REEM SALEH vive nel campo profughi di Jenin. Ha festeggiato il
suo quindicesimo compleanno tre giorni prima che i carri armati
israeliani entrassero nella città di Jenin il 3 Aprile. Per
regalo, il padre Jamal, operaio saldatore, le ha dato una penna
con cui ha scritto un diario in cui ha registrato come lei e il
padre hanno vissuto le due successive settimane.
Alla fine di questa durissima prova, mi ha detto che non voleva
più diventare un'insegnante o un'infermiera, perché
per la disperazione ha deciso che vuole diventare un'amalieh Esteshhadieh,
una kamikaze in una missione suicida. Ha iniziato a parlarmene piangendo,
eppure ha continuato dicendo: "Tutti i miei amici vogliono
la stessa cosa. Se gli Israeliani se ne andassero, forse sognerei
d'essere qualcos'altro."
La famiglia Saleh si è trasferita nel campo di Jenin nel
1948 dopo aver lasciato la propria casa nel territorio ora chiamato
Israele. Il resto della famiglia vive in un campo prigionieri con
case comunicanti. I Saleh sono stati decisamente più fortunati
di altri durante l'invasione di Jenin, avendo avuto in precedenza
la possibilità di fare scorte di cibo ed approvvigionamenti,
oltre a rifornimenti d'acqua ricavata da un pozzo.
Ma quando sono arrivati quei 50 soldati israeliani ed hanno deciso
di utilizzare la loro casa come postazione per uno dei loro cecchini,
tutti i 24 sono stati relegati in una sola stanza. I Saleh non hanno
subito alcun incidente, ma la loro casa è stata danneggiata
in modo irreparabile, la loro auto è stata schiacciata dai
carri e questa istruita famiglia medio-borghese è rimasta
traumatizzata.
Reem e i suoi quattro fratelli minori - di cui il più piccolo
ha solo tre anni - hanno sopportato, notte dopo notte, bombardamenti,
raffiche di mitragliatrice e il rumore degli elicotteri Apache.
Le scuole hanno chiuso il giorno stesso dell'incursione, così
non hanno più visto i loro amici né sanno se sono
vivi o morti.
Reem, adolescente timida, educata e studiosa, registra nel suo diario
non solo i pensieri che le attraversano la mente, ma anche gli aggiornamenti
radio, unico tramite col mondo esterno per la famiglia.
MERCOLEDI' 3 APRILE
Primo giorno: sento il rumore dei carri armati e degli elicotteri.
Le truppe israeliane sono entrate nella città di Jenin. Per
tutto il giorno, il muezzin dalla moschea ha fatto appello alla
resistenza: "A tutti i palestinesi, Hamas, Fatah, Jihad. Resistiamo
all'esercito. Siamo in allerta!" A partire da sabato, sono
entrati anche nel campo, procedendo lentamente: hanno isolato il
campo, circondandolo.
Ci sono così tanti carri armati, soprattutto nell'area di
Jabriat e Saadeh, e i combattimenti tra la resistenza palestinese
e l'esercito israeliano sono continuati per tutto il giorno. Sono
state prese molte case e tante famiglie sono state sparpagliate
e divise. I cecchini sono dovunque, appostati nelle case, e questo
soprattutto nell'area di Jabriat.
La resistenza ha cercato di fermare l'occupazione del campo da parte
dell'Esercito, e sei palestinesi e due soldati israeliani sono rimasti
uccisi. Questo è quello che comunicano le fonti israeliane.
La resistenza ha affermato che gli israeliani prenderanno il campo
solo passando sui nostri cadaveri. La resistenza ha usato per la
prima volta le RPG (granate a propulsione razzo) distruggendo tre
carri armati israeliani. I leader della resistenza hanno annunciato
che "ci sono molte sorprese in serbo per loro".
