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"In Palestina ciò che colpisce prima di ogni altra
cosa è la violenza contro il territorio.
A perdita d'occhio non vi sono altro che cantieri a cielo aperto,
colline sventrate, boschi distrutti.
Un paesaggio a brandelli.
Reso illeggibile da una violenza che sembra concertata.
Non solo la violenza delle bombe e della guerra [
]
ma piuttosto una violenza attiva, industriosa. Catastale."
Christian Salmon, Le Monde Diplomatique/Il Manifesto, maggio 2002
1. Dagli accordi di Oslo le basi per una critica.
Al di la di alcune sporadiche voci che pur si alzarono all'indomani
degli accordi di Oslo, questi furono generalmente visti come lo
strumento attraverso il quale il popolo palestinese avrebbe potuto
ottenere il riconoscimento della propria esistenza e di un suo specifico
stato su quello che era il 22% della Palestina storica o mandataria.
Solo in pochi riuscirono a fare notare l'insussistenza di un progetto
complessivo che avrebbe potuto effettivamente porre fine ai soprusi
dello Stato di Israele. Evidentemente, le deficienze, le mancanze
in tali accordi erano riscontrabili sotto vari punti di vista e
riguardavano l'assetto complessivo della futura entità palestinese,
sia nei confronti della legittimazione internazionale, sia sotto
il punto di vista della creazione delle condizioni economiche e
sociali necessarie alla vivibilità "interna".
Detto questo riteniamo di partire da una delle più evidenti
tra le mancanze degli Accordi di Oslo, per cercare di darne un giudizio
sintetico ma significativo. A guardare gli Accordi di Oslo si ha
effettivamente l'idea che la leadership palestinese fosse riuscita
ad ottenere dei significativi passi in avanti verso la costituzione
dello Stato palestinese, stato non fantoccio, ma reale, con propria
sovranità su di un territorio omogeneo avente propri confini
tanto con lo Stato di Israele quanto con il mondo arabo. Gli accordi,
infatti, parlano effettivamente di un periodo di transizione (al
più di cinque anni) nell'arco del quale avrebbero dovuto
essere rese effettive le risoluzioni 242 e 338 del Consiglio di
Sicurezza delle Nazioni Uniti e, quindi, la creazione di uno stato
lungo i confini delineati prima dell'occupazione israeliana con
la guerra del 1967. Uno Stato comprendente, quindi, la totalità
della Cisgiordania e della Striscia di Gaza con capitale Gerusalemme
est (la questione di Gerusalemme è, infatti, contenuta nella
risoluzione 242).
Ciononostante un elemento almeno avrebbe dovuto far sorgere dei
dubbi seri e consistenti circa la bontà del "processo
di pace": la mancanza di riferimenti ad un'altra risoluzione
del Consiglio di Sicurezza e cioè la risoluzione 194 del
1948 che aveva ed ha tutt'oggi un'importanza cruciale per la definizione
del contenzioso riguardante il ritorno dei profughi espulsi dalle
proprie terre al tempo della prima guerra arabo - israeliana. La
questione dei profughi si pone come centrale non tanto per ragioni
umanitarie o per un romanticismo ideologico quanto piuttosto perché
costituisce uno dei tasselli centrali della guerra che Israele porta
ai Palestinesi: la guerra demografica. Su questo gli Accordi di
Oslo non dicono granché, rinviando la questione alla formazione
di una commissione di conciliazione che avrebbe dovuto trovare una
giusta soluzione al problema profughi. Eppure la questione è
- lo ripetiamo - cruciale, in quanto l'adempimento del diritto al
ritorno per circa tre milioni di persone costituirebbe una vera
e propria spina nel fianco per la politica espansionistica di Israele,
costringerebbe questo stato a rivedere i suoi piani e, probabilmente,
anche il suo assetto costituzionale; il ritorno di così tanti
Palestinesi, la maggiore parte dei quali oggi si ritroverebbe sotto
