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da il manifesto - 12 Marzo 2003
Intervista nel rifugio del super-ricercato Abu Samadana, fondatore
dei
Comitati di resistenza popolare, che sulla nomina a premier del
moderato Abu
Mazen dice: «La resistenza non riconoscerà un uomo
che passa il tempo a
rimproverare il suo popolo e tace contro l'occupazione che ammazza
i nostri
bambini»
di MICHELE GIORGIO
INVIATO A GAZA CITY
Ènotte fonda quando l'automobile, a fari spenti, ci porta
in un'abitazione
abbandonata tra Gaza city e il campo profughi di Al-Burej. Gli ultimi
due-tre chilometri li abbiamo fatti bendati. Una misura di sicurezza
in più,
adottata nei confronti dei giornalisti, anche palestinesi, dopo
l'assassinio, avvenuto sabato scorso di Ibrahim Maqadme, uno dei
capi
militari più prestigiosi e importanti di Hamas, fatto a pezzi
dai missili
sparati da elicotteri israeliani contro la sua auto a Sheikh Radwnan,
roccaforte islamica di Gaza. Nell'abitazione ci aspettano tre giovani
armati
di pistole. Il più giovane dimostra 15-16 anni. All'esterno
vigilano due
shebab con l'uniforme nera e il volto coperto dal passamontagna.
Tra le
braccia tengono mitra M-16. Jamal Abu Samadana, arriva dopo qualche
minuto.
È tranquillo, disarmato. Tra i fondatori dei «Comitati
di resistenza
popolare» (il fronte dei gruppi armati dell'Intifada nella
Striscia di
Gaza), ex ufficiale di polizia, militante di Al-Fatah, Abu Samadana
è uno
dei supericercati dell'Intifada. Il suo nome è legato alla
distruzione del
primo carro armato Merkava nei pressi della colonia di Netzarim,
costata la
vita all'intero equipaggio israeliano. «Ho svolto un lavoro
di
organizzazione e supervisione di quell'attacco», ammette senza
problemi.
«Lottiamo contro le forze di occupazione e resistere contro
soldati e coloni
israeliani è un nostro diritto perché siamo nella
nostra terra. Loro invece
sono gli occupanti», aggiunge. Abu Samadana ora partecipa
di rado alle
azioni armate perché ha completamente perduto l'uso della
mano destra.
«Possediamo lanciarazzi artigianali, un giorno durante un'azione
un razzo è
esploso in anticipo ferendomi gravemente al braccio e alla mano
destra»,
ricorda. Con Abu Samadana abbiamo parlato di resistenza, della vita
dei
ricercati, del futuro dei Territori occupati e anche degli ultimi
sviluppi
politici, come la nomina a primo ministro di Mahmud Abbas (Abu Mazen),
l'esponente dell'Anp che più di ogni altro si è schierato
contro la
continuazione dell'Intifada. Proprio ieri l'Amministrazione Usa
ha definito
«insufficienti» i poteri ceduti dal presidente Arafat
ad Abu Mazen, un
dirigente politico moderato che piace molto a Stati Uniti e Israele.
Come è potuto accadere che un capo militare così
importante come Ibrahim
Maqadma sia caduto tanto facilmente nell'agguato degli elicotteri
israeliani?
Le misure di sicurezza che i palestinesi adottano sono limitate,
insufficienti. È un problema che si trascina da tempo e che
non viene mai
risolto. A ciò si aggiunge la presenza di tanti collaborazionisti
di Israele
che, in cambio di pochi dollari al mese, passano informazioni utili
per
colpire i capi della resistenza palestinese. Ogni tanto si tengono
riunioni
su questo argomento ma le decisioni in seguito non trovano piena
applicazione.
Negli ultimi mesi e, in particolare, nelle ultime settimane l'esercito
israeliano ha compiuto numerose incursioni nella Striscia di Gaza.
I
risultati sono stati devastanti e i morti si sono contati a decine.
Questa
escalation militare ha rafforzato la collaborazione tra i gruppi
della
resistenza palestinese?
Il livello di cooperazione all'interno dei Comitati di resistenza
popolare è
aumentato. I leader militari delle varie organizzazioni si incontrano
più
per decidere le contromisure comuni alle incursioni israeliane.
Esiste una
ferma volontà di continuare e migliorare la resistenza, ma
il nostro
problema rimangono le armi. Non abbiamo armi che ci consentano di
opporci in
modo efficace ai carri armati e agli elicotteri. I mitra servono
a poco
contro le corazze e non sono in grado di minacciare gli elicotteri.
I
lanciarazzi (Rpg) che stiamo sviluppando sono ancora rudimentali.
La nostra
vera arma quindi sono gli ordigni che sempre più spesso riusciamo
a far
saltare sotto i mezzi corazzati. Spaventano molto gli israeliani.
Sparate però anche razzi, quelli che avete battezzato «Qassam»,
all'interno
del territorio israeliano. La cittadina di Sderot è stata
colpita più volte
negli ultimi mesi...
Si è vero, ma i Qassam sono razzi imprecisi e che non fanno
danni. Come i
mortai che usiamo contro le colonie. Inoltre li usiamo solo per
rispondere
agli attacchi israeliani. Quando loro entrano nelle nostre città,
nei nostri
villaggi, allora noi rispondiamo portando la guerra a casa loro.
