5 gennaio 2003
by Gianni Barbacetto e Mario Portanova (da indymedia)
Un'inchiesta nata male, quella sui «sovversivi» no
global. Caduta, per
uno scherzo del destino, come il cacio sui maccheroni fumanti della
maggioranza berlusconiana. Sommata infatti alla condanna di Andreotti,
ha
permesso di proclamare ai Giovanardi di turno (non contraddetti
dai
Fassino di turno): vedete? arresti sconclusionati a sinistra, sentenze
inaccettabili a destra, la giustizia è impazzita, bisogna
intervenire.Il
metodo suggerito per l'intervento è il solito: tagliare le
unghie alla
magistratura, che peraltro ha già le dita abbastanza scoperte.
Nessuno,
né a destra né a sinistra, si è azzardato a
spiegare che le due decisioni
giudiziarie sono invece assolutamente imparagonabili. La sentenza
di
Perugia è stata emessa da una Corte d'assise d'appello, composta
da sei
cittadini estratti a sorte e solo due giudici: non c'è barba
di
separazione delle carriere, Cirami, Pittelli e via riformando, che
potrebbe influire sulle decisioni prese a maggioranza dai giurati
popolari. La retata di «sovversivi meridionali» è
invece l'atto finale di
un'operazione investigativa realizzata dal Ros (Raggruppamento operativo
speciale) dei carabinieri, oggi diretto da Giampaolo Ganzer.Ci sono,
è
vero, alcuni magistrati coinvolti nell'operazione: il pubblico ministero
di Cosenza Domenico Fiordalisi e il giudice per le indagini preliminari
(gip), sempre di Cosenza, Nadia Plastina. Ma questi sono stati coinvolti
dagli ufficiali del Ros dopo una sorta di pellegrinaggio giudiziario,
un
viaggio in Italia alla ricerca - non facile - di qualche magistrato
che
prendesse per buone le conclusioni del Ros.«Non esiste alcun
dossier
vagante per l'Italia», ha dichiarato Ganzer il 19 novembre,
cioè quattro
giorni dopo gli arresti. «Preciso che le sezioni anticrimine
di Genova e
Cat
to distinte indagini delegate dalle Procure di
Genova e Cosenza, cui hanno riferito gli esiti degli accertamenti
esperiti nel rigoroso rispetto dei mandati ricevuti e delle competenze
attribuite alla polizia giudiziaria. Pertanto,
nessun'altra autorità giudiziaria avrebbe potuto essere né
è stata in
alcun modo informata degli accertamenti svolti».Eppure la
vicenda può
essere raccontata in modo diverso. «Da noi gli ufficiali del
Raggruppamento operativo dei carabinieri si sono presentati un anno
e
mezzo fa», dichiara a Diario un magistrato della Procura di
Napoli, «ma
con un rapporto inadeguato, che conteneva elementi
investigativi fragili. Tanto che il gip di Napoli non ha concesso
le
intercettazioni telefoniche e ambientali che il Ros chiedeva».
Sono
quelle che, poi concesse invece dal gip di Cosenza, infiorettano
il
rapportone che è alla base delle richieste d'arresto dei
membri della
«Rete
meridionale del Sud ribelle». Una rete che peraltro non ha
mai suscitato
preoccupazioni neanche negli uffici della Digos di Napoli, la quale
si è
limitata a mandare a Cosenza carte e filmati che già aveva
nei cassetti,
mentre il grosso dell'istruttoria è stata appunto condotta
dal Ros dei
carabinieri.Gli ufficiali del Ros ci avevano provato anche con i
magistrati di Genova, impegnati nelle indagini sul G8: avevano prodotto
un «affresco generale» sui movimenti e le persone. «Ma
la nostra Procura
ha preferito attenersi ai fatti concreti e materiali», dicono
da quella
sede. E spiegano: «Ci siamo occupati di singoli episodi di
devastazione e
saccheggio, lasciando perdere ipotesi associative di più
difficile
costruzione». Insomma, l'esatto contrario di quanto fatto
a Cosenza. Lì
sono stati scongelati vecchi reati d'opinione del codice fascista
(«cospirazione politica al fine di turbare l'esercizio delle
funzioni di
