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05 agosto 2002
Seconda Puntata (ed ultima, per ora)
TRA GOLPISMO E MOBILITAZIONE POPOLARE
Limiti del processo venezuelano e rigurgiti di golpismo
In questa seconda puntata, mantengo il titolo ottimista che, nel
calore della scoperta di questo processo, ho dato alla mia cronaca,
parlando, con il linguaggio di molti/e militanti venezuelani/e per
l'alternativa, di " rivoluzione bolivariana". Ma sento
ora il bisogno di mettere questa espressione tra virgolette.
Mi induce a farlo la presa di coscienza dei limiti di questo progetto
di alternativa che sarebbe precipitato chiamare rivoluzionario.
E' possibile che lo diventi, ma bisogna riconoscere che per ora
non lo è. Sia perché, come ho rilevato precedentemente,
non si presenta formalmente come alternativo al capitalismo, ma
al neoliberalismo, avallando l'ipotesi di una possibile umanizzazione
e democratizzazione del capitalismo; sia perché la presenza
nel paese di un forte settore imprenditoriale, reazionario e golpista,
appoggiato dagli Stati Uniti, da alti gradi delle forze armate,
da elementi della magistratura, da settori della polizia e dalla
quasi totalità dei mezzi di comunicazione di massa, renderebbe
improponibile, impraticabile e controproducente una rottura formale
con il sistema.
Mi hanno stimolato in questa presa di coscienza da un lato la lettura
attenta di alcuni documenti programmatici, in primo luogo della
costituzione, dall'altro alcune osservazioni dell'ambasciatore del
Venezuela a Cuba, Julio Montes, personaggio decisamente schierato
con il presidente Chávez.(si trovava nel palazzo presidenziale
nei giorni del golpe). Egli intervenne ad una conferenza che, su
richiesta di alcuni internazionalisti presenti a Cuba, ho tenuto
sul tema: "La rivoluzione bolivariana, parte integrante e momento
propulsivo del movimento di Porto Alegre." L'ambasciatore giunse
quando avevo già iniziato a parlare: tanto che io, salutando
l'assemblea e sottolineando la sua larga internazionalità
(cubani/e, cileni/e, argentini/e, colombiani/e, palestinesi, salvadoregni/e,
portoricani/e ecc.) avevo però lamentato l'assenza di venezuelani/e.
Parlai quindi in presenza dell'ambasciatore, ma senza saperlo e
quindi senza nessuna prudenza diplomatica; rilevando sia il potenziale
di questa esperienza sia la sua fragilità.
Il primo intervento nel dibattito fu appunto quello dell'ambasciatore.
La compagna cilena che coordinava l'incontro salutò il suo
arrivo e lo invitò a prendere la parola. Egli cominciò
dicendosi quasi totalmente d'accordo con la lettura che avevo proposto
dell'esperienza venezuelana. Ma insistette molto più di quanto
non avessi fatto io nel rilevarne i limiti, dichiarando espressamente
che si trattava di un "processo" bolivariano, ma non di
una rivoluzione. Mi invitò poi a visitarlo in ambasciata
per approfondire lo scambio di vedute.
Tra le osservazioni che egli formulò per illustrare i limiti
dell'esperienza venezuelana ricordo anzitutto l'assenza di un partito
capace di dirigere politicamente la transizione e di rappresentare
un punto di riferimento unitario dei molteplici movimenti sociali
alternativi. Il partito V Repubblica, disse, è stato un efficace
movimento elettorale, ma è lontano dal costituire un partito
politico unitario. L'assenza del partito della transizione è
legata all'assenza di una precisa strategia della transizione Il
primo limite dell'esperienza sarebbe pertanto quello del movimentismo,
inteso come mobilitazione popolare imperniata esclusivamente sui
movimenti , rispettando la loro diversità ed autonomia, e
rifiutando di riconoscere il ruolo unificante e dirigente dei partiti.
Problema, questo, che , a mio giudizio, investe l'intero movimento
di Porto Alegre. Di esso quindi la "rivoluzione bolivariana"
condivide non solo il potenziale ma anche i limiti.
L'assenza di una strategia per la transizione rappresenta, osservò
l'ambasciatore, anche un limite della costituzione bolivariana.
