Laboratorio dei Saperi Sociali

Considerazione sparse sulle trasformazioni del lavoro. Documento per AC! che in parte approfondisce e allarga le tematiche affrontate nel seminario del FSE.

Milano, 25 novembre 20022

Elementi di analisi teorica
a cura di Andrea Fumagalli

Credo che sia sempre più ineludibile analizzare le trasformazioni quantitative e qualitative dell'erogazione del lavoro. Ma non bisogna limitarsi ad analizzare le forme della trasformazione produttiva e tecnologica (seppur importanti) ma anche e soprattutto gli effetti sulla soggettività di chi presta lavoro.
Dal lato quantitativo, siamo abbastanza d'accordo per quanto riguarda il processo di precarizzazione del mercato del lavoro, cominciato negli anni Ottanta con l'accordo Scotti che ha introdotto la prima figura atipica di lavoro ("il contratto di formazione lavoro") che è poi continuato sino al libro bianco di Maroni e al Patto per l'Italia. Molto brevemente, tale processo può essere diviso in due parti: la prima riguarda la flessibilità in entrata e la flessibilità salariale (nuove tipologie lavorative per assumere e gli accordi del luglio 92 e 93 che eliminano la scala mobile e rendono il salario dipendente dal tasso atteso di inflazione e quindi non più variabile contrattabile (da variabile indipendente dal mercato del lavoro nell'accezione keynesiana-fordista il salario ritorna ad essere dipendente dal mercato del lavoro e sganciato dal processo di accumulazione)), la seconda, negli anni Novanta volta a flessibilizzare l'uscita dal lavoro (legge 223 sulla mobilità sino ad attacco all'art. 18). Il risultato è il prevalere della contrattazione individuale su quella collettiva, ovvero l'individualizzazione del rapporto di lavoro. Tutto ciò è avvenuto con l'approvazione teorica e pratica di buona parte delle forze del centro-sinistra (o al governo o all'opposizione) e dei tre sindacati confederali. La recente svolta della Cgil apre una nuova fase tutta da verificare, ma che non cancella lustri di politica sindacale concertativa e di politica dei redditi (con esiti fallimentari per i lavoratori e di svalutazione del mondo del lavoro). Se volete un approfondimento, rimando all'allegato n. 1 (in attached Ms-Word7)
Dal lato qualitativo, la diffusione pervasiva delle tecnologie linguistico-comunicative ha strutturalmente modificato il modo di lavorare. Anche qui vado con l'accetta (mi scuso per l'apoditticità):

