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La colonizzazione del Medio Oriente: le sue origini e il suo
profilo
di Noam Chomsky
Intro
La concezione strategica
Lo stallo
"La pace del vincitore": gli accordi di
Oslo
Terrore e punizione
Programmi e piani di sviluppo
"Rifiuti umani e scarto della società"
Ben più di un anno è trascorso dall'accordo tra Israele
e Arafat del settembre del 1993, suggellato dalla Dichiarazione
dei principi (Ddp). I firmatari hanno ricevuto i loro premi Nobel
per la pace. Il significato sostanziale di ciò che hanno
firmato si è fatto più chiaro nel tempo, man mano
che le ambiguità si andavano diradando. E un buon momento
per riflettere sull'accaduto e sul perché, e per chiederci
quale sarà il probabile esito del "processo di pace".
Presi alla lettera, i termini della Ddp aderiscono strettamente
alle posizioni che Stati Uniti e Israele hanno sostenuto costantemente
e, per oltre vent'anni, in isolamento praticamente totale. Gli Stati
Uniti e i loro protetti-alleati che dominano la regione, interpretano
i termini rigorosamente alla lettera, come mostrano successivi sviluppi
- e la cosa non sorprende più di tanto se si considera che
sono stati loro a fabbricare ad arte e imporre questi termini. Questa
posizione si colloca all'interno di una più ampia concezione
statunitense riguardo al modo in cui la regione andrebbe organizzata,
concezione che risale alla seconda guerra mondiale. Pur avendo mantenuti
fermi a lungo i propri principi, è stato solo in anni recenti
che Washington ha potuto metterli effettivamente in pratica. Mi
sembra questa la sostanza dell'attuale "processo di pace".
La stessa espressione "processo di pace" è un orwellismo
standard, impiegato acriticamente negli Stati Uniti e adottato in
buona parte del mondo, data l'enorme influenza e potenza degli Usa.
In pratica, il termine si riferisce a qualunque cosa la leadership
degli Stati Uniti è impegnata a fare sul momento - che, spesso,
consiste proprio nel minare il processo di pace nel senso letterale
dell'espressione, come un analisi dei fatti rende piuttosto chiaro.
La guerra del Golfo ha stabilito il dominio degli Stati Uniti nel
Medio Oriente a un livello mai raggiunto prima, dando la possibilità
a Washington di organizzare il "processo di pace" in accordo
con le proprie linee guida, a partire dagli incontri di Madrid nell
ottobre del 1991. E proprio da qui che bisognerebbe iniziare una
seria analisi della recente attività diplomatica.
Mentre bombe e missili piovevano su Baghdad e i soldati di leva
iracheni si nascondevano nel deserto, George Bush annunciò
orgogliosamente lo slogan del Nuovo Ordine Mondiale, in quattro
semplici parole: "What We Say Goes", ossia "si fa
quello che diciamo noi". "Quello che diciamo noi"
venne presto esplicitato con non minore chiarezza quando le armi
tacquero, e Bush torno alla vecchia prassi di prestare aiuto e sostegno
a Saddam Hussein mentre quest'ultimo impietosamente soffocava le
rivolte sciite e crude sotto gli occhi delle vittoriose forze alleate,
che non si degnarono di alzare anche un solo dito. Il sostegno a
Saddam era così estremo che il comando degli Stati Uniti
non fu disposto nemmeno a concedere ai generali iracheni ribelli
di impiegare gli armamenti sequestrati per difendere la popolazione
dalla carneficina del dittatore. Un piano saudita per sostenere
la rivolta degli indigeni sciiti venne rapidamente soffocato dall'amministrazione
Bush.
Il significato del Nuovo Ordine Mondiale non avrebbe potuto essere
espresso in modo più chiaro. La reazione che gli è
stata tributata getta anche luce sull'attuale stato della cultura
occidentale: per lo più applausi per la politica dei nostri
leader.
Le ragioni della tollerante posizione di Washington nei confronti
della carneficina vennero spiegate per grandi linee, all'epoca,
da eminenti analisti: le atrocità di Saddam ci addoloravano,
certamente, ma erano necessarie al fine della "stabilità"
- altro utile termine del discorso politico, che va letto come "qualunque
cosa sia nell'interesse del potere".
La posizione ufficiale venne delineata da Thomas Friedman, allora
capo corrispondente diplomatico del New York Times. Washington aveva
sperato nel "migliore dei mondi possibili", spiego Friedman:
"una giunta irachena dal pugno di ferro senza Saddam Hussein".
Tale giunta avrebbe restaurato il precedente status quo, in cui
il "pugno di ferro [di Saddam] [...] teneva unito l'Iraq, con
grande soddisfazione degli alleati americani, Turchia e Arabia Saudita"
- e, ovviamente, del boss a Washington. Ma questo auspicabile esito
si era rivelato impraticabile, cosicché i padroni della regione
avevano dovuto accontentarsi della seconda migliore alternativa
a disposizione: lo stesso "pugno di ferro" al quale avevano
dato forza mentre torturava i dissidenti e uccideva col gas i curdi,
tutte cose perfettamente accettabili finché il criminale
al potere si era attenuto agli ordini sulle questioni fondamentali.
Solo pochi mesi prima che Saddam conquistasse il Kuwait, George
Bush colse l'occasione della sua invasione di Panama per annunciare
l'intenzione di sollevare il divieto sui prestiti all'Iraq, intenzione
messa in pratica poco tempo dopo, per raggiungere l'"obiettivo
di accrescere le esportazioni statunitensi e metterci in una migliore
posizione per trattare con l'Iraq riguardo ai suoi precedenti in
fatto di diritti umani [...]", come spiego il Dipartimento
di Stato imperturbabile alle poche interrogazioni provenienti dal
Congresso. I principali media e i giornali di maggior diffusione
trovarono l'intera faccenda indegna di essere commentata o perfino
riportata.
E' sicuro che non tutti considerarono la restaurazione della "Bestia
di Baghdad" o di qualche suo accettabile clone come il "migliore
dei mondi possibili": i dissidenti iracheni, per esempio. Ahmed
Chalabi, banchiere residente a Londra, condanno aspramente la posizione
di Washington: "gli Stati Uniti, coprendosi dietro alla foglia
di fico della non interferenza negli affari iracheni, aspettano
che Saddam massacri i rivoltosi nella speranza che egli possa in
seguito venire rovesciato da un funzionario accettabile" -
egli disse - un atteggiamento radicato nella prassi statunitense
di "sostenere la dittatura per conservare la stabilità".
Il popolo degli Stati Uniti venne tenuto all'oscuro di queste note
discordanti, come era avvenuto durante la crisi. Le voci dei dissidenti
iracheni potevano essere ascoltate solo dai lettori della poco diffusa
stampa dissidente, che pubblicò ciò che si poteva
apprendere dalle fonti estere, e da quanti parteciparono a convegni
pubblici organizzati da gruppi di pace e giustizia, che offrirono
ai leader dell'opposizione irachena in visita dall'Europa un foro
ben disposto. Anche questi sono fatti sgraditi, e perciò
riposti come al solito nel dimenticatoio in favore di una versione
alquanto audace che capovolge completamente fatti facili da stabilire,
una storia interessante sulla quale non starò qui a dilungarmi.
I portavoce ufficiali degli Stati Uniti confermarono che l'amministrazione
Bush non era intenzionata a parlare con i leader dell'opposizione:
"Abbiamo reputato che un incontro politico con loro [...] non
sarebbe al momento appropriato per la nostra linea", affermò
il 14 marzo Richard Boucher, portavoce del Dipartimento di Stato.
Il sistema dell'informazione ne convenne e continuò a bandire
gli autentici dissidenti iracheni dai principali mezzi di informazione.
Fu solo in aprile, ben dopo la fine delle ostilità, che il
Wall Street Journal, - di questo gli va dato atto - ruppe i ranghi
e offrì spazio a un portavoce dell'opposizione democratica
irachena - sempre Chalabi - il quale descrisse la situazione che
si era venuta a creare come "il peggiore dei mondi possibili"
per il popolo iracheno, la cui tragedia è "spaventosa".
Secondo la versione standard, tracciata per grandi linee, alcuni
giorni dopo, da Alan Cowell, corrispondente dal Medio Oriente del
New York Times, i ribelli avevano fallito perché "pochissime
persone fuori dell'Iraq volevano che vincessero". Gli Stati
Uniti e i "loro partner della coalizione araba" erano
giunti a "una visione eccezionalmente unanime", spiegò:
"qualsiasi siano le colpe del leader iracheno, egli offriva
all'Occidente e alla regione una più consistente garanzia
di stabilità per il suo paese di coloro che avevano subito
la sua repressione". La conclusione è sostenibile se
intendiamo escludere dal novero delle "persone" di cui
parlava Cowell i dissidenti iracheni e la popolazione dei "partner
della coalizione araba", almeno quella dell'Egitto, il solo
paese abbastanza libero da permettere ad alcune di tali persone
di far udire la propria voce. E' vero, tuttavia, che la "visione
unanime" e condivisa dalle persone che contano: Washington,
le redazioni dei notiziari e delle rubriche, e le dittature della
regione. E' condivisa anche da Turchia e Israele, la prima preoccupata
dalla propria popolazione curda sottoposta a brutale repressione,
la seconda timorosa che l'autonomia curda in Iraq avrebbe potuto
"creare una contiguità territoriale e militare tra Teheran
e Damasco", venendo a costituire un potenziale "pericolo
per Israele" (Mose Zak, caporedattore dell'importante quotidiano
Ma'ariv, mentre spiegava per quale motivo parte dei vertici del
comando militare e un ampio settore dell'opinione politica, compresi
leader delle colombe, avessero accordato il loro sostegno a Saddam).
Le preoccupazioni della Turchia hanno ricevuto qualche menzione,
ma non la reazione di Israele, che contrasta troppo nettamente con
l'immagine che si è voluta dare.
Ora si è ammesso, per inciso, che quando il suo amico disobbediente
invase il Kuwait, l'amministrazione Bush prevedeva che si sarebbe
ritirato, lasciando al potere un regime fantoccio - ossia, una replica
di quello che gli Stati Uniti avevano appena fatto a Panama. Certo,
nessun parallelo storico e mai del tutto esatto. In un incontro
ad alto livello immediatamente dopo che Saddam aveva invaso il Kuwait,
il capo di stato maggiore, Colin Powell, espresse parere sfavorevole
a proposito dell'intervento militare sulla base del fatto che il
popolo americano "non vuole che i suoi giovani muoiano per
avere il petrolio a 1 dollaro e mezzo". "Nei prossimi
giorni l'Iraq si ritirerà", disse, lasciando "il
suo fantoccio al potere. Tutti nel mondo arabo saranno contenti".
Al contrario, quando Washington si ritirò parzialmente da
Panama dopo aver messo il suo fantoccio al potere, molti furono
tutt'altro che felici (nel sud del mondo). L'impresa criminosa di
Washington a Panama suscitò grande rabbia in tutto l'emisfero,
a tal punto che il regime fantoccio venne espulso dal Gruppo delle
otto democrazie latinoamericane in quanto paese sottoposto a occupazione
militare. Come osserva il latino americanista Stephen Ropp, Washington
era pienamente consapevole del fatto "che rimuovere il manto
della protezione americana avrebbe presto condotto al rovesciamento
civile o militare di Endara e dei suoi sostenitori" vale a
dire, il regime fantoccio di banchieri, uomini di affari e narcotrafficanti
instaurato dall'invasione di Bush. Perfino la Commissione per i
diritti umani di quello stesso governo ha denunciato la protratta
violazione del diritto all'autodeterminazione e alla sovranità
del popolo panamense attraverso lo "stato di occupazione da
parte di un esercito straniero", quattro anni dopo l'invasione.
A parte simili fatti (non riportati), l'analogia può sussistere
- o, almeno, potrebbe sussistere, se fosse possibile spiegarla o
anche solo parlarne attraverso i principali mezzi di informazione.
