stata chiamata per 9 volte la centrale operativa
della Questura, solo dopo l'ennesimo tentativo di richiesta urgente di
aiuto, ci si decide ad inviare un contingente di rinforzi, ma quel punto
inutile perché l'assalto è finito ed i BB sono andati via..
L'altro gruppo dei black blockers, che aveva raggiunto piazza Manin, era
stato fronteggiato dai manifestanti pacifici, che lì avevano organizzato la
piazza tematica "autorizzata".

Alle ore 15.09 la sala operativa della Questura invia il dirigente
Pagliuzzo Bonanno con 100 unità dei reparti mobili di Bologna e Firenze a
piazza Manin, verso la quale il dirigente medesimo ordina un lancio di
lacrimogeni (ore 15.19).

Mentre i black blockers si allontanano in direzione di corso Armellini,
dove erigono barricate con cassonetti e sfasciano le vetture in sosta, le
forze dell'ordine caricano i manifestanti della Rete Lilliput, Legambiente,
Marcia delle donne, Rete contro il G8 e altri che hanno le mani alzate e
non attaccano le forze di polizia Comunicazione delle ore 15.27 alla
centrale radio della Questura da cui pochi minuti prima, 15.20, era partito
l'ordine di eseguire alcuni fermi..

Nel frattempo i black blockers, indisturbati, alzano barricate in
corrispondenza di piazza S.Bartolomeo degli Armeni e ricostituiscono il
loro gruppo in corso Solferino e agiscono ancora una volta indisturbati
lungo via Palestro, corso Magenta e corso Paganini.
Seguendo le indicazioni della sala operativa, le forze dell'ordine guidate
dal dottor Pagliuzzo Bonanno si attestano in piazza Marsala.

Alle ore 14.30 circa, un residuo gruppo di appartenenti al corteo dei black
blockers, che si era in precedenza diretto verso corso Sardegna, si attarda
in via Torino ed alla minacciata carica del reparto di polizia comandato
dal dottor Mondelli fugge verso il tunnel della ferrovia attraversando via
Tolemaide, lungo la quale sta sopraggiungendo il corteo delle "tute
bianche" preceduto dal così detto "gruppo di contatto".
I Carabinieri, guidati dal dottor Mondelli non inseguono la retroguardia
dei black blockers che fugge al di la della ferrovia, e che poi si dirigerà
verso Marassi, ma, come si vede dai video di Telegenova, di Indymedia e del
regista Davide Ferrario, caricano il gruppo di contatto del corteo delle
"tute bianche" e subito dopo il corteo medesimo

I black blockers compariranno anche nella giornata del 21 luglio.

L'episodio più inquietante è testimoniato dal video consegnato dall'on.
Labate e dalle comunicazioni della centrale operativa della Questura, da
cui risulta che per oltre mezz'ora un gruppo di black blockers ha potuto
agire indisturbato in via Rimassa, approvvigionandosi di aste di legno e di
mattoni in una banca e in altri uffici saccheggiati il giorno prima.

I fatti sopra esposti e la loro concatenazione indicano con chiarezza che
nei confronti dei più violenti, identificati nella frangia
anarco-insurrezionalista dei black blockers non sono state poste in essere
le necessarie misure di contenimento e contrasto, pur individuate dalla
ordinanza del questore Colucci del 12 luglio 2001 e confermate nella
riunione operativa del 13 luglio.

I black blockers sono stati lasciati liberi di agire indisturbati, seguiti,
talvolta, da contingenti di forze dell'ordine che non riescono a
raggiungerli e che a volte si scontrano con gruppi di manifestanti
pacifici. In piazza Manin sono stati i pacifisti a tentare di respingere i
black blockers .

Le azioni dei black blockers sono state seguite dall'alto dagli elicotteri;
le loro evoluzioni e la loro localizzazione risultano chiaramente dalle
comunicazioni radio da e verso la sala operativa della questura.

I filmati consegnati al Comitato mostrano in più di un'occasione
manifestanti pacifici respingere violenti vestiti di nero, intenti a
sfasciare vetrine o ad introdursi all'interno dei cortei.

Il filmato del regista Davide Ferrario mostra altresì, in occasione degli
scontri di via Tolemaide del 20 luglio, un uomo vestito di nero e travisato
che avanza, solo, a brevissima distanza, verso un reparto di Carabinieri,
che arretrano.

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2.2. Le Piazze Tematiche e i cortei

Il GSF ha tenuto frequenti contatti con il Questore, Autorità locale di
pubblica sicurezza, per informarlo delle diverse iniziative progettate. Gli
atti principali sono una richiesta del GSF del 16 luglio ed un successivo
provvedimento del Questore del 19 luglio.
Con la richiesta del 16 luglio, il GSF informa il Questore di Genova che
nel corso delle giornate del vertice si sarebbero tenute manifestazioni
statiche e cortei; dal preavviso risulta l'intenzione di diverse
associazioni aderenti al GSF di accerchiare simbolicamente la zona rossa.
Questo documento è stato consegnato al Comitato dal dottor Vittorio
Agnoletto il 6 settembre, nel corso dell'audizione, ma non compare nella
documentazione trasmessa al Comitato dal Prefetto di Genova e dal Questore
Colucci .
Il provvedimento del 19 luglio del Questore di Genova prende atto delle
iniziative che si sarebbero svolte nelle cosiddette piazze tematiche,
prende atto altresì dello svolgimento, in data 20 luglio 2001, della
manifestazione della CUB a ponente e del corteo delle "tute bianche" sino a
piazza Verdi, vietando il corteo per il tratto tra piazza Verdi e piazza De
Ferrari. Il corteo delle "tute bianche" può svolgersi pertanto solo fino a
piazza Verdi.
Le iniziative nelle piazze tematiche si sono svolte secondo i preavvisi
depositati e conformemente alle prescrizioni notificate dalla Questura.
Erano note le organizzazioni e i responsabili:
Presidio di piazza Manin / via Assarotti: Rete Lilliput, Legambiente ,
Marcia delle Donne e Rete Contro G8.
Presidio di piazza Paolo Da Novi: Cobas, Network per i diritti globali e
Movimento antagonista Toscano.
Corteo di piazza Di Negro: la CUB con l'adesione dello Slai Cobas.
Corteo di corso Gastaldi: Tute bianche, Giovani Comunisti, Rage di Roma,
Rete No Global di Napoli .
Piazza Dante: Arci, Attac, Fiom Cgil, Rifondazione Comunista, Unione degli
Studenti, Unione degli Universitari, Centri Sociali di Milano Torchiera e
Baraonda, Cerchio G8 Lila.

Il GSF fin dal 9 maggio 2001 aveva formalmente presentato al Questore di
Genova il preavviso per alcune manifestazioni in forma statica in alcune
piazze (piazze tematiche) nelle quali diverse associazioni aderenti al GSF
intendevano, sulla base delle proprie specificità, comunque "cingere
d'assedio" la Zona Rossa.

Ancora nell'ordinanza del Questore del 12 luglio la decisione sulle piazze
tematiche è sospesa e rinviata ad una data successiva. Ad una riunione
indetta dal questore il 13 luglio prendono parte tutti i funzionari di
pubblica sicurezza e gli ufficiali delle altre forze di polizia e delle
forze armate impegnati nella gestione del G8. Intervengono, in particolare,
il prefetto di Genova, il prefetto Andreassi, il Capo della Polizia, il
Comandante Generale dell'Arma dei Carabinieri, l'ambasciatore Vattani e il
Ministro dell'Interno. In tale riunione viene deciso di modificare nella
sostanza la ordinanza del prefetto del 2 giugno 2001, rendendo così
possibili manifestazioni di piazza all'interno della Zona Gialla allo scopo
di alleggerire la tensione con manifestanti che si preannunciavano del
tutto pacifici.
Il Prefetto Andreassi, a sua volta, con riferimento alla riunione del 13
luglio precisa:
"La parte preponderante dei manifestanti apparteneva a movimenti non
violenti, alcuni dei quali avrebbero compiuto azioni dimostrative anche a
ridosso della Zona Rossa per simboleggiare l'invasione o l'accerchiamento.
Nei confronti di costoro occorreva limitarsi ad un cauto controllo per
impedire che certe iniziative potessero debordare".

Il Prefetto Andreassi aggiunge inoltre:
"Completai queste direttive rinnovando, in una sorta di decalogo, le
indicazioni che avevo più volte ripetuto e dalle quali erano state tratte
alcune delle regole contenute in un vademecum, ormai ampiamente noto,
distribuito a tutto il personale AA.PP., dott. Andreassi, seduta del del 28
agosto 2001, pp. 217."