1. la differenza tradizionale tra lavoro manuale e lavoro intellettuale tende a perdere di significato di fronte alla necessità di formazione professionale sempre più necessaria per svolgere lavoro di esecuzione (es. sistemi Cad-Cam) e di fronte alla standardizzazione delle procedure di comunicazione introdotte dall'informatica che tendono a taylorizzare sempre più il lavoro intellettuale. Per quanto riguarda il lavoro manuale, uno degli effetti dell'"automazione flessibile", come esito dei processi di ristrutturazione produttiva, é stata quella di rompere la ripetitività dell'azione lavorativa tipica della tradizionale linea di montaggio meccanica tramite l'inglobazione in un solo momento operativo di più funzioni e mansioni (aumento dello sfruttamento). La possibilità di comunicare (con il linguaggio dell'informatica) tra macchine operatrici diverse consente, infatti, di poter svolgere in quasi simultaneità operazioni che fino a poco tempo fa veniva svolte sequenzialmente: in particolare, all'attività di esecuzione vera e propria, oggi ad appannaggio esclusivo della macchina (con notevole riduzione della fatica fisica), si sommano operazioni di controllo-qualità, di adeguamento computerizzato della macchina al pezzo in linea, che variando costantemente, necessita di una continua riprogettazione della macchina operatrice.
Il mix di attività manuale, di controllo e di intervento di progettazione necessariamente comporta la detenzione di competenze specifiche, vale a dire di conoscenze relative alla tecnologia utilizzata. Diventa imprescindibile un processo di formazione specializzata, permanente e continua, tanto veloce quanto è veloce la dinamica tecnologica. L'asservimento alla macchina passa oggi non solo tramite le braccia ma anche tramite il cervello. In questo contesto, lo sviluppo di formazione professionale non necessità una preparazione culturale autonoma. Il sapere individuale si scinde sempre più dalla necessità di possedere competenze specifiche.
Dal lato del lavoro intellettuale, l'impatto delle tecnologie informatiche é stato ancora più forte. La distinzione principale tra attività manuale, soggetta ad uno sforzo fisico oppure ad una ripetitività dell'agire lavorativo, e attività intellettuale, basata sull'agire del cervello e su valutazioni per definizioni individuali e differenziate, stava essenzialmente nell'impossibilità di misurare e di valorizzare in termini di unità di prodotto e/o di tempo (produttività del lavoro) quest'ultimo, in quanto l'esito dell'attività lavorativa dipendeva dal grado di istruzione, dal livello culturale e dall'esperienza individuale. L'introduzione delle tecnologie di linguaggio consente di poter controllare oggi in termini numerici la prestazione intellettuale. Se un tempo un'attività intellettuale era valutata in quanto tale, a prestazione ultimata, la codificazione dei linguaggi e della loro formulazione, da un lato, e la standardizzazione dei processi di produzione immateriale in procedure prestabilite e informatizzate, dall'altro, permettono la misurazione della prestazione intellettiva passo dopo passo, in ogni momento. La standardizzazione delle procedure comunicative tramite l'utilizzo dei sistemi informatici ha così comportato negli anni più recenti una sorta di taylorizzazione della prestazione intellettuale. Ovviamente, questo discorso non può essere esteso a tutte le attività intellettuali: esso é maggiormente presente laddove il grado di competenza e di sapere é più diffuso e codificabile, ovvero dove il grado di specializzazione "relativa" del sapere (vale a dire quel "sapere", che non è codificabile ed é ad appannaggio di pochi, in maniera quasi esclusiva, ovvero è sapere tacito) é minore. Generalmente, tuttavia, si assiste ad uno svuotamento sostanziale dell'attività intellettuale a favore di una sua meccanizzazione che ne svuota il contenuto e svilendone non solo il risultato ma anche la ragion d'essere. Anche per il lavoro intellettuale, quindi, la "cultura" conta sempre meno a vantaggio della necessità di formazione specifica.

2. Parallelamente, si assiste al diffondersi di nuove servitù del lavoro. Le attività servili (dalla pulizia, alla cura di persone e cose) lungi dall'essere forme arcaiche acquistano una nuova modernità e necessità senza la quale la prestazione di lavoro cognitiva e precaria non potrebbe avere luogo.

3. La prestazione lavorativa tende a diventare sempre più cognitiva e relazionale: il cervello, i sentimenti e l'esperienza di vita diventano fattori produttivi altrettanto importanti (se non di più) delle braccia e del corpo. Le componenti immateriali crescono così come il successo di una merce dipende sempre più dagli aspetti simbolici ed immateriali ad essa legata (almeno in Occidente). Ciò dipende dal fatto che la prestazione lavorativa si è modificata in modo strutturale negli ultimi due decenni, a causa degli effetti della diffusione del nuovo paradigma produttivo, organizzativo e sociale che opera nel nord-capitalistico del pianeta e che chiamiamo "dell'accumulazione flessibile" (meglio) o "post-fordista" (peggio):
· La produzione di ricchezza non più è fondata solo ed esclusivamente sulla produzione materiale ma si basa sempre più su elementi di immaterialità, vale a dire su "merci" intangibili, difficilmente misurabili e quantificabili, che discendono direttamente dall'utilizzo delle facoltà relazioni, sentimentali e cerebrali degli esseri umani;
· La produzione di ricchezza non è più fondata su uno schema omogeneo e standardizzato di organizzazione del lavoro, a prescindere dal tipo di bene prodotto. L'attività di produzione si attua in diverse modalità organizzative, caratterizzate da una struttura a rete, grazie allo sviluppo delle tecnologie di comunicazione linguistica e di trasporto. Ne consegue uno scompagimento della tradizionale forma gerarchica unilaterale interna alla fabbrica che viene sostituita da strutture gerarchiche che si attuano sul territorio lungo filiere produttive di subfornitura, caratterizzate da cooperazione (raramente) e/o comando (spesso);
· La prestazione lavorativa si modifica sia quantitativamente che qualitativamente. Riguardo le condizioni di lavoro (l'aspetto quantitativo), si assiste ad un aumento degli orari di lavoro e, spesso ad un cumulo di mansioni lavorative, al venir meno della separazione tra tempo di lavoro e tempo di vita, ad una maggior individualizzazione dei rapporto di lavoro. Inoltre la prestazione lavorativa acquista sempre più elementi di immaterialità: l'attività relazionale, di comunicazione e cerebrale diventano sempre più compresenti e importanti. Tali attività richiedono formazione, competenze e attenzione: la separazione tra mente e braccia, tipica della prestazione taylorista, si riduce sino a sviluppare un connubio di routines e di intensa partecipazione attiva al ciclo produttivo. Alla divisione tradizionale del lavoro per mansioni si aggiunge la divisione dei saperi e delle competenze, aumentando il grado di assoggettamento del/la lavoratore/trice ai tempi del processo produttivo. Tale assoggettamento non è più imposto in modo disciplinare da un comando diretto, il più delle volte viene introiettato e sviluppato tramite forme di condizionamento e di controllo sociale. L'individualismo contrattuale che ne consegue rappresenta la cornice istituzionale giuridica, al cui interno il processo di emulazione e di competizione individuale tende a diventare la linea-guida del comportamento lavorativo.
· Tutta la vita viene piegata alla produzione: dalla sussunzione formale del taylorismo si passa alla sussunzione reale dell'accumulazione flessibile. Dall'economia si passa alla bioeconomia. Lo sfruttamento aumenta e non riguarda solo il tempo di lavoro (che, non a caso, si allunga) ma anche e soprattutto il tempo di vita. Anzi la distinzione tra tempo di vita e tempo di lavoro tende ad annullarsi così come la separazione tra produzione e riproduzione. Il lavoro lungi dal diminuire aumenta ma diventa sempre più subordinato.