Gli interessi di Washington spiegano perché ha dovuto bloccare
ogni iniziativa che avrebbe potuto condurre a un ritiro negoziato
iracheno, come in effetti ha fatto; e perché i mezzi di comunicazione
internazionali hanno dovuto nascondere i fatti concernenti le opportunità
di soluzione diplomatica, come in effetti hanno fatto, e con notevole
efficienza, nonostante talvolta si sia ammesso tacitamente che i
fatti erano noti. Vi è un'ampia letteratura critica riguardo
al comportamento dei mezzi di informazione durante la guerra, ma
anch'essa evita questo argomento, che evidentemente è quello
cruciale. Quanto fosse importante tenere segreti i fatti diviene
particolarmente chiaro quando scopriamo che alla vigilia del bombardamento,
la popolazione americana, in proporzione di circa 2 a 1, era favorevole
a un accordo basato sul ritiro delle truppe irachene in considerazione
dei problemi della regione, non sapendo di una proposta irachena
orientata in tal senso di qualche settimana prima, o del sommario
rifiuto che essa aveva ricevuto a Washington. Sugli stessi standard
si mantengono gli attuali studi accademici sulla vicenda, altra
storia interessante che qui metterò da parte. In modo simile,
gli archivi dei documenti sollevati dal segreto di Stato, pieni
di informazioni in abbondanza sull'accaduto, vengono ignorati dagli
studi accademici più ammirati come sono stati completamente
ignorati dai media. Solo ai margini si trovano eccezioni allo schema.
Sulla scorta del ben assimilato principio di Tacito secondo cui
"il crimine una volta scoperto non ha altro rifugio se non
la sfrontatezza", questo misero comportamento viene ora generalmente
considerato un esempio di come il sistema democratico promuova un'accurata,
deliberata e sobria divulgazione di tutti gli aspetti delle questioni
cruciali prima che vengano prese decisioni importanti.
TOP
La concezione strategica
La guerra del Golfo ha avuto luogo sullo sfondo di importanti mutamenti
nell'economia internazionale e nelle vicende mondiali che hanno
offerto agli Stati Uniti l'opportunità di riorganizzare la
parte del mondo che non aveva incontrato il suo gradimento dalla
fine della seconda guerra mondiale. Tra le ceneri della catastrofe,
gli Stati Uniti sono riusciti a espellere dall'emisfero i loro principali
rivali, la Francia e la Gran Bretagna, e a mettere in pratica la
dottrina Monroe. Negli anni novanta, in effetti, gli Stati Uniti
sono finalmente riusciti a estendere l'applicazione della dottrina
Monroe al Medio Oriente. Per comprendere quali siano le implicazioni
di ciò per la regione, bisogna dissipare la nebbia dell'ideologia
e vedere in che modo la dottrina veniva concretamente intesa dai
suoi ideatori. Prendiamo solo l'amministrazione Woodrow Wilson,
al culmine del suo "idealismo" in politica estera. La
dottrina Monroe si basa sul "semplice egoismo", spiegò
in privato il segretario di Stato Robert Lansing, e nel sostenerla
gli Stati Uniti "badano ai propri interessi. L'integrità
di altre nazioni americane è un caso fortuito, non un fine".
Il presidente ne convenne, aggiungendo che sarebbe stato "imprudente"
mettere il pubblico a parte del segreto. Questa applicazione dell'"idealismo
wilsoniano" è semplicemente ragionevole, aggiunse il
segretario degli interni, perché i latinoamericani sono "bimbi
indisciplinati che si avvalgono di tutti i privilegi e diritti degli
adulti", e questo loro comportamento richiede "una mano
ferma, una mano autorevole".
Acquisire il controllo unilaterale delle regioni medio orientali
produttrici di petrolio non è un obiettivo di poco conto.
Quando gli Stati Uniti divennero una vera e propria superpotenza
negli anni quaranta, la leadership politica vide la regione come
l'"area strategicamente più importante del mondo"
(Eisenhower), "una enorme fonte di potere strategico, e uno
dei maggiori obiettivi materiali della storia del mondo" oltre
che "probabilmente il più ricco obiettivo del mondo
nel campo degli investimenti stranieri" (Dipartimento di Stato,
anni quaranta) un obiettivo che gli Stati Uniti intendevano tenere
per sé e per il loro alleato britannico, nel Nuovo Ordine
Mondiale che si andava allora dispiegando.
Da allora, gli Stati Uniti si sono attenuti a una concezione strategica
per la regione che avevano ereditato dal loro predecessore britannico.
Il grande "obiettivo materiale" deve essere gestito da
amministratori locali, dittature familiari deboli e dipendenti,
disposte a fare ciò che gli si dice di fare. Tali dittature
costituiscono quello che i pianificatori imperialisti britannici
avevano chiamato la "facciata araba", edificata per consentire
alla Gran Bretagna di governare dietro a varie "finzioni costituzionali"
dopo aver concesso una garanzia di indipendenza nominale. Gli amministratori
possono essere brutali e corrotti finché vogliono, a patto
di svolgere la propria funzione. Sotto questo aspetto essi rientrano
in una impressionante collezione di tiranni e assassini: i vari
dittatori militari latinoamericani, Suharto, Marcos, Mobutu, Ceaucescu,
e molti altri criminali alla stessa stregua. E' difficile immaginare
un crimine che potrebbe farli espellere da questo club. Perfino
Stalin venne trovato con le carte in regola. Truman stimava e ammirava
l'"onesto" leader russo. La sua morte sarebbe stata una
"autentica catastrofe", secondo Truman, il quale aggiungeva
che avrebbe potuto "trattare con" Stalin fintantoché
gli Stati Uniti avessero condiviso la sua strada l'85 per cento
delle volte. Quello che Stalin faceva a casa sua non lo riguardava.
Altri rispettati personaggi condividevano questo giudizio, compreso
Churchill, il cui smaccato apprezzamento per il tiranno sanguinario
proseguì nel 1945: "il premier Stalin era uomo di grande
forza, nel quale riponeva la massima fiducia", spiegò
Churchill al suo gabinetto dopo Yalta, esprimendo l'auspicio che
il leader russo rimanesse al comando.
Non c'è nulla di nuovo nel sostegno offerto ai mostri del
Medio Oriente e nell'indifferenza per i crimini piu spaventosi se
ciò contribuisce a perseguire i più elevati fini della
"stabilità". Se non si comprendono queste persistenti
caratteristiche della "diplomazia reale", quello che accade
nel mondo è destinato a rimanere un mistero.
La "facciata" va protetta dagli abitanti locali, che sono
arretrati e incivili, e non sembrano cogliere le ragioni per le
quali del "più ricco obiettivo economico del mondo"
debbano giovarsi non loro, ma gli investitori occidentali. Di conseguenza,
è necessario affidarsi a gendarmi locali per mantenere l'ordine;
in momenti diversi, all'Iran, alla Turchia, al Pakistan, e ad altri
ancora. La forza statunitense e britannica rimane sullo sfondo,
ove necessario. Israele ricade nel secondo di questi livelli di
controllo.
Nei corridoi del potere, le idee fondamentali vengono intese abbastanza
bene, anche se viene considerato sconveniente parlare in modo troppo
schietto; così non ci appropriamo di risorse per noi stessi,
ma piuttosto le sottraiamo a potenziali nemici, per autodifesa;
indipendentemente dai fatti, noi e i nostri alleati siamo impegnati
in "controterrorismo" o "rappresaglia", non
in "terrorismo", ecc. Tuttavia, una certa chiarezza emerge
dalle nebbie.
Molto impressionato dal successo militare di Israele nella guerra
del 1948, lo Stato Maggiore descrisse il nuovo Stato come la principale
potenza militare della regione dopo la Turchia, che offriva agli
Stati Uniti lo strumento per "acquisire un vantaggio strategico
nel Medio Oriente, che avrebbe controbilanciato il declino della
potenza britannica nell'area". Dieci anni dopo, il Consiglio
di sicurezza nazionale giunse alla conclusione che un "corollario
logico" dell'opposizione al crescente nazionalismo arabo "consisterebbe
nel sostenere Israele come unica forte potenza filo-occidentale
in Medio Oriente". Durante gli anni sessanta, gli analisti
statunitensi videro la potenza israeliana come una barriera alle
minacce nasseriane alla "facciata", impressione confermata
dalla distruzione della forza militare dell'Egitto da parte di Israele
nel 1967. La tesi secondo cui Israele poteva servire da "risorsa
strategica" per difendere gli interessi e gli alleati degli
Stati Uniti dalle forze nazionaliste venne ulteriormente corroborata
nel 1970, quando Israele parò quella che si profilava come
una minaccia siriana al Regno di Giordania e potenzialmente ai produttori
di petrolio. E l'impressione ando crescendo negli anni seguenti.
La tesi della risorsa strategica trovò la sua collocazione
naturale all'interno della Dottrina di Nixon, secondo la quale gli
Stati Uniti non potevano "più interpretare il ruolo
di poliziotto mondiale" e quindi "si attendevano che altre
nazioni fornissero più di un poliziotto per perlustrare i
propri quartieri" (ministro della difesa Melvin Laird). Il
quartier generale della polizia - era inteso - rimaneva a Washington;
gli altri dovevano perseguire i propri "interessi regionali"
all interno del "quadro globale di ordine" amministrato
dagli Stati Uniti, per riprendere il modo in cui Henry Kissinger
spiegò il concetto generale agli europei, ammonendoli a non
infrangere le regole. I due principali poliziotti incaricati di
perlustrare il distretto medio orientale erano Israele e l'Iran,
segretamente alleati. Gli studiosi parlano, in genere, di una "strategia
dei "due pilastri" per il controllo statunitense, pensando
a Iran e Arabia Saudita; che, invece, si sia trattato di una "strategia
dei tre pilastri" e apparso chiaro almeno fin dagli anni settanta.
Nel maggio del 1973, il principale specialista del Senato su petrolio
e Medio Oriente, il falco democratico Henry Jackson, osservò
che il dominio statunitense sulla regione è salvaguardato
dalla "forza e dall'orientamento occidentale di Israele sul
Mediterraneo e dell'Iran sul Golfo Persico", due "amici
affidabili degli Stati Uniti". Questi amici "sono serviti
a inibire e contenere quegli elementi irresponsabili e radicali
di certi stati arabi che, se gliene fosse stata data la possibilita,
avrebbero rappresentato in effetti una grave minaccia alle nostre
principali fonti di petrolio nel Golfo Persico". All'epoca,
gli Stati Uniti si servivano appena di queste fonti. Il maggiore
produttore di petrolio del mondo fino al 1970 fu il Venezuela, che
l'amministrazione Wilson aveva preso a controllare come un feudo
privato mezzo secolo prima, espellendo la Gran Bretagna, altro esempio
dell'"idealismo wilsoniano": in questo caso, della sua
dedizione al principio della "porta aperta" e al principio
di "autodeterminazione". Anche altre riserve dell'emisfero
occidentale erano sostanziose. Ma la sorgente più economica
e abbondante di petrolio del mondo, che si trovava appunto nella
regione del Golfo, era necessaria come riserva e come leva per dominare
il mondo, oltre che per l'ingente ricchezza che ne scaturiva, principalmente
per gli Stati Uniti e la Gran Bretagna.
Se i materiali di archivio venissero resi disponibili, avrebbero
sicuramente molto di interessante da dire riguardo alle tacite relazioni
intrattenute nel corso degli anni tra la facciata araba e i due
principali gendarmi, con i quali era ufficialmente in guerra. Questo
è del tutto improbabile in Arabia Saudita e negli Emirati
del Golfo, e purtroppo meno probabile di quanto lo fosse un tempo
negli Stati Uniti, dopo il passaggio a una censura molto più
aspra sotto Reagan, che, a quanto pare, ancora permane; recenti
scoperte effettuate dallo storico israeliano Benny Morris destano
dubbi anche sugli archivi israeliani. Le relazioni segrete tra Israele
e lo Scià sono state ampiamente rivelate, soprattutto in
Israele.
Non deve affatto sorprendere che dopo la caduta dello Scià,
Israele e Arabia Saudita cominciarono istantaneamente a cooperare
nella vendita di armi statunitensi all'esercito iraniano. Lo si
è sostanzialmente ammesso in pubblico sin dal 1982. Si era
agli stadi iniziali di quello che in seguito sarebbe divenuto noto
come lo scandalo delle "armi in cambio di ostaggi", scoppiato
quando non fu più possibile nascondere alcuni aspetti della
vicenda. Non vi era alcun ostaggio quando ebbe inizio l'operazione
statunitense-israeliana-saudita, e alti funzionari israeliani furono
abbastanza franchi nello spiegare quello che stava accadendo fin
dai primi giorni: un tentativo di ispirare un colpo militare per
restaurare il vecchio ordine. Del resto, si trattava solo di una
"procedura operativa standard". Il modo abituale di rovesciare
un governo civile e di stabilire relazioni con elementi militari,
le persone incaricate di sbrigare il lavoro. Il progetto è
talvolta coronato da successo; l'Indonesia e il Cile ne sono due
esempi recenti. L'Iran si e rivelato un osso più duro.
