| 10 gennaio 2007
di Ilan Pappe*
Pubblicato su Electronic Intifadah l'11 gennaio 2007
Traduzione a cura di Patrizia Viglino, www.informationguerrilla.org
*Ilan Pappe è lettore all'Università di Haifa, Dipartimento
di Scienza Politiche e direttore dell'Emil Touma Institute for Palestinian
Studies in Haifa. Tra i libri pubblicati, tra gli altri, Il Conflitto
Arabo-Israeliano (1992, London & New York); Storia della Palestina
Moderna (2003, Cambridge; Italia, Einaudi, 2005) e il suo ultimo
Pulizia Etnica della Palestina (2006)
Su http://electronicintifada.net, non molto tempo fa, ho dichiarato
che Israele sta conducendo politiche di genocidio nella Striscia
di Gaza. Avevo esitato a lungo prima di adottare un termine così
carico e tuttavia ho deciso di usarlo. Veramente, le risposte che
ho ricevuto, incluse quelle di alcuni attivisti per i diritti umani
di spicco, indicavano un certo disagio nell'uso di un tale termine.
Per un momento, sono stato tentato di ripensare il termine, ma poi
sono tornato a riutilizzarlo oggi con convinzione anche maggiore:
è l'unico modo appropriato di descrivere quello che l'esercito
israeliano sta facendo nella Striscia di Gaza.
Il 28 Dicembre 2006, l'organizzazione per i diritti umani B'Tselem
ha pubblicato il suo rapporto annuale sulle atrocità israeliane
nei territori occupati. Le forze armate israeliane hanno ucciso
nell'ultimo anno, 660 cittadini. Il numero dei palestinesi uccisi
da Israele lo scorso anno è stato triplo rispetto all'anno
precedente (che era di circa 200). Secondo B'Tselem, gli israeliani
hanno ucciso 141 bambini lo scorso anno. La maggior parte degli
uccisi sono della Striscia di Gaza dove l'esercito israeliane ha
demolito quasi 300 case e trucidato intere famiglie. Questo significa
che dal 2000, le forze israeliane hanno ucciso quasi 4000 palestinesi,
metà dei quali erano bambini (ndt, minori); oltre 22.000
sono stati feriti.
B'Tselem è una organizzazione cauta e le cifre potrebbero
essere più elevate. Ma il punto non è l'intensificazione
delle uccisioni deliberate, ma si tratta di una tendenza, di una
strategia. All'inizio del 2007, i politici israeliani si trovano
ad affrontare due realtà molto diverse in Cisgiordania e
nella Striscia di Gaza. Nel primo caso, sono vicini più che
mai a completare la costruzione del confine est. Il loro dibattito
ideologico interno è finito e il loro piano principale per
annettere la metà della Cisgiordania sta per essere realizzato
a una velocità mai vista prima.
L'ultima fase è stata ritardata a causa delle promesse fatte
da Israele, nella Road Map, di non costruire nuove colonie. Israele
ha trovato due modi per ovviare questi divieti menzionati. Primo,
ha definito un terzo della Cisgiordania come Grande Gerusalemme,
il che gli ha permesso di costruire all'interno di questa nuova
area neo-annessa città e centri comunitari.
Secondo, ha espanso le vecchie colonie a proporzioni tali che non
c'è stata alcuna necessità di costruirne di nuove.
Questa tendenza ha ricevuto un ulteriore impulso nel 2006 (centinaia
di case-prefabbricate sono state installate per segnare i confini
dell'espansione, i piani disegnati per le nuove città e sobborghi
sono stati portati a termine e le strade dell'apartheid con il sistema
di autostrade sono state completate). Complessivamente, le colonie,
le basi militari, le strade e il muro permetteranno ad Israele di
annettere oltre la metà della Cisgiordania entro il 2010.
