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17 maggio 2003
Gerico, maggio - E' detenuto in una prigione palestinese, a Gerico,
sorvegliata da guardie americane e britanniche. Il suo predecessore
è stato
assassinato nell'agosto 2001. Suo fratello ha avuto la stessa sorte
un anno
fa. La moglie è stata arrestata da agenti israeliani lo scorso
gennaio.
Parliamo di Ahmad Saadat, segretario generale del Fronte popolare
per la
liberazione della Palestina. Arabmonitor lo ha raggiunto.
Come vede il futuro della regione dopo l'invasione anglo-americana
dell'Iraq?
"Colin Powell ha detto che l'obiettivo americano è
la protezione degli
interessi statunitensi nella zona, in parole povere mantenere l'area
sotto
il controllo politico, economico e militare americano. L'invasione
militare
dell'Iraq è stata preceduta dalla presentazione di un piano
politico: quello
che Powell ha chiamato "la costruzione della democrazia in
Medio Oriente" e
il controllo totale della regione tramite la collaborazione con
Israele.
Siamo di fronte alla creazione di un sistema internazionale nuovo
dopo il
crollo dell'Unione Sovietica. L'occupazione dell'Iraq è la
prima puntata di
una serie e intende convincere i popoli e gli Stati della regione
a non
opporre alcuna resistenza, perché altrimenti potrebbero fare
la stessa fine
del regime iracheno. La battaglia, comunque, non è ancora
finita. La scelta
migliore rimane la resistenza, rifiutando l'occupazione e cercando
di
rendere la vita delle forze di occupazione la più difficile
possibile"
Cosa pensa della "Roadmap" (il tracciato di pace)? Come
mai l'Autorità
nazionale palestinese attribuisce così grande importanza
a questo progetto?
"La Roadmap sembra un compenso al popolo palestinese o, se
preferite, la
carota che viene data agli arabi della Palestina al posto del bastone
usato
contro gli iracheni. In realtà, va detto che la Roadmap è
soltanto un
tentativo di contenere i palestinesi e fermare l'Intifada, completando
così
quello che ha fatto il bastone israeliano con la copertura internazionale
americana. La Roadmap vuole aggirare le risoluzioni delle Nazione
Unite, che
riconoscono il diritto del nostro popolo ad avere un proprio Stato
indipendente. Questo progetto si pone l'obiettivo di ridimensionare
le
aspirazioni palestinesi, in modo che lo Stato venga disegnato secondo
le
esigenze e le misure indicate da Israele. Anch'io mi chiedo come
mai l'
Autorità nazionale palestinese ci tenga così tanto,
e non sono in grado di
dare una spiegazione logica, perché la Roadmap non porta
nulla di nuovo, ma
invita a tornare alla strada delle trattative, secondo gli standard
degli
accordi di Oslo, che alla fine ci ha condotti in un vicolo cieco
chiamato
Camp David".
Si parla molto del governo di Abou Mazen. La nomina di un primo
ministro,
può essere la soluzione ai problemi interni palestinesi?
Il nuovo esecutivo
nella sua forma e nelle condizioni in cui è nato, potrà
mai creare le
riforme attese a livello nazionale?
"La nomina di Abou Mazen è avvenuta sotto la pressione
di Israele e
dell'America: di conseguenza sarà un governo limitato. Penso
che questo
governo non solo non è in grado di realizzare i nostri obiettivi
nazionali,
o le riforme attese dall'opinione pubblica palestinese, ma sarà
uno
strumento per privarci dei nostri diritti e ridurre lo spazio democratico.
Sarà uno strumento per consentire agli americani e agli israeliani
di
interferire negli affari interni palestinesi. La democrazia non
è compiuta
se non viene praticata da un governo liberamente eletto in un Paese
libero
dall'occupazione straniera. Il nostro popolo deve avere le sue istituzioni
libere, le quali sono in grado di riunire le forze e potenziare
la sua
capacità di resistenza. Si arriva così alla liberazione
e poi alla
democrazia".
Qualche settimana fa è stata celebrata la giornata del prigioniero
palestinese. Che ruolo hanno i detenuti palestinesi, che sono migliaia
nelle
carceri israeliane, nella società palestinese?
"Per i palestinesi le prigioni sioniste sono state sempre
delle postazioni
avanzate della resistenza. Hanno formato dei nuovi leader. Per questo
motivo, la dirigenza politica palestinese deve ascoltare i prigionieri,
considerare la loro liberazione uno dei principali obiettivi, aver
cura dei
loro familiari e inserirli nella leadership palestinese, perché
loro sono
vivi e sono presenti proprio nel cuore della battaglia".
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da http://www.arabmonitor.info/news/dettaglio.php?idnews=1774&lang=it
Più della metà degli israeliani contraria a concedere
l'uguaglianza agli
arabi
Tel Aviv, 16 maggio - L'Istituto israeliano per la democrazia ha
condotto
un'indagine sul livello di maturità democratica della popolazione
ebraica
del Paese. I risultati non sono particolarmente brillanti.
Il 53 per cento degli intervistati si è detto contrario alla
piena
uguaglianza dei diritti per la popolazione araba del Paese.
Il 57 per cento è favorevole a incoraggiare gli arabi a lasciare
il Paese.
Il 69 per cento è contrario a un governo a cui partecipino
anche partiti
arabi.
Il 77 per cento auspica che per le decisioni di grande importanza
per
Israele sia necessaria una maggioranza ebraica.
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