Vari agenti acquisiscono diritti a seconda del loro ruolo all'interno
della generale concezione strategica. Gli Stati Uniti hanno diritti
per definizione. Anche i poliziotti di ronda hanno diritti, a meno
che non siano negligenti, nel qual caso, se agiscono in modo troppo
indipendente, diventano nemici. Gli amministratori locali hanno
diritti fintantoché badano ai propri affari. Se ci vuole
un "pugno di ferro" per preservare la "stabilità",
così sia.
Gli abitanti dei bassifondi del Cairo o dei villaggi libanesi, e
altri come loro, non hanno né ricchezza né potere,
e quindi nessun diritto, per semplice conseguenza logica. Anche
i loro interessi sono "un incidente, non un fine". Nel
caso dei palestinesi, essi non solo non hanno diritti ma, peggio
ancora, sono un fastidio; la loro infelice sorte è stata
un agente irritante con effetto dirompente sull'opinione pubblica
araba. Pertanto essi hanno diritti negativi, fatto che spiega molte
cose. E' stato necessario incidere quell'ascesso in qualche maniera,
con la violenza o in altro modo. L'idea di fondo e che se si riuscisse
a sgombrare il campo dalla questione palestinese, dovrebbe essere
possibile portare alla superficie le tacite relazioni tra le parti
dotate di diritti, ed estenderle, incorporando anche altri paesi
in un sistema regionale dominato dagli Stati Uniti nell "area
strategicamente [più] importante del mondo".
Questa è sempre stata la logica essenziale del "processo
di pace". Il quadro, stabile e durevole, non ci permette di
dedurre con assoluta esattezza ciò che accade e probabilmente
continuerà ad accadere; le faccende umane sono troppo complesse
perché ciò sia possibile. Ma ci consente di arrivarci
sorprendentemente vicino.
Fino a poco tempo fa, non è stato possibile imporre appieno
la concezione strategica guida, in parte a causa dei limiti del
potere degli Stati Uniti, in parte in seguito a problemi determinati
dall'impegno a conservare il ruolo cruciale di Israele come "risorsa
strategica". Tale ruolo ha assunto maggiori proporzioni tra
gli anni settanta e gli anni ottanta, andando ben al di la del Medio
Oriente. Questa è stata una delle conseguenze delle iniziative
intraprese dal Congresso a partire dai primi anni settanta per imporre
condizioni concernenti i diritti umani sulle azioni dell esecutivo;
tali iniziative sono uno dei più importanti effetti dei movimenti
popolari degli anni sessanta, che modificarono in modo considerevole
gli atteggiamenti e la percezione del grande pubblico nei confronti
di un ampia gamma di questioni, con considerevole rammarico per
l'opinione dell'élite'. I pianificatori ebbero bisogno di
ricorrere sempre più spesso a dei surrogati. Per citare un
solo illuminante esempio, quando John F. Kennedy decise di spedire
la forza aerea statunitense a bombardare il Vietnam del sud, non
vi fu un sussurro di protesta; ma quando i reaganiani cercarono
di condurre operazioni simili in America centrale, scatenarono una
pubblica rivolta, e dovettero limitarsi a massicce operazioni terroristiche
clandestine.
In un simile contesto, Israele venne ad assumere nuove funzioni.
Perciò, quando le condizioni riguardanti i diritti umani
stabilite dal Congresso impedirono al presidente Carter di spedire
jet in Indonesia nel 1978, mentre le atrocità a Timor est
raggiungevano il culmine, egli poté fare in modo che Israele
inviasse jet statunitensi, che sarebbero giunti attraverso un canale
libero. I maggiori contributi tuttavia, si ebbero in Africa e Sudamerica,
specie da quando l'amministrazione Reagan creò una rete di
terrorismo internazionale di imponenti dimensioni, comprendente
neonazisti argentini, Taiwan, Sudafrica, Inghilterra, Arabia Saudita,
Marocco e altri. Va ricordato che gli operatori di poco conto come
Gheddafi ingaggiano terroristi, mentre i pezzi grossi preferiscono
ricorrere direttamente a Stati terroristi.
Sulla questione del ruolo centrale di Israele nella politica medio
orientale degli Stati Uniti, vi è stato qualche dibattito
interno. Ma per varie ragioni, non prive di interesse, la tesi della
risorsa strategica si è trovata raramente a fronteggiare
gravi minacce. Gli sparuti tentativi di discostarsi da tale tesi
sono stati rapidamente soffocati, in gran parte in riconoscimento
delle dimostrazioni di valore militare di Israele, che produssero
una grande impressione non solo nei leader statunitensi ma anche
in un vasto spettro dell opinione intellettuale.
Queste sono alcune delle ragioni per le quali gli Stati Uniti hanno
costantemente svilito o piegato gli sforzi diplomatici per risolvere
il conflitto nel corso di oltre 20 anni. La maggior parte di tali
iniziative avrebbero imposto un qualche riconoscimento dei diritti
palestinesi, laddove Washington è ferma nel sostenere che
i palestinesi non hanno alcun diritto che possa interferire col
potere israeliano. Inoltre, queste iniziative avrebbero portato
a un qualche tipo di coinvolgimento internazionale in un accordo;
Washington è sempre stata riluttante ad accettare anche questo,
nonostante si sia dimostrata disposta a fare un'eccezione per il
suo "luogotenente" britannico, per mutuare l'espressione
con la quale un influente consigliere di Kennedy spiegò in
che modo andava inteso il "rapporto speciale" con l'importante
partner. E' stato necessario "assicurarsi che gli europei e
i giapponesi non venissero coinvolti nell'azione diplomatica in
Medio Oriente", come spiego in privato Henry Kissinger.
Le premesse fondamentali sono cosi profondamente radicate che sono
entrate a far parte della stessa terminologia impiegata per inquadrare
i problemi. Prendiamo il termine "negazionismo [rejectionism]",
che qualora venisse impiegato in senso neutrale dovrebbe riferirsi
alla negazione del diritto dell'autodeterminazione nazionale per
l'uno o l'altro dei due gruppi che reclamano appunto tale diritto
nella ex Palestina: gli abitanti indigeni e i coloni ebrei che li
hanno gradualmente sostituiti. Ma il termine non viene impiegato
a questo modo. Piuttosto, "negazionisti" sono coloro i
quali negano i diritti di uno solo dei contendenti, vale a dire
del popolo ebreo: alcuni elementi dell'Olp, il governo dell'Iran
e qualcun altro. D'altro canto, quanti negano i diritti dei palestinesi
(compresi i due maggiori gruppi politici di Israele, i due partiti
politici statunitensi, tutti i governi israeliani e statunitensi,
praticamente tutta l'opinione statunitense rappresentata nei mezzi
di informazione) sono "moderati" o "pragmatici",
perfino "colombe". E ancor più degno di nota, tuttavia,
il fatto che, senza alcuna vergogna, le persone e le organizzazioni
che vengono considerate "civili e libertarie" possano
denunciare come "offensivo" l'"accostamento tra quegli
israeliani che si oppongono alla creazione di uno Stato potenzialmente
ostile al confine di Israele e quei palestinesi che tuttora propugnano
la distruzione di Israele [...]" ossia, il confronto tra coloro
che negano il diritto all autodeterminazione ai palestinesi e coloro
che negano tale diritto agli ebrei israeliani.
La consuetudine razzista è così saldamente radicata
da passare inosservata e risulta incomprensibile quando la si fa
notare. Come Orwell osservò nella sua trattazione della "censura
[...] deliberata in Inghilterra", lo strumento più efficace
e il "generale tacito accordo che "non starebbe bene"
menzionare quel particolare fatto"; è compito di una
decente istruzione inculcare gli atteggiamenti opportuni. E uno
dei fatti che "non starebbe bene" menzionare, o addirittura
pensare, e che gli Stati Uniti sono stati a lungo il leader del
fronte della negazione.
Vale la pena osservare come la guerra fredda sia stata per lo più
una considerazione secondaria, circostanza talvolta ammessa nel
dibattito interno. Così nel marzo del 1958, il segretario
di Stato John Foster Dulles informò il Consiglio di sicurezza
nazionale che né il comunismo né l'Unione Sovietica
erano coinvolti nelle tre maggiori crisi mondiali dell'epoca, tutte
riguardanti il mondo islamico: il Medio Oriente, il Nordafrica e
l'Indonesia. E quando uno dei presenti suggerì che altri
avrebbero potuto lavorare per conto dei russi, il presidente Eisenhower
fece "vigorosa obiezio- ne", rivela il documento.
Non credo che ci sia nulla da aggiungere su questo punto; lo si
sta cominciando ad ammettere, anche ufficialmente, dato che il pretesto
non serve più ad alcuno scopo utile. La transizione è
stata rapida. A 1989 inoltrato, gli Stati Uniti si stavano difendendo
dalla globale aggressione comunista. Alla fine dell'anno, non era
più questo ciò che stavano facendo (o che avevano
mai fatto). Nel marzo del 1990, la Casa Bianca presentò il
suo regolare rapporto al Congresso per spiegare perché il
budget del Pentagono doveva venire mantenuto al suo colossale livello,
il primo rapporto dopo la caduta del muro di Berlino nel novembre
del 1989. La conclusione fu la solita, ma le ragioni stavolta furono
differenti: la minaccia non era il Cremlino, ma la "tecnologia
sempre più sofisticata" del terzo mondo. In particolare,
gli Stati Uniti dovevano mantenere le proprie forze di intervento
puntate sul Medio Oriente dato "l'affidamento che il mondo
libero fa sulle riserve di energia che si trovano in questa regione
chiave", dove le "minacce ai nostri interessi potrebbero
non risiedere alle porte del Cremlino". Fatto questo che talvolta
è stato riconosciuto negli ultimi anni, o anche prima, se
è per questo, come nel 1958. 0 nel 1980, quando l'architetto
della forza di intervento rapido (il futuro comando centrale) del
presidente Carter, puntata principalmente sul Medio Oriente, testimoniò
davanti al Congresso che l'impiego più probabile del dispiegamento
militare non era quello di resistere a un attacco sovietico (estremamente
poco plausibile), ma di occuparsi delle tensioni indigene e regionali:
il "nazionalismo radicale" che ha rappresentato sempre
una preoccupazione di primo piano.
Ovviamente, nel Medio Oriente come altrove, i bersagli dell'attacco
statunitense si rivolsero ai russi per cercare appoggio, cosa che
il Cremlino fu talvolta disposto a offrire per ragioni puramente
ciniche e opportunistiche. E la potenza sovietica ebbe un effetto
deterrente, come i documenti ripetutamente mostrano. Ma a parte
queste precisazioni, rimane vero che "le minacce ai nostri
interessi potrebbero non risiedere alle porte del Cremlino".
Nel 1991, Washington era nella condizione di raggiungere i suoi
obiettivi strategici con poco riguardo per l'opinione mondiale.
Non era più necessario minare tutte le iniziative diplomatiche,
come Washington aveva fatto per 20 anni. L'Unione Sovietica era
scomparsa, e con essa, lo spazio per il non allineamento, un fatto
di grande importanza per le vicende mondiali, che ha ricevuto scarsa
attenzione a occidente ma è stato accolto con non lieve apprensione
nel terzo mondo. In una rivista cilena, il noto autore Mario Benedetti
scrisse che "la combinazione dell indebolimento dell'Urss e
della vittoria [statunitense] nel Golfo potrebbe rivelarsi tragica
[per il sud] a causa della rottura dell equilibrio militare internazionale
che in qualche modo serviva a contenere le smanie di dominio statunitense"
e perché la provocazione lanciata allo sciovinismo razzista
occidentale "potrebbe stimolare imprese imperialiste ancor
più selvagge". Lo stato d'animo generale del sud venne
fotografato dal cardinale brasiliano Paulo Evaristo Arns, il quale
osservò come nelle nazioni arabe "il ricco si è
schierato con il governo statunitense mentre i milioni di poveri
hanno condannato questa aggressione militare". In tutto il
terzo mondo "vi è odio e paura: quando decideranno di
invaderci" e con quale pretesto? Se non in modo marginale,
nulla di tutto ciò giunge all'occidente, sprofondato nel
trionfalismo e nell'autocongratulazione.
La maggior parte del terzo mondo era ad ogni modo piombata nel completo
disordine, devastata dalla catastrofe del capitalismo degli anni
ottanta. L'Europa ha fondamentalmente abdicato a qualsiasi ruolo
nelle faccende del Medio Oriente, garantendo agli Stati Uniti il
controllo pressoché totale che avevano a lungo agognato.
