Laboratorio dei Saperi Sociali

LA TRASFORMAZIONE DELLA SOGGETTIVITA’ E LA RISIGNIFICAZIONE PRATICA DELLO SPAZIO PUBBLICO. IL CASO DI ASSEMBLEE POPOLARI CHE OCCUPANO SPAZI

04 gennaio 2003

"Dobbiamo Esser capaci di riconoscere che questa non è l’apparizione di un nuovo ciclo di lotte internazionalisti, ma anche, al contrario l’emergenza di una nuova qualità di movimenti sociali. Dobbiamo essere capaci di riconoscere, in altre parole, le caratteristiche fondamentalmente nuove che tutte queste lotte presentano, specie nella proprio diversità. (…) tutte le lotte distruggono la tradizionale distinzione tra lotte politiche ed economiche. Queste lotte sono, allo stesso tempo, economiche, politiche e culturali – e per tanto, sono lotte biopolitiche, lotte sotto forma di vita. Sono lotte che si costituiscono, creando nuovi spazi pubblici e nuove forme di comunità."

Negri y Hardt

Imperio

Introduzione

Argentina ha vissuto nel dicembre del 2001 una crisi economica e sociale che è culminata in una sommossa popolare. A partire dal 19 e 20 di dicembre, non solo si sono dati una g rande mobilitazione, cambi di governo e un nuovo quadro economico, ma addirittura si sono aperti profondi processi di cambiamento nella conformazione delle soggettività individuali e collettive. In questo segno si danno grandi trasformazioni relativamente alla conformazione del pubblico in generale e della politica in particolare. Successi di grande importanza storica come l’espulsione di governi,la battaglia per l’occupazione della piazza di maggio, l’insorgere spontaneo dei cacerolazos, sono alcune espressioni di questo processo complesso. Parte di questo processo è il l’insorgere delle assemblee di quartiere, in cui ampi settori della popolazione danno vita a nuove forme di partecipazione nella politica. Uno degli aspetti innovativi di questo movimento è il recupero di più di 30 luoghi per uso pubblico. In questo movimento, noi incontriamo cambiamenti all’interno della relazione tra il pubblico e il privato che caratterizziamo come la costruzione di uno spazio pu b blico non statale. Lì possiamo sottolineare cambiamenti anche nei soggetti inseriti nel movimento e la articolazione di nuove pratiche.

Obiettivi generali

Analizzare le trasformazioni prodotte nella soggettività come risultato delle pratiche delle assemblee di quartiere, in particolare in relazione con la costruzione di uno spazio pubblico non statale (inteso come lo spazio costruito immaginariamente come spazio comune, non inquadrabile nella separazione privata/statale).

Echi tematici

- la riappropriazione e risignificazione di spazi fisici come la strada, la piazza e diversi edifici creandoli come spazi pubblici simbolici, a partire dagli avvenimenti del 19 e 20 del dicembre dell’anno passato. Facciamo riferimento in particolare alla percezione dei soggetti a proposito delle mobilitazioni spontanee in strada, della costituzione delle assemblee e dell’occupazione di spazi.

- La (ri)costruzione di soggettività in q u esti spazi. I cambiamenti nella soggettività individuale e la costruzione di soggettività collettiva territoriale come prodotto di pratiche collettive. La relazione tra i soggetti e il collettivo (la politica, la realtà, il quartiere, la città, ecc).

- I nuovi usi dello spazio in diverse pratiche (manifestazione, organizzazione, attività culturali, di salute, festive, produttive, ecc). Esplorare se nelle pratiche esistono continuità con le pratiche del passato (militanza, di quartiere, sociali, ecc.) e se esistono novità (pratiche di nuovo tipo). Relazione tra le distinte pratiche/esperienze (politica, culturale, produttiva, ecc).

Metodologia

- Accurate interviste a partecipanti di un’assemblea di quartiere.

- Osservanza partecipe delle attività regolari dell’assemblea.

- Discussione collettiva delle prime conclusioni con gli stessi partecipanti (retroalimentazione).