Essa traccia un quadro assai suggestivo della società alternativa,
ma non si preoccupa di dettare delle norme per il periodo di transizione,
durante il quale il progetto è gravemente minacciato. Questo
vuoto legislativo sembrava fornire una parvenza di fondamento alle
incertezze del Tribunale Supremo di Giustizia, chiamato a giudicare
i quattro alti ufficiali , coinvolti nei "disordini" del
12 aprile; incertezze che sarebbero state superate pochi giorni
dopo con la scandalosa sentenza assolutoria , secondo la quale i
quattro imputati non avevano compiuto un colpo di stato,ma avevano
operato "per ristabilire e mantenere l'ordine". Sentenza
che assolve anche tutti gli altri ufficiali accusati di ribellione.
Tutti rimangono quindi in libertà. Secondo questa sentenza,
i cui autori mancano evidentemente (tra le altre cose) del senso
dell'umorismo, il presidente non è stato prigioniero dei
golpisti, ma "posto sotto la loro protezione".
L'infondatezza, anzi la clamorosa stupidità di una simile
sentenza, emerge chiaramente anche dalla dichiarazione rilasciata
dal Presidente la vigilia della sua proclamazione: "Come, non
c'è stato colpo di stato! Io sono stato fatto prigioniero,
l'Assemblea Nazionale e il Tribunale Supremo di Giustizia sono stati
soppressi con un tratto di penna, governatori e deputati sono stati
arrestati, delle persone sono state assassinate, e voi (magistrati
del Tribunale Supremo di Giustizia) direte che non c'è stata
ribellione militare?"
Molto giustamente quella sentenza venne considerata dall'opinione
pubblica democratica un secondo colpo di stato o una seconda fase
di un colpo di stato condotto per tappe. Una terza fase dovrebbe
essere, si prevede, l'incolpazione da parte del Tribunale supremo
di Giustizia, nello stesso presidente: egli verrebbe accusato di
un "delitto di lesa umanità", la morte di 18 persone
nel conflitto a fuoco esploso l'11 aprile in occasione di una marcia
dell'opposizione ( durante la quale , nota bene, il presidente era
prigioniero dei golpisti.)
Ma, come la prima fase del colpo di stato, la seconda sta suscitando
una vigorosa reazione popolare. La più solida garanzia della
rivoluzione bolivariana è appunto questa presa di coscienza,
da parte della maggioranza popolare, di essere la detentrice della
sovranità; è al tempo stesso la certezza del presidente
di poter contare su questa presa di coscienza.
Tale certezza ispira oggi evidentemente il suo comportamento , molto
più deciso che in altre occasioni. Egli dichiarò che
la sentenza era "una pugnalata inferta al popolo", annunziando
però "un contrattacco da parte del popolo e delle istituzioni
veramente democratiche." Sottolineò quindi la necessità
di "attivare i meccanismi istituzionali della sovranità
popolare, per sottrarre il paese all'arbitrio."
Dichiarò inoltre:"E' finito il tempo di magistrati e
magistrate che operano contro il sentimento nazionale". La
sentenza assolutoria dei golpisti "sta generando una reazione
popolare impressionante, che passerà alla storia." Ricordò
che i membri del Tribunale Supremo di Giustizia sono stati eletti
dal Congresso, il quale ha quindi il diritto e il dovere di valutare
il loro operato. In effetti , l'assemblea Nazionale votò
una mozione, che decideva di aprire un'inchiesta sul potere giudiziario
e su ciascuno dei magistrati.
Per scatenare l'offensiva costituzionale e popolare contro quella
sentenza, il presidente colse l'occasione del secondo anniversario
della sua elezione, celebrato domenica 18 agosto.
Quel giorno, egli tenne da Maracay la sua trasmissione settimanale
"Alò, Presidente!", nel corso della quale invitò
la popolazione ad un "cazerolazo" (forma di protesta popolare
espressa al suono di casseruole e di altre armi non violente) per
la notte del martedì successivo e ad una manifestazione nel
quartiere popolare di Petare, al est di Caracas; annunciò
inoltre per il giorno dopo la celebrazione di una messa "di
gioia" nella cattedrale, per celebrare i suoi due anni di governo.
Conclusa la trasmissione, egli prese la testa di una carovana di
macchine, che percorse il centro del paese, per la strada che unisce
Maracay a Valencia.