I due aspetti, quello quantitativo e quello qualitativo, si complementano a vicenda: l'individualizzazione del rapporto del lavoro è anche l'esito del linguaggio in senso lato (comunicazione, relazione, sapere, competenza) come componente essenziale della prestazione lavorativa e tale linguaggio è per definizione individuale.
Si ha così una metamorfosi del rapporto capitale-lavoro che modifica le soggettività del lavoro in azione. E che bisogna comprendere per aprire nuovi spazi di conflittualità. Ma su questo si sconta un grave ritardo. Ad esempio, è sempre più importante la necessità da parte di chi organizza il processo di accumulazione di controllare l'erogazione di forza-lavoro non più tramite dispositivi disciplinari alla Foucault ma piuttosto tramite l'instillazione di forme sociali di controllo quali l'auto-repressione, l'auto-censura e l'auto-controllo stesso oppure la creazione di immaginari virtuosi e positivi (l'immaginario che controlla la mente come una droga). Se al controllo del fattore-produttivo "cervello" si aggiunge il controllo del territorio (la "sicurezza"), allora la forza lavoro tende ad essere sempre più malleabile e soggiogabile.
La possibilità perché il mondo del lavoro acquisti di nuovo una forte capacità contrattuale sta nella capacità di disvelare questi processi, favorire una nuova presa di coscienza, intraprendere una radicalità di pensiero e azione oggi poco diffusa nella sinistra, anche nel movimento dove la tematica del lavoro è spesso demandata alle rappresentanze sindacali (seppur autorganizzate). Tuttavia, il movimento di Genova è un buon punto di partenza e Firenze ci dice che bisogna essere ottimisti.

