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"L'Europa dei Movimenti può salvare il Venezuela"

15 dicembre 2002


di angela Nocioni - Liberazione 15/12/02
Parla Maduro, mediatore nella crisi

Caracas - nostra inviata
Le trattative tra governo e opposizione a Caracas sembrano a un punto morto. All'ultimo piano dell'hotel Melia, attorno al tavolo di un improbabile compromesso, tutti i giorni siedono, con facce ogni volta più cupe, Nicolas Maduro, deputato del Movimento V Repubblica, una carriera da sindacalista alle spalle, a trattare per conto di Hugo Chavez, Manuel Cova della Centrale sindacale in rappresentanza dell'opposizione e l'ineffabile Cesar Gaviria nel ruolo del mediatore inviato dall'Organizzazione degli stati americani. Se esiste possibilità di una soluzione contrattata e interna alla crisi venezuelana, da qui dovrebbe uscire. Nessuno, però, sembra crederci molto. Dallo sfinito Nicolas Maduro, sprofondato in una poltrona di Miraflores all'alba dell'ennesima notte di veglia trascorsa a presidiare con i dirigenti bolivariani il palazzo presidenziale, un appello all'Europa dei movimenti: «Esercitate una pressione preventiva sui vostri governi e sull'opinione pubblica, aiutateci a difendere il diritto di un popolo a scegliersi da solo il suo governo».

Quali sono gli obiettivi minimi del governo alla Mesa?

Un primo obiettivo è già stato raggiunto: vedere l'opposizione seduta a quel tavolo. Federcameras e Ctv hanno uno scopo chiaro e dichiarato: far cadere il governo con ogni mezzo, golpe compreso. Una sessione di lavoro della Mesa è sufficiente a illustrare la loro indisponibilità alla discussione politica. Non vogliono una soluzione contrattata, non vogliono la mediazione. Vogliono vedere Chavez lontano da Miraflores, possibilmente fuori dal paese. Questa è la loro posizione e da lì non si muovono.


L'opposizione dice lo stesso di voi, dice di non essersi mai sottratta al confronto, vi accusa di aver abbandonato la Mesa. Chi, davvero, si è alzato per primo da quel tavolo?

Loro. Con la serrata hanno di fatto congelato le trattative. La verità è che sono divisi al loro interno e lasciano che, alla fine, abbiano sempre la meglio i settori più radicali. Non è un segreto che il venerdì precedente all'inizio della serrata eravamo vicini a un accordo. I loro fondamentalisti non lo volevano e hanno fatto saltare il confronto pretendendo la dichiarazione del paro civico.


Quale era la linea dell'accordo? Menzionata la parola elezioni?

No. Né elezioni, né referendum. Era solo un primo punto di incontro possibile sul controllo della polizia metropolitana. Da lì, però, si sarebbe potuto continuare.


Come giudica la presa di posizione della Casa Bianca che, utilizzando uno slogan dell'opposizione, chiede "elezioni subito"?

Il Venezuela è un paese libero. Non saranno gli Stati Uniti a imporci un percorso, per giunta incostituzionale. Perché convocare elezioni secondo le modalità pretese dalla opposizione vorrebbe dire compiere uno strappo alla lettera della Costituzione. Non sarà un presidente straniero, eletto con votazioni disertate dalla stragrande maggioranza del popolo americano, e vinte solo grazie alla trappola di Miami, a dettarci la via d'uscita dalla crisi. Le sue parole non meritano risposta.


Come giudica l'atteggiamento di Cesar Gaviria? Le risulta che sia pericolosamente inclinato verso le posizioni del blocco Federcameras-Ctv?

E' stato Chavez a invitarlo a Caracas. L'opposizione, pur di evitare un confronto politico, diceva che non si poteva trattare con noi direttamente, che serviva un mediatore. Noi glielo abbiamo trovato. Credo che con il passare dei giorni anche il dottor Gaviria abbia avuto occasione di riscontrare l'indisponibilità dell'opposizione al confronto.


Nelle ultime ventiquattro ore le tv private grondano di interventi di alti prelati nelle trasmissioni. Sermoni antigovernativi accompagnati da lunghe interviste ai parroci che marciano nei cortei antichavisti issando immagini della Madonna e ripetendo che a Dio non piace il castrocomunismo. A cosa prelude tanta improvvisa sovraesposizione mediatica?

Abbiamo affrontato già in passato l'atteggiamento della cupola ecclesiastica. Quando stavamo per approvare la costituzione bolivariana la chiesa scatenò una campagna di terrore per persuadere il popolo cattolico a votare contro. Non c'è riuscita. La chiesa, qui, è degnamente rappresentata dal cardinal Velasco che appoggiò Cardona durante il golpe. Esiste però una chiesa di base che, senza essere chavista, ma illuminata dalla teologia della liberazione, crede nel progetto della rivoluzione bolivariana.


La centrale sindacale annuncia minacciosa una imminente «presa di Caracas», Bush chiede elezioni, il consiglio dell'Osa ha rigettato il documento presentato dal vostro ambasciatore, il deputato uruguaiano Bayardi denuncia di aver intercettato una comunicazione riservata tra la Casa Bianca e il governo di Montevideo in cui nella notte tra venerdì e sabato, si parlava di azioni da portare a termine a Caracas entro settantadue ore. Crede che una mobilitazione dal basso in Europa vi potrebbe aiutare a rompere l'accerchiamento?

Azioni del movimento in Europa sarebbero essenziali per dar voce al nostro allarme. Qui vogliono travolgere un governo democraticamente eletto e sono pronti a tutto per riuscirci. Abbiamo bisogno che esercitiate una pressione preventiva. Serve che denunciate presso i governi europei l'aggressione che stiamo subendo. C'è tutta la violenza dell'impero nella morsa in cui si vuole stringere questo Palazzo. Serve una mobilitazione rapida. L'intenzione è di non lasciarci ancora molto tempo.


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