La "Coordinadora democrática" dell'opposizione
annunciò per i giorni successivi una serie di manifestazioni
di protesta..L'impunità dei golpisti , che consente loro
di continuare ad organizzare marce di protesta, esigendo pubblicamente
le dimissioni del "presidente-dittatore", del "presidente-assassino"
e che da questa impunità sono incoraggiati ad organizzare
altri colpi di stato, proietta sul governo e sul suo progetto un'immagine
preoccupante di debolezza e fragilità.Nello stesso tempo
però la solidità del governo e del suo progetto è
confermata dalla mobilitazione non violenta di quel popolo, che
ieri aveva liberato il presidente dalle mani dei golpisti e che
oggi si ribella massivamente contro la loro assoluzione
Al fianco delle protagoniste e dei protagonisti della "rivoluzione
bolivariana"
Su questo trasfondo si è svolta la parte più lunga
ed impegnativa del mio soggiorno venezuelano, dall'8 al 21 luglio.
Essa fu segnata dalla collaborazione sia con la presidenza della
repubblica sia con diversi movimenti sociali schierati con la "rivoluzione
bolivariana".
La Fondazione FUNDEC, che, come ho ricordato precedentemente,aveva
poco influsso sul Foro Sociale , era invece molto vicina alla presidenza
della repubblica. L'ufficio stampa della presidenza provvide ad
ospitarmi in albergo e favorì la mia partecipazione a varie
iniziative, in particolare al dialogo del presidente con il popolo
nella trasmissione televisiva "Alò presidente!"
. L'8 luglio fui ricevuto dal responsabile dell'ufficio stampa.Con
lui e con altri collaboratori e collaboratrici della presidenza
potei concordare il. mio piano di lavoro per i giorni successivi.
Entrai alle 3 del pomeriggio nel palazzo presidenziale di Miraflores
e vi rimasi fino alle 10 di sera, prendendo diversi contatti. Potei
così conoscere dall'interno il clima di effervescenza in
cui vivono i più stretti collaboratori del presidente e la
viva simpatia con cui viene accolta la solidarietà internazionale.
Questa fu in particolare l'occasione per incontrare la responsabile
internazionale dei "circoli bolivariani", istanze di base
del movimento che promuovono a livello locale la partecipazione
popolare Nella stessa sede incontrai anche un gruppo di internazionalisti
spagnoli, che stanno promovendo nel loro paese una "piattaforma
bolivariana". Con essi cominciammo a riflettere sulla possibilità
di promuovere i circoli bolivariani su scala europea.
Le principali attività che ho svolto nei giorni successivi
sono state:
1) L'incontro con i cristiani e le cristiane schierati/e con la
"rivoluzione bolivariana"
2) L'incontro con le donne bolivariane
3) L'incontro con deputati/e e dirigenti indigeni/e
4) L'incontro con il "comando politico della rivoluzione"
5) Incontri con settori diversi della popolazione bolivariana
6) Partecipazione a trasmissioni televisive e radiofoniche
7) Incontri con il presidente
Incontro con i cristiani e le cristiane schierati/e con la "rivoluzione
bolivariana"
Il 10 luglio, alle 18,30 nel teatro municipale del quartiere popolare
di Petare a Caracas, ebbe luogo l' incontro con le comunità
cristiane di base, la JOC (Gioventù operaia cattolica), Fundalatin
(gruppo ecumenico) ecc. sul tema : "la rivoluzione bolivariana,
segno di contraddizione nelle chiese: tra cristianesimo imperiale
e cristianesimo liberatore"
Di questo dibattito , ricordo in particolare un momento destinato
forse a segnare il futuro del cristianesimo venezuelano. Qualcuno
mi domandò : "Perché i teologi della liberazione
non si interessano dell'esperienza venezuelana?"
La mia risposta fu duplice. "In primo luogo, nel mio caso e,
credo, in .quello di altri e altre , non ci siamo occupati finora
dell'esperienza venezuelana perché non la conoscevamo. Per
parte mia, seguivo le vicende del presidente Chavez con viva simpatia
perché era combattuto dagli Stati Uniti ed era amico di Cuba.
Ma non avevo capito prima d'ora , che egli si batteva per un progetto
alternativo di società. In questa visita al Venezuela ho
scoperto la rivoluzione bolivariana, e sento che questa scoperta
segnerà il mio impegno politico, culturale e teologico nei
prossimi anni."
Ma la mia risposta principale è stata un'altra. " Un'autentica
teologia della liberazione non è mai un prodotto d'importazione.