sovranità israeliana, creerebbe, infatti, le condizioni per
un cambiamento dei rapporti di forza interni allo Stato di Israele
e sarebbe tale da non fare più considerare gli "arabi
di Israele" come una minoranza (sia pure riconosciuta ancorché
non tutelata) all'interno dello stato confessionale ebraico. Ecco
perché la mancata previsione di tempi e procedure ben definite
all'interno degli Accordi di Oslo, in ordine a questa problematica,
poteva costituire la base di una analisi critica degli stessi al
fine di svelarne la natura di strumento nelle mani della politica
israeliane per ricostruire uno spazio (fisico e politico) di controllo
sull'area. Evidentemente, però, dopo anni di Intifada, non
si poteva arrivare ad ottenere un risultato simile senza il consenso
(almeno) della leadership palestinese; né, probabilmente,
si sarebbe carpito il consenso di quella leadership se questa non
si fosse trovata in una condizione di oggettiva debolezza a seguito
della sconfitta subita dalle popolazioni arabe (e dai Palestinesi)
che avevano osteggiato fortemente la "Guerra nel Golfo"
ai danni dell'Iraq.
Il legame della "Guerra del Golfo" con il tentativo di
riorganizzare la geografia politica nell'area mediorientale (e non
solo al fine di ottenere maggiori profitti dalla politica petrolifera
degli U.S.A.) era, quindi, evidente e trovò la sua più
immediata dimostrazione nel lancio di missili irakeni proprio verso
Israele.
Oggi questo significato che gli Israeliani attribuivano agli Accordi
di Oslo appare chiaro a molti, così come appare chiaro che
quegli accordi sono serviti a sganciare lo Stato di Israele dal
rispetto del diritto internazionale e delle risoluzioni O.N.U. Delle
risoluzioni 242 e 338 non è rimasto, ad oggi, praticamente
nulla e la risoluzione 194 è servita solo a permettere il
ricongiungimento di un qualche migliaio di famiglie. Nulla che abbia
inciso realmente su una condizione sociale di massa che andava (come
va) risolta, in un modo o nell'altro!
Sotto altri punti di vista, bisogna invece tentare di considerare
quale è stata la politica israeliana negli anni che vanno
da 1993 fino all'esplosione della "Nuova Intifada".
In un conflitto che vede la sua centralità nella possibilità
di utilizzare al meglio le terre e le risorse naturali di una determinata
area geografica, nella determinazione dei confini con i paesi vicini,
nell'eliminazione di ostacoli concreti alla gestione delle proprie
risorse e nella ricostruzione di un tessuto sociale frammentato
da anni di occupazione militare, in una parola nell'autodeterminazione
delle scelte che incidono su un popolo dal punto di visto politico,
economico e culturale - in un conflitto del genere è evidentemente
centrale la questione della configurazione del territorio di cui
si tratta lungo un periodo di tempo dato. Prendiamo in considerazione,
quindi, gli anni del cd. "processo di pace", guardiamo
alla politica israeliana in ordine agli insediamenti colonici per
poi confrontare queste politiche, da un lato con le proposte formulate
dall'ex premier Barak a Camp David, dall'altra con quelle scelte
militari che hanno sconvolto la Cisgiordania negli ultimi due anni.
Il filo che lega le politiche degli insediamenti alle scelte strategico-militari
sembra scientificamente indirizzato (come la maggiore parte della
politica dello Stato di Israele, interna o estera che sia) alla
costruzione di un progetto unico. E ciò nonostante che le
scelte urbanistiche degli insediamenti siano state fatte in periodo
di "pace" mentre le scelte militari nel momento più
alto della guerra di Israele contro i Palestinesi; in pratica avremmo
dovuto assistere ad un mutamento di segno, ad una qualche contraddizione
tra queste politiche, mentre tutto appare eccessivamente lineare,
scientificamente preordinato.