Con decreto del Questore di Genova del 19 luglio 2001 si prende atto delle
manifestazioni stanziali nelle piazze Manin, Villa, Dello Zerbino, Paolo Da
Novi, Dante e Carignano.
La manifestazione stanziale di piazza Manin è organizzata da Rete Lilliput,
Legambiente, Marcia delle Donne e Rete contro il G8; la manifestazione
stanziale di piazza Dante è organizzata da Arci, Attac, Lila, Rifondazione
Comunista, Fiom, Udi, Uds e alcuni centri sociali; la manifestazione
stanziale di piazza Da Novi è organizzata da Cobas, Network per i diritti
globali e dal Movimento antagonista toscano, tutti aderenti al GSF.

In piazza Dante e nelle piazze Corvetto e Marsala vengono inscenate azioni
dimostrative volte a violare simbolicamente la Zona Rossa. Le relazioni di
servizio delle forze di polizia e dei carabinieri impiegati per contrastare
tali azioni, e le stesse immagini dei filmati, testimoniano però che si è
trattato di azioni non solo simboliche: le barriere metalliche sono state
scosse, si è tentato di aprire dei varchi e di scavalcare le recinzioni. I
manifestanti sono stati fermati mediante gli idranti del Corpo Forestale
dello Stato Si vedano le relazioni di servizio del maggiore Vox, del
sottotenente Piccoli, del Tenente colonnello Ortolani nonché la lettera del
Colonnello Tesser del 10 settembre 2001 e le analoghe relazioni di servizio
di funzionari di polizia (dottor Montagnose, dottor Delavigne).
; due francesi, che erano passati attraverso un varco nella griglia, sono
fermati ed accompagnati fuori della zona rossa.

Intorno alle 14 avvengono incidenti tra le forze dell'ordine ed i black
blockers nei pressi di piazza Alessi.
Verso le 15 il corteo di Globalize Resistence raggiunge le due piazze Dante
e Carignano.
Le notizie degli scontri e delle devastazioni si infittiscono e alle 15,45
il sindaco della città rivolge un appello a Vittorio Agnoletto portavoce
del GSF, chiedendo che cessino le manfestazioni sulle piazze tematiche
poiché la città è devastata, la tensione non è più tollerabile, e le forze
dell'ordine impegnate a fronteggiare le iniziative del GSF non riescono a
far fronte ai focolai dei violenti. La telefonata è trasmessa in diretta
televisiva su Primocanale.
Poco più tardi il dott. Agnoletto comunica al sindaco e al Prefetto
Andreassi la decisione di sospendere la manifestazione in piazza Dante. La
piazza alle ore 16.30 viene effettivamente abbandonata dai manifestanti,
che si dispongono in corteo per risalire lungo via Fieschi e raggiungere il
meeting Point di Piazzale Kennedy. La polizia lancia due, tre lacrimogeni
sulla coda del corteo, si crea panico e disordine ma tutto si ricompone;
piazza Dante alle 17 è sgombra ed il corteo raggiunge pacificamente
piazzale Kennedy.

In piazza Manin, circa alle ore 15.10, al sopraggiungere dei black
blockers, che avevano precedentemente assaltato la casa circondariale di
Marassi, si verifica una contrapposizione fra i pacifisti e i black
blockers all'imbocco di via Assarotti. Ma non appena i black blockers si
allontanano, gli agenti della Polizia di Stato, preceduti da un lancio di
lacrimogeni, irrompono in piazza Manin e caricano i manifestanti pacifici
che, come risulta dalle comunicazione radio della sala operativa, hanno le
mani alzate.
In questa circostanza, così come in piazza De Novi in relazione alla
manifestazione dei Cobas, il comportamento delle forze dell'ordine ha
palesemente contraddetto le direttive generali correttamente ricordate dal
Prefetto Andreassi nella citata audizione del 28 agosto 2001. Con decisione
analoga a quella presa dai manifestanti di piazza Dante, e nello stesso
torno di tempo, anche i manifestanti di piazza Manin decidono di
smobilitare il proprio presidio e di raggiungere piazzale Kennedy.

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2.3. Il corteo della CUB a Ponente

L'ordinanza del Questore del 12 luglio sospende la decisione relativa al
corteo della CUB da piazza Montano a Fontana Marose, preavvisato sin dai
primi di maggio.
Fino alla sera del 17 luglio non vi è alcuna certezza sul percorso del
corteo e solo a tarda sera vi è una formale presa d'atto, con prescrizioni
che limitano il percorso da piazza Montano a piazza Di Negro.
La decisione riguardante la presa d'atto del corteo con partenza da Ponente
deriva dal mutato orientamento dei vertici delle forze di polizia
finalizzato a ridurre la tensione.

L'ordinanza del questore del 19 luglio fa esplicito riferimento alla presa
d'atto del corteo della CUB. Il corteo, piuttosto omogeneo nella sua
composizione, a cui partecipano delegazioni dello SLAI COBAS, del sindacato
USI e anche il Coordinamento Anarchici contro il G8 (FAI) e del Campo
Antimperialista, si svolge regolarmente nonostante alcuni attimi di
tensione, risolti senza particolari complicazioni Si veda la relazione di
servizio del Maggiore dei CC Zanardi consegnata il 10 settembre dal col.
Tesser.

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2.4. Il corteo delle "tute bianche" dallo stadio Carlini a via Tolemaide.

Tra le manifestazioni preannunciate dal G.S.F. al Questore di Genova era
indicato il corteo delle "tute bianche" del 20 luglio che sarebbe partito
dallo stadio Carlini attraverso corso Gastaldi, via Tolemaide, piazza Verdi
fino a via XX settembre e piazza De Ferrari.
Il 19 luglio il Questore di Genova emette il già ricordato decreto con il
quale, prendendone atto, pone limiti al predetto corteo, vietandone la
prosecuzione oltre piazza Verdi, al limite esterno della zona gialla.
Lo stesso 19 luglio il Questore emette una nuova ordinanza di servizio, a
parziale modifica ed integrazione della precedente del 12 luglio,
contenente la disciplina dei servizi di ordine e sicurezza pubblica per il
20 luglio. Nella parte preliminare dell'ordinanza si elencano le
manifestazioni del 20 luglio, non si fa cenno alla manifestazione di cui
trattasi, come se essa non fosse prevista. Solo a pagina 5 della predetta
ordinanza si richiama il corteo e se ne delimita il percorso, assegnando
quindi i contingenti di forze dell'ordine, da impiegare prevalentemente in
piazza Verdi, all'ingresso della quale il corteo dovrà concludersi.

L'ordinanza non dispone che il corteo sia preceduto, seguito ed affiancato
da contingenti di forze dell'ordine, allo scopo anche di garantirne un
tranquillo svolgimento, così come invece era previsto dalla precedente
ordinanza di servizio del 12 luglio del questore di Genova.

Inspiegabilmente tutte le audizioni, fino a quella del 6 settembre del
dott. Agnoletto, non informano il Comitato circa la legittimità del corteo
delle "tute bianche" dallo stadio Carlini a via Tolemaide. Al contrario,
tanto la comunicazione del Ministro dell'interno Scajola alla Commissione
Affari Costituzionali del Senato e in Aula della Camera il 23 luglio quanto
le dichiarazioni di tutti coloro che avevano responsabilità dirette ed
indirette per l'ordine pubblico affermano che il corteo era vietato.
Il Colonnello dei Carabinieri Tesser ancora il 10 settembre invia una
relazione al Comitato, con cui trasmette le relazioni di servizio dei
responsabili dei contingenti dei Carabinieri durante il G8, nella quale
afferma che il corteo non è autorizzato.
Fino al 6 settembre quindi l'intero Comitato ha ricevuto informazioni
inesatte. La circostanza è grave perché in relazione proprio a questo
corteo e alla dinamica dei fatti ad esso connessi, si originarono gli
scontri poi culminati tragicamente nella morte di Carlo Giuliani.
Il corteo parte intorno alle ore 13 dallo stadio Carlini. Al suo interno,
confuso tra i manifestanti, si ritrova un giornalista di Studio Aperto
della Mediaset, Franco Berruti, che inizia la sua trasmissione diretta
dallo stadio Carlini alle ore 12.32 Si veda il video di Studio Aperto del
giorno 20 luglio 2001. Il giornalista afferma in diretta che i manifestanti
si sentono rassicurati e protetti dai container installati nella notte e
che intendono manifestare in modo non violento.
Alle ore 14.28 il giornalista nuovamente in diretta telefonica afferma
ancora una volta che si tratta di un corteo pacifico, attrezzato con soli
scudi protettivi e che i componenti dichiarano di non voler rompere nulla.
Il giornalista, alle ore 14.30, informa che i manifestanti hanno disarmato
e allontanato alcuni personaggi che impugnavano mazze. Quando il corteo
giunge in prossimità di un'auto in precedenza incendiata dai balck
blockers, si vede e si ascolta chiaramente uno degli organizzatori ripetere
più volte che l'auto non è stata incendiata dai partecipanti al corteo.
Poco dopo le 14.30 il corteo, giunto in via Tolemaide in prossimità
dell'intersezione con corso Torino, viene caricato da un contingente di
carabinieri .
L'azione è chiaramente descritta nei video di Telegenova e del regista
Ferrario, oltre che in altri filmati che mostrano le cariche , la
situazione e il comportamento dei dimostranti e il successivo svolgimento
dei fatti. I filmati mostrano che dal corteo non viene lanciato alcun
oggetto verso le forze dell'ordine: né sassi, né bottiglie, né molotov.