Essa dev'essere un prodotto autoctono, scaturito dalle lotte e dalla
riflessione cristiana delle comunità locali e dei loro teologi.
Teologi di altri paesi possono certamente collaborare con questa
impresa, ma non possono e non debbono esserne i protagonisti.Io
quindi rovescio la vostra domanda: come mai dall'esperienza venezuelana
non è nata finora una teologia della liberazione? Non sarà
il caso di progettare per i prossimi anni una riflessione orientata
nel senso di una teologia bolivariana della liberazione?"
Sull'argomento seguì un vivace dibattito, concluso con l'impegno,
da parte dei venezuelani e delle venezuelane, di approfondire e
sviluppare in questa direzione la loro riflessione, della quale,
mi dissero , esistono già dei germi fecondi.
In una successiva riunione che ho avuto con questi gruppi, in particolare
con Fundalatin fui informato di un loro progetto : quello di un
convegno di teologia bolivariana della liberazione per aprile del
2003.; convegno al quale m'invitarono a partecipare.
Incontro con le donne bolivariane
Il movimento delle donne è probabilmente la forza principale
su cui può contare la "rivoluzione bolivariana."
Dell'importanza decisiva di questo movimento il presidente Chávez
è convinto: esiste tra lui e le donne organizate un rapporto
di reciproca fiducia , ravvivata da una forte carica affettiva.
Per parte mia, concludendo il mio soggiorno venezuelano, debbo constatare
che nella scoperta ella "rivoluzione bolivariana" le donne
organizzate sono state la mia principale guida.
Il primo incontro con questo movimento , l'ho avuto in un seminario
tenuto presso INAMUJER ( Instituto Nacional de la Mujer) sul tema
: "Il protagonismo delle donne nella costruzione di un'alternativa
di civiltà e particolarmente nella Rivoluzione Bolivariana."
L'accoglienza al mio contributo, di maschio femminista, è
stata assai calorosa ( non ho mai ricevuto tanti baci in vita mia)
Tra i segni della loro incidenza sul processo bolivariano, le donne
ricordarono particolarmente l'influsso che hanno esercitato sulla
redazione della nuova costituzione.Influsso esercitato sia sui contenuti
, per esempio nel riconoscimento dei diritti specifici delle donne
, in particolare nella valorizzazione del lavoro domestico; sia
anche sullo stile, ispirato ad una sensibilità di genere.
Per quanto mi consta, è la prima costituzione redatta con
questa sensibilità. Espressione di una vittoria linguistica
del femminismo, che è simbolo ed annuncio di altre vittorie.
Concludendo il dibattito , le donne mi informarono che avevano in
programma, per il 18 e 19 luglio, il Primo Incontro Internazionale
di Solidarietà, sul tema:" il Venezuela costruisce un
cammino di speranza" e m'invitarono a parteciparvi come relatore.
Io avevo previsto di partire per Cuba il 16, ma mi lasciai persuadere
dalle loro insistenze a rinviare la partenza. Di questo incontro,
organizzato dalle donne, ma aperto a tutti , parlerò in seguito.
Incontro con deputati/e e dirigenti indigeni/e
Il mio desiderio sarebbe stato di avere uno o più incontri
con rappresentanti del movimento indigeno. Non è stato possibile
organizzarli . Ho potuto invece assistere, nella sede del Parlamento
Latinoamericano, ad una riunione di deputati della commissione permanente
dei popoli indigeni. Riunione che ho trovato estremamente interessante
per due opposte ragioni, una positiva e una negativa.
L'interesse positivo della riunione sta nel fatto che essa era dedicata
a discutere un progetto di legge ( più esattamente un anteprogetto)
sui popoli e le comunità indigene. Progetto che, per quanto
conosco, è tra i più avanzati del continente; così
come lo sono gli articoli dedicati ai popoli indigeni dalla costituzione
bolivariana. Ho trovato però che mancava in questo progetto
il riconoscimento dei diritti specifici delle donne indigene. La
prospettiva di genere, che ispira tutta la costituzione, non è
ancora penetrata nella legislazione riguardante i popoli indigeni.
Non a caso della commissione permanente, di una decina di membri,
faceva parte solo una donna.