governo, propaganda
sovversiva, sovvertimento violento dell'ordinamento economico costituito
dello Stato, istigazione a disobbedire alle leggi dell'ordine pub
ete di personaggi tenuti insieme non da precise azioni
illegali, ma da una generica aria di famiglia.Anche i magistrati
milanesi
e torinesi che nella stagione dell'antiterrorismo si erano fatta
una fama
di duri, davanti alle 359 pagine dell'ordinanza che ha generato
20
arresti e 22 indagati, oggi scuotono la testa: le concatenazioni
suggestive sostituiscono i fatti concreti.AMARCORD. Il metodo usato
questa volta dal Ros ricorda quello che i cugini del Gico di Firenze
(il
Gruppo investigativo sulla criminalità organizzata della
Guardia di
finanza) attuarono nel 1996, quando produssero una mole immensa
di
materiale investigativo, fatto per lo più di intercettazioni
telefoniche,
che poi andarono a offrire a due giovani magistrati della Procura
di La
Spezia. Ne nacque la cosiddetta «Tangentopoli Due»,
con avvio
pirotecnico, arresti clamorosi (il presidente delle Ferrovie Lorenzo
Necci, il banchiere Francesco Pacini Battaglia) e rapido declino:
dubbio
radicamento territoriale, spostamento delle indagini altrove (a
Perugia,
a Brescia), accuse sgonfiate; e una sola pista perseguita con puntiglio:
quella contro Antonio Di Pietro, accusato di aver favorito Pacini
Battaglia durante le prime indagini su Tangentopoli. Dopo mesi di
attacchi mediatici all'eroe di Mani pulite (che ottengono comunque
il
risultato di appannarne forse irrimediabilmente l'immagine), la
vicenda
si esaurisce con il suo pieno proscioglimento.Ancor più simile
all'operazione «Sud ribelle» è un'indagine dei
Carabinieri partita nel
1985, con sette arresti, sul «Comitato contro la repressione
Veneto-Friuli». Stessa area di reati: l'associazione
sovversiva. Stesso protagonista: Giampaolo Ganzer. Allora in forza
nel
Veneto, l'ufficiale imbastisce, a emergenza terrorismo sostanzialmente
esaurita, un'inchiesta contro una sessantina di persone accusate
di
associazione sovversiva con finalità di terrorismo. Il gruppo
aveva dato
vita a un «Coordinamento nazionale dei comitati contro la
repressione» e
a un
er
tutti l'accusa, pesantissima, è di sostenere e fiancheggiare
le Brigate
rosse-Partito comunista combattente.Nel marzo 1988 solo venti degli
iniziali indagati e arrestati sono rinviati a giudizio. La Corte
d'assise
di Venezia, però, si dichiara incompetente e invia gli atti
a Milano,
dove inizia il dibattimento. Ma già alla prima udienza è
il pubblico
ministero, Armando Spataro (pure considerato un duro
dell'antiterrorismo), a chiedere l'assoluzione immediata per tutti,
ritenendo inconsistenti gli elementi d'accusa. La Corte accoglie
e
assolve.FUGA DEI CERVELLI. Ora, dopo lo svarione di Cosenza, il
Ros di
Ganzer finisce sotto accusa. L'ufficiale è arrivato al vertice
del
Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri in un momento
difficile, dopo l'uscita del generale Mario Mori, divenuto direttore
del
Sisde, il servizio segreto civile. Mori nei mesi scorsi ha chiamato
al
Sisde molti dei migliori investigatori del Ros, che ora soffre una
crisi
di vocazioni. Il reparto speciale dei carabinieri dovrà rimpiazzare
le
perdite. E non sarà facile, perché l'esperienza non
si improvvisa. Dovrà
ricostruire un gruppo d'eccellenza come quello che, attorno a Mori,
ha
lavorato negli anni Ottanta e Novanta su corruzione e criminalità
organizzata: con molti successi e qualche polemica a proposito di
episodi
non del tutto chiariti (la cattura di Totò Riina, la trattativa
con Vito
Ciancimino e Cosa nostra dopo le stragi del 1992...). Riuscirà
Ganzer
nell'operazione rilancio?Sembra essere partito con il piede sbagliato.