Guardiamo dunque, e per prima cosa, alle scelte riguardanti le politiche
degli insediamenti una volta firmati gli Accordi di Oslo.
Al di la della retorica sul "processo di pace" - accompagnata
da una campagna culturale in suo sostegno senza precedenti, culminata
nell'attribuzione del premio Nobel per la pace ad Arafat ed a Peres
- è evidente che oltre le parole e le carte contano i fatti
concreti che si sono realizzati negli ultimi nove anni. Sotto questo
punto di vista non c'è da essere ambigui: la colonizzazione
israeliana non solo non si è fermata, ma non ha subito neanche
dei rallentamenti significativi; e ciò tanto sotto i governi
dei laburisti quanto sotto i governi di destra. Lo stesso Premier
israeliano artefice degli accordi di Oslo (Rabin) non ha mai fermato
il processo di appropriazione di terre e di colonizzazione: dal
1992 al 1996 il numero dei coloni è aumentato almeno di 50.000
unità (lo stesso Rabin, infatti, decise nel 1992 il congelamento
della colonizzazione, bloccando di fatto solo i nuovi progetti ma
non fermando tutto quanto era già avviato ed in corso di
costruzione); negli anni successivi, poi, questi numeri subiscono
un incremento ancora maggiore. Ma oltre i numeri sono le modalità
a dare il senso dell'operazione complessiva ed a fare emergere la
continuità del progetto sionista di appropriazione di quella
che è considerata la Terra Santa. Le nuove colonie, infatti,
vanno ad incidere sulla conformazione fisica di un territorio e
corrispondentemente sul tessuto sociale palestinese, frammentandolo.
Durante il corso degli ultimi nove o dieci anni la colonizzazione
(espropri di terre, requisizioni, utilizzo della legge sull'assenza,
acquisto di nuovi terreni spesso ad uso militare o agricolo) ha
messo in chiaro la volontà israeliana di procedere alla definitiva
frammentazione del territorio della Cisgiordania, di fatto distinguendolo
in tre zone separate tra loro e con il resto del mondo, se non con
lo Stato di Israele. Di fatto, quindi, oggi ci si ritrova con una
Cisgiordania del Nord (zona di Nablus), una del centro (zona di
Ramallah) ed una del Sud (zona di Hebron). Ad esse si affianca la
Striscia di Gaza, rispetto alla quale il processo di colonizzazione
non ha avuto in questi anni grandi prospettive di ampliamento. Quattro
aree disomogenee e discontinue, dunque.
Non sembra che la proposta formulata da Barak a Camp David e che
è la base del fallimento di quegli incontri, non fosse consequenziale
alle politiche colonizzatrici degli ultimi anni.
D'altra parte a guardare le modalità con le quali il governo
Sharon ha portato avanti (non a caso con un governo di unità
nazionale al cui interno sono ampiamente rappresentati i laburisti)
la nuova Nakba, la nuova catastrofe palestinese, emerge proprio
la necessità di tenere distinte queste quattro aree anche
dal punto di vista militare: e così gli attacchi riguardano
l'area centrale, l'area meridionale e quella settentrionale tenendole
ben distinte.
La striscia di Gaza rimane in toccata!
E questo non solo per un legittimo timore dello Stato di Israele
nel portare avanti operazioni militari di portata simile a quelle
viste in Cisgiordania in una zona meglio armata ed in cui le forze
della resistenza hanno un più facile controllo del territorio.
Ciò avviene soprattutto perché la Striscia di Gaza
è funzionale al progetto sionista di annessione completa
della Palestina storica. Per realizzare questo progetto ben può
costituirsi uno Stato di Palestina (casomai proprio a Gaza); ciò
non è significativamente influente per Israele nel momento
in cui tale concetto viene assunto nel suo versante di configurazione
istituzionale e ridicolizzato dal punto di vista dell'articolazione
di un progetto sociale più complessivo.