L'interesse negativo che ho trovato in questa riunione è
dovuto allo spirito burocratico che mi pare rischi di infettare
anche gl'indigeni e le indigene, quando entrano nella dinamica e
nella logica delle istituzioni borghesi. Ho potuto in questa occasione
verificare personalmente la realtà di questo rischio. Aprendo
la riunione della commissione, il presidente salutò la mia
presenza. Chiesi allora se avrei potuto prendere la parola ( come
era stato chiesto da coloro che mi avevano presentato). Risposta
: "purtroppo la sua richiesta è stata inoltrata troppo
tardi dalla segreteria, per cui Lei potrà prendere la parola
solo la settimana prossima". Osservai che la settimana successiva
sarei stato fuori dal paese, ma questo non valse a turbare il rigore
delle norme burocratiche. Anche se gli interventi di estranei in
quella sede sono assai brevi: a una dirigente indigena, ammessa
a prendere la parola, furono concessi otto minuti.
Ma ciò che mi ha maggiormente turbato non è tanto
il rigido comportamento del presidente nei miei confronti , quanto
il comportamento della commissione nei confronti di dirigenti di
base indigeni e indigene, che avevano chiesto la parola e che non
furono ammessi a parlare perché non avevano rispettato le
norme procedurali. Ascoltai in sala d'aspetto le loro lamentale
ed i loro commenti. Mi colpì dolorosamente uno dei commenti:
"non serve a niente avere dei deputati indigeni".
Finiti i lavori della commissione, i suoi membri se ne andarono.
Ma rimasero in sala alcuni ed alcune dirigenti di base: con essi/e
potei avere quello scambio di vedute che non era stato possibile
con i deputati. Parlammo della difficoltà del rapporto della
base indigena con i suoi rappresentanti eletti attraverso i meccanismi
della società liberale. Ne approfittai per segnalare loro,
nella legislazione indigena progettata, il mancato riconoscimento
dei diritti specifici delle donne.
Incontri con settori diversi impegnati nella rivoluzione bolivariana
Il 10 luglio, ebbi un incontro con il "comando politico della
rivoluzione". Potei partecipare alla riunione con un breve
intervento sul tema: "Lo sviluppo e il potere locale alternativi,
asse strategico del movimento di Porto Alegre e della rivoluzione
bolivariana"
Alcune delle conferenze che ho tenuto sucessivamente furono dirette
a vari settori della popolazione schierati con la rivoluzione bolivariana,sul
tema ispirato al mio ultimo libro : "Resistenza e alternativa
al neoliberalismo e ai terrorismi".Su questo tema fu convocato
il 12 luglio per le ore 19, un Foro presso l'Hotel Continental di
Altamira; il 15 luglio, h.10 a Maracay (capitale dello stato Araya)
, Foro nella sede del consiglio legislativo Regionale; alle ore
16 , Foro presso il municipio di Guacara (Valencia)
Il 16 luglio, h.18, a Caracas, presso la biblioteca Harris, Foro
indirizzato particolarmente a settori di classe media, sul tema
"la rivoluzione bolivariana, parte integrante e momento propulsivo
del movimento di Porto Alegre"
Incontro con intellettuali impegnati/e nella ricerca di una "depolarizzazione"
A questo incontro , tenuto il 9 luglio, alle 17,30 presso il CELARG
(Centro de Estudios latinoamericanos Rómulo Gallegos) sul
tema "violenza e polarizzazione", sono intervenuto quale
uditore e non quale partecipante. Lo segnalo però come espressione
tipica di una posizione impegnata nella ricerca di una "terza
via" tra governo e opposizione, consistente nel superamento
della polarizzazione.Mi è parso che questa "terza via"
diventava praticabile solo se si prescindeva dal contesto politico
e geopolitico e si affronta va il problema della conflittualità
in termini essenzialmente interpersonali o intergruppali.
Suscitai quindi vivaci polemiche con un breve intervento nel quale
osservavo: non mi sembra possibile affrontare seriamente il problema
della violenza , prescindendo dalla violenza strutturale del neoliberalismo
, e senza schierarsi apertamente contro di essa.
Partecipazione a trasmissioni televisive e radiofoniche
Mercoledì 10 luglio , registrazione nel canale di stato
( venezolana de televisión), programma "la lámpara
de Diógenes" di un'intervista sul tema "resistenza
e alternativa al neoliberalismo e ai terrorismi"
Sabato 13 luglio , partecipazione ad una trasmissione ecumenica
di Radio Nacional su "discernimento cristiano della situazione,
a tre mesi dal golpe". Intervento sulla distinzione (e contrapposizione)
fra due interpretazioni del discernimento cristiano, quella "ecclesiocentrica"
e quella "pueblocentrica"
Domenica 14 luglio, partecipazione alla trasmissione televisiva
"Aló, Presidente" (su cui tornerò)
Incontri con il presidente Chávez
Gl'incontri diretti e calorosi con la popolazione sono parte essenziale
del metodo di governo di Chávez. Ho già parlato del
suo incontro con i membri del Foro Sociale Nazionale.
