Il declino e la caduta della sinistra israeliana.
03 ottobre2002

Ilan Pappe*

Chiunque abbia visitato le universit israeliane a met degli anni '90 ha
certamente sentito un soffio fresco di apertura e pluralismo spirare per i
corridoi di un establishment fino ad allora stagnante, tristemente fedele
all'ideologia sionista in ogni campo della ricerca che interferisse in
qualche modo con la realt israeliana, passata e presente. La nuova
atmosfera permise agli studiosi di rivisitare la storia del 1948, e di
accettare alcune delle tesi palestinesi su quella guerra. Ci produsse
studi locali che sfidarono drammaticamente il quadro storiografico del
primo Israele. Nell'impostazione delle nuove ricerche, l'Israele
precedente al 1967 non era pi un piccolo stato costretto a difendersi e
l'unico stato democratico del Medio Oriente ma era ora descritto come una
struttura di potere che opprimeva la sua minoranza palestinese,
discriminava i propri cittadini ebrei arabi e portava avanti una politica
aggressiva nei confronti degli stati della regione. La critica accademica
and oltre le torri d'avorio ed ebbe un impatto su altri canali culturali
come il teatro, il cinema, la letteratura, la poesia e persino documentari
televisivi e libri di testo nel sistema scolastico ufficiale.

Oggi ci vorrebbe un visitatore davvero fantasioso e determinato per
trovare una qualche traccia di questa apertura e di questo pluralismo -
ecco una delle maggiori conseguenze, o dovremmo dire vittime, dell'ultima
Intifada in Israele. Questo fa parte del declino, al primo scoppio
dell'Intifada, di quella che una volta era chiamata la "sinistra
israeliana". La "sinistra" era quella parte dell'opinione pubblica ebraica
che, con vari gradi di convinzione e onest, aveva posizioni di pace nei
confronti della questione palestinese. Dal 1967 i suoi membri hanno
dichiarato la propria volont di ritirarsi dai territori occupati; hanno
accettato uno stato palestinese con Gerusalemme Est capitale, accanto ad
Israele, e hanno parlato della necessit di garantire pieni diritti civili
alla minoranza palestinese dentro Israele.

Un'ampia parte di questo gruppo, alla vigilia della presente Intifada, ha
confessato pubblicamente e privatamente che grande errore fosse stato
fidarsi dei Palestinesi e ha votato senza esitazione per Sharon nelle
elezioni di febbraio (2001, N.d.T.), o votando direttamente per lui oppure
bloccando la strada ad un terzo candidato al posto di Barak, che aveva
promesso di far parte di un governo di unit nazionale con Sharon dopo le
elezioni. I "guru" e i leader di questo gruppo hanno espresso la loro
delusione nei confronti dei cittadini palestinesi di Israele - con i
quali, hanno affermato, avevano stretto un'"alleanza storica". Il
boicottaggio da parte dei Palestinesi di Israele delle elezioni del
febbraio 2001 stato l'ultimo atto che ha rotto il sostegno a quello
"storico patto".

La disidratazione della scena culturale, intellettuale e accademica
israeliana e la scomparsa di una voce politica e morale che accetti per lo
meno il diritto dei Palestinesi all'indipendenza e all'uguaglianza, se non
il diritto al ritorno, sono stati processi paralleli che si sono prodotti
con una velocit impressionante. Ci si sarebbe aspettato, specialmente nei
circoli pi colti e intellettuali della societ, lunghi processi di
riflessione e deduzione. Ma sembra che ci che ha avuto luogo sia stata
invece una sbandata furiosa, accompagnata da sonori sospiri di sollievo,
per liberarsi di quei pochi sottili strati di democrazia, moralit e
pluralismo che avevano coperto l'ideologia e la prassi sioniste duranti
gli anni. La rapida disintegrazione degli istituti che chiedevano
politiche di pace e compromessi, l'affrettata rimozione di una
terminologia pacifica e morale dal lessico pubblico e la scomparsa di ogni
visione alternativa al consenso di stretta osservanza sionista sulla
questione palestinese, tutto ci testimonia la superficialit delle
posizioni e degli schieramenti pacifisti prima dell'Intifada.