Queste simmetrie tra politiche militari, urbanistiche ed amministrative
non sono, però, casuali.
Ritenendo di avere sconfitto la resistenza palestinese il governo
israeliano cercherà di trasformare l'occupazione e di vestirla
con i panni (più rispettabili agli occhi dell'opinione pubblica
internazionale ed israeliana) dell'autonomia. Essa permette, esattamente
come in passato, di tenere in piedi e amplificare una serie di dispositivi
di controllo che vanno dalla gestione dei corsi d'acqua a quella
delle strade, dalle telecamere ai posti di blocco, dagli insediamenti
colonici alla miriade di documenti diversi di cui devono munirsi
i Palestinesi per transitare da una zona all'altra.
L'autonomia è, quindi, effettivamente simile all'apartheid.
2. Il futuro della Palestina: quale Stato?
A questo punto è bene interrogarsi sul futuro dell'entità
palestinese dal punto di vista istituzionale e diradare alcuni dubbi
consistenti.
Le parole d'ordine "Due popoli per due stati" si stanno
effettivamente realizzando e si stanno realizzando con il pieno
consenso del governo israeliano in carica: uno Stato di Palestina
in Gaza e nelle tre parti in cui è effettivamente divisa
la Cisgiordania o uno Stato di Palestina a Gaza ed una serie di
concessioni amministrative sulle sette municipalità più
importanti della Cisgiordania. Altra possibilità è
costituita dalla realizzazione di uno Stato palestinese sulle diverse
aree in cui è stata divisa la Cisgiordania e sulla Striscia
di Gaza. Le operazioni militari israeliane e le dichiarazioni dei
leader occidentali avutesi nei mesi scorsi in Cisgiordania, infatti,
appaiono come strumentalmente rivolte all'emersione di diverse leadership
locali, anche in competizione tra loro, che siano capaci di legittimare
degli accordi separati tra le diverse aree in questione. Ma la questione
non cambia. A ben vedere è la stessa politica seguita, sul
versante internazionale e nei rapporti con i paesi arabi confinanti,
da Barak: dividere il fronte di lotta all'occupazione militare è
assolutamente speculare alla conclusione di accordi separati portati
a termine da Israele con la Giordania e l'Egitto.
In ogni caso, nel pieno rispetto della cultura borghese occidentale,
si sta procedendo ad una operazione di portata immane che va a configurare
una frammentazione territoriale, preludio di una scomposizione sociale
di più ampio respiro.
La costituzione di uno Stato di Palestina in questi termini avrebbe
conseguenze reazionarie sullo sviluppo della società palestinese.
Quella che ora è una prigione a cielo aperto (Gaza) potrebbe
ben rispondere alle esigenze della comunità internazionale
che appoggia, all'unisono, la creazione di uno stato-nazione di
Palestina. Ma anche la seconda ipotesi (uno stato frantumato tra
la Striscia di Gaza e le diverse aree della Cisgiordania) va a prefigurare
scenari certo non esaltanti.
Eppure tutti continuano a parlare della necessità della formazione
di uno Stato di Palestina. Molta parte della sinistra del nostro
paese (sempre spinta a parlare della formazione di uno stato palestinese,
immaginando in ciò il concretizzarsi del principio di autodeterminazione
dei popoli) ha difficoltà ad analizzare la questione uscendo
dalle strette maglie della configurazione istituzionale di una entità
territoriale definita in base a cultura, tradizioni, lingua, rapporti
economici e sociali propri dell'Occidente. Stato di Palestina ci
hanno detto che deve essere e Stato di Palestina sarà! Possibilità
di immaginare una reale sovranità svincolata dalla formazione
di un nuovo stato nazione non ve ne sono.