Il pubblico e il privato: c ornice teorica

Una caratteristica della modernità è la separazione tra il pubblico e il privato, la quale sembrò acuirsi nella fase di accumulazione del capitalismo neoliberale. Questa separazione è forzata in questo periodo dall’immaginario individualista della vita privata e dalla limitazione dello Stato alla diretta difesa degli interessi di gruppi ogni volta più ridotti. L’esperienza del soggetto/singolo si limita all’esperienza della propria vita. Le pratiche collettive non sono riconosciute dal singolo come tali. Il carattere politico delle pratiche/attività collettive si riduce nell’immaginario allo Stato e ai mezzi di comunicazione. Mentre il primo soppianta il politico, il secondo occupa il posto del discorso collettivo, il quale non è costruito da un soggetto collettivo in base all’esperienza di attività comuni, gia che il soggetto solo costruisce la rappresentazioni che si riferiscono alla sua vita personale/particolare. La vita privat a si separa dalla politica, gli individui si comunicano socialmente nella maniera privata, e politicamente attraverso lo Stato. "Lo stato politico perfetto, è, secondo la sua essenza, la vita generica dell’uomo in opposizione alla sua vita materiale. Tutte le premesse di questa vita egoista sussistono nella società civile, fuori dalla sfera dello Stato, ma come proprietà della società civile. Dove lo Stato politico ha raggiunto la sua reale formazione, l’uomo porta non solo nel pensiero e nella coscienza, ma anche nella realtà, nella vita, una doppia vita, celeste e terrena;la vita nella comunità politica dove forma la comunità, e la vita nella società civile, dove agisce/gestisce come uomo privato, vede, negli altri, semplici mezzi, porta sé stesso al ruolo di semplice mediatore e si converte in marionetta delle forze straniere"1. D’altra parte, lo spazio pubblico appare mediato dallo Stato e dai media, in un modo determinato. Si da in forma rappresentativa e a stratta. La rappresentazione può esser intesa tanto nel sentimento politico come simbolico del termine: il pubblico, in apparenza scisso dalla vita quotidiana dei singoli, per questi è solo un lontano discorso. Così si da un’astrazione della politica, nella duplice implicazione di essere un’astrazione discorsiva, e di astrarsi dalle necessità, dalle lotte e dai problemi concreti, particolari della società. Persino la percezione temporale è vissuta come continuo presente, astraendolo dal suo passato, destoricizzando la sua vita: "… la scomparsa del sentimento storico, il modo in cui tutto il nostro sistema sociale contemporaneo cominciò a perdere un po’ la sua capacità di trattenere il suo tesso passato e a vivere in presente perpetuo e un cambiamento che annulla le tradizioni (…) La funzione informativa dei media sarebbe quindi quella di aiutarci a dimenticare e attuare come gli agenti e i meccanismi stessi della nostra amnesia storica"2. La separazione a cu i ci riferiamo, così come si avverte nel piano delle attività e dei discorsi dei singoli, si cristallizza anche nella distribuzione fisica e simbolica degli spazi urbani. Come dice Sennet, "La visione intima si induce in proporzione all’abbandono che patisce/subisce il dominio pubblico vacante. Ad un livello più fisico, i media spingono la gente a concepire il dominio pubblico come carente di sentimento. Questo accade con la organizzazione dello spazio nelle città."3 La strada pubblica appare come un luogo di transito di individui isolati. Non esiste nella costruzione collettiva. Così, la rappresentazione e la soluzione dei problemi degli individui si danno solo nell’ambito del privato. È qui, all’interno dello spazio delle abitazioni, dove si sviluppano i progetti, i quali sono individuali. I problemi non sono visti come problemi sociali ma come proprie incapacità, cosa che genera un senso di frustrazione e impotenza. È per questo che all’analisi delle trasfor m azioni di quest’ultimo periodo utilizzeremo i concetti di spazio pubblico e spazio privato, i quali non fanno riferimento unicamente alla distribuzione fisica, ma che includono la forma in quelle che si istituiscono gli immaginari e le attività sociali, che sono cristallizzati in quello. La nostra ipotesi è che molti degli eventi prodotti in generale a partire dalle mobilitazioni di dicembre attentano, già sarebbe in maniera riflessiva come incosciente, alla separazione del pubblico e del privato così come la riunificazione è verificabile nel contorno delle esperienze soggettive. Se parliamo di una rottura fra pubblico e privato non è nel senso che lo Stato si privatizza né che la vita privata passi a sottomettersi al destino collettivo, ma che appare uno spazio pubblico non statale che all’essere una riarticolazione dell’individuale e del collettivo genera nuove concezioni di entrambi. L’individuale si trasforma, sorgono nuove soggettività; e il collettivo no n è più solo lo statale, il rappresentativo, ma uno spazio diverso, accessibili, aperto, comune, diretto. Le caratteristiche di questo nuovo spazio e il suo divenir concreto è ciò che cerchiamo nella nostra ricerca.