Uno smacco, per un ufficiale come lui, che ha cominciato la carriera
lavorando nel contrasto alla criminalità comune, ha proseguito
entrando
poi nel nucleo antiterrorismo di Carlo Alberto dalla Chiesa ed è
infine
divenuto il braccio destro di Mori al Ros. In questa terza fase
della sua
carriera è l'antimafia l'impegno prevalente. Mette a segno
molte
«brillanti operazioni», ma resta invischiato anche in
alcune contorte e
imbarazzanti vicende che sono tutt
ocura di Milano, affidate ai sostituti procuratori Daniela Borgonovo
e
Luisa Zanetti. Imbarazzanti perché hanno per protagonisti
ufficiali dei
carabinieri, primo fra tutti proprio Ganzer.Sono storie di droga,
di
cocaina sequestrata ai trafficanti, ma poi usata dai carabinieri
-
secondo l'ipotesi d'accusa - per moltiplicare le «brillanti
operazioni».
Lo schema che si ripeteva era questo: veniva segnalato l'arrivo
in Italia
di un carico di cocaina, di solito grazie alla soffiata di un confidente;
allora i carabinieri chiedevano al magistrato un provvedimento (legale)
di «ritardato sequestro», per poter completare le indagini
e arrestare il
maggior numero di persone coinvolte nel traffico. A volte, però,
la droga
scompariva in qualche caserma dei carabinieri e ricompariva in misteriose
raffinerie, magari gestite dai carabinieri stessi; oppure veniva
rivenduta da agenti sotto copertura a gruppi diversi da quelli
inizialmente previsti.Così una partita di 200 chili di polvere
bianca,
arrivata al porto di Massa, viene sequestrata da Ganzer, ma trattenuta
nella caserma del Ros di Roma, sulla Salaria, nella prospettiva
di
«incastrare» in seguito gli acquirenti, che operavano
sulla piazza di
Milano. D'improvviso, però, Ganzer comunica al magistrato
che c'è un
cambiamento di programma: l'operazione di Milano viene sospesa,
ma in
cambio 50 chili saranno «venduti» a Bari... Il magistrato,
a quel punto,
si presenta senza preavviso in caserma, si fa aprire la cassaforte
dov'è
custodita la cocaina e consegna a Ganzer un decreto che impone
l'immediata distruzione dello stupefacente.A USO INTERNO. Il Ros,
per
«statuto», si occupa anche di politica, di «antagonismo»,
di eversione. E
ancora prima di Cosenza alcune delle sue inchieste si occupano di
casi
intricati, poco chiari. Nel luglio del 1997 viene recapitata a Radio
Black Out di Torino una busta anonima che contiene un documento
intestato
«Ros, sezione anticrimine di Roma», datato 19 dicembre
1994, che riporta
la seguente
o interno
relativa a una possibile attività investigativa da esperire
sul conto
dell'eversione anarchica». Il documento è una puntigliosa
storia
dell'eversione di questa matrice dagli anni Settanta ai primi anni
Novanta, ed è incentrato sulla figura di Alfredo Maria Bonanno,
notissimo
(a chi segue queste cose) ideologo degli anarchici più duri,
leader di
Azione rivoluzionaria ed editore di pubblicazioni di quell'area.
Nel
rapporto si parla di rapine e altri reati riconducibili a Bonanno
e
altri, ma l'azione investigativa finora non ha dato risultati abbastanza
solidi.La nota spiega perciò che bisogna indurre Mojidhe
Namsetchi,
fidanzata di uno del gruppo, a collaborare: «In particolare
si delinea la
probabilità di agevolmente operare pressione sulla Namsetchi,
riconosciuta elemento vulnerabile e psichicamente duttile, affinché
la
predetta deponga su fatti di natura criminale commessi dal Tesseri
e da
altri anarchici, fra cui il Bonanno. Se la testimonianza a carico
non
dovesse assumere sufficiente carattere probatorio, si può
ipotizzare una
chiamata di correità, secondo un metodo già collaudato
in diversi
procedimenti da altre autorità giudiziarie. Si permette di
suggerire
l'ambientazione di attività
criminali come rapine nella zona di Trento...». Questo permetterebbe
al
tribunale giudicante, continua il documento, «di ipotizzare
il reato di
banda armata o anche solo di associazione sovversiva per tutti gli
anarchici».Il documento ricevuto viene immeditamente esibito
dai legali
degli anarchici al Tribunale di Roma, dove è in corso il
processo a
quegli stessi anarchici, istruito dal pubblico ministero Antonio
Marini.