SABATO 6 APRILE
9:30 a.m.: le truppe israeliane hanno fatto irruzione nella nostra
casa e si sono appropriati di tutte le stanze. Abbiamo sentito le
loro voci da fuori: hanno rotto i mobili e sembrano infuriati. Ora
si spalmano sulla faccia della crema mimetica nera. Alcuni sono
molto nervosi e riesco a vedere l'odio nel loro sguardo. Uno di
loro ci ha sputato addosso: sembrava scuro, forse veniva dallo Yemen.
Poi alcuni soldati hanno portato mio padre in una stanza per usarlo
come scudo mentre sparavano da alcuni buchi che hanno scavato nei
muri.
Quando uno è entrato nella stanza, ha buttato tutto per l'aria
con la canna del fucile, facendo cadere tutte le cose che erano
sugli scaffali. Si è rotto tutto. Ci hanno fatti spostare
tutti e 24 - i vicini, i cugini e i parenti - nella stanza di zio
Sophi. Hanno perquisito ogni più piccola cosa che hanno trovato
in casa, hanno guardato tutte le fotografie e poi hanno trovato
il poster di un ragazzino ucciso a Jenin, un martire: ci hanno sputato
sopra.
Hanno gettato a terra persino i giornali. Hanno detto "Questo
cos'è? Un giornale?" C'era un poster di 24 martiri uccisi
a Jenin, inclusa la nipote di mia madre, Maria Abu Seria, morta
il 28 febbraio. Aveva 10 anni.
Il soldato ha chiesto a mio padre cosa fosse e poi ha detto "Li
ho uccisi io? Beh, non importa. Farai bene a dirmi dove si trovano
gli altri combattenti di Jenin".
Ancora non riesco a credere che siano in casa mia. Non sento niente,
sono come paralizzata. Abbiamo alzato tutti le mani in segno di
resa quando sono entrati, così che non ci sparassero addosso.
Per tutto il giorno si è sentito il suono delle esplosioni,
dei Kalashnikov e degli M16 provenire dal nostro lato. Dal lato
israeliano, si sente invece il suono degli elicotteri, per tutto
il giorno. Ho paura. Sento sparare i carri armati. Sento gli aeroplani,
gli F16, sopra la testa.
I miei fratellini e i miei cugini si stanno nascondendo. Quando
guardiamo fuori dalla finestra, vediamo carri armati, APC ( blindati
per il trasporto dei militari) e bulldozer abbattere case. Vediamo
gente che deve abbandonarle con le mani in alto.
DOMENICA 7 APRILE
Un soldato israeliano è stato sparato in casa. Ha riportato
gravi ferite. Ha la faccia completamente coperta di sangue e sta
gridando. Gli altri soldati gli stanno applicando delle bende sul
viso e sulle braccia e poi gli hanno messo una flebo con una soluzione
di glucosio nel braccio. Più tardi, griderà che vuole
sua madre.
Ho paura che vogliano vendicarsi. Ci gridano qualcosa in ebraico.
Ci dicono di non avvicinarci alle finestre. Un soldato è
così arrabbiato che sbatte la testa contro il muro. L'Apache
bombarda il campo per tutto il giorno e il soldato ci dice: "Non
lasceremo questo posto finché tutti gli uomini in possesso
di armi non si arrenderanno". E la resistenza palestinese continua
a dire "Non ci arrenderemo mai".
Il muezzin continua a spronare la resistenza dalla moschea, dicendo
di non desistere. Ne è rimasto uno solo nel campo che ancora
lavora, ma continua a dir loro di resistere.
LUNEDI' 8 APRILE
Oggi, le fonti israeliane hanno comunicato che due soldati israeliani
sono stati uccisi mentre cinque sono rimasti feriti. Le fonti palestinesi
sono diverse. Dicono che i palestinesi uccisi sono a centinaia.
Anche la radio dice che qui nel campo stanno compiendo un massacro
ma il mondo non ne sa assolutamente nulla.