La guerra del Golfo ha suggellato il patto, stabilendo che "si
fa quello che diciamo noi" e mettendo in moto un genuino "processo
di pace" - vale a dire un processo saldamente sottoposto al
controllo unilaterale degli Stati Uniti.
TOP
Lo "stallo"
Ricapitolerò rapidamente le premesse della situazione, a
partire dalla guerra del giugno 1967.
L'esito della guerra fu estremamente gradito agli Stati Uniti, visto
che venne meno l'influenza nasseriana nella regione (con grande
sollievo della "facciata") e Israele assunse il controllo
della sponda occidentale, di Gaza, degli altopiani del Golan e del
Sinai. Ma la guerra aveva portato il mondo pericolosamente vicino
a uno scontro tra superpotenze. Si temevano minacciose comunicazioni
sulla "linea calda" tra Washington e Mosca. Il premier
sovietico Kosygin a un certo punto ammonì il presidente Johnson
che "se volete la guerra, guerra avrete", come riportò
anni dopo il ministro della difesa Robert McNamara, aggiungendo
la sua opinione che "siamo andati maledettamente vicini alla
guerra" quando la flotta degli Stati Uniti "circondò
una portaerei [sovietica] nel Mediterraneo"; egli non spiegò
i dettagli, ma l'episodio probabilmente risaliva al periodo in cui
Israele si impossessò degli altipiani siriani del Golan dopo
il cessate il fuoco.
Chiaramente bisognava fare qualcosa. Seguì un processo diplomatico,
che condusse alla risoluzione numero 242 del Consiglio di sicurezza
delle Nazioni Unite, che da allora ha costituito il quadro di riferimento
diplomatico. Nonostante fosse stata deliberatamente formulata in
modo vago nella speranza di ottenere l'adesione generale, vi sono
pochi dubbi sul modo in cui la risoluzione venne interpretata dal
Consiglio di sicurezza, compresi gli Stati Uniti: richiedeva una
pace completa in cambio del completo ritiro israeliano, forse con
qualche reciproco e minore aggiustamento. Che gli Stati Uniti sostenessero
questo consenso internazionale emerge chiaramente dai documenti
che sono stati divulgati, e in alcuni casi trapelati, compresa un
importante ricostruzione del Dipartimento di Stato. Questa interpretazione
della risoluzione 242 venne confermata pubblicamente nel piano Rogers
del 1969 presentato dal segretario di Stato William Rogers e approvato
dal presidente Nixon, nel quale si era sostenuto che "qualsiasi
mutamento dei confini preesistenti non avrebbe dovuto riflettere
la portata della conquista e avrebbe dovuto limitarsi a variazioni
di poco conto necessarie per la mutua sicurezza".
La 242 non venne attuata. Nonostante tutti avessero firmato, gli
stati arabi rifiutarono di accordare una pace completa e Israele
rifiutò di ritirarsi completamente. Notate che la 242 e piattamente
negazionista: non offre nulla ai palestinesi, che vengono contemplati
solo in relazione al problema dei rifugiati.
L'impasse venne rotta nel febbraio del 1971, quando il presidente
egiziano Sadat si unì al consenso internazionale, accettando
la proposta del mediatore dell'Onu Gunnar Jarring per la pace completa
con Israele in cambio del completo ritiro israeliano dal territorio
egiziano. Israele accolse di buon grado la dichiarazione dell'Egitto
"di essere pronto a intavolare un accordo di pace con Israele",
ma lo rifiutò, affermando che "Israele non si ritirerà
entro i confini precedenti al 5 giugno del 1967". Questa posizione
e stata da allora sostenuta senza deviazioni da entrambi i raggruppamenti
politici, le coalizioni basate rispettivamente sul partito laburista
e sul Likud.
Sadat, facendo propria la posizione ufficiale degli Stati Uniti,
pose Washington di fronte a un dilemma: Washington avrebbe dovuto
accettarla, lasciando così Israele da sola tra i principali
attori dell opposizione? 0 gli Stati Uniti avrebbero dovuto cambiare
politica unendosi a Israele nel loro riiiuto a tutt'oggi unilaterale
delle disposizioni della 242 concernenti il ritiro Henry Kissinger
preferì quest ultima alternativa, perorando la situazione
di "stallo", sulla base di motivazioni così bizzarre
che è stato necessario ignorarle, probabilmente a causa dell'imbarazzo;
non è il solo caso del genere. Può darsi che la sua
principale motivazione fosse quella di soppiantare il suo rivale
William Rogers e assumere cosi la direzione del Dipartimento di
Stato come stava per fare.
La linea di Kissinger prevalse. Da allora gli Stati Uniti hanno
negato non solo i diritti dei palestinesi (all'epoca, forti del
consenso interno), ma anche le disposizioni di ritiro della risoluzione
242 così come erano intese dai suoi autori - compresi gli
Stati Uniti, contrariamente alle invenzioni successive.
Anche queste sono cose che "non starebbe bene" dire. Pertanto,
l'intera vicenda è vietata: espulsa dalla storia.
Nelle sue memorie, il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, allora
ambasciatore di Israele a Washington, descrive l'accettazione della
"famosa" proposta Jarring da parte di Sadat un "fulmine
a ciel sereno", una "pietra miliare" sulla via della
pace, per quanto inaccettabile perché rimaneva l'"impronta
elusiva di Sadat", implicando un "nesso pregiudiziale"
tra l'accordo di pace e il ritiro di Israele entro i confini precedenti
al giugno del 1967 (in accordo con la 242, così come veniva
intesa all'epoca al di fuori di Israele). Negli Stati Uniti, d altro
canto, i fatti sono scomparsi. Vengono regolarmente ignorati dai
giornalisti e dai commentatori dei principali mezzi di informazione,
e abbastanza spesso anche nei lavori accademici. L'esempio più
recente è la storia di Mark Tessler, che è più
equilibrata della maggior parte delle altre. Nella sua estesa analisi
dell'attività diplomatica, non si trova alcun cenno all'ufficiale
offerta di pace da parte di Sadat e al rifiuto di Israele, ma una
nota a pie' di pagina fa riferimento a un'intervista del 1971 nella
quale Sadat informava il redattore di Neurstoeek Arnaud de Borchgrave
"che l'Egitto era pronto a riconoscere Israele e a trattare
la pace". De Borchgrave informò il primo ministro israeliano
Golda Meir "che Sadat avrebbe presto ripetuto la sua offerta
di pace all'inviato delle Nazioni Unite Gunnar Jarring", prosegue
Tessler, ma la Meir "respinse l'apertura di Sadat".
Questo è tutto per la "famosa pietra miliare".
Pochi altri si sono anche solo avvicinati cosi tanto alla realtà.
Il rifiuto della 242 da parte degli Stati Uniti su iniziativa di
Kissinger cancellò la questione del ritiro dal "processo
di pace". Il problema del negazionismo sorse alcuni anni dopo,
quando il consenso internazionale si spostò verso una posizione
non negazionista, condivisa anche dai maggiori stati arabi e dall'Olp.
Il problema giunse all'apice quando il Consiglio di sicurezza discusse
una risoluzione che incorporava il testo della risoluzione 242,
ma aggiungeva una disposizione concernente uno Stato palestinese
da fondare nella sponda occidentale e nella striscia di Gaza. La
risoluzione venne sostenuta dagli "stati del conflitto"
arabi (Egitto, Giordania, Siria) e dall'Olp, dall'Unione Sovietica,
dall'Europa e dalla maggior parte del resto del mondo. Ad essa posero
il veto gli Stati Uniti, che si erano ormai saldamente attestati
a capo della frangia più estrema del Fronte della Negazione.
Washington pose il suo veto a una risoluzione simile nel 1980. La
questione passò allora all'Assemblea generale, che tenne
votazioni annuali nelle quali gli Stati Uniti e Israele rimasero
isolati all'opposizione (una volta sola in compagnia della Repubblica
dominicana); un voto negativo degli Stati Uniti nell'Assemblea equivale
a un veto, anche se gli Stati Uniti sono completamente soli, o quasi,
come comunemente accade. L'ultima delle regolari votazioni annuali
si tenne nel dicembre del 1990, 144-2. Un'altra risoluzione che
appoggiava "Il diritto del popolo palestinese all'autodeterminazione"
venne presa in esame nel novembre del 1994 (124-2).
Tutto questo è bandito dalla storia, di rado persino riportato,
espulso dai documenti in favore di edificanti storie sugli sforzi
americani tesi al raggiungimento della pace, contrastati da negazionisti
arabi e altri cattivi personaggi, nel quadro, probabilmente, di
un cosmico "scontro di civiltà".
La votazione alle Nazioni Unite del 1990 avvenne poco prima della
guerra del Golfo che pose gli Stati Uniti nella posizione di imporre,
alla fine, la loro forma estrema di negazionismo. L'amministrazione
Bush aveva riaffermato quei principi ben prima, nel piano Baker
del dicembre del 1989, il quale non faceva altro che appoggiare
il piano Shamir-Peres proposto dalla coalizione di governo israeliana
nel maggio del 1989. Secondo il piano Shamir-Peres-Baker, gli Stati
Uniti e Israele avrebbero selezionato certi palestinesi che avrebbero
ricevuto il permesso di discutere l'"iniziativa di Israele",
ma nient'altro. Il piano teoricamente era pubblico ma trovò
un'eco immediata solo nella stampa dissidente, oltre a essere trascurato
o mal rappresentato anche in buona parte dei migliori studi accademici.
Si è parlato di una sola delle sue disposizioni, quella relativa
alle elezioni, per illustrare ciò che la stampa talvolta
definisce la "brama di democrazia" dei leader americani:
una democrazia che dovrebbe essere realizzata tramite elezioni da
tenersi sotto il controllo militare di Israele mentre buona parte
del settore istruito della popolazione giace in prigione senza capi
di imputazione.
I termini cruciali del piano Shamir-Peres-Baker erano: 1) che non
vi puo essere nessun "altro Stato palestinese nel distretto
di Gaza e nell'area tra Israele e la Giordania" (es- sendo
gia la Giordania uno "Stato palestinese"); e 2) che "Non
vi può essere alcuna variazione nello status di Giudea, Samaria
e Gaza [la sponda occidentale e la striscia di Gaza] se non in accordo
con le linee guida essenziali del governo [israeliano]", le
quali escludono l'autodeterminazione palestinese.
E' importante tenere a mente che questa era la posizione ufficiale
dell'amministrazione Bush, che viene regolarmente condannata per
la sua aspra posizione anti-Israele. E' coerente con l'estremo negazionismo
statunitense degli anni precedenti, ed è il contesto in cui
si inquadra il "processo di pace" che l'amministrazione
alla fine è riuscita a imporre dopo la guerra del Golfo.
Tutto ciò è inaccettabile dal punto di vista dottrinale,
e quindi inesprimibile se non addirittura inconcepibile nella cultura
intellettuale estremamente disciplinata. I fatti non sono in discussione,
ma sono sovversivi per il potere e così è necessario
"uccidere la storia", per mutuare l'appropriato termine
che viene usato per descrivere la regolare prassi dei commissari.
Dai media, difficilmente provengono obiezioni - anche se alcuni
degli eventi sono stati riportati fedelmente, compresi gli eventi
del gennaio del 1976 che sono completamente spariti dalla storia
ufficiale.
Dal principio degli anni ottanta, la storia divenne semplicemente
un'opera buffa, mentre i media dell'élite e la comunità
intellettuale si battevano con crescente disperazione "per
non vedere" i sempre più evidenti tentativi da parte
dell'Olp di passare a un accordo negoziato - occultando anche il
fatto, oggetto di ampio dibattito in Israele, che il principale
proposito del devastante attacco israeliano in Libano nel 1982 era
di minare la minaccia degli sforzi dell'Olp di negoziare un accordo
politico.
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"La pace del vincitore": gli accordi
di Oslo
La Dichiarazione dei principi e i successivi accordi incorporano
la versione estrema del negazionismo statunitense-israeliano. L'accordo
finale si fonda unicamente sulla risoluzione 242, senza alcun riconoscimento
dei diritti nazionali dei palestinesi. Fuori della porta rimane
la posizione della maggior parte del resto del mondo: ossia, che
accanto alla risoluzione 242, la quale riconosce solo i diritti
degli Stati esistenti, andrebbero considerate anche le risoluzioni
delle Nazioni Unite che si sono espresse a favore dei diritti palestinesi.
Per quanto concerne la seconda questione principale, quella del
ritiro, Stati Uniti e Israele sono stati chiari ed espliciti nell'affermare
che il ritiro sarà parziale, nella misura che unilateralmente
determineranno.