In primo grado il processo si conclude, nel maggio del 2000, con
la
conferma di alcuni reati comuni e l'assoluzione per tutti dai reati
associativi, ed è attesa a breve la sentenza d'appello.E
il documento? Il
Ros ne smentisce la paternità e così si apre un'inchiesta
contro il
gruppo di Radio Black Out, accusato di aver prodotto un falso: nel
ma la sentenza sostiene che il
documento è contraffatto, dai timbri alla firma del tenente
colonnello
Rosario Marimpietri. Chi è stato delegato alle indagini?
Incredibilmente,
il Ros medesimo (la documentazione sulla vicenda si trova sul sito
del
centro sociale anarchico El Paso di Torino, all'indirizzo
http://www.ecn.org/elpaso/distro/rosnudo.htm). Un caso clamoroso
(che
però, a dire il vero, ha fatto clamore solo nella ristretta
cerchia degli
anarchici), ma non l'unico. Diverse iniziative «politiche»
di questo
reparto d'élite dei carabinieri hanno suscitato polemiche,
per esempio
l'arresto, nel maggio del 2001, di otto militanti di Iniziativa
comunista, nell'ambito dell'inchiesta sull'omicidio di Massimo D'Antona,
rivendicato dalla Brigate rosse. Un gruppo indubbiamente «vetero»,
di
ispirazione marxista-leninista, ma tutt'altro che clandestino. Anche
in
questo caso l'accusa che regge tutto è «associazione
sovversiva», con
riferimenti vaghi a contatti con ex brigatisti riparati
all'estero.«Associazione sovversiva»: un reato che proviene
dal codice
Rocco dell'era fascista, che tutte le principali forze politiche
dicono
di voler
cancellare, ma che sul Ros esercita ultimamente un fascino irresistibile,
come dimostra anche l'inchiesta di Cosenza. La quale, senza le
altisonanti imputazioni rispolverate per l'occasione, finirebbe
subito
altrove. O meglio in quasi nulla, visto che al dunque tratta per
lo più
argomenti già oggetto di indagini da parte delle Procure
(davvero)
interessate. I presunti reati associativi si compiono a Cosenza,
mentre i
reati comuni contestati si commettono per lo più a Napoli
(contestazione
della
conferenza Ocse sull'E-government del 17 marzo 2001) e Genova
(contestazione al G8 il 20 e 21 luglio 2001). Per quanto riguarda
Genova,
le 359 pagine della richiesta di custodia cautelare firmata il 4
novembre
scorso dal gip Nadia Plastina, non aggiungono nulla a quello che
la
locale Procura ha già ricostruito. Per i pm genovesi Anna
Canepa
non solo i black bloc abbiano partecipato agli
scontri è stato un punto di partenza e non di arrivo, peraltro
evidente a
chiunque fosse lì nei giorni del G8 o abbia visto un po'
di filmati.
Resta da vedere, però, quali scontri furono realmente «preordinati»
dai
manifestanti che vi presero parte.Il 20 luglio, alcuni degli arrestati
di
Cosenza stavano nel corteo dei Disobbedienti, che avevano abbondantemente
annunciato il loro proposito di sfondare la zona rossa con scudi
di
plexiglas e protezioni varie, ma furono pesantemente caricati dai
carabinieri in via Tolemaide, cioè un punto dove il corteo
era
autorizzato dalla Questura. Da lì montò una vera guerriglia
urbana, che
portò al famoso assalto al furgone dei carabinieri che finì
bruciato,
agli scontri di piazza Alimonda e alla morte di Carlo Giuliani.