Possibile che tutto sia rinchiuso nelle anguste maglie della configurazione
istituzionale del potere? Perché, se questo porterebbe presumibilmente
alla frammentazione di un tessuto sociale ed alla diseguale distribuzione
delle ricchezze e dei patrimoni collettivi? Fondamentalmente rimangono
inalterati i caratteri culturali che ci permeano e non riusciamo,
noi stessi, ad andare oltre la definizione di una organizzazione
istituzionale che veda la sovranità delle genti esplicitarsi
al di fuori del modello dello Stato/Nazione. Ma esso non è
per definizione la panacea di tutti i mali. Anzi, a dirla tutta
si dovrebbe essere in grado di denunciare la formazione degli stati
nazionali almeno degli ultimi dieci anni (Croazia, Slovenia, Bosnia,
Kossovo,
) come complementare alla politica internazionale
del dividi et impera di latina memoria e come funzionale alla creazione
di stati nazionali fondati su radici etniche o religiose. In questo
(anche) si farebbe un gran piacere non solo agli Usa quanto, nel
contesto specifico, allo stesso Stato di Israele.
Ma la questione dovrebbe essere affrontata anche da altro punto
di vista. Storicamente la formazione degli stati nazionali è
stata la punta più elevata di rappresentazione delle istanze
delle borghesie europee dalla fine del Settecento, andando di pari
passo con la sempre maggiore egemonia politica acquisita dalla borghesia
stessa attraverso il processo di industrializzazione delle città
europee. E' stato, quindi, il modo migliore per rappresentare politicamente
le istanze sociali della borghesia. La rappresentanza politica e
la rappresentanza sociale della borghesia hanno trovato nello Stato
il luogo di composizione dei loro conflitti emarginando le altre
istanze sociali o riassorbendole all'interno di quei conflitti.
Anch'esse, in ogni caso, modalità di sussunzione delle lotte
all'interno del ciclo capitalista. Non a caso il "modello statale
europeo" (emerso, cioè, nell'Europa geografica) con
la sua ripartizione di poteri ed i suoi meccanismi rappresentativi
è stato esportato all'estero ed applicato a contesti ad esso
del tutto estranei solo per legittimare leadership che riuscissero
a tenere sotto controllo realtà sociali che esprimevano germi
o punte socialmente avanzate di conflitto sociale a partire dalla
rivendicazione delle proprie necessità o, più generalmente,
delle proprie istanze.
Il conflitto israelo-palestinese può, forse, inserirsi in
questa prospettiva. Ma la complessità della questione palestinese
è tale da non potere essere letta, evidentemente, in chiave
esclusivamente locale. Gli interessi americani, europei e dei vicini
paesi arabi hanno avuto e continuano ad avere un'influenza determinante
nella riorganizzazione della geografia politica-economica dell'area.
Sembra potersi affermare l'interesse del "mercato" (o
forse dovremmo imparare a dire "dei mercanti") alla costruzione
di un'area di libero commercio nel Medio Oriente, che abbia come
suoi punti cardinali Israele, la Turchia, l'Iran e l'Arabia Saudita.
Che la politica economica dei "pensatori unici" abbia
bisogno di formule di governo dell'economia sopranazionali non sembra
potersi mettere in dubbio: esemplificazioni di questi modelli sono
davanti ai nostri occhi: il NAFTA (Trattato di libero commercio
per il Nord America) ha costruito un'area di libero commercio tra
Messico, USA e Canada; l'APEC (Accordo di Cooperazione economica
per il Sud-Est asiatico) rappresenta il suo omologo dall'altra parte
del mondo.
D'altro lato, l'esempio forse più emblematico di accordo
commerciale giuridicamente vincolante tra soli paesi ricchi è
sicuramente il Trattato di Maastricht, rivolto alla formazione di
un'area di libero scambio e a moneta unica tra i paesi dell'Europa
occidentale.
