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da "il manifesto" 16 maggio 2002
di GIOVANNI GARRONI
Nelle immagini provenienti da Israele e Palestina entrano in
campo la religione, l'etnia e la razza. Elementi che occultano però
la natura spesso «coloniale» degli insediamenti israeliani
e la differenza sociale tra le due parti in conflitto
Le immagini che ci arrivano dalla Palestina ci hanno abituato a
una guerra che si svolge prevalentemente in centri abitati: case
sventrate, ristoranti e discoteche divelti, tank tra le auto, ambulanze
e polizia. Insomma una guerra «ambientata» tra le case,
nell'atmosfera della vita quotidiana. L'orrore per le immagini di
morte spinge in secondo piano la forma di questi centri abitati,
eppure quella forma è un importante segnale per capire almeno
una parte della questione. Se spiamo dietro alle immagini dei posti
di blocco o dei muri di cemento intravediamo un panorama visivo
che ha una relazione precisa con il sistema delle aspirazioni sociali
dei suoi abitanti.
Gli insediamenti israeliani, anche quelli nei territori, hanno
assunto il modello piccolo borghese temperato dalle esperienze europee,
la casa come riscatto sociale, e dai modelli americani riferibili
al cosiddetto Regionalismo, la forma dell'insediamento come concezione
di vita.
Si tratta di insediamenti estensivi, prevalentemente di case unifamiliari,
dove il verde è uno dei servizi primari e le strade sono
di servizio alle abitazioni. Dei villaggi ancora legati con un filo
alle utopie socialiste dell'inizio del XIX secolo, poiché
vi si realizza uno stile di vita sociale e non la semplice funzione
abitativa.
Di contro le città palestinesi, e ancor più i campi
profughi, ricalcano il modello, abituale nel mediterraneo, dell'agglomerato
economicamente, culturalmente periferico. Qui la funzione abitativa
è pressoché esclusiva e gli edifici si accalcano uno
accanto all'altro differenziandosi esclusivamente per le capacità
di spesa del proprietario: scheletri incompiuti di cemento armato,
case in blocchetti non intonacati, l'immancabile castelletto del
ras locale, superfetazioni d'ogni sorta, nessuno spazio collettivo,
la strada ridotta alla minima funzione del transito. In una battuta:
la rapacità del bisogno.
Le società occidentali sono rappresentate dalla coesistenza
di queste forme: c'è un contrasto sociale e culturale, ma
c'è anche circolazione. La novità assoluta della Palestina
è che i due mondi sono divisi da una vera e propria frontiera
che separa uomini, leggi, diritti e speranze. Si configura così
una società che intreccia il modello coloniale della separazione
«etnica» con quello classista occidentale, legato alla
disponibilità di mano d'opera a buon mercato; un modello
nel quale il conflitto rimane ma, grazie alla separazione dei luoghi,
è estirpata la dinamica interna, la possibile emancipazione.
Questa separazione ha caratteristiche relativamente nuove rispetto
alle forme storiche del colonialismo. In quelle c'era una esplicita
coscienza sia della separatezza sia della gerarchia sociale; qui
sembra prevalere una specie di incoscienza che porta molti israeliani
a pensarsi esclusivamente in funzione delle proprie aspirazioni
storiche: si valorizza l'immagine del proprio gruppo legata all'idea
comunitaria ed egualitaria, per respingere la concreta condizione
di classe privilegiata. Per conservare questa immagine di se stessi
il conflitto di classe viene occultato da una rete di artifici retorici,
religiosi e morali, tipici della nostra forma sociale occidentale.
La tragedia assume così i contorni della disputa morale,
i cui toni sono animati da affermazioni dove la semplificazione
raggiunge un livello di assoluta impermeabilità ai fenomeni,
per abbarbicarsi a categorie astratte, definite da enfatici aggettivi.
Nel conflitto sono entrati i temi dell'antisemitismo, del razzismo,
fino alla stupefacente resurrezione del conflitto tra il bene e
il male, una vera corazzata che spara contro il pensiero.