Considerazioni metodologiche

Si potrebbe obiettare che i cambiamenti a cui ci riferiamo non si siano avuti in forma

generalizzata. Possiamo dire, con Vilasante che "ci interessano le idee e le attività che si stanno costruendo minoritariamente, le sue contraddizioni e le se potenzialità, poiché è da questi sintomi da cui ci interessa analizzare la società frammentata in rapido cambiamento come crediamo sia l’attuale."4 Consideriamo questi cambiamenti come sintomi di processi più profondi ed estesi, ai quali posiamo avvicinarci tramite quelli (i primi). Per riformulare le nostre supposizioni, dobbiamo analizzare in particolare il caso delle assemblee di quartiere, utilizzando le interviste in profondità, l’osser v azione partecipante e la retroalimentazione, essendo queste le tecniche che ci permettono di addentrarci nelle esperienze individuali degli individui, per rendere conte delle trasformazioni e delle continuità soggettive. D’altra parte, non è nostra intenzione affermare nemmeno la separazione tra accademico e sociale, posizionandoci esteriormente come analisti che descrivono fatti oggettivi. I piani epistemologico e politico si articolano nella elezione della metodologia. Da un lato, al lavoro riguardo i cambiamenti nella conformazione della soggettività, è necessario realizzare non solo una descrizione esplicativa se non un lavoro di comprensione. Da ciò articoleremo una critica ermeneutica delle interviste con nostre proprie osservazioni partecipi nelle attività dell’assemblea. Dall’altro, uno degli obiettivi di questo progetto di esplorazione è quello di proporre concetti e problematiche che risultino utili/proficui per gli stessi partecipanti dell’assemblea i n ciò che produce la riflessione e la discussione delle sue attività.Per questo tenteremo di non cadere in nessun degli estremi che renderebbero inutile il nostro sforzo: quello di ripetere semplicemente ciò che dicono gli individui, o quello di far dire loro ciò che noi vogliamo. "Non si può e non si deve parlare, propriamente, di una rottura fra scienza e senso comune, se non, a mala pena, dell’intento di sistematizzare ed elaborare per modificarlo, questo senso comune."5 Nel momento della retroalimentazione, troveremo che la nostra spiegazione e analisi ha un dialogo con la propria riflessione, perché possiamo – noi e loro – costruire una nuova conoscenza e modificare le attività, approfondendo gli elementi positivi e cambiando quelli non accettabili. Il lavoro che presentiamo qui è il risultato previo alla retroalimentazione, dovuto alle difficoltà che implica fare una riunione collettiva specificamente per trattare questo tema, per questo ha un carattere p r eliminare. Le conclusioni che ne conseguono sono per questo di esplorazione e non hanno la volontà di essere definitive. Queste idee saranno discusse con i partecipanti all’assemblea, in modo da incorporarli al processo di costruzione di conoscenza e come forma di devoluzione del nostro lavoro.