Nei giorni successivi , ho assistito e partecipato ad altri tre
incontri con lui. Il giovedì 18 luglio, primo giorno dell'incontro
internazionale di solidarietà, gl'invitati internazionali
furono invitati a cena nel palazzo presidenziale, con il gruppo
dirigente del movimento delle donne. Un incontro cordiale, ma con
qualche residuo di formalismo. Nell'invito ci si chiedeva di indossare
l'abito di rigore, che io non possedevo. La presidente di FUNDEC,
che in passato era stata modista, se ne preoccupò e per telefono
presentò il mio " caso" (di persona , suppongo,
poco civilizzata) ai responsabili del protocollo presidenziale.
Le risposero (saggiamente) : si vesta come vuole.
Il presidente fu comunque sequestrato dalle donne, il che evidentemente
non gli dispiaceva. Ai pochi maschi presenti (tre o quattro), il
personale spiegò che secondo il protocollo i maschi dovevano
stare in fondo a quelle lunghe tavolate. In base a questo principio,
fui invitato ad allontanarmi ulteriormente dal presidente.
Il giorno dopo, il presidente intervenne per la chiusura dell'incontro
. Rivolse un saluto a ciascuno degli invitati internazionali. Nominandomi
e presentandomi come teologo della liberazione, egli manifestò
il suo interesse per il progetto di "teologia bolivariana della
liberazione", di cui gli avevo parlato qualche giorno prima
, in occasione della trasmissione televisiva "¡Alò,
presidente!"
Questa trasmissione fu l'incontro più lungo ed interessante
con lui . Potei parteciparvi attivamente in qualità di invitato.
Si tratta di una lunga trasmissione domenicale (dalle 10 del mattino
alle 5 del pomeriggio) , molto seguita, realizzata abitualmente
da un quartiere popolare, in occasione della quale il presidente
dialoga con la popolazione; presenta le sue analisi della congiuntura,
i suoi progetti, le sue proposte; riceve telefonate e ascolta la
gente del posto; interpella personalmente gl'invitati, che vengono
sollecitati a compiere un breve intervento.
Nel mio intervento ,io espressi a lui ed alla rivoluzione bolivariana
la calorosa solidarietà di compagne e compagni di Europa,
in particolare del partito della Rifondazione Comunista e di settori
del parlamento europeo.
Lo informai inoltre di due progetti che erano maturati durante il
mio soggiorno. Il primo, nato dai gruppi cristiani schierati con
la rivoluzione, è quello di elaborare una teologia bolivariana
della liberazione. "Sembra, aggiunsi rivolgendomi al presidente,
che di questa teologia Lei sarà una delle fonti."
Non era , la mia, una forma di adulazione. Con frequenza (anche
eccessiva per la nostra sensibilità laica) il presidente
si riferisce ai due ispiratori del suo pensiero e del suo progetto
storico: Cristo e Bolivar., le cui ispirazioni egli considera convergenti.
Anche quel giorno , rispondendo al mio intervento, egli estrasse
il suo crocifisso, e ripeté : questo è il mio comandante,
la mia guida.
Nella trasmissione da una radio ecumenica,cui avevo partecipato,
io avevo commentato quella sua ricorrente professione di fede militante
dicendo "Non sono sicuro che a Gesù piaccia essere chiamato
comandante della rivoluzione, ma guida e ispiratore, sì"
L'altro progetto del quale informai il presidente era maturato,
come ho ricordato, nell'incontro con internazionalisti spagnoli,
impegnati a promuovere una "piattaforma bolivariana".
Partendo dalla loro esperienza e da quella di cooperanti francesi
e tedeschi, che si fecero presenti durante la trasmissione, stava
nascendo l'idea di promuovere su scala europea una rete di "circoli
bolivariani" , collegandoli in una "internazionale bolivariana",
parte integrante della "internazionale della speranza"
promossa dal movimento di Porto Alegre.