L'Apache continua a bombardare. Le case vanno a fuoco. Nessuno sa
esattamente quante persone sono morte nelle proprie case. Oggi si
combatte anche a Nablus, dove vivono mio zio e mia zia, ed in Iraq
hanno deciso di non vendere più il petrolio.
I Gouls, i nostri vicini, vivono dall'altro lato della strada. Ci
hanno mandato i figli perché pensano che qui possano essere
al sicuro, ma i genitori sono rimasti lì perché non
vogliono lasciare la casa. La casa viene silurata e i genitori si
sono spostati al primo piano. Poi il primo piano viene colpito da
un razzo e finalmente se ne vanno. Ma non vogliono uscire in strada
ed essere colpiti, così rompono il vetro di una finestra
e strisciando passano attraverso di essa fino ai loro vicini.
Ora hanno solo mezza casa. Tutti i bambini hanno sentito il razzo
ed hanno paura. Quando l'Apache vola in tondo, i bambini si mettono
le mani sulle orecchie e gli israeliani dicono loro di non aver
paura. "L'Esercito sa che siamo qui, non ci spareranno",
dicono.
Uno dei soldati israeliani sente un telefono squillare. "Dov'è?".
Dice a mio padre che lo vuole, ma mio padre gli risponde che non
c'è nessun telefono. Discutono per un'ora e poi colpisce
mio padre sulla testa e lo insulta. Alla fine, capisce che il rumore
non proviene da un telefono ma dall'orologio di mio padre, che fa
un rumore simile allo squillo di un telefono.
MARTEDI' 9 APRILE
Guardo i soldati israeliani abbattere una casa con un bulldozer.
Vedo la gente palestinese uscire dalla casa con le mani in alto,
ma sono di spalle, non riesco a vedere le loro facce.
Una vicina che aspetta un bambino, di nome Hyam, bussa alla nostra
porta. Ha le doglie ed ha paura. I soldati le gridano di andarsene
ma lei dice di non avere nessun altro posto dove andare. Se ne va
di nuovo in strada portandosi dietro la sua bambina che sventola
un panno bianco come se fosse una bandiera. Ma vengono sparate lo
stesso.
Hyam non è ferita, ma solo spaventata. Quando torna a casa
sua, suo marito non c'è, è stato arrestato dagli israeliani.
Gli altri figli nel frattempo sono stati portati dai vicini.
MERCOLEDI' 10 APRILE
La radio parla di un militante suicida su un autobus ad Haifa. Veniva
da Jenin.
GIOVEDI' 11 APRILE
Ascoltando la radio vengo a sapere che gli israeliani hanno demolito
dieci case.
Ci sono dei combattenti nelle case. A casa nostra cerchiamo di leggere
il Corano. Non possiamo lavare i vestiti, quindi indossiamo ogni
giorno le stesse cose.
Non posso lavarmi i capelli. I bambini devono stare zitti, altrimenti
i soldati si mettono a gridare, a volte anche per otto o nove ore.
VENERDI' 12 APRILE
Un altro attentato suicida a Gerusalemme. Ogni giorno la stessa
cosa.
Possiamo muoverci solo uno alla volta, quando i soldati ce lo permettono.
Allora ci spostiamo da quell'unica stanza in cui viviamo per andare
nel bagno o in cucina. Ci dicono sempre di non avvicinarci alle
finestre.
Al notiziario ho appreso che nel campo di Jenin hanno ucciso 13
soldati israeliani. Non so dove, perché ci sono sempre esplosioni.
I soldati si arrabbiano moltissimo, ed uno di loro dice a mio padre:
"Ora non ce ne andremo finché non saranno morti tutti
gli arabi".
Prima di questa guerra andavo a scuola. Le lezioni sono state
interrotte il 29 Marzo e dall'incursione non ho più rivisto
i miei amici, Amal e Nurseh. So solo che il fratello di Amal è
stato ucciso. Aveva 20 anni. E non era un guerrigliero.
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