Presentazione dell’assemblea

Per iniziare, faremo una periodizzazione dello sviluppo dell’assemblea in base ai rapporti degli intervistati. Lavoriamo con l’Assemblea Permanente di Mediano e Correntes. Questa assemblea comincia a riunirsi già alla fine di dicembre del 2001. Possiamo segnalare un primo periodo che è quello iniziale, in cui assistono all’incirca 300 residenti. L’inizio è segnalato per la partecipazione dei muratori prima spontaneo e poi programmato tutti i venerdì. A poco a poco la spontaneità lascia il passo ad un ordinamento del funzionamento e pianificazione delle mobilitazioni. Così si cede il passo ad un’altra tappa, in cui molti residenti hanno smesso di partecipare. Rimane un numero instabile di circa 120 persone. In questa tappa la discussione è segnalata per le proposte e le discussioni dei partiti di sinistra che vi partecipano. Si caratterizza per la partecipazione nello spazio di coordinazione di Parco Centenario (la Interquartiere). Principalmente si discutono ordini/consegne e mobilitazioni. Si va creando anche un logoramento, finché il punto di inflessione che si segnala è la discussione per il primo di maggio, dove i due partiti creano una forte discussione su se partecipare in uno o altro atto. Così si giunge al punto di minima partecipazione , di solo 30 persone. Lì si vede la necessità di conseguire uno spazio per poter produrre velocemente diverse attività. Il 26 luglio si decide occupare in quel attualmente l’assemblea realizza le sue diverse attività. Il luogo si trova in viale Medrano al 400,, fra Sarmento e Peron. Era un deposito dell’impresa Pat-car, sussidiaria d i stributrice di Paty. A partire da qui si producono vari cambiamenti nel funzionamento dell’assemblea. I partiti che avevano più militanti nell’assemblea si separano per vari motivi. Le discussioni cominciano ad essere più relazionate alla pianificazione di attività proprie a livello quartiere. Si consolida il funzionamento di diverse commissioni. La partecipazione aumenta a breve, con la incorporazione di varie persone a diverse attività. Si apre un chiosco e una mensa che permette l’avvicinamento principalmente di bambini con le proprie madri, provenienti dalle case occupate, che passa ad essere gestito direttamente da loro. Si comincia a realizzare anche diverse laboratori: di lingue, folclore e musica. La commissione dei disoccupati realizza diverse imprese: confezione di carta , buffet, ecc. Si realizzano feste, si proiettano film.

Descrizione del luogo

Il luogo ha sulla facciata una grande cortina metallica, che una volta a lzata, lascia aperto un ampio spiazzo di stazionamento che sembra continuare la strada fino a dentro. In questo spazio ci sono molte casse di gazzose che vengono usati per differenti fini: per giocare a pallone o preparare "negozi" dai bambini o affinché i grandi si ascoltino nell’assemblea. Questa sorta di piazza/patio di 25 metri di fondo per 9 metri di facciata è occupata nella sua totalità quando ci sono feste o circoli, per cui si prepara uno scenario. Sul fondo, continua con uno spazio coperto sopra il quale stanno i laboratori. Nello spazio coperto, comunque aperto al resto della piazza/patio, si trova la grande tavola vicino alla quale si realizzano diverse attività: si tiene la mensa, si riuniscono le commissioni, si proiettano film, i disoccupati realizzano microimprese e si danno, tra le altre cose, alcune lezioni di lingua o di chitarra. Allo stesso modo, lo spazio nella sua totalità è attraversato dai giochi dei bambini, dalle ciarle quotidiane e dagli scac c hi. Attualmente, quando la cortina è chiusa mostra i colori di un grande murale con la scritta "che tutti ci vadano" con il nome e l’orario dell’assemblea. La cortina a volte si vede alzata e altre bassa con una piccola porta per passare. Un dato curioso è che queste opzioni sono elette per ragioni climatiche o per evitare rumori, più che assumere la funzione di separazione e sicurezza. Qualcuno può entrare, a giunto sul fondo si presenta.