L'esito è completamente in accordo con l'immutata posizione
statunitense sul negazionismo e sul ritiro (su quest'ultimo salda
sin dal 1971). Ricade anche all'interno della gamma delle varie
proposte israeliane che si sono succedute negli anni, dal piano
Allon del 1968 che rappresenta la proposta estrema delle colombe,
al piano Shamir-Peres-Baker del 1989, e ai piani proposti dal rappresentante
dell'estrema destra Ariel Sharon e dal partito laburista nel 1992,
che a malapena differiscono. Anche tutto ciò e ben documentato
e regolarmente riportato in modo corretto in Israele e in pubblicazioni
alternative dissidenti negli Stati Uniti, ma pochi americani hanno
potuto avere anche il minimo sentore dei fatti. Ormai, con l'Europa
che ha sgombrato il campo, sembra di poter dire lo stesso dei cittadini
europei, anche se, non avendo compiuto un'indagine accurata, lo
dico con cautela. In questo contesto, non deve sorprendere granché
che la Norvegia si sia prestata a fare da intermediario per l'accordo
Israele-Arafat, che si è attenuto rigidamente al tradizionale
negazionismo statunitense-israeliano.
Per quanto concerne la ragione per la quale Israele ha deciso di
rivolgersi al canale di negoziato di Oslo, escludendo gli Stati
Uniti finché non è giunto il momento della fanfara
(e dei soldi), può darsi che si temesse che un accordo con
Clinton nei panni del mediatore non avrebbe avuto alcuna credibilità
nel mondo arabo, alla luce dell'avvicinamento della sua amministrazione
verso le posizioni dei falchi. Questo allontanamento da una lunga
storia di sostegno alla meno estrema forma di negazionismo dei laburisti
ha stupito i commentatori israeliani. Sembra che tale condotta sia
da attribuire al falco australiano del Medio Oriente Martin Indyk
e al Washington Institute for Near East Policy che egli ha fondato
dopo aver lasciato l'Aipac, la lobby di Israele a Washington; l'istituto
ha avuto un ruolo interessante nella stampa statunitense consentendo
ai giornalisti di presentare la propaganda israeliana come un "mero
resoconto dei fatti" formulato con le parole di "esperti"
forniti dall'istituto.
Un accordo, ovviamente, avviene tra due parti e, perciò,
ci si deve anche chiedere perché Arafat ha accettato ciò
che rappresentava una completa capitolazione di fronte alle richieste
di Stati Uniti e Israele. La risposta più verosimile è
che egli deve avervi intravisto l'ultima chance di mantenere la
sua posizione di potere all'interno del movimento palestinese. L'Olp
si è attirata il disprezzo di buona parte della popolazione
dei territori per la sua corruzione e il suo assurdo atteggiamento,
e dal 1993, l'opposizione ad Arafat e le istanze di democratizzazione
dell'organizzazione avevano raggiunto livelli drammatici, riportati
nella stampa israeliana e sicuramente noti alle autorità
israeliane, che hanno intravisto la possibilità di siglare
un tipo di accordo che avevano sempre desiderato. Come virtuale
agente di Israele, Arafat ha potuto conservare il suo feudo, ottenendo
anche in tal modo accesso a sostanziosi fondi. Da quanto è
dato sapere, sembra che sia stato questo a condurlo a Oslo.
I piani di Sharon e dei laburisti del 1992, ora effettivamente fissati
nella Dichiarazione dei principi, si basano sul principio al quale
Israele ha aderito fermamente sin dal suo piano Allon del 1968:
Israele deve essere in grado di controllare i territori nella misura
che reputa utile, comprese le terre e le risorse utilizzabili (in
particolare le riserve d'acqua della sponda occidentale, alle quali
Israele attinge abbondantemente). I modi il cui il controllo andrebbe
esercitato sono stati oggetto di un dibattito strategico che si
e sviluppato nel corso degli anni, così come i confini che
si desidera va dare alla "Grande Israele". Per quanto
concerne la questione dei modi di controllo, la questione più
dibattuta e stata quella di determinare se l'autorità vada
divisa in termini territoriali o "funzionali", ove quest'ultimo
aggettivo sta praticamente a prefigurare una situazione in cui Israele
continuerebbe a controllare il territorio e l'autorità palestinese
sarebbe responsabile dei palestinesi che si trovano all'interno
di tale territorio. Dalla metà del 1995, Israele continua
a rimanere attestata sulla posizione secondo cui può esservi
tutt'al più una divisione "funzionale" dell'autorità
almeno nel 1999: non vi sarà alcun fondamentale "trasferimento
di sovranità" ai palestinesi, ha annunciato il ministro
degli esteri Shimon Peres alla radio israeliana, e la maggior parte
della terra della sponda occidentale rimarrà sotto il controllo
dell'esercito israeliano durante tale periodo. Quanto ai confini,
i programmi attuali indicano l'intenzione di includere all'interno
della "Grande Israele" la Valle del Giordano, circa un
terzo della striscia di Gaza, area circostante l'entità nebulosa
e in rapida espansione della "Grande Gerusalemme", che
si estende ormai a est fino a Gerico; e qualsiasi altra zona Israele
scelga di annettersi con la benedizione (e il finanziamento) della
superpotenza che la protegge. L'espansione della "Grande Gerusalemme"
in effetti spacca la sponda occidentale in "cantoni" in
accordo con il piano Sharon; un altro corridoio di accesso alla
Giordania colonizzato da israeliani frammenta ulteriormente la regione.
Quando la Dichiarazione dei principi venne annunciata, gli osservatori
bene informati riconobbero che non offriva "nemmeno l'accenno
di una soluzione al problema di fondo che esiste tra Israele e i
palestinesi", né nel breve periodo né strada
facendo (il giornalista israeliano Danny Rubinstein). Il suo significato
operativo divenne ancora più chiaro dopo l'Accordo del Cairo
del maggio 1994, col quale si assicurò che i territori amministrati
da Arafat sarebbero rimasti "completamente nell'ovile economico
di Israele", come osservò il Wall Street Journal, e
che l'amministrazione militare sarebbe rimasta intatta in tutto
fuorché nel nome. L'importanza dell'accordo venne immediatamente
compresa in Israele. Meron Benvenisti, ex vice sindaco di Gerusalemme
e capo del Data Base Project per la sponda occidentale, oltre a
essere da molti anni uno dei più scaltri osservatori dell'informazione
ufficiale israeliana, commentò che l'Accordo del Cairo, "a
tal punto che è difficile credere ai propri occhi nel leggerlo,
[...] garantisce all'amministrazione militare l'autorità
esclusiva nella "legislazione, aggiudicazione, esecuzione politica""
e "responsabilità per l'esercizio di questi poteri in
conformità col diritto internazionale" che gli Stati
Uniti e Israele interpretano a proprio piacimento. "L'intero
intricato sistema di ordinanze militari [...] conserverà
la sua forza, a parte la facoltà di regolamentazione legislativa
e quanti altri poteri Israele potrà espressamente garantire"
ai palestinesi. I giudici israeliani conservano "poteri di
veto su qualsiasi legislazione palestinese "che potrebbe mettere
a repentaglio i principali interessi israeliani"", che
hanno "la precedenza", e vengono interpretati come Stati
Uniti e Israele preferiscono. Pur essendo subordinate alle decisioni
di Israele su tutte le questioni di una certa importanza, alle autorità
palestinesi viene garantito un dominio di loro esclusiva competenza:
esse hanno "responsabilità esecutiva per qualsiasi cosa
venga fatta o non fatta", il che significa che acconsentono
a caricarsi i gravosi costi dei 28 anni di occupazione, dalla quale
Israele ha tratto enorme profitto, e ad assumere una perdurante
responsabilità per la sicurezza di Israele. Questo "accordo
di resa", osserva Benvenisti, pone in atto le estremistiche
proposte di Sharon del 1981 che a suo tempo erano state respinte
dall'Egitto.
Dopo un altro accordo Israele-Arafat, un anno dopo, Benvenisti ha
commentato che "Arafat ancora una volta ha chinato il capo
di fronte all'avversario infinitamente più forte". Egli
ha rivisto i termini dell'accordo, che ha lasciato oltre metà
della sponda occidentale "all'assoluto controllo israeliano"
e ha rimandato la discussione dello status di un altro 40 per cento
per diversi anni, durante i quali Israele potrà continuare
a servirsi dell'aiuto statunitense per "fabbricare fatti"
come di consueto. L'accordo, nota Benvenisti, rescinde la disposizione
della Dichiarazione dei principi "secondo cui la sponda occidentale
verrà considerata "un'unità territoriale, la
cui integrità verrà preservata durante il periodo
di interim"". Egli predice che poco cambierà rispetto
al periodo dell'occupazione, se non che "il controllo israeliano
diverrà meno diretto: invece di gestire gli affari in prima
persona, gli "ufficiali di collegamento" israeliani li
seguiranno tramite gli impiegati dell'Autorità palestinese".
Come la Gran Bretagna durante il suo periodo d'oro, Israele continuerà
a governare al riparo di "finzioni costituzionali". Di
certo non c'è nessuna innovazione; si tratta dello schema
tradizionale di conquista attuato dagli europei nella maggior parte
del mondo.
La situazione è ancora peggiore a Gaza, dove i servizi di
sicurezza israeliani (Shabak) rimangono "una forza invisibile
ma violenta, la cui oscura presenza si avverte costantemente, ed
esercita un potere letale sulle vite degli abitanti di Gaza",
riporta il corrispondente di Ha'aretz Amira Hass, aggiungendo che
le autorità israeliane continuano a controllare anche l'economia.
Dal 1991, osserva Graham Usher, Israele ha riconvertito la tradizionale
produzione di frutta e verdura di Gaza alla produzione di piante
ornamentali e fiori tramite varie misure coercitive, tra le quali
le confische che hanno ridotto di quasi un terzo la terra da agrumi
coltivabile. Lo scopo è solo in parte quello di sottrarre
territorio di un certo valore al controllo arabo. Israele intende
anche "assorbire l'urto del commercio di Gaza con altre economie,
o meglio, custodirlo all'interno del commercio israeliano".
L'esportazione di questi settori a monocoltura è nelle mani
di imprenditori israeliani, e il bassissimo costo del lavoro nella
demoralizzata striscia di Gaza permette agli imprenditori israeliani
di mantenere i propri mercati europei in sostanziale attivo.
Nell'estate del 1995, il 95 per cento della popolazione di Gaza
era "imprigionata nella regione" dalla forza israeliana,
riporta il gruppo israeliano per i diritti umani Tsevet'aza, con
l'"economia strangolata" e le forze di sicurezza preposte
a controllare il commercio, l'esportazione e le comunicazioni, spesso
impegnate a "peggiorare le condizioni di vita dei palestinesi".
In condizioni simili, pochi sono disposti a fronteggiare i rischi
dell'investimento, almeno al di fuori dei parchi industriali messi
su dai produttori israeliani per "sfruttare la poco costosa
manodopera palestinese". Tsevet'aza riporta inoltre che Israele
continua a negare agli investitori palestinesi la licenza di aprire
piccoli impianti produttivi, e che i pescatori vengono tenuti a
sei chilometri dalla costa, dove non vi è affatto pesce durante
i mesi estivi. Le limitate risorse d acqua in questa regione molto
arida vengono impiegate per l'intensiva agricoltura israeliana,
persino i laghi artificiali di eleganti luoghi di villeggiatura,
stando a quanto riportano i visitatori. Nel frattempo, le risorse
di acqua erogate ai palestinesi di Gaza sono state ridotte della
metà dopo gli accordi di Oslo, come ha scritto l'ispettore
delle Nazioni Unite per i diritti umani Rene Felber in un rapporto
aspramente critico sulle condizioni carcerarie e sulla politica
idrica. Egli ha rassegnato le dimissioni poco tempo dopo, commentando
che non ha senso redigere rapporti che vanno a finire in un cestino.