Contemporaneamente vanno sviluppandosi anche accordi commerciali
regionali tra paesi poveri come l'Associazione delle Nazioni del
Sud-Est Asiatico (ASEAN), il Mercato Comune del Cono Sud dell'America
(MERCOSUR), la Cooperazione per lo Sviluppo dell'Africa Meridionale
(SADC) ed altri ancora.
Un discorso a se, per la corposità dell'intervento che si
sta tentando e per la grandezza dell'universo umano in esso comprese,
andrebbe poi fatto per l'Accordo di Libero Commercio delle Americhe
(ALCA) oggetto delle mirabili contestazioni di Quebec City.
Queste strutture di governo dell'economia e di annientamento delle
identità locali sembrano, oltre il resto, funzionali alla
costruzione di politiche economiche dettate dall'esterno su di una
realtà politico-sociale che non potrà prendere in
nessun caso autonome decisioni, che sarà necessariamente
tenuta al rispetto di vincoli e parametri basati sui principi dell'economia
neoclassica anche qualora volesse avere la velleità di farsi
rappresentare da governanti "progressisti".
In questa visione, quindi, egualmente funzionale al governo dell'economia
mondiale è la costruzione di stati-nazione (in alcuni casi
poggianti su requisiti di appartenenza etnica o religiosa), la cui
consolidata esperienza di controllo in termini di apparati giudiziari,
amministrativi, di gestione dello stato sociale in funzione distributiva
e redistributiva non appare al momento sostituibile da alcun'altra
formula organizzativa a disposizione dei "pensatori unici".
Anche in questa prospettiva, allora, si può forse comprendere
l'obsolescenza dello slogan "due popoli, due stati" che
dalla firma degli accordi di Oslo e dalla formazione dell'ANP ha
sempre più preso corpo nelle coscienze non solo occidentali
ma anche interne alla Palestina.
Questo slogan, oltre che di quasi impossibile realizzazione se contestualizzato
in riferimento alla situazione dei profughi, appare strumentale
al governo dei popoli e alla loro sottomissione a logiche troppo
spesso aliene alle culture che li animano, essendo la trasposizione
di un modello occidentale (probabilmente anche in crisi, soprattutto
nelle sue forme di rappresentanza degli interessi e di espropriazione
delle capacità di autogoverno), prodotto della rivoluzione
industriale e di sua cugina sig.ra rivoluzione francese, a realtà
estranea al suo processo di formazione storica.
E' bene chiarire, a questo punto, che ciò che stimola questa
riflessione è proprio lo spirito con il quale l'Intifada
sta proseguendo la sua strada. Ci pare sintomatico lo "spontaneismo"
con il quale la rivolta è nata, assumendo caratteri aspramente
critici anche nei confronti dell'Autorità Nazionale Palestinese,
vera e propria agenzia di servizi nelle mani di una piccola elite
palestinese e, forse, esemplificazione della vittoria sionista negli
accordi di Oslo. Tale forma di sollevazione spontanea ci pare essere
frutto dell'annientamento di altri tipi di organizzazione politico-sociale
non allineata agli interessi dell'ANP, annientamento avvenuto a
seguito di una radicale repressione da parte dell'ANP stessa durante
gli anni successivi agli Accordi di Oslo. La capacità di
sollevazione, anche una volta che le leadership non allineate sembravano
avere perso ogni presa sul piano del radicamento sociale, pare significativo
della volontà di costruzione di una sfera pubblica, collettiva
(come può essere uno sciopero, una manifestazione, un funerale)
non statale.
In questi termini ci sembrerebbe possibile ipotizzare scenari anche
alternativi rispetto a quelli comunemente provenienti dalle "istituzioni"
del luogo. E' evidente la difficoltà di ogni organizzazione
palestinese laica a pensare, oggi, una qualsiasi soluzione alternativa
a quella della formazione di uno stato di Palestina negli angusti
confini tracciati da Israele. E' legittimo immaginare che questo
sia il risultato delle grosse perdite subite negli anni; ciò
ha fatto abbandonare l'idea della costruzione di una entità
territoriale interetnica e democraticamente governata. La richiesta
"due popoli, due stati" è comprensibile ma non
riesce ad esaurire la questione palestinese se non in un'ottica
di emergenza. Di fronte a chi dice che pensare ad una comunità
interetnica in quell'area è utopia, chiediamo di guardare
alla situazione attuale ed alla possibilità che si formi
uno stato palestinese democratico nei confini anteriori al 1967:
un'altra utopia!