19 e 20, assemblee, occupazione di spazi: diversi momenti di una stessa rottura In quest’ultimo anno sembrano avvenire diverse attività che puntano a riarticolare la relazione tra privato e pubblico. Le prime di queste espressioni si incontrano nelle giornate del 19 20 dicembre del 2001. le grandi mobilitazioni di questi giorni si possono intendere come una rottura in cui grandi settori della società cominciano a porsi almeno la necessità di un cambiamento completo nell’organizzazione della società. Questi succes s i apparvero superficialmente come grandi manifestazioni che si ebbero in un breve lasso di tempo. Senza dubbio sembra contemporaneamente aver provocato profondi cambiamenti e rotture negli immaginari sociali che si svilupparono sotterraneamente in questo momento, ma che costituirono le prime note di tutta una serie di attività successive. Con l’insorgere di queste nuove attività si vanno esprimendo nuove forme di articolazione fra privato e pubblico, nuove forme di organizzazione e di partecipazione e nuove soggettività.

Fra gli elementi scatenanti di queste grandi mobilitazioni incontriamola un lato la sensazione di insoddisfazione generalizzata, essendo lo stato del sito goccia che ha fatto traboccare il vaso:

"Io posso dirti come arrivai io all’assemblea, provato da quasi un anno di disoccupazione, la cosa si peggiorava di giorno in giorno…"6

"partiamo il 19 dal tema dello stato del luogo, perché in questo non c’era lavoro, non c 92era buona sanità, c’erano alcune grandi differenze fra chi ha di più e chi non ha nulla, qui ci avevano confiscato il capitale del nostro lavoro in nome del capitalismo, su tutto ciò noi non potevamo lamentarci."7

Dall’altro lato era evidenziata da tutti anche l’impotenza. E questo sentimento di impotenza può essere avvertito come l’incapacità per risolvere i diversi problemi che hanno origine nella frammentazione politica, nella reclusione, nell’ambito individuale, in cui i problemi sono individuali e individualmente si risolvono. Gli stessi soggetti vissero sulla propria pelle l’esperienza della frammentazione:

"… fu come se in questi sei anni mi isolassi da tutto, dalla famiglia, dal quartiere, dalla politica, da tutto, dalle amicizie, da tutto. Mi isolai completamente da tutto. Inoltre, vedevo mia madre una volta all’anno. Fu come se mi dedicassi alla mia casa, ai miei figli (…) Era come se in questa tappa della mia vita mi d e dicassi ai miei figli, al mio sposo…"8

"Io cambia moltissimo, vivevo attraverso lo schermo del computer, ero annalista di sistemi prima, e vivevo così, isolato come vivono gli annalisti dei sistemi, la mia comunicazione era attraverso una tastiera. Vivevo la mia vita attraverso lo schermo di una televisione, la mia realtà era quella che mi raccontava Santo Biasati. E oggi la televisione en casa mia non c’è, perché mi sembra molto più ricco viverci. Certo è che da principio fu uno shock, perché produsse una grande confusione in me…"9

Qui si evidenzia il riconoscimento cosciente del fatto che la partecipazione nel collettivo si vedeva mediata dai mezzi di comunicazione di massa (e come vedremo velocemente, anche dalla rappresentazione politica), lasciandolo la costruzione del discorso relegata all’ambito del privato oppure essendo direttamente recepita da un agente esterno che la soppiantava.

L’esperienza di rottura fu vissut a dagli stessi individui. I giorni 19 e 20 di dicembre si comincia la propria individualità come parte di un collettivo più ampio, cosa che si da non solo nella rappresentazione ma anche nell’esperienza concreta di uscire sulla strada con migliaia di persone: "Credo che fu decisivo il milione, più o meno,di persone che stavano per strada il 19 dicembre in tutto il paese, rispose a ciò non erano tutti sgomberati, non erano tutti disoccupati, non erano tutti lavoratori con salari bassi, non erano senza tetto, eravamo tutti. E io uscì per questo, uscì per la strada e ciò che sentii in questo giorno fu una grande allegria. Fu il vedere che stavamo marciando tutti con diverse rivendicazioni, ma c’era uno stesso fronte, uno stesso obiettivo."10

