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20 dicembre 2002
Si sta consumando, nell'indifferenza e nel silenzio del mondo, un
crimine contro l'umanità: il soffocamento della speranza
dei poveri, rappresentata in Venezuela dalla rivoluzione bolivariana
e dal presidente Chávez.
Il silenzio che avvolge e nasconde questa battaglia è dovuto
in larga misura alla complicità dei mezzi di comunicazione
di massa, del Venezuela e del mondo, controllati dal capitale nazionale
e transnazionale, che presentano della situazione un'immagine rovesciata,
secondo cui un popolo oppresso si starebbe ribellando ad un presidente
violento e repressivo.
Ma vi è un motivo più profondo di questo silenzio.
Mentre nei confronti dell'Afghanistan o dell'Iraq, è possibile
fornire all'aggressione, di fronte all'opinione pubblica, un'apparente
giustificazione, nessuna giustificazione gl'impresari venezuelani
ed i loro complici gli Stati Uniti possono fornire alla loro aggressione.
Anche quando i manifestanti antichavisti gridano rabbiosamente per
le strade "che se ne vada! Che se ne vada il contadino!"
non riescono mai a dire perché.
Mentre infatti l'Iraq rappresenta apparentemente una minaccia, il
Venezuela non minaccia nessuno,ma è minacciato esso stesso
all'interno ed all'esterno. Mentre Sadam Hussein può essere
a buon diritto denunciato come dittatore, Chávez è
un presidente democraticamente e ripetutamente eletto. E' un presidente
amato dalla maggioranza, che una vasta insurrezione popolare ha
liberato dalle mani dei golpisti. Bisogna essere ciechi per non
vederlo. Le minacce alla democrazia vengono solo dagli aggressori.
Ma anche se i manifestanti antichavisti ed i loro complici imperiali
non osano fornire una giustificazione della loro condanna, per i
venezuelani queste ragioni sono chiare:
* Se ne vada perché è spudoratamente schierato dalla
parte dei poveri del paese; perché proclama i diritti degli
indigeni e delle donne; perché colpisce temerariamente gli
interessi dei miliardari.
* Se ne vada perché è egli stesso di origine popolare,
ed è quindi un intruso nelle sfere del potere.
* Se ne vada perché ha la pretesa di nazionalizzare le ricchezze
petrolifere del Venezuela, per metterle al servizio di tutti, invece
di lasciarle nelle mani dei legittimi proprietari, i ricchi del
paese ed i loro alleati imperiali.
* Se ne vada, perché è amico di Cuba ed inviso agli
Stati Uniti.
Ma se queste sono le vere giustificazioni di quella mobilitazione,
allora, per l'Europa in costruzione, sarebbe una gravissima responsabilità
storica, tacere di fronte a questo crimine. Sarebbe un atteggiamento
imperdonabile di complicità e di servilismo nei confronti
del grande fratello. Sarebbe il segno evidente che l'Europa in costruzione
è incapace di proporre al mondo, oltre una nuova moneta,
un nuovo ed autonomo progetto di civiltà; che l'Europa non
appartiene al mondo nuovo in costruzione ma alle rovine del vecchio
disordine imperiale.Perché la rivoluzione venezuelana è
per noi un segno di contraddizione, che impone all'Europa di prendere
partito e di rendere chiaro a se stessa ed al mondo il suo progetto
di civiltà.
Ma la rivoluzione venezuelana non è solo un segno di contraddizione
per l'Europa in generale; lo è anche per ciascuno degli europei
e per ciascuna delle europee. In effetti, per ognuno ed ognuna di
noi schierarsi in questa battaglia cruciale significa decidere se,
nel presente contesto geopolitica, siamo dalla parte dell'impero
o dalla parte dei popoli e della loro autodeterminazione; se siamo
dalla parte delle minoranze privilegiate o delle maggioranze emarginate;
se siamo per un mondo lacerato da lotte fratricide o per un mondo
animato dalla solidarietà liberatrice.
Quanto dire che schierarci nei confronti del dramma venezuelano
non è per noi solo una scelta politica e geopolitica: è
anche una scelta di vita.
GIULIO GIRARDI
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