Come già descritto nel paragrafo riguardante i black blockers, questi
ultimi, verso le 14.30, dopo aver percorso via Tolemaide ed altre strade
compiendo indisturbati devastazioni ed atti vandalici, imboccano il
sottopassaggio della ferrovia e si dirigono verso corso Sardegna.
Mentre sopraggiunge il corteo delle tute bianche, un piccolo gruppo di
black blockers si attarda in corso Torino, da cui poi si allontana
inseguito da un contingente dei Carabinieri; il gruppo imbocca il tunnel
sotto la ferrovia, dopo essere passato in mezzo al gruppo di contatto che
precedeva il corteo proveniente dal Carlini e che si era diviso in due
parti per effetto dei lacrimogeni lanciati dai Carabinieri. Le due parti
del gruppo di contatto - nel quale erano presenti parlamentari, esponenti
politici, organizzatori del corteo e che comprendeva numerosi giornalisti,
operatori televisivi e fotografi - si erano spostate rispetto a corso
Torino, la prima verso piazza Verdi, la seconda era arretrata a fianco
degli scudi.
Nel frattempo i Carabinieri, giunti all'intersezione, si dividono in due
settori: il primo carica la parte del gruppo di contatto in direzione di
piazza Verdi, mentre l'altro prima fronteggia e poi carica la testa del
corteo non appena il primo gruppo , ritornato sui suoi passi, si
ricongiunge Si vedano anche le relazioni dei servizio del dott. Mondelli e
del Capitano dei CC. Antonio Bruno. .

In pochi minuti si vedono avanzare anche i cellulari dei Carabinieri che
sostengono la carica. Inizia così una fitta pioggia di lacrimogeni lanciati
anche dai tetti dei palazzi e dal ponte della ferrovia. Le cariche
diventano continue, il corteo arretra prima lentamente poi più velocemente
sotto l'assillo dei blindati. La calca e la confusione sono terribili.
Alcune centinaia di manifestanti corrono per le vie laterali, bloccate dai
Carabinieri, ed ingaggiano i primi scontri.
Il grosso del corteo arretra fino a corso Gastaldi per ritirarsi verso lo
Stadio Carlini; nelle strade limitrofe la situazione diventa caotica e gli
scontri con le forze dell'ordine sono violenti e continuano nei quartieri
di San Martino e della Foce.
In questo scenario si verifica di tutto: mancanza di coordinamento tra le
forze dell'ordine; reparti pesanti che non riescono a raggiungere i luoghi
delle emergenze in tempo utile, anche perché non conoscono la città; le
autoblindo dei Carabinieri si muovono con difficoltà perché le stradine
sono strette; un autoblindo viene incendiata da manifestanti, due Land
Rover dei Carabinieri di supporto logistico rimangono intrappolate in
piazza Alimonda: una delle due riesce a disimpegnarsi, l'altra è bloccata
da un cassonetto; si erigono barricate, si risponde con lacrimogeni che
annebbiano, e gli assalti dei manifestanti diventano sempre più violenti.
Qui si consuma la tragedia che vede la morte di Carlo Giuliani. Dalle
relazioni di servizio di Polizia di Stato e Carabinieri, dalle
comunicazioni telefoniche e via radio agli atti della Commissione, il
quadro della catena di comando e della gestione dell'ordine pubblico in
questa zona appare disordinato e con alcuni episodi anomali. Il corteo
ridiscende via Tolemaide, ma all'altezza di via Casaregis viene di nuovo
attaccato. L'attacco a piazza Alimonda con la carica dei blindati è per
molti aspetti singolare: parte lateralmente, da via Caffa, per frantumare
il corteo, ma non ha successo e si trasforma in un vero e proprio
inseguimento dei Carabinieri da parte dei manifestanti Video del regista
Ferrario; la colonna dei Carabinieri è del tutto isolata dal resto delle
forze dell'ordine, che invece in altre circostanze appaiono sempre e
correttamente attente a ridurre le distanze tra i reparti. Lo scontro si fa
violento nei pressi di una Land Rover dei Carabinieri, mentre arriva un
contingente della Polizia di Stato che si blocca a circa 50 metri dall'auto
da cui partiranno i due colpi d'arma da fuoco che uccideranno Carlo
Giuliani nell'atto di lanciare un estintore.

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3. Gli scontri a piazza Alimonda e la morte di Carlo Giuliani.

Il 20.07.2001, gli scontri tra forze dell'ordine e manifestanti proseguono
per molte ore e coinvolgono non più solo i black blockers ma frange del
corteo che sono fuggite nelle vie laterali intorno a via Tolemaide. Qui,
tra cariche, ritirate e scontri matura la tragedia.
Da testimonianze raccolte pare che Carlo Giuliani quel pomeriggio non
dovesse essere in piazza; voleva andare al mare, ma la telefonata di un suo
amico lo fa desistere.
Non sappiamo che cosa sia scattato in lui.
Carlo Giuliani si unisce ai compagni, ma tra via Caffa e piazza Alimonda lo
scontro è fatale. Viene ucciso dal proiettile della pistola d'ordinanza del
carabiniere Placanica, il quale era a sua volta oggetto di una violenta
aggressione da parte dei dimostranti che lo avevano ferito e tentavano di
sfasciare l'automezzo (Land Rover) in cui si trovava con altri militari. Lo
stesso Carlo Giuliani, come dimostrano le immagini raccolte dai reporters,
è colpito mentre tenta di lanciare, da brevissima distanza, un estintore
contro il veicolo.
Immediatamente i Carabinieri fanno cordone intorno al corpo, arrivano i
soccorsi prima dei volontari del GSF, poi, del 118. Gli interventi
risultano infruttuosi e poco dopo viene constatato il decesso di Carlo
Giuliani. A circa tre metri dal capo riverso sull'asfalto, in una grande
pozza di sangue, c'è il bossolo del proiettile che il dott. Cremonesi
raccoglie e dà ad un giornalista di Repubblica Lavoro di Genova. Questi lo
mostra ad un carabiniere il quale afferma essere un bossolo da lacrimogeno.
La notizia arriva fino al Vice Questore aggiunto della polizia, dott.
Lauro, che richiede al giornalista la restituzione del bossolo, la cui
consegna avviene alla presenza della Polizia Scientifica e di un altro
funzionario, la dott.ssa Bucci, che provvede a chiamare il pubblico
ministero di turno.
Intorno al corpo circondato dal cordone della polizia, manifestanti
inveiscono contro le forze dell'ordine (si urla "assassini"), quando
comprendono che il giovane è morto raggiunto dal proiettile esploso
dall'arma del carabiniere e che, una volta caduto a terra, era stato
travolto dalla stessa Land Rover che faceva marcia indietro.L'autopsia
rivelerà che in quel momento era già cadavere e che il colpo, perforato lo
zigomo sinistro, aveva attraversato il cranio uscendo dal cervelletto.
Sull'episodio è aperta l'inchiesta della magistratura e le indagini sono in
corso.
Alcuni giovani partecipanti all'attacco contro la Land Rover si sono
presentati nei giorni successivi all'Autorità giudiziaria e nei confronti
di uno di essi è stato già emesso un provvedimento di custodia cautelare.
Dai verbali di servizio dei due funzionari di polizia che erano sul posto
appaiono contraddizioni in relazione alle immagini e alle dichiarazioni.
Si parla di migliaia di manifestanti; ma i video mostrano in piazza
Alimonda circa quaranta dimostranti, una parte dei quali intorno alla Land
Rover isolata. A circa 50 metri sono posizionati dei contingenti delle
forze dell'ordine che non intervengono. I resoconti delle audizioni
documentano come i componenti il comitato abbiano chiesto più di una volta
ed in diverse occasioni agli auditi, le ragioni del mancato intervento; ma
non si è ricevuto risposta.
Alcune immagini video riprendono Carlo Giuliani sempre in canottiera
bianca, con il passamontagna, ma altre, dopo la sua caduta a terra, lo
riprendono con indosso un giubbottino nero.
Gli interrogativi sulla dinamica e le responsabilità della tragica vicenda
potranno essere sciolti solo dalle indagini che la magistratura sta
compiendo.
Rimane di quell'evento la testimonianza esemplare di Giuliano Giuliani,
padre di Carlo, in quei giorni di acuto dolore per la perdita di suo
figlio: "Occorre distinguere il giudizio sulle forze dell'ordine da chi
sbaglia individualmente" .

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4 . Il corteo internazionale di sabato 21 luglio.