I
Disobbedienti non hanno mai negato di aver reagito con violenza
alla
carica, e il loro leader Luca Casarini lo riafferma oggi: «Dopo
la carica
dei carabinieri abbiamo percepito che eravamo in pericolo di morte,
ma
non ci è stato permesso di ritirarci verso lo stadio
Carlini», spiega. «In quel momento, i blindati venivano
usati come
proiettili in mezzo alla folla, io stesso ho raccolto da terra una
ragazza che era stata investita ed era ferita al collo. Il nostro
obiettivo era fermare i blindati per difenderci». Casarini
chiede la
costituzione di un gruppo di «osservazione democratica»
formato da
parlamentari che vigilino sull'attività dei servizi segreti
ma anche dei
gruppi investigativi speciali come i Ros, «sulla cui attività
non si sa
nulla».Il punto è che in realtà gran parte del
«teorema Ros» rilanciato
dalla Procura di Cosenza si basa su attività «antagoniste»
realizzate
alla luce del sole, e un vero piano organizzato per provocare incidenti
non emerge da nessuna parte. L'ordinanza di custodia cautelare dedica
parecchie pagine alle occupazioni (pacifiche) di alcune agenzie
di lavoro
interinale di Cosenza e Taranto organizzate dalla «Rete meridionale
del
he erano state accompagnate addirittura
da una
conferenza stampa di presentazione. Così come era stato pubblicato
in
rete il manuale di tutela legale in vista di Napoli (e c'è
ancora:
http://www.noglobal.org/tutelalegale.htm), addotto come una delle
prove
principali contro la Rete, dove la cosa più sovversiva è
la frase «Solo
in gruppo è possibile liberare qualcuno dalle grinfie dei
poliziotti», e
piuttosto invita a evitare «azioni individuali» che
«non portano a
niente».MA QUALE EVERSIONE! Anche il documento che la Procura
di Cosenza
ritiene «di fondamentale importanza ai fini investigativi»
viene
pubblicato poco prima del G8 sul sito della Rete, con tanto di
indicazione dell'origine: «Assemblee del Sud ribelle, Cosenza,
centro
sociale Granma, 19-20 maggio 2001». Il cosentino Francesco
Cirillo, 52
anni, già condannato per associazione sovversiva nei primi
anni Ottanta e
oggi vicino all'area dell'autonomia, lo firma senza problemi con
nome e
cognome.Ecco la parte che il gip Plastina sottolinea: «Napoli
ha dato
quindi una sterzata, gli incidenti sono veri, il ministro degli
Interni
se ne è dovuto assumere la responsabilità. Il Sud
era vero, c'erano gli
Lsu, i disoccupati, gli immigrati, il governo lo ha intuito e ha
caricato... La ricchezza di Napoli va ora riportata a Genova, non
bisogna
arretrare di un millimetro. Come realtà del Sud questo dobbiamo
portare:
soggetti reali e, se è il caso, scontri reali. Questa è
la differenza fra
noi e le
componenti moderate, che a Napoli col loro atteggiamento hanno
indirettamente consentito la spaccatura del corteo... Ok, la violenza
della polizia è stata altissima, gli agenti erano strafatti
di coca, ma è
comunque mancato un servizio d'ordine... La questione "scontro
o non
scontro" è un falso problema, in quanto non lo decidiamo
noi, vedi gli
immigrati caricati ieri a Roma. La questione della violenza la impongono
"loro", a noi quindi non interessa entrare nei discorsi
su violenza e non
violenza. Non perdiamo tempo
me si vede, Cirillo
ammette l'uso della violenza, «se è il caso»,
sostanzialmente in risposta
alle cariche. Commenta in proposito il gip: «L'argomento della
violenza
in risposta a quella generata dai poteri istituzionali è
argomento
propagandistico di pseudo copertura ad una scelta che affonda le
sue
radici in una preesistente, distorta visione ideologica» (Per
inciso, a
Genova e a Napoli sono ben avviate inchieste che potrebbero far
apparire
l'argomento della violenza generata dai poteri istituzionali tutt'altro
che propagandistico).Quindi eccolo qui il «documento nel quale
emergono
chiari e preordinati i comportamenti violenti che i componenti
dell'associazione avevano
intenzione di porre in essere a Genova», il documento «fondamentale»
per
ordinare l'arresto del firmatario e di altre 19 persone. Che sono
accusate - testualmente - di «cospirazione politica mediante
associazione
al fine di: turbare l'esercizio delle funzioni di governo; effettuare
propaganda sovversiva; sovvertire violentemente l'ordinamento economico
dello Stato».Molti dei «sovversivi» di Napoli,
Cosenza e Taranto arrivano
alle manifestazioni di Napoli e Genova già sotto inchiesta
e quindi
supercontrollati: cellulari intercettati, telecamere puntate, eppure
non
è che salti fuori molto sul loro conto, anzi. Qualcuno si
mette un
cappuccio, qualcuno lancia «ortaggi« (a Napoli) e grida
slogan contro la
polizia, qualcuno - come Francesco Caruso, il leader dei Disobbedienti
napoletani - sta vicino a furgoni da cui si scaricano bastoni. E
se
qualcuno degli indagati partecipa ad azioni violente (per esempio
il
saccheggio del supermercato «Di per Di» a Genova), nessuno
le organizza o
le guida. Anzi, molte testimonianze carpite in diretta dalle orecchie
del
Ros e della Digos indicano un atteggiamento tutt'altro che comprensivo
verso i black bloc e la loro azione distruttiva: durante gli scontri
di
Genova la redazione di Radio Gap (sigla che il gip Plastina collega
addirittura a Giangiacomo Feltrin
delle
Tute nere che «vengono a rompere il cazzo qua», come
dice uno dei
redattori intercettati; mentre Anna Curcio, un'altra redattrice,
arrestata nel blitz cosentino, lamenta che «un anarchico ha
spaccato un
palo in testa» a un amico in manifestazione. E proprio Francesco
Caruso,
in via Tolemaide, si sgola al megafono per far arretrare il corteo
dei
Disobbedienti dopo le prime cariche, come registrano diversi filmati
realizzati sul G8.RICORSI STORICI. Sotto l'ombrello onnicomprensivo
dei
reati del codice Rocco rievocati dalla Procura di Cosenza, alla
fine solo
tre persone sono accusate di un reato «concreto», cioè
porto di oggetti
atti a offendere (tra cui Caruso, per la vicinanza al famoso furgone),
mentre in sette sono accusati di resistenza a pubblico ufficiale.