Frammenti di questa eversione morale trovano consenso anche da
noi: ci sono i lugubri emuli dei kamikaze che non possono essere
alieni da sentimenti antisemiti, tra i tanti sentimenti disdicevoli
che presumibilmente coltivano; ci sono quelli che, con toni apodittici,
hanno stabilito una indimostrabile equazione tra sopravvivenza di
Israele e le politiche dei suoi governi; e c'è anche il piccolo
cabotaggio di quanti, con scopi di politica interna, pretendono
di legittimare moralmente la guerra con il fatto che in Israele
c'è una maggioranza parlamentare.
L'elenco, ovviamente, comprende le accuse di antisemitismo, per
le opinioni diverse dal governo Sharon, e di nazismo verso chi sostiene
Israele.
Certamente i motivi per cui ci siamo fasciati di questi concetti
primitivi sono molti e complessi, come lo è la vicenda storica
e geografica della Palestina, e il ruolo forte delle religioni viene
spesso minimizzato solo per il timore che possa rendere meno «oggettive»
scelte che si pretende siano lucidamente laiche.
Ma la rimozione del conflitto di classe, nella sua forma specifica
del rapporto tra la classe media israeliana e il profilo coloniale
della classe più povera palestinese, è una nevrosi
tutta occidentale.
Una mai sopita vocazione socialista dello stato di Israele, che
associa il kibbutz alla comunità laboriosa e armoniosa del
socialismo utopico, ha un rapporto importante con la cultura occidentale.
La simpatia per Israele non è motivata solo dal senso di
colpa per l'Olocausto ma, più positivamente, anche per la
realizzazione di un'utopia sociale in Occidente lungamente coltivata.
La vicenda storica ha poi posto gli israeliani, e noi con loro,
nell'imbarazzante ruolo di «padroni» verso una società,
quella palestinese, in condizioni di inferiorità economica,
politica, sociale, di diritti. La via che l'occidente ha imboccato,
e con esso Israele, di sopprimere l'analisi sociale per sostituirla
con l'imperativo morale porta inevitabilmente al conflitto; è
una scelta che ha come scopo la conservazione, anche contro l'evidenza,
dei nostri costumi, delle nostre abitudini e, in ultimo, dell'immagine
più resistente al cambiamento: la qualità morale che
attribuiamo alla nostra condizione sociale.
D'altra parte anche l'adesione tout-court alla causa palestinese,
non considerata nella sua natura classista, è un serpente
pericoloso che insinua categorie astratte inconciliabili con il
nostro sentimento: martirio, strage, società confessionale.
L'aver espunto il profilo di classe, privandoci dell'interpretazione,
ci porta schematicamente ad aderire a una specifica forma del mondo,
che ci si offre nell'aspetto dei villini o della bidonville. Scegliamo,
con lo stomaco, tra il bene e il male sapendo che non troveremo
né l'uno ne l'altro.
Così Israele, suo malgrado e grazie anche a molti pessimi
difensori, sta diventando il sordo rappresentante di una classe
sociale incapace di vedere il mondo al di fuori delle sue categorie.
Le immagini degli insediamenti dei coloni, magari postmodern, che
fronteggiano agglomerati di catapecchie un tempo avrebbero parlato,
ma oggi non si riesce a dedurre che qualche banalità moralistica.
Oggi il borghese prima di tutto chiede al miserabile di porsi al
suo livello, di essere civile, per potergli concedere udienza; ma
questo non può avvenire, non avverrà.
Questa sordità è, in fondo, della stessa natura di
quella descritta da Marx nel 18 brumaio di Luigi Bonaparte: «il
democratico, poiché rappresenta la piccola borghesia, cioè
una classe intermedia, [...] si immagina di essere superiore, in
generale, ai contrasti di classe [...]. Il democratico esce sempre
senza macchia dalla più grave sconfitta, come senza colpa
vi è entrato, e ne esce con la rinnovata convinzione che
egli deve vincere, non che egli stesso e il suo partito dovranno
cambiare il loro vecchio modo di vedere, ma, al contrario, che gli
avvenimenti, maturando, gli dovranno venire incontro».
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