Un anno dopo la Dichiarazione dei principi, il controllo di Israele
sulla terra della sponda occidentale ha raggiunto il 75 per cento,
in aumento rispetto al 65 per cento del periodo in cui sono stati
firmati gli accordi. Anche l'insediamento e il "consolidamento"
di colonie è proceduto a passo spedito, accanto alla costruzione
di "strade di circonvallazione" che collegano le colonie
ebraiche con Israele vera e propria, tagliando fuori i villaggi
arabi che sono rimasti isolati l'uno dagli altri e dai centri urbani
che Israele preferisce cedere all'amministrazione palestinese. I
progetti autostradali sono immensi, con costi stimati intorno ai
400 milioni di dollari, secondo il segretario generale del partito
laburista attualmente al governo. Lo scopo è di fornire ai
coloni quella che si potrebbe chiamare "una strada dove non
si è obbligati a vedere gli arabi attorno". I dettagli
sono segreti, ma "le linee generali emergono dalle mappe dei
coloni", riporta il corrispondente Barton Gellman, compreso
il solito metodo di mettere "la forza della legge israeliana"
al servizio di progetti "iniziati illegalmente dai coloni".
Benvenisti descrive le strade come "fatti politici dotati di
conseguenze a lungo termine" che rientrano nel piano di "suddividere
le aree arabe in settori, di tramutare la sponda occidentale in
un lager", nel quadro di "una pace del vincitore, di un
diktat".
I fondi governativi per le colonie dei territori occupati sono aumentati
del 70 per cento nell'anno successivo alla Dichiarazione dei principi
(1994), nonostante si partisse da un livello che era già
elevato rispetto agli standard precedenti. Il sostegno ai coloni
e così generoso che i loro standard di vita sono tra i più
alti del paese. Gli annunci pubblicitari sui giornali "invitano
gli ebrei di Tel Aviv e delle sue vicinanze a stabilirsi a Ma'aleh
Ephraim" con vista sulla valle del Giordano e collegata a Gerusalemme
da strade di circonvallazione, nell'ambito dello sviluppo che taglia
praticamente in due la sponda occidentale. Gli annunci promettono
piscine, enormi prati, e una genuina atmosfera agreste che vi assicurerà
un'alta qualità di vita", con concessioni governative
di 20.000 dollari per famiglia oltre a bassi tassi di interesse,
sgravi fiscali e altri incentivi. Nel giugno del 1995 il sindaco
della vicina Ma'aleh Adumin ha annunciato la costruzione di 6.000
nuove unità residenziali destinate ad accrescere più
del doppio la popolazione della città portandola a cinquantamila
anime negli anni a venire, accanto alla costruzione di viali, di
negozi, di un nuovo municipio e di altri edifici. La rivista del
partito laburista Daoar riporta che il governo Rabin ha conservato
le priorità del governo di estrema destra Shamir che ha rimpiazzato;
mentre fingeva di congelare le colonie, il partito laburista "le
ha aiutate finanziariamente ancor più di quanto il governo
Shamir abbia mai fatto", estendendo le colonie "ovunque
nella sponda Occidentale, anche nei punti più provocatori",
compresi gli insediamenti dei sostenitori (spesso americani) del
rabbino (americano) Kahane, che è stato bandito dal sistema
politico israeliano per aver invocato le leggi di Norimberga di
Hitler e per altre scimmiottature dei nazisti.
In seguito a tali misure, nell'anno successivo alla Dichiarazione
dei principi la popolazione ebraica della sponda occidentale è
cresciuta del 10 per cento, a Gaza del 20 per cento, secondo quanto
riporta la stampa israeliana, un processo che prosegue e potrebbe
accelerare. Il generale (in pensione) Shlomo Gazit, ex capo dello
spionaggio militare e Amministratore della sponda occidentale, osserva
che i programmi annunciati dal partito laburista sono mirati a raddoppiare
la popolazione ebraica della sponda occidentale entro il "periodo
di interim" di cinque anni a decorrere dagli accordi di Oslo.
La Foundation for Middle East Peace a Washington, che pubblica regolari
aggiornamenti, giunge alla conclusione che "i piani di costruzione
del governo Rabin per le colonie della sponda occidentale e di Gerusalemme
rivaleggiano con, e sotto alcuni aspetti sorpassano gli sforzi di
costruzione coloniale del governo Shamir durante il 1989-92",
con "una decisa intensificazione" prevista per gli anni
a venire; il governo Shamir era stato in precedenza il più
estremista nell'opporsi ai diritti palestinesi e nell'incoraggiare
la presa dei territori da parte di Israele.
Un piano recentemente annunciato "polverizza qualsiasi residua
[illusione] palestinese che l'Accordo di Oslo possa portare ad un
ritiro israeliano da importanti territori della sponda occidentale
o che Gerusalemme est possa mai divenire una capitale palestinese",
ha commentato nel gennaio del 1995 Danny Rubinstein, il veterano
dei corrispondenti della sponda occidentale. Gli eventi successivi
non fanno che rafforzare tale conclusione. A giugno, è stata
fondata Ma'ale Yisrael, la 145' colonia nella sponda occidentale,
contro gli ordini del governo ma con la sua acquiescenza. I coloni
usano mezzi pesanti e esplosivi per costruire strade di accesso
nei pressi di settori della sponda occidentale densamente popolati
e attentamente pattugliati, ma il governo non ne sa nulla, come
dicono i suoi portavoce alla stampa. Gli arabi vengono trattati
in maniera alquanto differente se commettono reati simili, come
quello di cercare di espandere il centro abitato sulla terra di
loro proprietà (i permessi vengono raramente accordati).
Da tutto ciò è escluso quello che sta avvenendo a
Gerusalemme est e nei suoi dintorni, conquistati durante la guerra
del 1967. "Dall'annessione di Gerusalemme est nel 1967",
riporta il gruppo israeliano per i diritti umani B'Tselem, "il
governo israeliano ha adottato una politica di sistematica e deliberata
discriminazione nei confronti della popolazione palestinese della
città in tutte le questioni attinenti all'esproprio di terre,
alla pianificazione e alla costruzione", e in questo quadro
rientra "il deliberato insediamento di ebrei in Gerusalemme
est [che] è illegale secondo il diritto internazionale",
ma accettabile per gli Stati Uniti, autorità suprema in virtù
del loro potere. "L'estesa edificazione e gli enormi investimenti"
da parte del governo "incoraggiano gli ebrei a insediarsi"
nella zona est di Gerusalemme in precedenza araba, mentre le autorità
"soffocano lo sviluppo e l'edificazione per la popolazione
palestinese", come altrove nei territori e in Israele stessa.
La maggior parte delle terre espropriate era di proprietà
privata di arabi, riporta B'Tselem: secondo il ministro dell'integrazione
israeliano Yair Tzaban: "Circa 38500 unita residenziali sono
state costruite su questa terra per la popolazione ebraica ma nessuna
per i palestinesi". Inoltre, "l'edificazione è
stata ostacolata sulla maggior parte dell'area che rimane nelle
mani dei palestinesi". "Solo il 14 per cento di tutto
il territorio di Gerusalemme est è destinato allo sviluppo
di centri residenziali palestinesi". "Zone verdi"
vengono fissate come "un cinico mezzo nel quadro del tentativo
di privare i palestinesi del diritto di costruire sulla loro terra
e di preservare tali zone come luoghi per la futura costruzione
a beneficio della popolazione ebraica"; dell'attuazione di
tali piani si ha regolarmente notizia.
La linea di condotta è stata ideata dal sindaco Teddy Kollek,
oggetto di grande ammirazione ad occidente come personaggio di spicco
per le sue doti democratiche e umanitarie. Il loro proposito, commenta
Amir Cheshin, consigliere di Kollek sulle questioni arabe, era di
"porre ostacoli nel processo di pianificazione nel settore
arabo". "Non voglio dare [agli arabi] un senso di uguaglianza"
ha spiegato Kollek, anche se sarebbe utile farlo "qui e li,
dove non ci costa molto"; altrimenti "soffriremo".
La commissione pianificatrice di Kollek ha anche consigliato di
favorire lo sviluppo per gli arabi laddove abbia "un "effetto
vetrina"", che "verrà visto da un gran numero
di persone (residenti, turisti, ecc.)". Kollek ha spiegato
ai mezzi di informazione israeliani nel 1990 che per gli arabi egli
"non aveva coltivato nulla né costruito nulla",
se non un sistema fognario che - egli si affrettò a rassicurare
i suoi ascoltatori - non era mirato "al loro benessere, al
loro agio>>, dove per "loro" si intendevano gli
arabi di Gerusalemme. Piuttosto, "si erano verificati alcuni
casi di colera [nei settori arabi], e gli ebrei avevano il timore
di venire contagiati, perciò installammo le fogne e un sistema
idrico per prevenire il colera". Sotto il successore di Kollek,
il sindaco del Likud Ehud Olmert, il trattamento riservato agli
arabi si è fatto considerevolmente più duro, stando
alla stampa locale.
Oltre a Gerusalemme est, alle colonie ebraiche, agli impianti militari
e alla rete autostradale di circonvallazione, Israele continuerà
a controllare le risorse idriche della sponda occidentale e "le
terre pubbliche disabitate della sponda occidentale che ammontano
a circa la metà del territorio della sponda occidentale",
riporta Aluf Ben; il totale dei terreni pubblici ammonta a circa
il 70 per cento dell'intero territorio della sponda occidentale,
secondo quanto riporta la stampa israeliana. I terreni pubblici
sono riservati all'uso da parte di ebrei; gli arabi della sponda
occidentale sono confinati nei cantoni separati che sono stati loro
assegnati. Queste restrizioni valgono anche per il 92 per cento
dei terreni all'interno di Israele, attuate in vari modi per precludere
ai cittadini israeliani arabi non solo quasi tutta la terra della
loro nazione, ma anche i fondi per lo sviluppo. I contributi da
parte degli americani destinati a realizzare tali obiettivi sono
deducibili dalle tasse come donazioni in beneficenza, e perciò
i costi vengono divisi tra i contribuenti in generale; è
facile prevedere che programmi del governo per precludere agli ebrei
il 92 per cento di New York e i normali servizi cittadini potrebbero
ricevere un'accoglienza un po' differente. Come al solito, i fatti
sono nelle mani di chi paga i conti.
Israele ha sempre preferito trattare con la Giordania - lo "Stato
palestinese" del piano Shamir-Peres-Baker - piuttosto che con
i palestinesi; i due Stati hanno sempre avuto un comune interesse
nel sopprimere il nazionalismo palestinese, e hanno cooperato a
questo fine durante la guerra del 1948. In particolare, i piani
statunitensi e israeliani favoriscono accordi per Gerusalemme e
la valle del Giordano con la Giordania piuttosto che con l'amministrazione
palestinese. In vista di tali obiettivi, una piccola parte del territorio
della valle del Giordano è stata restituita alla Giordania
con grande fanfara. Dobbiamo consultare la stampa israeliana per
scoprire che il Fondo nazionale ebraico (Fne) aveva impiegato mezzi
pesanti e qualche settimana di lavoro per "radere" il
fertile manto superficiale della terra e trasferirlo nelle colonie
ebraiche.
L'esproprio della proprietà araba per gli insediamenti ebraici
"pone problemi in relazione al processo di pace", ha comunicato
al Consiglio di sicurezza Madeleine Albright, ambasciatore di Clinton
presso le Nazioni Unite; ma "non crediamo che il Consiglio
di sicurezza sia la sede appropriata dove discutere di questa azione"
- che è stata completamente finanziata dal contribuente americano
(compresa la costituzione del Fne, ufficialmente a scopi benefici),
e non è stata discussa in nessun'altra sede. "Nel linguaggio
di Washington, questo vuol dire che gli Stati Uniti porranno il
veto a qualsiasi risoluzione su Gerusalemme che sia "ostile"
a Israele", osserva il corrispondente Graham Usher. Si tratta
della prassi tradizionale; come la Corte mondiale e altre istituzioni
internazionali, le Nazioni Unite fanno quello che vogliono gli Stati
Uniti o vengono sciolte; e l'espansione israeliana a spese dei palestinesi
è una tradizionale politica statunitense che sta raggiungendo
nuovi apici sotto Clinton.
TOP
Terrore e punizione
La Dichiarazione dei principi inizialmente suscitò grandi
speranze, perfino euforia, tra i palestinesi. Questo è comprensibile
dopo anni di sofferenza e di lotta culminati nell'Intifada, che
venne repressa con straordinaria crudeltà. Ma non è
mai una buona idea farsi sedurre dalla retorica dell'esaltazione
e dalla speranza disperata invece di attenersi ai fatti concernenti
il potere e, nel caso specifico, al testo letterale dei documenti
formulato dai vincitori. Com'era inevitabile, la dura realtà
ha progressivamente spazzato via gli entusiasmi iniziali. Una conseguenza
è stata l'insorgere del terrorismo, che ha modificato il
tradizionale schema nel quale le vittime erano in maggioranza arabe.