All'interno di questi territori ci sarà un considerevole
numero di palestinesi contro i quali le autorità israeliane
continueranno ad applicare lente e striscianti politiche di trasferimento
- troppo noiose come soggetto che possa interessare i media occidentali
e troppo elusive perché le organizzazioni dei diritti umani
possano farci caso. Non c'è alcuna fretta; per quanto gli
israeliani siano preoccupati, hanno il coltello dalla parte del
manico: il meccanismo giornaliero di de-umanizzazione e di abusi,
sia militari che burocratici, sono molto più efficaci che
in passato nel contribuire e fare la loro parte nel processo di
spodestamento.
Il pensiero strategico di Ariel Sharon secondo cui questa politica
è migliore di quella offerta dai bruschi sostenitori del
"trasferimento" o di quella dei sostenitori della pulizia
etnica, come quella sostenuta da Avigdor Lieberman, è accettata
da tutti nel governo, dai Laburisti a Kadima. I "petit"
crimini del terrorismo di stato sono egualmente efficaci dal momento
che permettono ai Sionisti liberali in giro per il mondo di condannare
in modo leggero Israele ed invece etichettano qualsiasi genuina
critica alle politiche criminali di Israele come anti-semitismo.
Da un altro lato, non esiste finora una strategia israeliana chiara
per la Striscia di Gaza; ma compiono esperimenti su base giornaliera
con essa. Gaza, agli occhi degli israeliani, è una entità
geopolitica molto diversa da quella della Cisgiordania. Hamas controlla
Gaza mentre Abu Mazen sembra guidare la frammentata Cisgiordania
con la benedizione americana e Israeliana. Non c'è nessun
pezzo di terra a Gaza che Israele brami e non esiste nessun hinterland
come può essere la Giordania, dove i palestinesi possano
venire espulsi. La pulizia etnica qui non funziona.
La prima strategia a Gaza è stata la ghettizzazione dei
palestinesi, ma questo non sta funzionando. La comunità ghettizzata
continua ad esprimere la propria volontà di vita sparando
razzi primitivi su Israele. Ghettizzando o mettendo in quarantena
le comunità indesiderate, anche quando sono viste come sub-umane
o pericolose, non ha mai prodotto risultati nella storia che fossero
soluzioni. Gli ebrei lo sanno bene dalla loro stessa storia. I passi
successivi contro comunità come queste nel passato sono stati
anche più orrende e barbariche. E' difficile raccontare che
cosa il futuro riserva per la popolazione di Gaza, ghettizzata,
messa in quarantena, non voluta e demonizzata. Si tratterà
della ripetizione dei funesti esempi storici o ancora un destino
migliore è possibile?
Dare vita a una prigione e buttare la chiave in mare, come ha messo
in rilievo l'inviato speciale delle Nazioni Unite John Dugard, ha
costituito una opzione alla quale i palestinesi di Gaza hanno reagito
con la forza subito a iniziare dal Settembre del 2005. Erano determinati
a far vedere fino alla fine che erano ancora parte della Cisgiordania
e della Palestina. In quel mese hanno lanciato il primo significativo,
per numero e non per qualità, fuoco di missili a ovest del
deserto del Negev. Il bombardamento era una risposta a una campagna
israeliana di arresti di massa di attivisti di Hamas e della Jihad
islamica nell'area di Tulkarem. Gli israeliani risposero con l'operazione
"Prima Pioggia". E' necessario soffermarsi un attimo sulla
natura di questa operazione. Si era ispirata alle misure punitive
inflitte per la prima volta dai poteri coloniali, e dopo dai regimi
dittatoriali, contro comunità ribelli imprigionate e messe
al bando. Una spaventosa esibizione del potere intimidatorio dell'oppressore
precedeva ogni genere di punizioni brutali e collettive, concludendosi
con un ampio numero di vittime tra morti e feriti. Durante "Prima
Pioggia", aerei supersonici venivano fatti volare su Gaza per
terrorizzare un'intera popolazione, seguiti da intensi bombardamenti
di vaste aree dal mare, dal cielo e da terra. La logica, spiegata
dall'esercito israeliano, era quella di esercitare pressione in
modo tale da indebolire le comunità di Gaza dissuadendole
dal sostenere i lanciatori di razzi. Come c'era da aspettarsi, anche
da parte israeliana, l'operazione servì solo a incrementare
il sostegno per i lanciatori di razzi e dare nuovo impulso al loro
successivo tentativo. Il reale obiettivo di questa particolare operazione
era di sperimentare. I generali israeliani volevano sapere come
operazioni di questo tipo venivano recepite in casa, nella regione
e nel mondo. E sembrò che la risposta immediata sia stata
"molto bene"; per non fare nomi, nessuno si interessò
al numero di morti e alle centinaia di feriti tra i palestinesi
che "Prima Pioggia" si lasciò dietro quando si
calmò.