Il corteo, regolarmente preannunciato dal GSF, è previsto dalla ordinanza
del Questore del 12 luglio, che ne prende atto, e dispone talune
conseguenti misure di OP. Il percorso è ben noto da tempo, da via Caprera
(Sturla), attraverso via Cavallotti, i corsi Italia, Torino, Sardegna, fino
a piazza Galileo Ferraris (Marassi), per circa 8 km.
Il corteo, contrariamente a quanto stabilito dalla Ordinanza sopra citata,
non è preceduto, né seguito, né fiancheggiato dai necessari contingenti di
forze dell'ordine.
I manifestanti sono circa 200.000 e partono con qualche anticipo. In
corrispondenza di Forte S.Giuliano alcuni dimostranti esterni al corteo
lanciano sassi verso il Comando dei Carabinieri e vengono prontamente
allontanati.

Prima che il corteo raggiunga piazzale Kennedy si verificano i primi
incidenti provocati da un gruppo di violenti, che diverse fonti calcolano
composto da circa 2-300 persone, la cui prima fila, di poche decine, è
costituita da dimostranti vestiti di nero, a differenza degli altri che non
sono contraddistinti da particolare abbigliamento. La stragrande
maggioranza indossa caschi, passamontagna o ha il viso coperto da
fazzoletti.

I violenti, provenendo da più parti ma in particolare da cancelli di
piazzale Kennedy, assalgono le forze dell'ordine schierate in
corrispondenza della Fiera, scagliando inizialmente sassi, divellendo le
pavimentazioni e la segnaletica, impossessandosi delle transenne e di altre
attrezzature mobili per impiegarle contro i reparti schierati, che
reagiscono lanciando lacrimogeni senza effettuare cariche.

Nel frattempo ricompaiono i black blockers, che raggiungono gli uffici e
negozi fra via Rimassa e corso Marconi, già saccheggiati il giorno
precedente, per impossessarsi di assi e mattoni da usare negli scontri.

Alle 14.06 le azioni dei black blockers vengono segnalate alle forze
dell'ordine, che però non intervengono e, restando immobili, si limitano a
sparare lacrimogeni verso i dimostranti.
Non viene messa in atto nessuna azione per accerchiare e disperdere i
violenti, che continuano ad agire indisturbati per oltre 30 minuti.

Il corteo, ancora lontano, sopraggiunge progressivamente e, per non restare
coinvolto nei disordini, anziché raggiungere via Rimassa, devia
anticipatamente per via Casaregis.

Nel frattempo, mentre gran parte del corteo defluisce verso piazza
Ferraris, un gruppo composto da circa 3-400 curiosi, fotografi e
giornalisti si posiziona dietro le spalle dei violenti che incendiano auto
ed erigono barricate.

Alla vista del fumo, e avuta conoscenza degli scontri, la parte terminale
del corteo rallenta la propria avanzata, mentre le forze dell'ordine
iniziano a caricare il gruppo dei violenti che si disperdono. I
manifestanti pacifici che non sono ancora transitati arretrano
precipitosamente e così il corteo si spezza. La dinamica dei fatti è
confermata dai numerosi filmati televisivi acquisiti dal Comitato ed anche
dalla audizione del Questore Colucci.

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5. La perquisizione alla scuola Pertini (ex Diaz).

Nella sera del 21 luglio venne effettuata la perquisizione nella scuola
Pertini (ex Diaz)
Le relazioni, le audizioni, il materiale cartaceo e visivo mettono in luce
contraddizioni sui tempi, metodi e responsabilità nel procedimento
decisionale e nella escuzione.
Non è chiaro perché la perquisizione sia stata decisa, né è chiara la
sequenza degli eventi.
Il segretario della FSNI ha inoltre riferito al Comitato che già nel
pomeriggio circolavano voci in città di perquisizioni, importanti e
decisive, al termine della manifestazione del 21 luglio e prima della
partenza da Genova dei manifestanti Dottor Paolo Serventi Longhi, AA PP,
seduta del 4 settembre 2001, p. 97.
Dal bilancio reale dell'operazione risultano 93 persone arrestate; per 80
di esse l'arresto è risultato illegittimo; in 12 casi l'arresto è stato
convalidato solo formalmente e le persone sono state scarcerate, perché non
vi erano indizi di colpevolezza. In un solo caso è stata adottata una
misura cautelare.
Il bilancio continua con 62 feriti, di cui alcuni gravemente, la
distruzione di attrezzature e computer del centro stampa. In varie
audizioni si è sostenuto che l'irruzione alla Pertini sia avvenuta a luci
spente Dottor Vincenzo Canterini, AA PP, seduta del 4 settembre 2001,
p.144-145; ma dai video risulta che le luci sono accese al piano di
ingresso, altre luci al secondo ed al terzo piano qua e là.
In proposito, però, va rimarcato che quanto dichiarato dal dott. Canterini,
ovvero di essere entrato solo in seconda battuta, dopo non meglio
specificati altri reparti delle forze dell'ordine, risulta confutato dal
filmato prodotto dagli avvocati del GSF, ma anche dalla circostanza
obbiettiva che dei 17 contusi delle forze dell'ordine ben 15 riguardano il
personale del Nucleo da questi guidato. Sarebbe davvero illogico immaginare
che gli scontri, fino all'accoltellamento di un poliziotto del Nucleo si
siano potuti verificare quando l'altro personale era già intervenuto per
"neutralizzare" i presenti e prendere il controllo dell'edificio.
Dai video l'irruzione appare violenta e si vedono ferite e sangue . I
medici del servizio 118, che portano i soccorsi, riscontrano nei loro
certificati e nella richiesta di smistamento dei feriti nei diversi
ospedali della città molte ferite lacero contuse e traumi cranici; sono due
i ricoverati in codice rosso.
La relazione dell'ispettore, successivamente inviata dal Ministro
dall'interno, mette in evidenza responsabilità, inefficienze, disordine
negli aspetti gestionali della vicenda.
Undici magistrati del GIP di Genova trasmettono al P.G. presso la corte
d'Appello e al Procuratore della Repubblica di Genova due denunce ai sensi
degli artt. 17 disp. att. cpp. e 331 cpp. perché nelle udienze di convalida
dei fermati alla Pertini (ex Diaz) tutti gli arrestati hanno riferito di
essere stati colpiti da manganellate, calci, di aver ricevuto mobilia
addosso, benché si fossero gettati a terra con le mani protese per
dimostrare che non intendevano opporre resistenza e riportano lesioni,
fratture, suture, ematomi vistosi, medicazioni sul capo.
I quesiti che restano ancora irrisolti anche dopo le numerose audizioni,
riguardano l'individuazione delle tappe del processo decisionale, le
modalità tecniche di svolgimento dell'operazione, lo sfasamento temporale
tra l'allertamento dei reparti speciali e l'ora effettiva della
perquisizione.
Per tutte queste ragioni, la perquisizione solleva uno degli interrogativi
più inquietanti delle giornate di Genova e rimanda l'accertamento delle
responsabilità personali da parte dell'Autorità giudiziaria di Genova.

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6. La perquisizione al centro stampa - media center nella scuola
Diaz-Pascoli.

Alcuni minuti dopo l' irruzione nella scuola Pertini ( ex Diaz ) un gruppo
di agenti di polizia entra nella scuola Diaz - Pascoli, posta dalla parte
opposta della via Battisti rispetto alla Pertini ed inizia una
perquisizione dei locali dopo aver radunato i presenti a piano terra,
guardati a vista da agenti che operano a volto scoperto, come risulta da
numerose riprese televisive, tra le quali quella prodotta da Indymedia e
Genoa Legal Forum.
Gli stessi filmati mostrano suppellettili ed attrezzature distrutte; alcuni
computer, collocati negli uffici dei legali del GSF, appaiono manomessi e
privati del hard disk.

Durante la perquisizione, dichiarata un "errore" dal dott. Gratteri, sono
state sequestrate anche alcune (almeno 4) cassette di videocamere, una
delle quali illustrante le fasi di ingresso del reparto mobile all'interno
della prospiciente Pertini ex Diaz e sono state interrotte le trasmissioni
in diretta di Radio Gap.

Il sequestro delle cassette, denunciato in audizione dal dott. Agnoletto, è
confermato dalla relazione trasmessa dal funzionario dott. Mortola il 7
settembre al Comitato.

Non risulta alcun verbale di sequestro del materiale asportato né lo stesso
è stato restituito.

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7. L'uso legittimo della forza, i feriti e i manganelli "tonfa".

7.1. La relazione Cernetig

Le immagini televisive e numerose denunce di cittadini hanno determinato
l'indagine ispettiva affidata dal capo della polizia all'ispettore Cernetig
nei confronti dei comportamenti censurabili di operatori impegnati nei
servizi di ordine pubblico.