Nella somma dei gruppi c’è un eccesso, la totalità è più della somma delle parti. Ma non nel sentimento durkheimiano a proposito del fatto che il tutto determina le parti, a meno che non si tratti di un momento di creazione collettiva. C’è la chiara presenza di precedenti storie e differenze, ma queste storie trovano un nuovo significato nel presente. Come vedremo nelle altre interviste, sorge di continuo il problema della complessa dialettica che si trova tra la diversità e la costruzione dello spazio collettivo. Leon Rozitchner prospetta che "rompere la crosta, uscire fuori, incontrarsi con gli altri, riconoscersi nella comune sofferenza e così potere attivare le forze del proprio corpo nella misura in cui cominciamo a sentire che possiamo costruire un forte corpo comune. Perché gli incontri comuni sono precisamente momenti in cui la presenza fisica dell’altro mi dà la forza necessaria perché io possa rompere in me stesso il segno che lasciò il terrore, allo stesso tempo con la mia forza aiuto l’altro perché lo faccia. Stiamo vivendo come è visibile ed emerge nella realtà sociale l’espressione di una rottura di un processo incosciente e sotterraneo che prima ci limitava."11 Senza dubbio, la rottura a cui ci riferiamo, anche si era prodotta di fatto ed era sentita dai partecipanti, non era espressa in attività permanenti. Apparve sì nelle attività del 19 e 20, ma, salvo alcuni fatti particolari posteriori, si costituì solo in parte di attività quotidiane tempo dopo, col suggerimento e lo sviluppo delle assemblee di quartiere (nel caso del nostro studio ci riferiremo solo a queste , ma se ne crearono anche altre in altre organizzazioni). Il fatto che le assemblee di quartiere siano apparse in forma massiva è la dimostrazione del fatto che questo risorgere non fu il prodotto di trasformazioni a livello particolare e in determinati gruppi, ma che ci troviamo di fronte a un processo di estesa trasformazione che attraversa la società e che permette di concepirlo come un fenomeno sociale di rilevanza. In uno stesso periodo, in diversi luoghi, sorgono più cento spazi in cui la gente si incontra o tenta di incontrare una identità c o llettiva.

"Bene, cambiò in parte, poiché sebbene io creda che ci fu una rottura, dal 20 dicembre, con l’apparizione delle assemblee, ad ora, è una minima porzione di gente che partecipa. Ma in ogni caso è unico il fatto che ci siano alcune centinaia o migliaia che si unirono alla lotta e che prima non c’erano. Non so, si generò, è molto raro, si generò questo spazio, c’era tanta gente che non stava facendo nulla, che viveva ognuno per sé, che esperto insultava e rinnegava,particolarmente in questa assemblea ci sono molti ex-militanti di partiti, disillusi, non so che, ma che non vedevano da dove canalizzare nel sindacale, o perché i sindacati sono burocratizzanti o non so che, o perché la situazione sociale cambiò così tanto che già non stai in un sindacato, già non avrai la possibilità neanche di cambiare il sindacato stesso perché non ci sei dentro, e allora che faccio. Bene, questo aprì questo spazio, capisci, e c’era da vedere cosa farci, permise che la gente si incontrasse, e stava tutta per farsi. Che ci facciamo? Bene, si crearono queste relazioni. Mi sembra che se quel che abbiamo è più una questione di prendere la politica nelle proprie mani, la gente, oltre alcuni militanti, ex militanti, o gente con esperienza di discussioni, di letture, ecc, che può fare un’elaborazione più teorica e più ideologica di tutto ciò che rappresenta la questione di mettere in discussione, in dubbio la questione della rappresentatività, del fatto che tutti vadano via, è presente ad un livello più intuitivo, ma ha un rifiuto (…) Bene, la cosa meravigliosa fu che si aprì questa opportunità che la gente facesse politica, e smetta di pensare, anche se c’è molta gente che ancora lo pensa, che la politica è ciò che i politici fanno. No, la politica è questa merda per i negoziati, è una questione istituzionale. L’assemblea è come una fusione, diventa un tutt’uno, il sociale e il politi c o. Perché è la gente che sta facendo politica."12