Questi sono i punti che considero rilevanti nell'analisi attuale del rapporto di sfruttamento. Le difficoltà stanno nel fatto che non siamo di fronte ad unico modello di organizzazione del lavoro, ma piuttosto ad un insieme di modalità produttive. Non è un caso che OGGI tutte le forme dello sfruttamento sono oggi moderne: dal rapporto schiavistico e semischiavistico a quello di alta consulenza a 50.000 euro a botta, passando dal lavoro artigianale a quello salariato a quello autonomo eterodiretto.
Ne consegue un superamento parziale della tradizionale figura del lavoratore salariato dipendente a tempo indeterminato con forme lavorative sempre più precarie. Tale fenomeno, compensato a livello internazionale dall'incremento del numero dei salariati nel Sud del mondo, può essere osservato sia dal lato della frammentazione del lavoro che dal lato del cambiamento qualitativo della stessa prestazione lavorativa, a prescindere dalle forme contrattuali che assume. Si tratta, evidentemente, di due facce della stessa medaglia.
La riduzione numerica della figura del lavoratore dipendente a tempo indeterminato è un fenomeno comune a quasi tutti i paesi d'Europa. Essa ha dato origine ad un processo di scomposizione e frammentazione del mercato del lavoro, il cui ritardo di analisi è stata la principale concausa della debolezza attuale dei sindacati, insieme alla sciagurata scelta della maggior parte degli stessi sindacati europei (quelli, raccolti nella CES, Confederazione Europea dei Sindacati) di perseguire politiche di concertazione, cogestione e subalternità aconflittuale,. Il processo di desindacalizzazione (ovvero la riduzione nel numero degli iscritti) negli ultimi vent'anni, anche se più contenuto in Italia e in Germania (perché compensato dall'aumento dei pensionati), ne è la eclatante conferma.
Il processo di frammentazione del mercato del lavoro ha sortito quindi non solo la crisi della rappresentanza sindacale e del suo potere contrattuale, ma, soprattutto, ha portato all'individualizzazione del rapporto del lavoro, al dominio della contrattazione individuale su quella collettiva e, quindi, alla capitolazione del lavoro di fronte al capitale, con tutti gli effetti peggiorativi sulla condizioni di lavoro, di salario, di libertà, ecc.
Oggi, possiamo forse cercare di riordinare le diverse tipologie lavorative esistenti in due grandi categorie di massima, che si aggiungono a quella, ridotta ma non scomparsa, del salariato a tempo indeterminato: il lavoratore salariato autonomo e l'artigiano "biopolitico" della soggettività. La prima categoria racchiude tutte le prestazione di lavoro subordinato oggi definite "atipiche", ovvero caratterizzate da precarietà salariale e contrattuale, sottoposte al ricatto della ricerca della continuità di lavoro, all'impari contrattazione individuale, senza tutele né garanzie, "soli" di fronte all'arroganza padronale, come se fossero lavoratori autonomi. Dal contratto part-time, agli interinali, agli stagionali, sino ai parasubordinati, circa un 50% della forza-lavoro giovanile a livello europeo (con punte di 70-75% nei paesi di fascia mediterranea, Spagna e Italia in testa), entra nel mercato del lavoro con queste caratteristiche.
La seconda categoria fa riferimento a tutte le prestazioni lavorative formalmente indipendenti, ma fortemente caratterizzate da attività cognitivo-relazionali, in cui l'uso delle cognizioni linguistico-cerebrali-esperienzali ricorda le competenze individuali che gli artigiani dei primi anni del secolo scorso dovevano avere per poter svolgere il loro "mestiere". La differenza sta che oggi i saperi dipendono e sono strettamente interrelati alla vita dei soggetti, al "bios" e non più solo all'abilità manuale.
In entrambi i casi, si tratta di un ossimoro, una contraddizioni in termini, se analizzati con gli occhi del paradigma taylorista-fordista. Così come lo è la dizione "working-poor", lavoratore povero, colui che pur lavorando a tempo pieno e/o in modo intermittente, non riesce ad acquisire un reddito superiore alla soglia di povertà. Ma, oggi, tali ossimori sono la norma: l'eterodirezione del lavoro, l'elevata prescrittività di mansioni non sempre disciplinate ma comunque sottoposte a forme di autocontrollo, non riguardano più solo il lavoro formalmente dipendente ma di fatto interessa la quasi totalità delle prestazioni lavorative, anche quelle che un tempo godevano di maggior autonomia decisionale.

In conclusione, siamo quindi di fronte ad una pluralità di prestazioni lavorativa molto diverse, come diverse sono le soggettività che vi sono implementate, ma accomunate da un livello di sfruttamento più pervasivo di quello esistente vent'anni fa, perché spalmato non più solo sul tempo di lavoro ma sempre sulla stessa vita degli individui e sull'utilizzo di tutte le capacità umane e non solo di alcune. Possiamo chiamare questo coacervo di soggettività che dispone solo della propria capacità lavorativa con il termine moltitudine proletaria, per indicare un qualcosa che non è omogeneo (come il termine popolo evoca) ma piuttosto un insieme di soggetti che non sono ancora classe. Una conferma di ciò è la nuova divisione del lavoro che si sta affermando sempre più nell'Europa di Maastricht, basata non più solo sulla specializzazione produttiva e organizzativa (progettazione, esecuzione e valorizzazione), ma soprattutto sui saperi e sull'area di provenienza, ovvero sulla propria esperienza di vita e di nascita. Il livello di istruzione e di saperi così come il colore della pelle, se si giunge da paesi extra-comunitarie, definiscono una nuova segmentazione qualitativa del mercato del lavoro, che vede i lavoratori più specializzati in termini di saperi adibiti ad attività cognitive, quelli più specializzati in termini di competenze tecniche e mestiere adibiti alle attività flessibili di tipo esecutivo-materiale, i migranti adibiti in maggioranza ai lavori servili.