D'altra parte non ci pare che questa lettura entri in conflitto
con quelle che possono essere future realizzazioni della lotta palestinese,
secondo ciò che i Palestinesi vorranno e riusciranno realmente
ad ottenere.
Non si vuole, cioè, abbandonare la causa palestinese ma la
si vuole contestualizzare nell'ambito degli scenari della globalizzazione
economica e delle forze della lotta di liberazione nazionale palestinese,
oggi più che mai ridotte soprattutto nella componente laica
e marxista.
In questo modo, però, ci pare si possa continuare a guardare
al conflitto in atto mantenendo quel necessario spirito critico
che, se oggi ci permette di analizzare una questione non cedendo
a tentazioni di puro assecondamento di istanze altrui, domani ci
darà la possibilità di continuare a lottare a fianco
del popolo palestinese, per una sua totale liberazione, con o senza
Stato di Palestina.
E' questo anche il tentativo di alcuni studiosi e storici che, consapevoli
dell'inadeguatezza del sistema concettuale "due stati per due
popoli" e del suo utilizzo da parte della borghesia israeliana
e di quella palestinese più direttamente implicata negli
"affari della guerra", propone l'esistenza dei due popoli
all'interno di un'unica cornice democratica. Il che equivale a dire
che lo Stato di Israele, configurato come lo è attualmente
sui suoi elementi cardine - il militarismo e la religione - non
ha anch'esso ragione di esistere.
Come detto, tra l'altro, questa sarebbe la conseguenza necessaria
del ritorno dei rifugiati espulsi nel corso del secondo dopoguerra.
3. La nuova intifada e le leadership palestinesi.
Queste considerazioni sono anche frutto della valutazione dell'attuale
scenario che si va sviluppando nei territori occupati e nei paesi
arabi vicini.
La nuova Intifada, infatti, sconta significative differenze rispetto
a quella esplosa nel dicembre del 1987. La caduta del muro di Berlino,
ovviamente, è parte integrante di queste differenze avendo
prodotto almeno due notevoli mutamenti: da un lato il venir meno
delle risorse economiche che avevano sostenuto le forze di resistenza
palestinese di stampo marxista nel corso del conflitto e negli anni
precedenti al suo nascere; dall'altro la mancanza, in terra palestinese,
di un riferimento ideologico-politico che pur aveva notevolmente
indirizzato la lotta.
Sotto tale punto di vista non si può non considerare che
una notevole componente della resistenza palestinese, così
come larghi strati della sua società, sono, ormai ed a differenza
del passato, guidate da un sentire religioso di matrice islamica
che nel corso degli anni (e proprio in considerazione del venir
meno di altri scenari a livello internazionale) ha preso il sopravvento
sulle istanze più democratiche e con le quali si andava considerando
la costruzione di un'entità indipendente che avesse le sue
basi nella laicità di una qualsiasi forma di organizzazione
sociale. Ciò ha evidentemente influenzato anche le forme
con le quali si è data la lotta del popolo palestinese in
questa "nuova intifada".
