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09 gennaio 2003
Per costruire un percorso studentesco comune che superi i problemi
di comunicazione e organizzazione che finora hanno impedito la nascita
di un movimento studentesco universitario forte e determinante,
è necessario trovare parole chiave e ed obiettivi condivisi,
partendo da un'analisi che descriva le forme intrecciate e complesse
con cui si presenta oggi il sistema in cui viviamo, e che ne individui
le contraddizioni nodali su cui costruire il nostro conflitto.
La frammentazione sociale che le politiche neoliberiste hanno prodotto,
sottraendo il terreno di lotta ai movimenti degli ultimi decenni,
scomponendo l'unità della classe, dislocando i luoghi del
potenziale conflitto, assuefacendo l'intera società al controllo
dei (bi)sogni, preparandosi nuovamente a colpire le nuove soggettività
divise ad hoc, diviene oggi in realtà un punto di forza per
la moltitudine, perché i nodi del sistema neoliberista sono
molteplici ed interconnessi, ed ogni soggettività oggi è
in grado di colpirli diffusamente ed in modo orizzontale, sabotando,
deviando risorse, riutilizzando tecnologie. Queste sono le ricchezze
e la forza del movimento dei movimenti, composito e ramificato,
che scopre i veli sotto cui si nasconde la vera natura della globalizzazione
neoliberista.
Come studenti, ma anche come lavoratori interinali e futuri dis/occupati
usa e getta, come produttori di saperi che vengono risucchiati e
sussunti dal sistema economico-finanziario delle multinazionali
e dagli interessi imprenditoriali, ci siamo riconosciuti come componenti
di uno dei nodi fondamentali della rete neoliberista, portatori
delle contraddizioni epocali costituenti il nuovo ordine globale.
Il ruolo che abbiamo come studenti e cittadini oggi, cui vengono
sottratti via via i fondamentali diritti di cittadinanza, esprime
la contraddizione che viviamo in quanto tali, nelle scuole e nelle
università, luoghi della costruzione sociale che sempre più
si trasformano in officine del controllo, dove il sapere è
funzionale alla riproduzione di sfruttamento e pacificazione: programmi,
settorializzazione delle conoscenze, crediti formativi, condanna
alla formazione permanente, smantellamento di ogni forma di reale
diritto allo studio, precarizzazione delle esistenze di tutti, determinazione
dei percorsi conoscitivi da parte di aziende e imprese multinazionali.
Così si intreccia la specificità dell'essere studenti
con le regole che guidano ogni aspetto del vivere sociale, regole
che hanno come obiettivo un ordine basato sul consenso controllato
e sull'accettazione acritica del sistema economico e politico esistente.
Su questo abbiamo cercato di incidere aprendo spazi di messa in
discussione del modello che ci viene imposto nelle aule attraverso
una riforma dell'istruzione che, in modo estremamente coerente,
toglie possibilità di diffondere analisi critica, saperi
altri e conflitto, imponendo anche un'etica del lavoro che nulla
lascia alla creatività ed alla costruzione di alternative
di vita che siano immuni al ricatto del mercato del lavoro ed alle
aspettative comuni.
IL LABORATORIO DEI SAPERI CRITICI
Il laboratorio dei saperi critici nasce dall'esigenza di sperimentare
metodi e pratiche nuove di movimento nell'ambito studentesco e dalla
necessità di raccogliere le soggettività sparse che
vivono all'interno dell'università. Tornati dalle grandi
contestazioni ai vertici e dagli appuntamenti in cui il movimento
dei movimenti si è espresso a livelli qualitativi e quantitativi
mai visti prima negli ultimi decenni, abbiamo sentito la necessità
di individuare il modo per "far tornare da Genova a casa"
la ricchezza di conflitto e presenza politica che si è riversata
in quelle strade due anni fa. Dove sono finite le moltitudini di
Genova, Firenze, Roma? Che traduzione ha avuto la mobilitazione
del movimento globale nel locale? E' come se in generale si riconoscesse
senz'altro il livello globale su cui spostare le lotte e le rivendicazioni,
ma non si cogliesse a livello territoriale la ricaduta delle stesse
politiche che ai grandi vertici si vanno a contestare. E' necessario
ricomporre queste soggettività "sensibili" nei
luoghi del quotidiano, far emergere il ruolo centrale che ognuno
di noi può avere nella diffusione di insubordinazione e sabotaggio
del sistema. Per questo abbiamo adottato il metodo della conricerca
come momento di codificazione soggettiva delle realtà in
movimento o "latenti". Bisogna imparare a dare nulla per
scontato: quelle centinaia di migliaia di studenti che hanno riempito
Genova Firenze ad esempio avranno sicuramente degli "ottimi"
motivi per non farsi vedere a casa. E questo non è un buon
motivo per lasciarli perdere, ma per chiederci qual è il
reale problema nell'aggregazione. E' un problema di organizzazione?