La relazione dell'ispettore si sofferma sui casi evidenziati dalle immagini
televisive trasmesse dalle reti nazionali: si registrano casi di violenze
nei confronti di singoli manifestanti, spesso stesi a terra o con le mani
alzate, che risultano da altri filmati pervenuti alla Commissione.
Da tutti i documenti fin qui acquisiti emerge un quadro complessivo che
smentisce la tesi riduttiva contenuta nella stessa relazione dell'ispettore
Cernetig e di altri auditi, che sostenevano essersi trattato di pochi ed
isolati casi. Si è potuto rilevare che la violenza purtroppo non è stata
episodica.
E' necessario che l'attività ispettiva disposta dal Dipartimento della
pubblica sicurezza sia estesa agli altri casi che compaiono nei filmati
acquisiti da singoli cittadini.

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7.2. La distruzione di materiali video e fotografici.

L'audizione del segretario della Federazione Nazionale della Stampa, dott.
Serventi Longhi, del 4 settembre 2001, la documentazione dallo stesso
fornita e numerose immagini video indicano nettamente come alcuni
giornalisti, in particolare alcuni operatori televisivi e fotografi, siano
stati spintonai o picchiati; in alcuni casi sono stati sottratti o
distrutti apparecchiature fotografiche o di ripresa, cassette o pellicole.
Gli episodi di violenza che hanno riguardato i giornalisti hanno avuto come
protagonisti in alcuni casi i black blockers, in altri casi appartenenti
alle forze dell'ordine. Il dr. Serventi Longhi ha dichiarato che taluni
operatori dell'ordine pubblico si sono mimetizzati con pettorine gialle con
la scritta "Stampa" analoghe a quelle distribuite dalla Federazione della
Stampa allo scopo di proteggere l'incolumità dei giornalisti e degli
operatori AA.PP. ,dottor Paolo Serventi Longhi, seduta del 4 settembre
2001, p. 81-82.. Un poliziotto, indossante una pettorina gialla compare in
un filmato mentre impugna una pistola durante gli scontri ( si veda la
relazione dell'ispettore Cernetig).

Il caso più grave è senza dubbio rappresentato dalla già ricordata
sottrazione di almeno 4 cassette video nella scuola Diaz-Pascoli perquisita
per errore.

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7.3. L'uso del "tonfa" e dei manganelli

Le immagini televisive hanno mostrato alcuni manifestanti con profonde
ferite al capo, al volto; macchiati di sangue sono apparsi mura e pavimenti
stradali e della scuola Pertini.
I referti medici delle persone che hanno usufruito delle strutture
ospedaliere di Genova indicano la gravità delle ferite riportate da molti
manifestanti. La stessa relazione dell'ispettore ministeriale dott.
Micalizio ha documentato le prognosi variabili delle 62 persone che hanno
subito percosse nel corso della irruzione nella scuola Pertini (ex Diaz);
tre feriti furono ricoverati con prognosi riservata.
I filmati pervenuti alla Commissione hanno mostrato alcuni agenti che
colpivano i manifestanti con l'impugnatura del manganello oppure impugnando
il "tonfa" a mo' di martello.
Nel filmato depositato dal Genoa Legal Forum e Indymedia si vedono alcuni
poliziotti della mobile di Roma entrare nella scuola Pertini (ex Diaz)
impugnando il "tonfa" dalla parte opposta rispetto all'impugnatura e in
un'altra occasione alcuni carabinieri colpire, impugnando sempre nello
stesso modo il nuovo manganello, manifestanti a terra lungo un muro che
delimitava una strada.

Il dott. Donnini, nel corso della audizione del 5 settembre 2001, ha
chiarito che il nuovo manganello denominato "tonfa" se usato scorrettamente
può provocare ferite assai gravi.
Da quanto si è potuto verificare le lesioni più gravi sono state provocate
proprio dall'impiego irregolare dei "tonfa".

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7.4. L'uso dei blindati

I filmati acquisiti dal Comitato mostrano in numerose circostanze mezzi
blindati per il trasporto dei militari (VTC) dell'arma dei carabinieri e
blindati della polizia impiegati a velocità elevata allo scopo di
disperdere i manifestanti.
L'impiego di tale tecnica, non prevista dalle disposizioni della ordinanza
del questore del 12 settembre 2001, ha determinato oggettive situazioni di
grave pericolo per l'incolumità dei manifestanti e delle stesse Forze di
polizia, ma non ha risolto alcun problema di ordine pubblico.

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7.5. L'uso delle armi

In almeno cinque circostanze le forze dell'ordine hanno fatto ricorso
all'impiego delle armi.
Oltre all'episodio nel quale ha perso la vita il giovane Carlo Giuliani, le
relazioni di servizio dell'arma dei carabinieri trasmesse dal colonnello
Tesser in data 10 settembre 2001, informano che tre carabinieri hanno
sparato in aria il giorno 20 rispettivamente 2, 5 e 8 colpi di pistola. Il
quinto episodio, noto per essere stato mostrato da riprese televisive, è
stato confermato dalla relazione dell'ispettore Cernetig e dallo stesso
capo della Polizia De Gennaro, che riferiscono di un poliziotto indossante
la pettorina della stampa impugnante la pistola.

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Capitolo II
BOLZANETO: LA CASERMA NINO BIXIO


1. La caserma Nino Bixio di Genova Bolzaneto

Il Comitato Nazionale per l'Ordine e la Sicurezza Pubblica si pose il
problema della gestione delle persone arrestate nel corso di eventuali
disordini. Nella riunione del 12 giugno fu pertanto coinvolto il Ministero
della Giustizia, nella persona del Dott. Mancuso, reggente del Dipartimento
dell'Amministrazione Penitenziaria (DAP). Valutata l'inopportunità di
utilizzare le strutture carcerarie cittadine, si ipotizzò la costituzione
di siti di immatricolazione distaccati per poter successivamente tradurre
gli arrestati nelle strutture carcerarie di Pavia, Alessandria, Vercelli e
Voghera.
In data 21 giugno si approntò un piano operativo che identificava le
strutture di Bolzaneto e Forte S.Giuliano.
In data 27 giugno, presso il Ministero della giustizia, in una riunione cui
parteciparono i vertici del DAP nelle persone di Paolo Mancuso, Emilio Di
Somma, Alfonso Sabella, il presidente del tribunale di Genova Antonino Di
Indo, il presidente della sezione GIP Giovanni Battista Copello, il
procuratore generale della Repubblica di Genova Nicola Marvulli e un
dirigente del Ministero dell'interno, dott. Luperi, si affrontarono i
problemi organizzativi e gestionali posti dalla eventualità di dover
operare, in occasione del G8, arresti che si prevedeva potessero essere
compresi tra un minimo di 300 ed un massimo di 1000.
Il 28 giugno il Dott. Sabella fu nominato responsabile dell'organizzazione
e del controllo delle attività di pertinenza dell'Amministrazione
Penitenziaria. Recatosi a Genova per visionare le strutture di Bolzaneto e
Forte san Giuliano, preventivamente identificate come idonee dalla PS e dai
Carabinieri, disponeva quanto ritenuto necessario per l'immatricolazione e
la traduzione carceraria degli arrestati.
Il 12 luglio il Ministro della Giustizia firmò il decreto istitutivo dei
due siti carcerari dopo essere stato dettagliatamente informato dal Dott.
Di Somma sulla organizzazione predisposta.


I FATTI

La procedura prevista per Bolzaneto era la seguente: gli arrestati,
condotti dagli uomini delle forze di polizia che ne avevano operato
l'arresto, giunti nel cortile interno, erano visitati sommariamente dai
medici dell'Amministrazione Penitenziaria. Successivamente erano sistemati
in camere di sicurezza dove erano custoditi dalla Polizia di Stato. Una
volta espletate le procedure relative all'arresto, venivano consegnati alla
Polizia Penitenziaria passando nelle camere di sicurezza di pertinenza di
quest'ultima. Erano quindi immatricolati e, come da regolamento, perquisiti
con denudamento e flessione. Raccolti al casellario gli oggetti non
consentiti, gli arrestati - a quel punto detenuti - erano visitati dal
medico che redigeva il diario clinico e, infine, avviati alla traduzione.
Nei giorni 20, 21, 22 luglio sono state immatricolate a Forte S. Giuliano
57 persone e a Bolzaneto 222, 26 delle quali in modo solo formale essendo
state di fatto inviate in strutture ospedaliere.
Le procedure di arresto, immatricolazione e avvio alla traduzione sono
risultate particolarmente lunghe con tempi complessivi fino a 18 ore.
Dal giorno 26 luglio gli organi di stampa hanno iniziato a raccogliere
testimonianze dirette ed indirette in cui si denunciavano abusi e violenze
avvenute nella caserma di Bolzaneto cui avrebbero concorso appartenenti a
tutte le forze di polizia quivi operanti.
Veniva quindi disposta un'ispezione da parte del Capo della Polizia
(affidata al Dott. Montanaro) e una commissione ispettiva da parte del
responsabile del DAP.