E da allora, fin da "Prima Pioggia" e fino al Giugno
2006, tutte le successive operazioni vennero modellate in modo simile.
La differenza stava nel loro intensificarsi: molta più potenza
di fuoco, molte più vittime e molti danni collaterali e,
come c'era da aspettarsi, molti missili Qassam in risposta. Accompagnate
nel 2006 da ulteriori misure, dai risvolti molto più sinistri,
per assicurarsi il totale imprigionamento della popolazione di Gaza
attraverso il boicottaggio e il blocco, con cui l'Unione Europea
sta ancora collaborando in modo vergognoso.
La cattura di Gilad Shalit nel Giugno del 2006 era irrilevante
nello schema generale delle cose, ma non di meno produsse agli israeliani
una opportunità per aumentare ancora gli ingredienti delle
così dette missioni tattiche e punitive. Dopo tutto, non
c'era stata alcuna strategia dopo la decisione di Ariel Sharon di
ritirare 8.000 coloni la cui presenza complicava le missione "punitive"
e il cui sfratto lo fece quasi un candidato per il Premio Nobel
per la Pace. Da allora, le missioni "punitive" continuano
e si tramutano in una strategia.
L'esercito israeliano ama il dramma e dunque ha peggiorato anche
il linguaggio. "Prima Pioggia" è stata replicata
in "Pioggia d'Estate", un nome qualsiasi dato alle operazioni
"punitive" dal Giugno 2006 (in un paese dove non ci sono
precipitazioni estive, le uniche precipitazioni che uno può
aspettarsi sono le piogge di bombe degli F-16 e i colpi di artiglieria
che colpiscono la gente di Gaza).
"Pioggia d'Estate" ha portato un nuovo elemento: l'invasione
da terra che ha diviso in porzioni la Striscia di Gaza. Questo ha
permesso all'esercito di uccidere i civili in modo ancora più
efficace e di presentarlo come l'esito di un pesante bombardamento
in aree densamente popolate, una risultante inevitabile dipendente
dalle circostanze e non dalle politiche israeliane. Con la fine
dell'Estate è arrivata l'operazione "Nuvole d'Autunno"
che è stata ancora più efficiente: il 1 Novembre del
2006, in meno di 48 ore, gli israeliani hanno ucciso 70 civili;
alla fine del mese, con altre mini operazioni di accompagnamento,
circa 200 civili erano stati uccisi, metà dei quali bambini
e donne. Come si può vedere dalle date, alcune attività
sono parallele all'attacco israeliano in Libano, che ha reso più
facile completare le operazioni senza troppa attenzione esterna,
salvo qualche critica.
Da "Prima Pioggia" a "Nuvole d'Autunno" è
possibile vedere una escalation in tutti gli aspetti. Il primo è
la scomparsa della distinzione tra obiettivi civili e non: uccidere
senza senso ha tramutato la popolazione nel suo complesso ad essere
il principale obiettivo delle operazioni militari. Il secondo è
il significato dell'intensificarsi dei mezzi: l'impiego di tutto
l'armamentario disponibile per uccidere che l'esercito israeliano
possiede. Terzo, l'escalation è notevole per numero di vittime:
in ogni operazione, e in tutte quelle future, un numero sempre crescente
di persone verranno uccise e ferite. Infine, cosa più importante,
le operazioni diventano una strategia - il modo in cui Israele intende
risolvere i problemi della Striscia di Gaza.
