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Mustafa Barghuti si dice soddisfatto. «Stiamo assistendo ad
un ritorno a quel tipo di resistenza all'occupazione che avevamo
visto durante la prima Intifada, questa è la strada che ci
porterà lontano», ci ha detto il presidente dei «Comitati
di soccorso medico palestinese» nonchè uno dei più
importanti esponenti della società civile palestinese. Pur
riconoscendo il diritto (sancito anche dalle convenzioni internazionali)
del suo popolo a resistere, anche con le armi, all'occupazione militare
di Cisgiordania e Gaza, Barghuti ha continuato a ripetere in questi
due anni che solo la mobilitazione popolare può aiutare i
palestinesi a vincere la loro battaglia per la libertà. Abbiamo
incontrato Barghuti nel suo ufficio di Ramallah.
In questi ultimi giorni vediamo migliaia di palestinesi violare
il coprifuoco e manifestare contro l'occupazione e per la fine dell'assedio
ad Arafat. E' l'Intifada popolare che lei ha tanto invocato?
Siamo all'inizio di una fase nuova che, mi auguro, in breve tempo
porti all'Intifada popolare che non solo io ma tanti palestinesi
auspicano da tempo. Qualcuno rimarrà meravigliato dalle mie
parole eppure stiamo vivendo una fase esaltante nonostante le tante
difficoltà. Qui a Ramallah ma anche in altre città
abbiamo visto sorgere comitati popolari, scuole autogestite, comitati
di base sganciati dai partiti, che hanno il compito di aggirare
le difficoltà create dal coprifuoco israeliano e di coinvolgere
in modo continuo la popolazione nella lotta contro l'occupazione.
Ogni giorno inoltre vediamo manifestazioni contro il coprifuoco
che stanno mettendo in difficoltà l'esercito israeliano.
La gente ha capito che in questa situazione qualsiasi espressione
di vita rappresenta una sfida all'occupazione e di ciò sono
molto felice.
Lei ha sempre contestato la svolta armata dell'Intifada, adesso
è giunto il suo momento?
Direi con più precisione, che ho sempre sostenuto che la
disubbedienza civile, la resistenza passiva, le manifestazioni popolari
possono dare ai palestinesi risultati che nessun arma può
garantire. L'Intifada popolare deve far capire alla nostra gente
che esiste una alternativa alla lotta armata che oggi a molti appare
come l'unica risposta alla brutale aggressione israeliana.
Tuttavia appare arduo convincere la popolazione dei Territori occupati
che la strada è quella della mobilitazione popolare quando
l'offensiva militare israeliana non ha sosta o ci sono massacri
come quello di lunedì notte a Gaza...
Senza dubbio la gravità dell'aggressione israeliana è
l'ostacolo principale che dobbiamo affrontare. Tutte le volte in
cui i palestinesi hanno cercato di non far ricorso alle armi o,
nel caso di Hamas e Jihad, di non compiere attentati, Ariel Sharon
e il suo esercito hanno scatenato attacchi continui contro la nostra
gente. Tra agosto e settembre, ad esempio, sono stati uccisi quasi
novanta palestinesi: in maggioranza civili, spesso bambini. Tutto
ciò è devastante all'interno della nostra società
e mette in grave difficoltà chi cerca di proporre una lotta
alternativa all'occupazione. In ogni caso l'Intifada del popolo
è una esigenza sentita da tanti e adesso si sono create le
condizioni per rilanciarla.
Arafat intanto è sempre sotto assedio e l'esercito israeliano
ha fatto capire che non esiterà ad usare la forza per bloccare
le manifestazioni in suo sostegno, soprattutto qui a Ramallah.
Ramallah e tutti i palestinesi faranno il possibile per sostenere
il presidente Arafat. L'aggressione a lui è un attacco contro
tutto il nostro popolo. Ma le manifestazioni in corso sono anche
l'espressione di una volontà di rinnovamento delle istituzioni
palestinesi, di maggiore democrazia. Il sostegno ad Arafat è
garantito, ma i palestinesi chiedono anche un governo dell'Intifada,
in grado di rappresentare tutti i palestinesi nella lotta per la
libertà e l'indipendenza e allo stesso tempo lavorare per
le riforme democratiche.
di Michele Giorgio
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