L'INDAGINE

Il comitato di indagine fonda le proprie conoscenze sui seguenti documenti:
a) relazione del Dott. Montanaro al Capo della Polizia; b) relazione della
commissione ispettiva al Direttore del DAP; c) testimonianza inviata al
Comitato d'Indagine Parlamentare da Marco Poggi, infermiere in servizio
presso la struttura dal 17 al 22 luglio; d)audizione del Ministro della
Giustizia Sen. Roberto Castelli; e) audizione del Vicedirettore del DAP
Dott. Emilio Di Somma; f) audizione del Dott. Alfonso Sabella, coordinatore
del Sito Carcerario di Bolzaneto

La relazione del Dott. Montanaro riporta numerosi rilievi critici tra cui i
più significativi sono:

1. una totale ed inequivocabile carenza del momento organizzativo e
gestionale; a tale riguardo segnala la mancata previsione di un
responsabile della struttura di "trattazione dei fermati"
2. la mancanza di puntuali direttive organizzative e gestionali.
3. l'inosservanza diffusa del prescritto obbligo di relazione da parte dei
dirigenti.
4. l'assenza di controlli da parte del personale dirigenziale o direttivo
per tutto il periodo di funzionamento.
5. la farraginosità delle procedure che ha allungato i tempi di trattazione.
6. perplessità sulla correttezza della compilazione dei verbali d'arresto,
redatti in maniera sommaria e senza l'indicazione dello stato di salute
degli arrestati anche quando costoro presentavano vistosi segni di
alterazione delle condizioni fisiche.
7. annota, infine, che il funzionario del reparto che aveva rilevato le
funzioni di custodia la mattina del 22 luglio aveva trovato i fermati in
piedi con le gambe divaricate e con le mani appoggiate al muro. Ritenendo
superflua tale posizione aveva loro consentito di sedersi.
L'infermiere Marco Poggi afferma di aver dovuto assistere ad una sequela di
violenze ingiustificate; in particolare:
I. i detenuti, in qualsiasi posto sostassero, dovevano stare in piedi, le
gambe divaricate, le mani e la testa appoggiate al muro, rimanendo così
anche per molte ore senza potersi né muovere né parlare.
II. il medico, già identificato, visitava senza camice, in modo rude e
sgarbato, rivolgendo ai detenuti motti irridenti, senza accertare, come
avrebbe dovuto, la natura delle lesioni nonché certificare la compatibilità
delle stesse con l'asserita natura.
III. Il personale si rese responsabile di alcuni specifici episodi di
violenze fisiche, di aggressioni verbali e di insulti volgari.

La lunga relazione della commissione ispettiva del DAP - della quale faceva
parte lo stesso Dott. Sabella che, in qualità di Coordinatore della
struttura, parrebbe avere caratteri di incompatibilità con il ruolo
ispettivo, conclude che se da un lato emergono diversi episodi meritevoli
di approfondimento in quanto verosimili e di sicura gravità, dall'altro è
possibile ricavare in numerosi casi un'errata percezione dei medesimi da
parte dei denuncianti.
L'audizione del Ministro Castelli conferma la visita effettuata al sito
penitenziario di Bolzaneto accompagnato dal Dott. Sabella avvenuta tra le
una e trenta e le due circa del 22 luglio, quindi nel cuore della notte, e
specificatamente limitata all'area di pertinenza della Polizia
penitenziaria. In quella occasione non trovò nulla di anomalo: i detenuti
stavano in piedi, con le gambe divaricate, mani e faccia al muro e un
Agente Penitenziario era all'interno della cella. Informatosi sul perché di
quella disposizione, gli venne risposto che era necessario tutelare la
donna presente nella cella (tenuta peraltro nella medesima posizione) da
eventuali molestie o aggressioni. Alla domanda se abbia ritenuto credibile
quella spiegazione afferma che a mente fredda gli pare strana e non
esaustiva; però non ritenne grave quella modalità di detenzione perché: "I
metalmeccanici per 35 anni lavorano in piedi dalla mattina alla sera e non
li ho mai sentiti lamentarsi".

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2. CONSIDERAZIONI CRITICHE

La mancanza di un responsabile della struttura di "trattazione degli
arrestati", nonché di direttive e di rapporti rendono difficile ogni
approfondimento di indagine in ordine ai fatti accaduti negli ambienti
gestiti dalla Polizia di Stato. Questo spiega perché l'indagine abbia posto
in primo piano le responsabilità di gestione della Polizia Penitenziaria.
L'assenza di qualsivoglia controllo nell'esercizio di un potere di
coercizione rappresenta di per sè stesso un fatto di rilevante gravità; gli
abusi denunciati, infatti, non si sarebbero verificati se ci fossero state
direttive precise e precisi incarichi di direzione.
Nella relazione della commissione ispettiva del DAP, appare evidente lo
sforzo di minimizzare e giustificare laddove non si può smentire. Mentre si
nega qualsiasi violenza od abuso si ammette che si è registrata una
"ruvidità di comportamento", che è stata usata una "certa durezza", che si
è proceduto "a vincere qualche resistenza passiva". Si nega che si siano
sbattute le teste dei detenuti contro il muro, le teste, invece, venivano
"premute con forza contro il muro". Si ammettono, peraltro, due episodi di
violenza gratuita. Nel primo un Agente di P.S. - transitando in compagnia
di un ispettore lungo il corridoio prospiciente le camere di sicurezza di
pertinenza della P.P.- sferra una gomitata nella schiena di un detenuto che
stazionava a gambe divaricate, mani e faccia al muro. Nel secondo un agente
di P.P. di passaggio nel corridoio colpisce con un calcio la gamba di un
detenuto in attesa, nella canonica posizione, di fronte all'ufficio
matricola. Entrambi gli episodi ricevevano una censura verbale da parte di
personale della P.P. che aveva assistito, ma non dall'ispettore che
accompagnava l'agente).
Ad avviso degli autori di questa relazione , nulla se non un intento
vessatorio può giustificare l'obbligo di rimanere in piedi a gambe
divaricate con le mani e la faccia al muro per ore e ore (fino a 18) senza
potersi muovere e parlare. A riprova di quanto affermato valgono i casi di
due detenuti ricoverati con codice rosso, in stato di incoscienza
(documentato dal fotorilevamento), per sospette emorragie interne poi
scongiurate dagli esami clinici che hanno portato alle dimissioni del primo
dopo poche ore e del secondo dopo due giorni di ricovero.
Le diverse giustificazioni addotte, non sono accettabili alla luce del
fatto che quelle strutture erano dimensionate per gestire una quantità di
arresti ben superiore a quella registrata.
Non può non destare profondo sconcerto il fatto che quelle modalità di
detenzione siano state esibite, senza imbarazzo di alcuna delle parti, al
Ministro della Giustizia, che dovrebbe essere una delle massime Autorità
dello Stato in tema di rispetto delle garanzie costituzionali della dignità
della persona.

Un ultimo rilievo riguarda la legittimità della struttura: gli articoli 59,
60 e seguenti dell'ordinamento penitenziario - posti a fondamento del
decreto ministeriale istitutivo della struttura di Bolzaneto - conferiscono
al Ministro il potere di istituire istituti penitenziari e siti
penitenziari al di fuori delle strutture carcerarie ordinarie, ma non
uffici distaccati di istituti penitenziari già esistenti.
Ai fermati, inoltre, non sono stati garantiti i diritti previsti dagli
articoli 383 e 384 del codice di procedura penale: il diritto ad informare
un terzo dell'avvenuto fermo e la possibilità di ricorrere ad un avvocato
difensore. Con un ordine di servizio della Procura di Genova, infatti, era
stato posto il divieto di colloquio tra i fermati ed i loro difensori
finché gli arrestati non fossero stati trasferiti presso le carceri di
destinazione ovvero con una posticipazione dello stesso di 24 ore circa.

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Capitolo III
ORDINE PUBBLICO A GENOVA E PROPOSTE DI RIFORMA


1. La Pianificazione Operativa delle Attività di Pubblica Sicurezza

Gli obbiettivi di pubblica sicurezza per il G8 di Genova sono stati
enucleati e definiti in occasione delle direttive impartite dal Ministro
dell'Interno del Governo Amato e dei Comitati Nazionali per l'Ordine e la
Sicurezza Pubblica che si sono tenuti sino al 24 maggio 2001, approvando il
documento elaborato dal Capo della Polizia - Direttore Generale della
Pubblica Sicurezza. Questi venivano individuati nella tutela del vertice,
nella tutela dei cittadini genovesi e della città di Genova, nella tutela
del diritto di manifestare pacificamente il dissenso.

Per realizzare questi obbiettivi il prefetto di Genova emanava il 2 giugno
2001 una ordinanza con la quale venivano indicate nella città zone con
vincoli differenziati: la zona rossa assolutamente vietata anche al
traffico pedonale di soggetti non espressamente autorizzati, comprendente
l'area portuale e le sedi del vertice e delle delegazioni; la zona gialla,
esterna alla zona rossa quale zona cuscinetto, nella quale venivano
interdette, fra l'altro, manifestazioni, volantinaggio e sosta degli
autoveicoli; ed infine, quale terzo anello, una zona verde nella quale non
avrebbero dovuto essere consentiti i cortei.