E' un problema di linguaggio? Noi crediamo di sì. L'identità
per come si è espressa finora non è fattore di coinvolgimento
o allargamento ma viene vissuta come ghettizzante ed escludente.
Questo non è un giudizio di valore ma di fatto. Ci si misura
realmente solo sui percorsi e sulle relazioni che si riescono a
costruire. Conricercare su questo è essenziale. E ci siamo
resi conto che già solo il fatto di costruire questionari
ci pone delle domande sul metodo e su quello che stiamo cercando,
produce un livello di partecipazione e coinvolgimento che per molto
è mancato dalle nostre parti. Ma linguaggi e pratiche per
molti sono ancora esperimenti da fare e non esperienze vissute.
Può essere necessario rimettersi in discussione ed abbassare
il livello, altrimenti si rischia di non essere raggiunti da nuovi
soggetti.
Ci siamo già detti che esistono in potenza molteplici pratiche
di resistenza all'organizzazione, alla scansione dei tempi e allo
sfruttamento del neoliberismo in questa fetta d'occidente. E non
potrebbe essere altrimenti: il livello di presenza nelle nostre
vite di meccanismi produttivi e riproduttivi di valore aggiunto
all'interno del mercato neoliberista è sempre più
pressante, complesso ed organico. E produce repulsione ed allontanamento
finché è possibile. Vediamo intorno a noi svilupparsi
tecniche di salvataggio a volte stupefacenti. Per sottrarsi all'imposizione
di programmi e didattiche percepite almeno come non interessanti,
per ritagliare uno spazio ed un tempo per sé e per i propri
interessi (che spesso sono anche impegnati a livello sociale o scientifico)
e per risparmiare sui costi abnormi della distribuzione dei saperi,
si è per lo più disposti a tutto. Prioritario è
secondo noi tradurre questa potenzialità "sovversiva"
in attualità densa di politico, metterci un segno davanti,
rendere diffusa ma soprattutto consapevole la resistenza che si
sviluppa in questi luoghi. Ma anche saperne cogliere gli aspetti
positivi: significa che c'è ricerca di altro, che però
quell'altro non si ritrova nei luoghi in cui si vive la maggior
parte della propria giornata (ricordiamoci i tempi della riforma
),
quindi viene percepito come tempo perso, energia sprecata ma che
si deve spendere per forza. Aprire spazi di "altro" dentro
quei luoghi intercetta questa fascia estremamente ampia di popolazione
universitaria, dà senso al generico sottrarsi all'imposizione,
fa riconoscere la strutturalità del problema, crea partecipazione
e fermento intellettuale. E rimette in discussione, continuamente,
l'agire politico di chi "già sa".
Inoltre la finalità del Laboratorio è quella di riutilizzare
gli strumenti e le tecnologie che noi stessi produciamo, per sabotare
il sistema in maniera orizzontale, in ogni ambito della società
a partire da noi e dal conflitto di cui siamo portatori. Anche perché
il valore aggiunto della nostra intelligenza sociale ci dà
la possibilità di costruire cooperazione sociale, sottrazione
e riconversione dei saperi e delle conoscenze. In questo senso il
laboratorio è un tentativo di destrutturare un modo di produrre
conoscenze e saperi oggi totalmente funzionale alla loro mercificazione
e sussunzione. Ricordiamoci dei tagli della finanziaria alla ricerca
e all'università, e chiediamoci (domanda retorica) da dove
arriveranno d'ora in poi i fondi per finanziarle. Una risposta,
anche alla mobilitazione per lo più ipocrita dei rettori
- gli stessi che finora non fatto altro che applicare pedissequamente
i dictat neoliberisti e tagliare sistematicamente il diritto allo
studio - e dei lacché sindacali che hanno portato loro piena
e incondizionata solidarietà, è dovuta.
Infine, molto brevemente e come proposta all'assemblea, per portare
avanti il discorso del diritto allo studio e riempirlo di questi
contenuti crediamo necessario riprendere la questione del reddito,
come riconoscimento della ricchezza sociale che produciamo e come
meccanismo per scioglierci dal ricatto del mercato del lavoro.
Una postilla merita il "nuovo" solo nelle forme accanimento
giudiziario e politico sul movimento. Come collettivo siamo stati
colpiti dalle ordinanze di custodia cautelare del dopo Genova, e
sappiamo tutti che a Napoli Omid non è potuto venire per
questo. Ognuno di noi sa cos'è stata Genova. Ognuno di noi
ha avuto a che fare con la barbarie cilena che ci è stata
scatenata addosso. Dobbiamo trovare un modo per rispondere, per
ricordare a tutti che questo movimento non si arresta.
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