Gli analisti israeliani attribuiscono il fenomeno a cui stiamo assistendo
ad un trauma genuino. Lo shock stato causato da tre fattori. L'insistenza
di Arafat sul diritto al ritorno, il rifiuto da parte dell'Autorit
Palestinese delle generose offerte di Barak a Camp David, e la rivolta
violenta. Ma queste sono false spiegazioni, come molti di coloro che le
adducono sarebbero i primi a riconoscere. Arafat non ha mai rinunciato al
diritto al ritorno - non avrebbe potuto neanche se avesse voluto. Ne ha
parlato apertamente e costantemente da Oslo in poi. Per quanto riguarda la
favola delle generose offerte fatte a Camp David, sembra, come Shlomo Ben
Ami e Yossi Beilin hanno ammesso recentemente, che queste offerte siano
state fatte solo a Taba - ed erano una ridicola presa in giro, perch tutte
le parti in causa sapevano gi che Barak non aveva nessun potere di
metterle in pratica.
Inoltre molti Israeliani "di sinistra" leggevano i servizi americani da
Camp David, tradotti in ebraico su Haaretz, e sapevano che a Camp David
Arafat era stato posto di fronte ad un imperioso ultimatum che non poteva
in nessun modo accettare. Davvero li ha delusi non resistendo alla rabbia
popolare nei territori occupati di fronte al cul de sac in cui entrambe le
parti erano state spinte e che per i Palestinesi significava la
perpetuazione dell'occupazione?

I grandi profeti di questo schieramento, A. B. Yehoshua e Amos Oz, avevano
avvertito molto prima della rivolta che se non si raggiungeva la pace a
Camp David la guerra avrebbe avuto il sopravvento. Non c'era nessun
elemento di sorpresa; i riferimenti alla delusione nascono dal fatto che
le persone di sinistra si sono spostate allegramente al centro e a destra,
dove sono state accolte come i figlioli perduti che tornavano a casa dopo
un lungo esilio, prima ancora di dare tempo a se stessi per esaminarne gli
sviluppi.

Sembra ora che coloro che - come l'autore di questo articolo - avevano
ammonito che gli accordi di Oslo non erano altro che uno strumento
politico e militare che aveva lo scopo di sostituire l'occupazione
israeliana con un'altra forma di controllo, avevano ragione. Oslo non ha
provocato nessun cambiamento significativo nelle interpretazioni di fondo
degli Israeliani (di sinistra e di destra) sul passato, il presente e il
futuro in Palestina. La maggior parte della Palestina, nell'opinione sia
della sinistra che della destra, era Israele, e non c'era nessun diritto
al ritorno - semplicemente perch l'unica speranza di sopravvivenza per gli
Ebrei era dentro uno stato sionista, sulla maggior parte possibile di
terra palestinese, con il minor numero possibile di Palestinesi. Le
discussioni riguardavano la tattica, non gli obbiettivi. . La tattica
"moderata" fu presentata ai Palestinesi a Oslo come una proposta da
"prendere o lasciare", in cambio della quale i Palestinesi dovevano porre
fine ad ogni tentativo per ottenere qualcosa di pi di ci che veniva loro
offerto. Ma non ha funzionato, sebbene per un breve periodo abbai dato
l'impressione di riuscire allo scopo, a causa del profondo coinvolgimento
del presidente Clinton, dell'atteggiamento dei leader palestinesi che
suggerivano che fosse in atto effettivamente un processo di pace, e della
sonnolenza del mondo arabo. Israele ha raccolto i dividendi e non ha
pagato niente in cambio.

Il "campo pacifista" in Israele aveva dei nemici: a destra, specialmente
tra i coloni, quanti ritenevano superfluo anche questo tentativo. Nel nome
di dio e della nazione preferivano usare la forza bruta per imporre la
realt sionista su tutta la Palestina. A causa di questi oppositori e della
loro violenza lo schieramento di Oslo ebbe un martire (Yitzhak Rabin); e
avendo avuto vittime si convinsero che stavano combattendo per la pace. Ma
in realt ci per cui stavano lottando era la creazione di Bantustan, di un
protettorato sulla maggior parte della Cisgiordania e della Striscia di
Gaza. In cambio cercavano di sollecitare dai Palestinesi una dichiarazione
di "fine del conflitto". Questo non implicava una nuova valutazione del
ruolo e delle responsabilit di Israele nella pulizia etnica portata avanti
nel 1948, una revisione delle sue politiche brutali nei territori
occupati, o una ridiscussione del rifiuto di permettere ai Palestinesi la
costruzione di uno stato pienamente sovrano su almeno il 22% della
Palestina (la Cisgiordania e la Striscia di Gaza nella loro interezza).