Questa pianificazione operativa di pubblica sicurezza aveva un carattere
necessariamente provvisorio in quanto dipendente da tre circostanze: a) la
individuazione dei luoghi direttamente interessanti le attività del
vertice; b) la individuazione dei luoghi destinati all'ospitalità delle
delegazioni ufficiali e dei capi di Stato e di Governo; c) la definizione
delle manifestazioni di dissenso che sarebbero state autorizzate.

Solo la prima delle tre circostanze fu definita tempestivamente, anche
perché ricadeva nella esclusiva responsabilità del Governo italiano, mentre
le altre due sono state definite solo dopo il 15 giugno 2001. In
particolare le delegazioni straniere erano state particolarmente riottose
nell'accettare l'ospitalità sulle navi; il ritardo impose una
sollecitazione del Ministro dell'Interno alla Farnesina il 30 aprile 2001
ed un ulteriore sollecito del capo della Polizia il 9 giugno 2001. Le
manifestazioni infine vennero autorizzate solo il 12, 17 e 19 luglio 2001
con provvedimenti del Questore in seguito alla definizione dell'indirizzo
politico da parte del Ministro dell'Interno, dopo l'incontro avuto a Roma,
presso la Farnesina il 28 giugno 2001, come ha riferito il Ministro
Ruggiero.

Il mutamento della situazione ha comportato una diversa impostazione
operativa, definita nella riunione del 13 luglio 2001 tenutasi a Genova,
con la presenza del Ministro dell'Interno e dei massimi livelli della
Polizia di Stato e dell'Arma dei Carabinieri. La nuova impostazione
derogava ampiamente, soprattutto per quanto concerne le interdizioni
operanti nella zona gialla, alla ordinanza del prefetto del 2 giugno 2001.

Nell'ordinanza del Questore di Genova si dava conto del lavoro informativo,
svolto ai fini della prevenzione, e si distinguevano i partecipanti alle
manifestazioni come appartenenti, in ordine crescente di pericolosità, al
blocco rosa, giallo, blu e nero. Con la descrizione dei diversi blocchi si
rappresentava uno scenario molto diversificato che andava da associazioni
ed organismi di autentica solidarietà, sino a organizzazioni estremistiche
e persino eversive. Inoltre si descrivevano le modalità operative di queste
ultime, capaci di muoversi, mimetizzarsi, dividersi in piccoli gruppi e
trovare rifugio all'interno di manifestazioni pacifiche; si indicavano
anche gli obbiettivi delle loro devastazioni: banche, catene commerciali,
distributori di benzina.
Di qui l'esigenza di muoversi altrettanto dinamicamente ed agilmente con
reparti specificamente addestrati come il Nucleo Sperimentale antisommossa
o il settimo nucleo del Reparto mobile di Roma.

Le disposizioni del Ministro dell'Interno orientate verso il dialogo con i
manifestanti, già avviato dal precedente Governo con maggiore prudenza, ma
comunque doveroso, ebbero come effetto un' apertura al dialogo, come
definito nell'incontro del 28 giugno 2001 con una delegazione del Genoa
Social Forum. Da questa apertura sono scaturite alcune autorizzazioni a
manifestazioni anche concomitanti con lo svolgimento del vertice. Tali
autorizzazioni, però, non sono state accompagnate da un indirizzo politico
e prescrizioni coerenti che avrebbero potuto consentire l'esercizio più
agevole delle funzioni di pubblica sicurezza; si giunse a cancellare di
fatto la zona gialla per concentrare ogni attenzione sulla sola zona rossa
entro la quale il vertice si sarebbe svolto.

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2. Le Proposte di Miglioramento delle Funzioni di Ordine e Sicurezza
Pubblica in Occasione di Grandi Eventi e Manifestazioni di Piazza

Nel corso dei lavori del Comitato sono state presentate molte proposte di
miglioramento della gestione dell'ordine pubblico. Qui si richiamano solo
quelle riguardanti il mantenimento dell'ordine pubblico e la sicurezza dei
cittadini in occasione di grandi eventi e di manifestazioni di piazza.

Di fronte ad uno scontro di piazza che ha spesso assunto le caratteristiche
della "guerriglia urbana", le forze di polizia si sono trovate impreparate
psicologicamente poiché, come è stato detto, era la prima volta, da oltre
venti anni, che quel tipo di disordini doveva essere affrontato.
Si vuole sottolineare che la formazione degli apparati di sicurezza sia
rivolta non solo alle tecniche di ordine pubblico, ma anche alla
preparazione psicologica di chi è chiamato a svolgere le sue funzioni
spesso in condizioni di grave difficoltà.

Una seconda questione emersa nel corso dei lavori ha riguardato l'attività
informativa Il numero elevatissimo di informative e la genericità di gran
parte di esse non hanno consentito di comprendere la provenienza effettiva
dei pericoli e di individuare i fronti realmente caldi. La massa indistinta
delle notizie ed il modo di porgerle all'attenzione degli organi di
prevenzione più che dare conoscenza ha ingenerato confusione.
Da qui la esigenza di impegnare nel futuro i nostri servizi di sicurezza su
una attività informativa maggiormente selettiva, da cui possa emergere in
concreto la capacità di analisi e la selezione delle priorità, attraverso
una verifica puntuale della qualità delle fonti e del contenuto
informativo, prima che esse siano trasmesse agli organi della prevenzione
ed eventualmente alla polizia giudiziaria .

In questo quadro vanno collocati gli interventi di polizia durante il
vertice, dove si sono verificati deficit dipendenti dai segnalati difetti
dell'attività informativa e deficit dipendenti, dal mancato o difettoso
coordinamento tra le forze di polizia nelle fasi operative o in quelle
immediatamente precedenti.

La presenza di qualificato personale dell'Arma dei Carabinieri è emersa ben
dopo l'audizione del Comandante Generale. Il gen. Ganzer ha sostenuto
dinanzi al Comitato di essere andato a Genova per svolgervi compiti
info-investigativi e cioè, nella sostanza, compiti che relativi
all'attività dei servizi di sicurezza, dei servizi di prevenzione e di
polizia giudiziaria.

Non risulta che di tale attività sia stato informato alcuno. In primo luogo
non è stato informato il Ministro dell'Interno e per esso il Capo della
Polizia - nella sua qualità di Direttore Generale della Pubblica Sicurezza.
Su tale attività, o addirittura meglio, sull'attivazione in Genova di
servizi di tal genere da parte dell'Arma dei Carabinieri nulla hanno potuto
riferire i dirigenti della Pubblica Sicurezza, il Questore o il Prefetto,
che, a vario titolo, per ragioni inerenti alla loro funzione o con speciali
provvedimenti erano stati investiti del compito di programmare i servizi
per la sicurezza del vertice e per il contrasto delle azioni violente
durante il vertice stesso.

Il gen. Ganzer è vicecomandante del ROS e cioè del servizio di polizia
dell'Arma, che corrisponde, nella Polizia di Stato, allo SCO diretto dal
dott. Gratteri. Ebben,e dei compiti affidati e svolti a Genova dal dott.
Gratteri vi è ampia documentazione; di quelli affidati al gen. Ganzer non
esiste documentazione e comunque nulla è stato detto né al Comitato né alle
autorità di pubblica sicurezza che stavano operando per il vertice di
Genova.

Si è assistito anche in questa occasione a condotte non ispirate ai
principi della cooperazione istituzionale e del coordinamento
investigativo. Sul punto occorrono una riflessione immediata ed una
risposta decisa: ancor più indispensabili in giorni come questi nei quali
anche il nostro Paese è chiamato ad uno sforzo mai prima attuato per
contrastare le nuove dimensioni del terrorismo internazionale.

In tema di coordinamento può essere ricordato l'episodio riportato dal
Secolo XIX del 10 luglio 2001 che evidenziava come gli artificieri
dell'Arma dei Carabinieri avevano fatto esplodere una autovettura
parcheggiata nei pressi della Prefettura, ritenendola una autobomba, mentre
la Polizia di Stato aveva già svolto alcuni giorni prima i relativi
controlli ed aveva accertato che si trattava di una autovettura guasta.

E', quindi, indispensabile che tutte le attività riconducibili alle
funzioni ed alla responsabilità del Ministro dell'Interno, quale autorità
nazionale di pubblica sicurezza, e del Capo della Polizia, quale Direttore
Generale della Pubblica Sicurezza, da chiunque svolte, siano portate a
conoscenza degli stessi attraverso le funzioni consultive del Comitato
Nazionale dell'Ordine e la Sicurezza Pubblica, ovvero attraverso specifiche
informative.

Possono essere impiegati norme appositamente previste, quali le direttive
che il Ministro dell'Interno può emanare, per far circolare ogni utile
conoscenza, ma anche per poter successivamente attivare quegli ulteriori
strumenti di collaborazione anche internazionale previsti dagli accordi, ma
anche suggeriti dalla particolare contingenza.