Alcune riflessioni sul piano politico

Il compito di chi cerca di comprendere le trasformazioni in atto sia da punto oggettivo che delle soggettività, quindi il nostro compito (in quanto ricercatori militanti), è quello di favorire che l'attuale moltitudine proletaria si costituisca in classe e quindi in soggetto politico in grado di sovvertire l'ordine attuale delle cose.
Al riguardo, credo siano necessari alcuni strumenti di base:
· elementi informativi, ovvero capacità di inchiesta non solo sulle condizioni materiali del lavoro ma soprattutto sulle soggettività in essere (i modi di pensare, i modelli di riferimento, l'esperienza di vita, gli immaginari e i desideri, ecc.). Tutto ciò è tanto più difficile quanto più è vasto lo spazio e il tempo a cui l'inchiesta deve riferirsi. Se negli anni Sessanta per l'operaismo dell'epoca era sufficiente monitorare alcune grandi fabbriche (Fiat, Porto Marghera, Saint Gobain, ecc.) e il tempo di lavoro, oggi bisognerebbe monitorare ambiti territoriali più vasti e il tempo di vita. Non è facile. Se poi ragioniamo - come è imprescindibile non fare - a livello internazionale, in termini di divisione internazionale del lavoro e dei saperi, beh allora non ci sono più confini se non quelli dettati dalla limitatezza della terra.
· diventa sempre più necessario, quindi, scambiare conoscenze e informazioni dalle diverse realtà europee sull'evoluzione dei mercati locali del lavoro, per iniziare e continuare un lavoro di inchiesta, già in fieri;
· in secondo luogo, verificare e discutere le nuove forme della rappresentanza del lavoro, di fronte al fallimento e alla crisi delle tradizionali associazioni sindacali, sia quelle più concertative che quelle autorganizzate e di classe, spesso incapaci di uscire da una sterile rappresentazione corporativa, seppur importante;
· infine, individuare il terreno oggettivo e soggettivo in grado di promuovere un processo di ricomposizione di classe, consono sia a ciò che resta del proletariato fordista che al nuovo proletariato migrante e cognitivo. La diversità delle soggettività in gioco non permette ancora di proporre una piattaforma unica per tutti i segmenti del mercato del lavoro prima ricordati. L'impressione che si ha è che la messa in discussione della condizione lavorativa in modo diretto (tramite la presa di coscienza nelle singole realtà lavorative) al momento non è sufficiente, seppur rilevante. Occorre una riflessione più ampia che coinvolga anche gli aspetti che apparentemente sembrano scollegati dall'attività lavorativa, ma strettamente interni alla vita degli individui. In una fase dove la differenza tra tempo di vita e tempo di lavoro tende a diventare evanescente, dove lo sfruttamento diventa pervasivo e perenne, la capacità di sovversione e di lotta deve tendere sempre più a salvaguardare la nostra libertà di movimento, di pensiero e di autonomia. Ovvero deve consentire il controllo della propria vita e del proprio tempo di lavoro, senza più essere sottoposto al ricatto del bisogno e alla precarietà di reddito. La lotta contro la subordinazione del lavoro, per il miglioramento delle sue condizioni, per l'allargamento delle garanzie e delle tutele è oggi imprescindibilmente legata a quella per il diritto al reddito sganciato dal lavoro, senza ma e senza però.

Detto fuori dai denti, la moltitudine proletaria può ricomporsi in classe se è in grado di aumentare il potere contrattuale individuale attraverso lo sviluppo di forme di contropotere monetario, con il quale sottrarsi via via al ricatto della subordinazione del lavoro, sia esso salariato o autonomo eterodiretto. La battaglia per un reddito garantito, incondizionato di esistenza appare al momento lo strumento, non unico ma il più idoneo, per iniziare questa battaglia.

 


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