Incontro internazionale 18-19 luglio: il Venezuela costruisce un
cammino di speranza
Nell'ambito di questo incontro intervenni il 19 luglio, con una
relazione sul tema " La solidarietà liberatrice nel
movimento internazionale di Porto Alegre e nella rivoluzione bolivariana."
Divisi il mio contributo in tre parti, ognuna delle quali presenta
una tesi, che ho cercato di fondare, sia pure sommariamente.
Nella prima parte proposi un'analisi della distinzione tra solidarietà
assistenziale e solidarietà liberatrice, insistendo sull'importanza
della scelta liberatrice o, in altre parole dell'amicizia liberatrice,
che deve ispirare il nostro impegno etico-politioco.
Nella seconda parte presentai la solidarietà liberatrice
o amicizia liberatrice come ispirazione fondamentale del movimento
di Porto Alegre
Nella terza parte, presentai la solidarietà liberatrice o
amicizia liberatrice come ispirazione fondamentale della "rivoluzione
bolivariana".
Nella conclusione del mio intervento ( ricordo che era il 19 luglio)
non ho potuto evitare un riferimento all'esperienza nicaraguese.
"In questi giorni, ho detto, percorrendo il nuovo cammino di
speranza, ho pensato continuamente alla rivoluzione nicaraguense,
con la quale ho vissuto , fin dal 1979, la convinzione che stavamo
costruendo un cammino di speranza e con la quale ho vissuto e vivo
tuttora il trauma della sconfitta.
Oggi, 19 luglio, è il 23° anniversario della vittoria
rivoluzionaria sandinista, che per anni abbiamo celebrato e che
oggi solo piccole minoranze continuano a celebrare.Io manderei loro
un saluto solidale. (Forte applauso)
Per alcuni anni, il Nicaragua ha rappresentato la "nuova speranza"
per il continente e per il mondo. Una delle consegne che scandivamo
allora diceva: "Se il Nicaragua ha vinto, El Salvador vincerà
e il Guatemala seguirà." La vittoria sandinista era
per noi il simbolo e l'annuncio di tante altre vittorie popolari.
Poi venne il trauma della sconfitta e del fallimento, provocati
dall'aggressione imperialista degli Stati Uniti, dalla complicità
della chiesa cattolica, dalla controrivoluzione interna. Ma anche
da errori politici e cadute etiche del Fronte Sandinista. A mio
parere l'errore fondamentale, politico ed etico, del Fronte Sandinista
fu la distanza che si creò tra i dirigenti del partito e
la base popolare; tra i dirigenti del partito, diventati ricchi
, per vie poco chiare, e una base popolare sempre più povera.
Così per la maggioranza del popolo, la rivoluzione popolare
sandinista cessò di essere popolare; il popolo cessò
di sentirla come la sua rivoluzione.
L'inquietudine che desidero comunicarvi è il timore che un
rischio analogo possa minacciare questa amata rivoluzione. Dal pubblico
, che fino a quel momento mio aveva seguito con simpatia, venne
un prolungato NOOOO!
Io continuai : "Vi suggerisco comunque di studiare la rivoluzione
nicaraguense, di analizzarla, cercando di capire le ragioni della
sua vittoria e della sua sconfitta. Perché possiamo condividere
con essa la gioia della vittoria, ma mai, mai, mai, il trauma della
sconfitta."
2-UN BAGNO NEL FIUME IMPETUOSO DELLA "RIVOLUZIONE BOLIVARIANA"
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PARTE INTEGRANTE E MOMENTO PROPULSIVO DEL MOVIMENTO DI PORTO ALEGRE
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TRA GOLPISMO E MOBILITAZIONE POPOLARE 1
Limiti del processo venezuelano e rigurgiti di golpismo 1
Al fianco delle protagoniste e dei protagonisti della "rivoluzione
bolivariana" 3
Incontro con i cristiani e le cristiane schierati/e con la "rivoluzione
bolivariana" 3
Incontro con le donne bolivariane 4
Incontro con deputati/e e dirigenti indigeni/e 5
Incontri con settori diversi impegnati nella rivoluzione bolivariana
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Incontro con intellettuali impegnati/e nella ricerca di una "depolarizzazione"
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Partecipazione a trasmissioni televisive e radiofoniche 6
Incontri con il presidente Chávez 6
Incontro internazionale 18-19 luglio: il Venezuela costruisce un
cammino di speranza 7
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