L'aggressione terroristica dell'11 settembre 2001 nei confronti degli
U.S.A. potrebbe suggerire un'accelerazione delle proposte legislative in
materia di servizi di informazione e dei poteri investigativi di polizia.
Occorre però anzitutto che il Governo utilizzi gli strumenti normativi di
cui già oggi dispone impedendo che restino inattuate le previsioni della
legge n.121/1981 che attribuiscono al Capo della Polizia la funzione di
"dirigere", coordinandole, tutte le attività di pubblica sicurezza. Il
Ministro dell'Interno deve attuare concretamente (mediante regolamenti,
circolari, ordini di servizio) le disposizioni introdotte dall'art.21 della
legge n.125/2001 (cd. pacchetto sicurezza).
Esse hanno previsto tra l'altro il rafforzamento delle funzioni del Centro
elaborazione dati del Dipartimento della Pubblica Sicurezza stabilendo che
le diverse forze di polizia vi inseriscano tempestivamente ed in modo
uniforme tutte le notizie e le informazioni acquisite; hanno imposto al
Ministro dell'interno di impartire direttive per la realizzazione di "piani
coordinati" tra le diverse polizie per il controllo del territorio e alla
loro attuazione ha preposto gli uffici provinciali delle forze di polizia.

Non è noto se le direttive sui piani coordinati ed il regolamento per
l'uniforme inserimento dei dati acquisiti da ciascuna forza di polizia nel
CED del Dipartimento siano stati emanati, né, ovviamente, è noto quale
modello per la vigilanza sulla attuazione concreta e corretta di tali
disposizioni, il Ministro stia realizzando.
Sta di fatto che la gestione dell'ordine pubblico a Genova si è mossa in
direzione opposta rispetto al coordinamento o ne ha fatto uno "schermo"
puramente burocratico-formale per evitare responsabilità.

Il punto relativo all'individuazione del responsabile dell'ordine pubblico
merita un breve approfondimento. Il dott. Lauro, funzionario di pubblica
sicurezza assegnato ai servizi di ordine pubblico nei pressi di piazza
Alimonda, dove è rimasto ucciso il giovane manifestante Carlo Giuliani, ha
riferito che, durante i giorni del vertice, la sua direzione dell'ordine
pubblico avveniva comunicando personalmente con l'ufficiale comandante
dell'aliquota dei Carabinieri messa a sua disposizione e che le
disposizioni da lui date venivano da questi poi trasmesse ai carabinieri
sottoposti.
Senza indugiare sulla mancanza di collegamento radio tra il funzionario di
pubblica sicurezza e l'ufficiale dei Carabinieri, che pure meriterebbe un
commento , è emerso in tutta evidenza come nella concitazione degli eventi
anche questa assolutamente contestabile modalità di comando sia risultata a
volte inoperante perché il funzionario civile, che aveva la responsabilità
dell'ordine pubblico, non riusciva a comunicare con l'ufficiale dei
carabinieri.
L'ufficiale dei Carabinieri, invece, era in collegamento permanente con i
Carabinieri operanti alle sue dipendenze.

E' evidente la gravità delle conseguenze, che queste modalità operative
hanno determinato. Tali modalità contraddicono il concetto di direzione
unitaria dell'ordine pubblico e fanno del funzionario una sorta di
colpevole "istituzionalizzato" dei disordini di una piazza o di uno stadio.
Nulla impedisce che la normativa venga rivista, ma ormai non si possono più
utilizzare comodi schermi formali. La Commissione, a seguito delle
risultanze del comitato di indagine, non può ignorare il problema e deve
farsene partecipe con forza perché il Governo assuma determinazioni non
equivoche.

Specie in occasione di grandi eventi, di manifestazioni a carattere
internazionale alla centralizzazione delle responsabilità deve
corrispondere l'effettività del comando.

A tal fine il Ministro dell'Interno deve emanare chiare direttive: le
aliquote delle forze di polizia diverse dalla Polizia di Stato che in
occasione delle attività di ordine pubblico vengono messe a disposizione
del Questore e del funzionario di pubblica sicurezza devono essere soggette
effettivamente al comando operativo di tali autorità senza alcun filtro.

La responsabilità del funzionario di pubblica sicurezza deve trovare
effettività nell'azione di comando, proprio per la sua riferibilità al
Ministro dell'Interno, attraverso direttive e disposizioni attuative che lo
mettano in condizione di svolgere in concreto il ruolo che la legge gli
assegna.

Infine vanno sottolineate le gravi "confusioni" istituzionali che si sono
registrate durante il G8 di Genova. Qui non si tratta solo di parole. E' in
gioco il rispetto di quel complesso di regole, scritte e non scritte, che,
nella loro interezza fotografano il principio di legalità di un paese. Di
certo inquieta che in una sala operativa siano presenti, sia pure per poco,
durante delicatissimi momenti, alcuni esponenti politici; che in una
caserma siano di fatto costituiti istituti penitenziari; che il Ministro
della Giustizia, garante primo di quella legalità, non sappia rendersi
conto nelle sue difficilmente spiegabili visite notturne, che qualcosa di
grave sta accadendo e contribuisca invece, con la sua presenza, a rendere
più difficile il lavoro di operatori di polizia o, quantomeno, più soggetto
ad interessati "inquinamenti interpretativi".

Non è in questione la possibilità per il Ministro della Giustizia di
istituire presidi penitenziari con decreto, ma la grave inopportunità,
suscettibile di trascendere nella illegittimità, di istituire tale presidio
all'interno di una struttura di polizia, con prevedibili cadute nel
rispetto delle procedure e dei diritti stabiliti dalla Costituzione e dalle
leggi in favore dei soggetti arrestati o fermati.

Allo stesso modo non si vuole interdire la possibilità di far visita e dare
incoraggiamento da parte di esponenti di Governo e delle forze politiche a
coloro che sono impegnati nel garantire la sicurezza dei cittadini, ma ciò
non può essere consentito mentre le attività sono in pieno svolgimento
qualora gli stessi non siano titolari di una specifica funzione di
responsabilità nel comando delle operazioni.

Al riguardo il Ministro dell'Interno dovrebbe sollecitare una discussione
nell'ambito del Governo, nella sua collegialità, affinché le prerogative
istituzionali dell'autorità di pubblica sicurezza non vengano in alcun modo
prevaricate; dovrebbe inoltre invitare i Comandanti delle varie forze di
polizia ad emanare una circolare con la quale fornire specifiche
indicazioni a tutti i comandi territoriali in ordine al divieto assoluto di
consentire presenze di soggetti anche qualificati, ma estranei alla linea
di comando, nelle sedi interessate dall'esercizio di importanti attività di
ordine pubblico durante le fasi operative.

Le questioni relative all'ordine e la sicurezza pubblica vanno ricondotte
in una chiave istituzionale nella esclusiva responsabilità politica del
Ministro dell'Interno, che ne risponde dinanzi al Parlamento ed al Paese,
secondo lo schema rigoroso dei sistemi democratici che non tollera alcuna
interferenze di alcun tipo.

Infine, dalla esperienza del G8 di Genova scaturisce l'esigenza di un
approfondimento su come in concreto può essere garantito il diritto di
manifestare liberamente.
Il dialogo è una componente essenziale per il buon esito di un' attività di
ordine pubblico. Anche per questo è indispensabile che i soggetti deputati
a svolgere questo dialogo e questi contatti siano titolari dell'effettivo
comando operativo.

Ne discende la imprescindibile esigenza di ridefinire e riaffermare con
urgenza la esclusività del ruolo e delle funzioni della autorità nazionale
e locale di pubblica sicurezza, anche alla luce degli interventi normativi
che si sono succeduti nel corso degli anni, affinché si possa affrontare il
futuro, che si presenta difficile, con minori confusioni ed incertezze, ma
soprattutto con maggiore sicurezza e libertà.

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Capitolo IV
INTERPRETAZIONE DELLA VICENDA


1. Il "dopo" Genova

Dopo il vertice di Genova è radicalmente mutata la sensibilità ai temi
della globalizzazione.
Ha pesato la morte di Carlo Giuliani.
Ha colpito il numero di partecipanti ai cortei e ai dibattiti,
complessivamente, circa 300 mila, il più alto in assoluto per questo tipo
di eventi. Hanno partecipato soprattutto giovani; ma anche famiglie,
persone comuni che lì hanno trovato il senso di una cittadinanza vissuta
come partecipazione a valori di solidarietà.

Ha incuriosito la partecipazione di mondi assai diversi tra loro, dalle
suore ai centri sociali.
Si è diffusa indignazione tanto per le violenze di gruppi di manifestanti
contro la città e contro le forze di polizia, quanto per le violenze di
appartenenti alle forze dell'ordine contro manifestanti inermi.
Alle democrazie dei paesi più avanzati sono state poste nuove domande che