Il divenire dell’assemblea o il processo di costruzione di uno spazio pubblico non statale In un primo momento, la differenza ideologica era chiara soprattutto nel miscuglio di generazioni, diverse classi o parti di classi e esperienze anteriori. Un esempio di questa diversità si riflette per esempio nel fatto che il mondo dei militanti si incontrò con, come non succedeva da molto, con le madri della classe media. Però, a sua volta, esisteva un sentimento di pertinenza, di identificazione, di uguaglianza. Questa unità/unione si avverte con molta forza e la sua spiegazione potrebbe incontrarsi in ciò che ideologicamente si trova nella negazione di qualcosa non molto chiaro ma che si esprime come la "casse politica" (forse una delle nuove costruzioni dei mezzi di comunicazione nel suo foglio da monopolizzatori del discorso).senza dubbio questa ideologia differente (identità negativa) si esprima nella frase "Che se ne vadano tutti… che non resti nessuno". Secondo Fernandez, Borakievich e Rivera "laddove per alcuni risiede la limitazione di questo movimento è proprio dove si riduce la sua potenza. La sua importanza non sarà nella letteralità di una proposta, se non giustamente, nel vuoto che lascia quando reclama ciò che non è possibile. Vuoto di senso che dai suoi errori necessari – e a partire dagli stati latenti che provocano - chiede un sfida collettiva: l’ineludibile invenzione dell’avvenire. In questo modo si potrà dire che è un’espressione che dai suoi vacui significati sfida, provoca la dimensione istituita dalla immaginazione collettiva, per inventare nuovi universi di significato e nuovi corsi di azione."13 È lo sviluppo di questa invenzione collettiva che tratteremo qui.

Si denunciano casi di corruzione, si enuncia il furto delle multinazionali. Il rifiuto verso i politici in generale è evidente, lo Stato appare come un nemico, o in ulti m a istanza,come inutile: è un ostacolo che attacca la gente invece di essere l’ambito di risoluzione dei suoi problemi.

"che vadano via tutti in realtà è ironico, poiché non ci sono, ossia, stanno solo disturbando, non governano, non stanno governando, nel senso di chi è a governare. Loro stanno creando un negozio, noi vogliamo un’impresa, un paese"14

In questo primo momento, in cui i partecipanti all’assemblea si riunivano tuttavia in un angolo, si dà una forte risignificazione alla politica.

"Che cos’è la politica per me? È intendere tutta la parte sociale ed economica di un paese, con l’intervento di tutto e con partecipazione di tutti, non è cosa da delegare. Il nostro errore è stato sempre quello di delegare, e lo stesso fecero i governi, no?"15

"Io credo che uno dei motivi per cui stiamo come stiamo è per la mancanza di partecipazione. Credo che uno degli strumenti più importanti che aveva il siste m a per neutralizzarci fu questo, mostrarci che noialtri abbiamo bisogni di farci carico delle cose, sempre veniva papà a scioglierci i cordoni"riflettete su come è perversa la nostra costituzione nazionale, che dice che il popolo non delibera né governa se non attraverso i suoi rappresentanti. Già comincia male, sostenendo che noi dobbiamo delegare; costituzionalmente, la base costituente della nostra società, della società argentina, è la democrazia rappresentativa. Ossia, delegare ad un altro, un terzo, i nostri problemi. E ieri parlavo con un tipo: nel dizionario dell’Accademia Reale Spagnola, prima delle dittature qui in America Latina, la parola mandatario era colui che riceve il mandato, se si va a consultare oggi il dice che è colui che manda. Finanche in questo senso il sistema è perverso. Ossia, tutta la logica è preparata perché noi dobbiamo delegare ad un terzo le responsabilità che ci corrispondono"16

La partecipazione è qualcosa che deve darsi direttamente, in modo autonomo. Si spera che la gente che si unisce, si unisca attivamente, nella pratica, non solo tanto per dire, se non portando presto le sue azioni.