A ciò di accompagna un'altra significativa differenza rispetto
alla prima Intifada: la leadership palestinese. Nell'ambito dell'intifada
che nacque nel 1987 la leadership del popolo palestinese era tutta
nata e cresciuta all'estero, per cooptazione all'interno dell'OLP,
unica struttura che ha prodotto delle èlites politiche dal
1967 alla nascita dell'ANP nel 1994. Con le elezione del 1996, invece,
si cominciò a generare una nuova leadership fatta prevalentemente
da personalità cresciute in Cisgiordania e nella Striscia
di Gaza. La vecchia leadership non fu comunque messa da parte, anzi
conservò grandi poteri all'interno degli organismi (polizia,
consiglio legislativo, apparati di sicurezza, ministeri,
)
che il "quasi-stato ANP" provvide a darsi in funzione
della sperata costituzione di uno Stato su quel famoso 22% della
Palestina storica. Ma in realtà l'occupazione e la colonizzazione
continuavano! Il territorio si frammentava e con esso cominciarono
a nascere ed emergere le prime leadership locali (M. Barghuti ne
è l'esempio più evidente). Così, mentre a seguito
della colonizzazione e della frammentazione territoriale l'ANP cominciò
a perdere risorse e consensi, Hamas ampliò di molto i propri
programmi di intervento sul sistema assistenziale e, conseguentemente,
i propri consensi.
E facile dire che oggi Hamas si pone come l'unico soggetto politico,
organizzato e non allineato all'ANP in grado di catalizzare lo spirito
di rivolta dei Palestinesi. Alla fine di questo conflitto si potranno
leggere chiaramente i risultati che queste èlites stanno
capitalizzando e si arriverà forse ad ipotizzare (prima in
Palestina e poi qui) che è stato Hamas a portare dei successi
(se vi saranno) e l'ANP la struttura responsabile delle perdite
o degli arretramenti. Chi capitalizzerà questa situazione
in termini di consenso è facile intuirlo. Hamas è
un'organizzazione politica e poi religiosa di grande interesse,
estremamente lucida nelle analisi che compie, e non ansiosa di arrivare
al potere oggi perché sa che potrà farlo domani se
si muove (come fa) acutamente. In non molti anni ha già conquistato
la maggioranza dei consensi nella Striscia di Gaza.
Gaza esiste oggi come pezzo di una società in resistenza.
Domani potrebbe essere lo Stato di Palestina tanto agognato. Dopodomani
potremmo trovarci a scendere in piazza per criticarlo nella repressione
che porta alla società palestinese e per le istanze reazionarie
di cui si fa portatrice.
Le basi ideologiche di questa entità sovrana non le decideremo
certo noi, ma le possiamo immaginare.
Però possiamo dare un contributo in ordine alla prefigurazione
di scenari possibili. Ed è quello che facciamo appoggiando
i comitati popolari che rappresentano istanze di base che si muovono
quasi in maniera autorganizzata, spesso autogestendo delle strutture
o dei servizi sociali, su base territoriale e nell'ambito di un
progetto di autodeterminazione.
Per finire un breve ritorno sulla questione del territorio: un compagno
brasiliano - conosciuto a Porto Alegre e venuto con noi a supportare
i piqueteros (disoccupati) nei cacerolazos a Buenos Aires - amava
usare un'espressione che colpì noi di Napoli. Riferendosi
al Brasile o all'Argentina diceva sempre ed apertamente: "lo
stato che occupa il territorio del Brasile
" o "lo
stato che occupa il territorio dell'Argentina
". Oggi
sappiamo chi è l'occupante del territorio dei Palestinesi:
è lo Stato di Israele. Domani potrebbe essere lo Stato di
Palestina ad occupare quello stesso territorio in maniera illegittima?
Rispondere a questo vuole dire rispondere alle esigenze dei Palestinesi
che, crediamo, sono molto più interessati alla costruzione
di entità materialmente sovrane su di un territorio omogeneo
che non alla nascita di soggetti istituzionali frantumati o incapaci
di governare in quanto guidati da organismi sopranazionali e da
politici che esprimono sovranità e pretese sulla terra e
la vita di uomini e donne liberi.
Vita, terra e libertà per il popolo Palestinese!
Laboratorio Occupato S.K.A.
C.S.O.A. Officina 99
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