Facciamo
provare agli israeliani la stessa paura che provano i civili palestinesi
quando arrivano i carri armati. Lo stesso vale per gli shuhada (martiri,
gli
attentatori suicidi). Gli israeliani ci ammazzano i bambini, ci
distruggono
le case, ci occupano la terra. Gli shuhada sono la risposta palestinese
nelle strade di Israele. Loro ci attaccano, noi abbiamo il diritto
di
rispondere.
Ma massacrare civili innocenti è sbagliato. È grave
quando lo fanno gli
israeliani ed è grave quando a farlo sono i palestinesi.
E poi un movimento
di liberazione come il vostro come fa ad avere nella ritorsione
il punto
centrale della sua strategia complessiva per il raggiungimento della
libertà
e dell'indipendenza?
Vedete, quando ci si siede, come stiamo facendo noi in questo momento,
intorno a un tavolo a discutere di strategie, di metodi di lotta,
tutto
sembra facile, realizzabile. Il problema è che il mondo intero
non riesce a
capire che i palestinesi stanno combattendo una battaglia per la
sopravvivenza. A Gaza, Nablus e nelle altre città palestinesi,
Israele
commette ogni giorno stragi, distruzioni, tutto ciò che vuole.
E il mondo
cosa fa? Viene a rimproverarci perché rispondiamo con la
stessa brutalità. A
nessuno piace uccidere ma Israele ha deciso di cancellarci da questa
terra e
noi lottiamo con ogni mezzo perché non ci lasciano altre
possibilità. Loro
non si fanno scrupoli per raggiungere certi obiettivi e non dobbiamo
averli
anche noi.
Il Consiglio centrale dell'Olp e Consiglio legislativo palestinese
hanno
approvato la nomina di un primo ministro. Tra qualche giorno Abu
Mazen
dovrebbe accettare l'incarico e formare il suo governo. Cosa pensano
i
palestinesi, in particolare i combattenti armati, di Abu Mazen che
negli
ultimi mesi ha chiesto più volte la fine dell'Intifada e
della lotta armata:
è un primo ministro in grado di esercitare la sua autorità
sui palestinesi?
(fa una smorfia, poi accenna un sorriso) Abu Mazen è parte
di un progetto
degli americani e di Israele volto a dominare, ad annientare il
popolo
palestinese. Abu Mazen incarna la punizione che gli americani e
gli
israeliani hanno voluto dare ad Arafat. Abu Mazen non vale nulla,
non
rappresenta nulla per i palestinesi, il muqawama (resistenza) non
riconosce
e non riconoscerà un uomo che passa il tempo a rimproverare
il suo popolo e
non apre bocca contro l'occupazione che ammazza i nostri bambini.
Anzi fa di
tutto per compiacere l'occupazione. Abu Mazen è come (il
presidente afgano)
Hamid Karzai, una marionetta degli imperialisti. Ma cosa credono
a Ramallah,
che abbiamo dimenticato quando (l'ex capo dei servizi di sicurezza
di Gaza)
Mohammed Dahlan ha venduto a Israele i combattenti del Fronte popolare
rifugiati nell'ufficio di Arafat? O quando (il consigliere economico
di
Arafat) Mohammed Rashid ha liquidato i fratelli che resistevano
a Betlemme
(nella Chiesa della Natività)? E non dimentichiamo neppure
(l'ex capo dei
servizi di sicurezza in Cisgiordania) Jibril Rajub che ha consegnato
a
Israele senza combattere i valorosi di Hamas che teneva chiusi in
prigione.
Queste persone sono quelle che hanno favorito la cattura di Marwan
Barghuti
(il Segretario di Al-Fatah), uno dei grandi leader della resistenza.
Abu
Mazen è solo uno di loro e noi non lo riconosciamo, anzi
lo respingiamo. Per
lui stiamo preparando un'accoglienza particolare qui a Gaza, gli
faremo
capire che qui si muore ogni giorno, che per Israele la nostra vita
non
conta nulla. Che l'unica possibilità è quella di prendere
il mitra e
difendere le nostre case.
Vi dite pronti a resistere, ma allo stesso tempo ammettete di non
avere le
armi per bloccare le incursioni israeliane. Quindi come pensate
di poter
impedire l'eventuale rioccupazione israeliana di Gaza che molti
palestinesi
temono, specialmente nei giorni dell'attacco Usa all'Iraq?
Siamo pronti a resistere e a morire. Non abbiamo armi, ma volontà
e
coraggio. Possiamo contare su circa 10 mila uomini che sono in grado
di
combattere e dietro di loro potrebbero scendere in campo le migliaia
di
agenti dell'Anp e tanti altri fratelli che sanno usare un'arma,
anche solo
una pistola. Le nostre case non rimarranno indifese.
Riuscite a vedere una soluzione politica e non solo militare a
questo
conflitto con Israele?
Loro (gli israeliani) devono lasciare la nostra terra, devono lasciare
Gaza
e la Cisgiordania, subito. Questo è il punto di partenza
di una soluzione
politica, non la resa dei palestinesi. Non il cessate il fuoco unilaterale
che vuole Abu Mazen, ma la partenza dei soldati e dei coloni israeliani
che
occupano la nostra terra.
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