I fatti sono difficili da stabilire, dal momento che l'uccisione
dei palestinesi, o altre atrocità e violenze nei loro confronti,
ricevono poca attenzione, e, di certo, non ricevono l'imponente
copertura e l'appassionata denuncia della "folle strage"
(New York Times) che si hanno quando le vittime sono ebrei israeliani.
Scegliendo praticamente a caso, i redattori del Times e di altre
riviste, non hanno espresso alcuna "ripugnanza e sdegno",
né hanno visto alcun bisogno di riportare almeno i fatti,
quando le squadre della morte fondate nel 1989 sono tornate a colpire,
uccidendo solo nella prima settimana del 1995 sette persone, quattro
nel villaggio di Beit Liqya; un'altra venne salvata dal coraggioso
intervento dell'attivista per i diritti umani palestinese Hanan
Ahrawi, ex membro del gruppo di negoziato dell'Olp. Una rara notizia
nella stampa statunitense riporta che negli anni successivi alla
firma degli accordi "sono morti 187 palestinesi principalmente
per mano di una Forza di difesa israeliana (Fdi) sempre più
tesa, gravata dal peso della responsabilità di proteggere
i coloni ebrei", a fronte di 93 israeliani; a maggio del 1995
il numero era salito a 124 israeliani e 204 palestinesi, "un
numero di vittime inferiore agli anni precedenti". Il gruppo
fondamentalista islamico Hamas, considerato il principale agente
del terrorismo antiebraico, ha proposto negoziati per allontanare
i civili dal centro della guerra e delle violenza", riporta
la stampa israeliana, ma il primo ministro Rabin ha respinto l'offerta
sulla base del fatto che "Hamas è il nemico della pace
e il solo modo di trattare con loro è una guerra di sterminio".
Anche le atrocità israeliane in Libano passano regolarmente
sotto silenzio negli Stati Uniti. Più di 100 libanesi sono
stati uccisi dall'esercito israeliano o dai suoi mercenari dell'esercito
del Libano del sud nella prima metà del 1995, riporta l'Economist
di Londra, a fronte dei sei soldati israeliani caduti in Libano.
Le forze israeliane usano armi terribili, compresi granate antipersona
che si frantumano in schegge di metallo (talvolta granate a azione
ritardata in modo da portare al massimo livello il terrore), che
hanno ucciso due bambini nel luglio del 1995, altri quattro nella
stessa città alcuni mesi prima e altri sette a Nabatiye,
dove "nessun giornalista straniero si è casualmente
trovato" a descrivere le atrocità, come ha riferito
Robert Fisk. Di solito si hanno delle menzioni occasionali nel contesto
di articoli che denunciano le azioni terroristiche di rappresaglia
degli Hezbollah nei confronti degli israeliani. A prescindere dall'identità
delle vittime, la reazione delle autorità militari è
invariabilmente la stessa: punire i palestinesi. L'esempio più
drammatico si è avuto a Hebron dopo il massacro di 29 palestinesi
nella moschea di Ibrahim nel febbraio del 1994 da parte del colono
di Hebron Baruch Goldstein, un immigrato americano, al pari della
gran parte della frangia estrema, di temperamento neonazista, come
i commentatori israeliani regolarmente osservano. Dopo il massacro,
"l'occupazione israeliana raddoppiò l'oppressione"
dei palestinesi, ha riportato un anno dopo Ori Nir. Nuove misure
di sicurezza "per proteggere i coloni ebrei dalla vendetta"
divennero permanenti, con le strade principali chiuse e il mercato,
un tempo centro regionale e base dell'economia di Hebron, distrutto.
Il mercato è stato chiuso perché si trova nei pressi
dell'insediamento di 50 famiglie ebraiche in questa città
di 120.000 palestinesi, e "i coloni erano soliti rovesciare
i chioschi in scorribande, finché le autorità militari
israeliane si stufarono di trovarsi in mezzo a tumulti e si limitarono
a chiudere il mercato", riporta il corrispondente Gideon Levy:
"Ora i negozi sono chiusi e l'ingresso nella strada è
consentito solo agli ebrei", compresi quelli che "vanno
al mercato con cani feroci per intimidire i palestinesi", scagliano
pietre contro di loro mentre marciano attraverso le zone palestinesi
"armati e pronti ad entrare in azione" durante le settimanali
scorribande del sabato sera, o chiariscono chi è che comanda
in altri modi, con l'acquiescenza delle forze di sicurezza.
Gli autobus degli arabi sono banditi dalla città, continua
Nit, mentre quelli usati dalla esigua minoranza dei coloni ebrei
si muovono liberamente. Per gli arabi, la "folle realtà"
posta dalla forza militare "subordina le loro vite agli interessi
dei coloni". La vita per loro è divenuta "un incubo"
con la distruzione dell'economia e la costante violenza da parte
dei coloni che tengono incatenati dei cani per sbarrare loro il
passaggio, dipingono sulle loro case stelle di David slogan come
"Fuori gli arabi", "Morte agli arabi", "Lunga
vita a Baruch Goldstein" e perpetrano umiliazioni arbitrarie
o anche di peggio mentre le forze di sicurezza girano lo sguardo
dall'altra parte. Si fanno vedere, aggiunge il corrispondente Ran
Kislev, ma solo quando gli arabi "cercano di difendere la loro
proprietà" a Hebron o nei villaggi circostanti. Con
la normale conseguenza "che numerosi arabi vengono feriti e
ancor di più imprigionati".
La punizione forse più severa è il coprifuoco che
segue regolarmente a ogni tumulto, a prescindere da chi ne sia responsabile.
Dopo il massacro di Goldstein nella moschea (la Grotta dei patriarchi),
il confino degli arabi per lunghi periodi tramite virtuali (spesso
reali) arresti domiciliari divenne una routine, attuata talvolta
in un modo che rivela la sgradevole realtà più efficacemente
delle regolari atrocità. Durante le vacanze della Pasqua
ebraica nel 1995, per esempio, un coprifuoco ininterrotto venne
imposto ai 120.000 palestinesi di Hebron affinché i pochi
coloni e i 35.000 visitatori ebrei giunti a Hebron con pullman noleggiati
potessero fare picnic e spostarsi liberamente per la città,
danzando per le strade, intonando pubbliche preghiere per abbattere
"il governo della sinistra", ponendo la prima pietra di
un nuovo edificio residenziale, e indulgendo in altri piacevoli
occupazioni sotto lo sguardo attento di uno straordinario dispiegamento
di forze militari. "La celebrazione è stata conclusa",
riporta Yacov Ben Efrat, "da coloni che hanno imperversato
per la città vecchia, distruggendo proprietà e infrangendo
finestrini delle macchine [...] in una città magicamente
ripulita [...] dai palestinesi", cogliendo l'occasione "per
insultare i palestinesi imprigionati nelle loro case e per lanciare
loro dei sassi se osavano sbirciare dalla finestra gli ebrei che
festeggiavano nella loro città" (Israel Shahak). "Bambini,
genitori e anziani vengono di fatto imprigionati per giorni nelle
loro case, che nella maggior parte dei casi sono gravemente sovraffollate",
riporta Levy, e non possono far altro che accendere i propri apparecchi
televisivi per "osservare una colona che annuncia gioiosamente,
"c'è un coprifuoco, grazie a Dio "", e ascoltare
le "allegre danze dei coloni", le "processioni festive",
alcune alla "Grotta dei patriarchi aperta solo agli ebrei".
Nel frattempo "il commercio, le professioni, gli studi, la
famiglia, l'amore - tutto si interrompe bruscamente", e il
"sistema medico è rimasto paralizzato" di modo
che "molte persone malate a Hebron non hanno potuto raggiungere
gli ospedali durante il coprifuoco e donne che stavano partorendo
non sono riuscite a giungere in tempo alle cliniche".
I coprifuoco protratti nel tempo impongono grandi sofferenze, talvolta
letteralmente la fame, a una popolazione che per sopravvivere è
stata costretta a dipendere da un lavoro servile in terra d Israele,
svolto in condizioni terribili che sono state condannate per anni
dalla stampa israeliana con pittoresche descrizioni. Il solo studio
accademico comparativo giunge alla conclusione che "la situazione
di arabi non cittadini in Israele è peggiore rispetto a quella
di non lavoratori stranieri in altri paesi", dei lavoratori
emigrati negli Stati Uniti, dei "lavoratori ospiti" in
Europa, ecc. Ma questi erano i bei vecchi tempi. Ora i palestinesi
sono progressivamente sostituiti da lavoratori provenienti da Thailandia,
Filippine, Romania e altre nazioni dove le persone versano nella
miseria. Il ministero del lavoro ha riportato oltre 70.000 lavoratori
stranieri registrati dal marzo del 1995, mentre solo 18.000 permessi
di ingresso sono stati garantiti a palestinesi dei territori, in
confronto ai 70.000 di un anno prima. Alcuni giornalisti riferiscono
che, accanto a decine di migliaia di emigranti illegali, essi subiscono
"orari di lavoro inumani e detrazioni della paga con vari pretesti",
con "uomini venduti come schiavi da un padrone all'altro"
e "donne che subiscono gravi molestie sessuali e hanno paura
di fiatare", sapendo che la minima protesta può condurre
all'espulsione.
Queste "persone silenziose e lavoratrici in molti casi vivono
in condizioni subumane", scrive il redattore di Ha aretz, "e
sono spesso soggette all'oppressione da parte dei loro datori di
lavoro". Vengono tenuti isolati e senza diritti, vita familiare
o sicurezza. La loro condizione "sarebbe la più stretta
approssimazione alla schiavitù" se alla base non vi
fosse un "contratto consensuale" reso possibile dalle
condizioni create dal "capitalismo reale" in buona parte
del mondo. La soluzione "Thai" preannunzia ulteriori disastri
per i palestinesi, egli ammonisce, con pericolose conseguenze anche
per Israele.
I coprifuoco e le chiusure "hanno devastato l'economia palestinese
distruggendo 100.000 famiglie nella sola Gaza", riporta Nadav
Ha'etzni. Il "trauma" può essere accostato solo
all'espropriazione e espulsione in massa dei palestinesi nel 1948.
Dato che la manodopera importata in stato di semi schiavitù
preclude alla forza lavoro palestinese l'unico impiego che le era
stato concesso, "gli accordi di Oslo hanno creato un Medio
Oriente veramente nuovo", egli scrive.
TOP
Programmi e piani di sviluppo
Sotto l'occupazione israeliana, lo sviluppo sensato nei territori
è stato bandito. Un'ordinanza ufficiale del ministero della
difesa di Israele ha dichiarato che "non verrà concesso
alcun permesso per espandere l'agricoltura e l'industria che possa
generare competizione con lo Stato di Israele". Lo strumento
è familiare alla prassi americana e dell'imperialismo occidentale
in genere, che comunemente contemplava regioni di servizio "complementari"
ma non lo "sviluppo competitivo" - ragion per cui l'America
latina è un'area così disastrata al pari dell'India,
dell'Egitto e di altre regioni sotto il controllo occidentale.
Nonostante la barriera posta da Israele allo sviluppo nei territori
fosse nota, la sua entità apparve sorprendente persino agli
occhi del più informato degli osservatori quando fu possibile
visitare la Giordania dopo gli accordi di pace.
Il confronto è particolarmente opportuno, osserva Danny Rubinstein,
dal momento che la popolazione palestinese è più o
meno numericamente equivalente sui due lati del Giordano, e la sponda
occidentale era in una certa misura più sviluppata prima
della conquista israeliana nel 1967. Dopo essersi occupato con bravura
per anni dei territori occupati, Rubinstein era ben consapevole
che l'amministrazione israeliana "aveva deliberatamente peggiorato
1e condizioni in cui i palestinesi dei territori dovevano vivere".
Nondimeno egli rimase scioccato e rattristato nello scoprire la
sbalorditiva verità.
"Nonostante la Giordania abbia un economia instabile e appartenga
al terzo mondo", egli trovò che "il suo tasso di
sviluppo è molto superiore a quello della sponda occidentale
per non parlare di Gaza", amministrate da una società
ricchissima che si avvale di aiuti stranieri senza pari. Mentre
Israele ha costruito strade solo per i coloni ebrei, "in Giordania
la gente guida su nuove autostrade a multiple corsie, ben attrezzate
con ponti e intersezioni". L'elettricità e disponibile
ovunque, a differenza della sponda occidentale, dove la grande maggioranza
dei villaggi arabi dispone solo di generatori locali che funzionano
irregolarmente. "Lo stesso vale per il sistema idrico. Nell'arida
Giordania, vari grandi progetti idrici [...] hanno mutato la sponda
orientale della valle del Giordano in una densa e florida area agricola",
mentre sulla sponda occidentale le risorse idriche sono state destinate
all'uso dei coloni e di Israele stessa - circa i 5/6 dell'acqua
della sponda occidentale, secondo gli specialisti israeliani. Molti
villaggi non hanno affatto acqua corrente e anche città come
Hebron e Ramallah mancano di acqua corrente per molte ore al giorno
d'estate.