Ci ha anche portato all'illusione che la sinistra israeliana fosse
riuscita a "sionizzare" la minoranza palestinese in Israele come parte di
tutta l'operazione. Ci volle del tempo perch la minoranza palestinese e i
suoi leader capissero che la mappa della pace finale includeva la
perpetuazione, se non l'accentuazione, delle politiche e pratiche di
discriminazione contro le minoranze nello Stato Ebraico. Come a Camp David
fu ingiunto ai Palestinesi di accettare la "madre di tutti gli accordi"
(intendendo che non avrebbero dovuto avanzare nessuna ulteriore
rivendicazione in futuro), cos i cittadini palestinesi di Israele furono
chiamati a rinunciare ad ogni aspirazione a trasformare Israele in uno
stato di tutti i suoi cittadini e ad ogni speranza di de-sionizzazione.

Quando scoppi l'Intifada nei territori occupati e nella comunit
palestinese dentro Israele, i ristrettissimi confini del genuino
schieramento pacifista ebraico erano sguarniti. Era sempre stato uno
schieramento esiguo, ma con l'aiuto dei mezzi di comunicazione
internazionali, del discorso di pace americano e del fanatismo della
destra israeliana era sembrato grande abbastanza da giustificare le
speranze per una soluzione giusta e non unilaterale per il Medio Oriente
nel suo insieme.

Era un bubbone che scoppiava. Ora venuto il momento di valutare, in un
modo pi sobrio e realistico, quanto lo schieramento genuinamente pacifista
espresso dalla societ ebraica possa raccogliere consensi e avere un
impatto sulla questione palestinese. Questo schieramento dovrebbe
permettere ai pochi ancora impegnati di esprimersi pi apertamente in
appoggio alla lotta palestinese per l'indipendenza - anche se adesso tale
supporto pubblico imparentato al tradimento agli occhi della maggior
parte degli Israeliani. Dovrebbe affrontare apertamente la necessit di
de-sionizzare Israele come unico mezzo per raggiungere la pace e la
riconciliazione con il popolo palestinese. Dovrebbe non solo sostenere il
diritto dei Palestinesi al ritorno, ma offrire anche modi pratici per
renderlo effettivo. Dovrebbe rinunciare alle polemiche e ai litigi che
caratterizzano i movimenti di sinistra e capire che l'obbiettivo
principale impedire l'attacco israeliano violento contro i Palestinesi
dei territori occupati e di Israele. E infine dovrebbe produrre e rendere
pubbliche nuove idee coraggiose su come costruire una struttura politica
nel futuro che abbandoni l'idea di due stati e la dichiari inappropriata,
data la distribuzione demografica di Palestinesi ed Ebrei tra la Giordania
e il Mediterraneo. Una simile struttura pu prendere la forma di uno stato
democratico binazionale e laico, o di qualcosa che vada in questa
direzione.

Pu sembrare troppo, ma ciascuna delle cose sopra menzionate una priorit e
lo sforzo di convincere il maggior numero possibile di Ebrei a muoversi in
queste direzioni per ragioni sia funzionali che morali pu essere coronato
da successo solo dal di dentro della comunit ebraica. L'urgenza di
impedire la tragedia tale che nel frattempo la sinistra israeliana non
sionista dovrebbe spingere la comunit internazionale ad intervenire e
prevenire il pericolo che minaccia l'esistenza dei Palestinesi nei
territori occupati e dentro Israele. Ma per il momento questo gruppo di
persone, con tutta la sua buona volont, non ha il potere di farlo.


*Ilan Pappe Senior Lecturer in Scienze Politiche allUniversit di Haifa
(Israele).
Nei mesi scorsi il Preside della Facolt di Studi Umanistici dellUniversit
di Haifa ne ha chiesto lespulsione a causa dei risultati delle sue
ricerche storiche.

Fonte: Alternative Information Center (traduzione a cura del Comitato
contro la guerra dellUniversit di Roma "Tor Vergata")


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