Una strisciante politica di trasferimento nella Cisgiordania e
misurate politiche di genocidio nella Striscia di Gaza sono le due
strategie che Israele impiega oggi. Da un punto di vista elettorale,
quello usato a Gaza è problematico dal momento che non raggiunge
nessun risultato tangibile; la Cisgiordania sotto Abu Mazen sta
cedendo alle pressioni israeliane, e non c'è alcuna forza
significativa che arresti la strategia israeliana di annessione
e di espropriazione. Ma Gaza continua a rispondere. Da un lato,
questo potrebbe portare l'esercito israeliano a dare il via a operazioni
molto più massicce di genocidio di massa in futuro. Ma c'è
anche il pericolo ancora maggiore, da un altro lato, come avvenne
nel 1948, che l'esercito possa chiedere una più drastica,
sistematica e collaterale azione "punitiva" contro la
popolazione sotto assedio nella Striscia di Gaza.
Ironicamente, le macchine di morte israeliane si sono fermate di
rencente. Anche un numero relativamente alto di missili Qassam,
inclusi uno o due mortali, non hanno provocano l'azione dell'esercito.
Sebbene il portavoce dell'esercito dice di aver osservato "restraint"
(ndt, auto-limitazione), non è mai accaduto in passato e
non avverrà lo stesso in futuro. L'esercito si riposa, intanto
che i generali sono contenti per le uccisioni interne che infuriano
a Gaza e che non sono affar loro.
Guardano con soddisfazione l'emergere della guerra civile a Gaza
che Israele fomenta e incoraggia. Dal punto di vista israeliano
non si tratta per davvero di come eventualmente Gaza verrà
ridimensionata demograficamente, se da uccisioni interne o da quelle
israeliane.
La responsabilità della fine dello scontro interno ricade
certamente sugli stessi gruppi palestinesi, ma l'interferenza americana
e israeliana, il continuo imprigionamento, lo strangolamento e la
riduzione alla fame di Gaza, sono tutti fattori che rendono questo
processo di pace interna molto difficile. Ma avverrà presto
e allora al primo segnale di ritorno alla calma, le "Piogge
d'Estate" israeliane cadranno di nuovo sulla gente di Gaza,
causando caos e morte.
E non ci si dovrebbe mai stancare di trarre le inevitabili conclusioni
politiche dalla triste realtà dell'anno che ci siamo lasciati
alle spalle e a fronte di un altro che ci attende. Non c'è
alcun'altra strada per fermare Israele a parte il boicottaggio,
il disinvestimento e le sanzioni.
Dobbiamo sostenerlo tutti in maniera chiara, aperta, incondizionata,
senza preoccuparci di quello che i guru del nostro mondo ci dicono
circa i risultati o la raison d'etre di tali atti. Le Nazioni Unite
non interverranno a Gaza come hanno fatto in Africa; i laureati
al Nobel per la Pace non si metteranno in lista in sua difesa come
hanno fatto per la causa del Sudest Asiatico. Il numero di persone
uccise non sbalordiscono come quelle causate da altre calamità
e non è una cosa nuova - è pericolosamente vecchia
e preoccupante. L'unico punto debole di questa macchina di morte
è l'ossigeno che riceve dal trovarsi sulla stessa linea della
civiltà "occidentale" e l'opinione pubblica. E'
ancora possibile aprire un varco e rendere alla fine molto più
difficile per gli israeliani la messa in opera della loro futura
strategia di eliminazione del popolo palestinese sia attraverso
la pulizia etnica in Cisgiordania o col genocidio nella Striscia
di Gaza.
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