Le fabbriche, il commercio, gli alberghi e le università
si sono sviluppate nell'impoverita Giordania, fino a raggiungere
livelli discreti. Praticamente nulla di simile è stato permesso
sulla sponda occidentale, a parte la costruzione di "due piccoli
alberghi a Betlemme". "Tutte le università nei
territori sono state costruite solamente grazie a fondi privati
e donazioni da parte di Stati stranieri senza ricevere un centesimo
da Israele", a parte l'Universita islamica di Hebron, originariamente
finanziata da Israele nell'ambito del piano volto a incoraggiare
il fondamentalismo islamico affinché minasse alle fondamenta
l'Olp, e che ora è un centro di Hamas. I servizi nella sponda
occidentale sono "estremamente arretrati" in confronto
alla Giordania. "Due grandi edifici a Gerusalemme est che i
giordani stavano costruendo nel 1967 e che erano destinati a divenire
ospedali e cliniche per i residenti della sponda occidentale sono
stati mutati in edifici di polizia dal governo israeliano",
che ha rifiutato anche permessi per costruire fabbriche a Nablus
e Hebron sotto la pressione dell'industria manifatturiera israeliana
che voleva un mercato controllato, privo di competizione. "Il
risultato è che l'arretrato e povero regno di Giordania ha
fatto molto più per i palestinesi che vivono nel suo territorio
di Israele", mostrando "in modo ancora più lampante
quanto male siano stati trattati dall'occupazione israeliana".
Così nella striscia di Gaza, "nulla simboleggia meglio
l'ineguaglianza nel consumo di acqua, degli umidi prati verdi, delle
aiuole irrigate, dei giardini fiorenti e delle piscine delle colonie
ebraiche nella sponda occidentale", osservano due corrispondenti
del Financial Times, mentre i vicini villaggi palestinesi si vedono
negare il diritto di scavare pozzi e hanno acqua corrente - solo
un giorno per diverse settimane - inquinata dagli scarichi fognari,
cosicché gli uomini devono salire in macchina per recarsi
in città a riempire taniche d'acqua o appaltare a privati
il servizio a un costo quindici volte maggiore. Israele reclama
il diritto all'acqua della sponda occidentale - che fornisce qualcosa
come il 30 per cento de11e risorse idriche israeliane e metà
dell'acqua impiegata per l'agricoltura - per "consuetudine
storica" a partire dall'occupazione del 1967. E' difficile
immaginare che ceda questa preziosa risorsa a qualsiasi autorità
palestinese, un fatto che da solo rende i discorsi sull'autonomia
praticamente insensati.
L'imponente letteratura apologetica racconta una storia differente,
lodando la "benigna" occupazione che ha portato simili
benefici agli ingrati palestinesi "facendo fiorire il deserto".
Pone anche molta enfasi sul grande aumento delle opportunità
di istruzione offerte alla popolazioni palestinese sotto il governo
israeliano - trascurando, tuttavia, ciò che diceva Rubinstein,
e anche qualche altra cosa. In discussioni interne, i funzionari
del governo hanno raccomandato di concedere tali opportunità
scolastiche nel contesto del piano globale volto a "trasferire"
i palestinesi altrove, nella misura del possibile. La speranza e
che "molti laureati possano emigrare dalla regione" dal
momento che non vi sarà alcuna opportunità per loro
sotto il governo israeliano (Michael Shashar, portavoce del governo
militare nei primi anni dell'occupazione). Per i palestinesi che
rimangono, non deve esservi altra scelta se non quella di una esistenza
marginale in villaggi isolati o di un lavoro servile in atroci condizioni
in Israele.
I lineamenti di fondo del "processo di pace" sono stati
descritti in modo realistico dalla professoressa dell'università
di Tel Aviv Tanya Reinhardt, la quale ha fatto rilevare come sia
un errore accostare gli accordi che vengono attualmente imposti
alla fine dell'apartheid in Sudafrica; piuttosto, dovrebbero venire
comparati con l'istituzione di quel mostruoso sistema, con le sue
misure di "autonomia" per "nuovi stati indipendenti",
così come venivano viste dai razzisti sudafricani e dai loro
leali amici. Gli Stati Uniti versano denaro a palate che in effetti
viene destinato alla confisca di terre, all'edificazione e allo
sviluppo nei territori occupati, a finanziare forze di sicurezza,
e così via. Il risultato di tutto ciò sarà
che i palestinesi finiranno per essere un popolo sottomesso, privo
di diritti, o giungeranno ad un punto tale di disperazione da cercare
di andarsene. La Giordania può essere vista come un potenziale
terreno di dumping, che resisterà, ma forse in modo inefficace
dato che viene assorbita sempre più completamente come una
regione dipendente all'interno dell'economia israeliana di gran
lunga più ricca e potente.
E' prevedibile che Israele e la corrente dell'Olp che fa a capo
ad Arafat saranno uniti nella ferma opposizione alla democrazia
nelle aree ad amministrazione palestinese. Si possono solo ammirare
Rabin e Peres per la franchezza con la quale annunciano che "se
Hamas vince le elezioni per il parlamento dell'Autonomia - l'accordo
decade". Arafat naturalmente plaudirà, nello stesso
modo in cui ha invalidato le elezioni del novembre del 1994 al Consiglio
di Fatah nella regione di Ramallah, e ha fatto in modo che non venissero
più indette, dopo la sconfitta dei suoi sostenitori. E anche
difficile immaginare che Israele ponga fine la sua occupazione illegale
del Libano meridionale (nonostante l'invito del Consiglio di sicurezza
del marzo 1978 al ritiro immediato e incondizionato) o alle operazioni
terroristiche che conduce a volontà in quella e altre regioni
del Libano; tra queste si intendono non solo le atrocità
delle quali viene occasionalmente data notizia, ma anche i casi
minori non riportati negli Stati Uniti: per esempio, il divieto
che Israele ha imposto sulla pesca a sud di Tyre per quasi 20 anni;
o il rapimento di un libanese del sud annunciato dall'esercito nel
luglio del 1994, portato in Israele col sospetto di aver partecipato
ad operazioni contro gli occupatori israeliani e il loro esercito
assassino - operazioni che sono di legittima difesa, non di terrorisrno,
in accordo con la principale risoluzione delle Nazioni Unite sul
terrorismo, che nel dicembre 1986 ottenne 153 voti a favore e 2
contrari con Honduras unico astenuto; ma in effetti venne respinta,
poiché gli Stati Uniti votarono contro (assieme ad Israele);
e perciò non è stata riportata ed è bandita
dalla storia.
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"Rifiuti umani e scarto della società"
La Dichiarazione dei principi e le sue conseguenze hano rappresentato
un significativo passo avanti in direzione degli obiettivi degli
espansionisti e dei negazionisti di Stati Uniti e Israele. Se fosse
realmente possibile spazzare la questione palestinese sotto il tappeto,
forse le relazioni tra le piincipali nazioni potrebbero divenire
pubbliche e rafforzarsi, con Israele che diverrebbe un centro tecnologico,
industriale e finanziario mantenendo il suo predominio militare
con l'appoggio della potenza statunitense, e continuerebbe a sopravvivere
su un sussidio degli Stati Uniti senza pari negli affari mondiali.
Ufficialmente l'attuale appannaggio di 3 miliardi di dollari all'anno
ammonta al 25 per cento del totale degli aiuti elargiti all'estero
dagli Stati Uniti. L'analista del Medio Oriente Donald Neff stima
che la somma reale ammonti a più del doppio, qualora si prendano
in considerazione vari altri strumenti finanziari (garanzie di prestito,
concessioni, pagamenti dilazionati, ecc.; i contributi deducibili
dalle tasse, anch'essi unici, sono un'altra forma di sussidio pubblico).
Gli aiuti a Israele non sono inoltre soggetti a condizioni o supervisione,
a differenza di altri programmi, come gli oltre 2 miliardi di dollari
versati regolarmente all'Egitto per mantenersi in linea con gli
interessi statunitensi e israeliani.
D'altro canto, ai palestinesi vanno 100 milioni di dollari statunitensi,
tutti attraverso il canale dell'Autorità nazionale palestinese
(Anp) di Arafat, per lo più per finanziare le forze di sicurezza.
L'amministrazione Clinton ha tagliato di 17 milioni di dollari il
contributo statunitense all Unrwa, il più grande singolo
datore di lavoro nella striscia di Gaza e responsabile del 40 per
cento dei servizi sanitari e scolastici della regione. Può
darsi che Washington abbia in programma di cancellare l'Unrwa, che
"Israele ha storicamente combattuto", osserva il corrispondente
Graham Usher, lasciando i palestinesi come un "problema"
da affidare ad Israele e all'Anp, considerata un virtuale agente
del governo israeliano. Rompendo con la precedente tradizione politica,
l'amministrazione Clinton ha votato contro tutte le risoluzioni
dell'Assemblea generale concernenti rifugiati palestinesi nel 1993
e nel 1994, sulla base del fatto che tali questioni "pregiudicano
l'esito del processo di pace in corso e andrebbero risolte tramite
negoziati diretti", ora saldamente nelle mani degli Stati Uniti
e dei suoi alleati. Un passo verso lo smantellamento dell'Unrwa,
e il programmato spostamento del suo quartier generale a Gaza. Questo
do vrebbe porre veramente termine al sostegno internazionale per
il milione e ottocentomila rifugiati palestinesi in Giordania, Libano
e Siria. Il passo successivo consisterà nel togliere i fondi
all'Unrwa per metterli nelle mani dell'Anp, riportano fonti delle
Nazioni Unite.
I fondi che vanno a Israele e all'Egitto, e i pochi spiccioli destinati
ai palestinesi, sono la componente degli aiuti statunitensi maggiormente
avversata dall'opinione pubblica. Ma la politica diverge nettamente
dall'opinione su un'ampia gamma di questioni, non solo questa.
Si potrebbe osservare che le elargizioni statunitensi a Israele
non sono solo straordinari nelle proporzioni, ma anche illeciti.
Lo Human Rights Watch (Hrw) ha recentemente affrontato la questione,
mettendo in rilievo ancora una Volta che la legge statunitense espressamente
proibisce aiuti militari o economici a qualsiasi governo che pratichi
la tortura sistematica. E come si evince nuovamente dal suo ampio
rapporto, Israele "pratica un sistematico schema di maltrattamento
e tortura", secondo standard internazionalmente accettati,
e in proporzioni alquanto notevoli. Lo Hrw stima che "il numero
di palestinesi torturati o gravemente maltrattati durante gli interrogatori
al tempo dell'Intifada [dal dicembre del 1987] ammonta a decine
di migliaia", su una popolazione maschile di adulti e adolescenti
di meno di 3/4 di un milione, di cui solo una parte alla fine e
stata posta in stato di accusa (e giudicata colpevole, di solito
su "confessione"). Israele è evidentemente la sola
democrazia industriale in cui la tortura e legalmente autorizzata,
su raccomandazione dell'ufficiale Commissione Landau, la quale è
giunta alla conclusione che i servizi di sicurezza hanno impiegato
la tortura per sedici anni ma che solo certe misure di coercizione
dovrebbero d'ora in poi venire consentite (indicate esplicitamente
in una sezione segreta); le pratiche che sono state osservate e
sono autorizzate vengono considerate torture dagli osservatori dei
diritti umani. Lo Human Rights Watch fornisce dettagli, come l'organizzazione
israeliana per i diritti umani B'Tselem, e altre indagini compiute
negli ultimi 20 anni.
E', comunque, ingiusto prendersela solo con Israele, dal momento
che la maggior parte degli aiuti statunitensi sono -illeciti per
lo stesso motivo; per esempio, la metà degli aiuti militari
statunitensi al Sudamerica sono destinati alla Colombia, che non
solo pratica la tortura ma compie anche massacri su scala imponente,
ponendosi al comando dell'emisfero negli abusi dei diritti umani.
Gli estremi presupposti negazionisti dei governanti si rivelano
ad ogni momento. Ne è esempio la reazione all'iniziativa
di Arafat di invocare una "Jihad" per Gerusalemme; la
quale suscitò una sorta di isteria negli Stati Uniti, poiché
provava che non ci si pote |