Materia
eventualmente di competenza delle Procure di Napoli e Genova. Tra
l'altro, spiega
l'ordinanza, l'inchiesta parte da un volantino dei Nipr, che rivendicava
l'attentato all'Istituto per gli Affari internazionali di Roma del
10
aprile 2000, recapitato allo stabilimento Zanussi di Rende, in provincia
di Cosenza. Un luogo che, secondo il gip, «poteva considerarsi
non
casuale» perché lì si trova «l'Università
degli studi Arcavacata»,
«tenuto conto che proprio il centro universitario era divenuto
noto, a
partire dagli anni Settanta, per la presenza di diversi esponenti
di
primo piano dei gruppi più estremisti della sinistra extraparlamentare,
coinvolti successivamente, a vario titolo e livello di responsabilità,
nelle vicende del terrorismo degli anni di piombo». La citazione
sta a
pagina 9
dell'ordinanza di custodia cautelare e non ve n'è più
traccia nelle
successive 350. Chi abbia recapitato quel volantino, insomma - dopo
tutta
l'indagine, tutte le intercettazioni, tutte le cimici piazzate qua
e là -
non è mai saltato fuori.Un impianto di questo genere ha suscitato
una
valanga di critiche, così riassunte dall'avvocato Tommaso
Sorrentino,
presidente della camera penale di Cosenza e difensor
tra cui Anna Curcio: «Mi sembra che nessuno ormai possa nutrire
dubbi:
questi arresti sono un'autentica operazione di polizia studiata
in altri
luoghi e, per questo,
autenticamente politica. Già l'avere estrapolato dalla "moltitudine"
poche persone e averle indicate quali responsabili di fatti individuati
come eversivi dell'ordine economico dello Stato la dice lunga. Se
poi si
considera che l'eversione sarebbe stata cagionata da pubbliche
manifestazioni nel corso delle quali i manifestanti hanno resistito
alle
cariche delle forze dell'ordine», continua l'avvocato Sorrentino,
«l'inconsistenza del quadro accusatorio risulta di tutta evidenza.
Ovviamente tutto ciò non poteva non essere noto e i magistrati
di Cosenza
sono sufficientemente esperti per capire che l'impianto avrebbe
suscitato
le reazioni democratiche del Paese. Tuttavia hanno proceduto ugualmente
e, dunque, non è azzardato presumere che a essi sia stata
prospettata una
realtà esagerandola o volutamente travisandola».Se
questa inchiesta è
nata con intenti politici, per ora ha ottenuto un risultato opposto
alle
intenzioni. Dopo gli arresti, il movimento new global ancora fresco
del
successo di Firenze ha risposto in modo compatto, da Attac ai
Disobbedienti, da Lilliput ai Cobas, passando per padre Alex Zanotelli.
In più, si è creato uno stravagante fronte comune
che va dal ministro
Giovanardi al segretario dei Ds Fassino, e in mezzo Francesco Cossiga.
Il
«giacobino» Paolo Flores d'Arcais ha criticato i giudici,
il moderato
Sergio Cofferati non ha detto cose tanto diverse dagli autonomi
dei
centri sociali. Quasi come se fossero tutti una grande, variegata,
capillare associazione sovversiva.(Ha collaborato Danilo Chirico)
|