"Io credo che ci siano tre classi nella popolazione, abbiamo gli uditori, ossia quelli che sono abili in una attività, partecipano ad un laboratorio, esperti vengono e mangiano al chiosco, o ascoltano durante le assemblee, sono uditori. Abbiamo quelli che vengono solo alla discussione politica, che generalmente sono ogni volta di meno. E abbiamo quelli che partecipano attivamente a qualche incarico. Ossia quelli che partecipano alla costruzione, quelli che mettono o che noi mettiamo, meglio detti i mattoni"17

"Io credo che per approfondire il tema della partecipazione, più di tutto si deve rafforzare il sentirsi parte di… Questi tre settori che ho nominato, quelli che vengono solo come uditori, non c’è da provocarli ovviamente, ma c’è da spingerli ad inserirsi in qualc h e attività di forma partecipativa, affinché non vengano solo a ricevere, ma anche ad integrarsi; per esempio quel che di recente dicevo al chiosco con Alejandra, che le madri devono venire, non devono venire solo i ragazzini, e devono aiutare, ma aiutare non pagando qualcosa, esperte, non aiutano al chiosco, ma possono dar una lezione su come preparare il pane, una lezione di cucina, ossia integrarsi, sentirsi un tutt’uno con il progetto dell’assemblea. Questo progetto di nuova forma di governo."18

Senza dubbio, la partecipazione non è qualcosa che si dà da un giorno all’altro, se non un processo che si va costruendo, per il quale è necessario creare lo spazio e andare distribuendo sapere.

"Quando si cominciò a parlare di come facciamo partecipare i padri, per me il miglior modo è che ci sia un chiosco per madri e ragazzi… poiché se non porti le mamme e non crei un vincolo, ti ripeto, non ne verrà nulla. Allora da principio ci costò arrancare, avevamo tutto, latte, gallette, tutto, però ci costò battere sul tema della gente, ci sono mamme ce o non sono abituate, o non vogliono, o alcune non possono venire fin qui. (…) i compagni ponevano la necessità che i padri vengano, ma i padri non vanno ad una riunione. Un primo, deve stabilire un vincolo con quella madre con quel padre, se no non verrà mai ad una riunione. Prima di tutto devi parlare, conoscere, che si familiarizzi con il luogo e poi e poi si prova ad avere ad una comunicazione. Si va dando maggiore partecipazione a questa persona, qui, è questo che vogliamo fare."19

"Questo è processo, non è che già hai una madre e già esci qui a lottare. No, per primo devi sapere che è come un ragazzino, che apprende. Un ragazzino per imparare a leggere non impara da un libro, ma prima impara le lettere , le a distinguere , dopo comincia a separarle e termina leggendo. E quindi, colei che non vuol uscire a lottare per i propri diritti, p e r lo meno le si dia l’opportunità di saperlo."20

"parlavo con un ragazzino della Veron, io gli parlavo del fatto che loro fossero orizzontali, e lui mi diceva, noi non siamo orizzontali, siamo orizzontalisti, io chiedo che differenza ci sia, e lui mi spiegava, noi tendiamo all’orizzontalità, ma non possiamo essere orizzontali oggi con il grado di analfabetismo politico che c’è tra la gente. Non lo disse con queste parole, diciamo che l’ho tradotto, ossia, è molto difficile che chi non ha mai partecipato a nessuna forma politica, o che non ha volontà di governo, di organizzarsi, di decidere, è più difficile che cominci a decidere tutt’a un tratto. È molto difficile che una persona che un’alimentazione di base o una salute di base, o una vita mediamente degna possa stare a pensare a come organizzarsi. Ma se voi

^TOP
saperisociali@autistici.org
< BACK