|
23 febbraio 2003
Bagdad 1991: io c'ero e purtroppo ho visto
di PETER ARNETT
Tutto cominciò con la storia della fabbrica di latte in
polvere per bambini. Fino ad allora, l'amministrazione Bush era
stata una sostenitrice entusiasta di come la Cnn stava coprendo
i bombardamenti su Bagdad del ´91. I nostri notiziari in diretta
dal 9° piano dell´Hotel al-Rashid facevano pensare che
i missili Cruise e le bombe stessero trovando i bersagli designati,
e cioè centrali di comando, caserme, palazzi e rifugi di
Saddam. Ciò che riportavamo pareva confermare la valutazione
del Pentagono che le uccisioni di civili fossero nulle. Ma un giorno
piovvero quattro bombe su un impianto industriale alla periferia
di Bagdad, e la luna di miele finì. Venni portato sul posto
dal mio «guardiano» iracheno assieme a una troupe. Lasciammo
l'autostrada appena oltrepassato un grande manifesto sbiadito di
Saddam Hussein intento a consolare un bambino afflitto.
L'ingresso portava un cartello scritto rozzamente, che in arabo
e inglese diceva « baby milk plant » (fabbrica di latte
per bambini). I funzionari iracheni dissero che la fabbrica produceva
20 tonnellate di latte in polvere al giorno per i bambini della
capitale. Camminavo immerso fino alle caviglie nella polvere bianca.
I documenti che giacevano attorno descrivevano il prodotto come
un miscuglio di malto, estratto zuccherino e latte. Io presi una
bracciata di confezioni intatte per distribuirle ai bambini, una
volta rientrato in albergo. Mi sembrò un impianto innocuo.
Quella sera riferii alla Cnn col mio telefono satellitare quello
che mi era stato detto dagli iracheni: che lo stabilimento era l'unica
fonte a Bagdad di alimenti liquidi per l'infanzia, e che non si
trattava di un obiettivo legittimo. Me ne and
sintonizzai la radio sulla Bbc e scoprii di avere riportato una
delle storie più controverse della mia carriera. Il portavoce
della Casa Bianca, Marlin Fitzwater, mi diede del bugiardo. Lo stesso
presidente George Bush aveva visto il servizio, disse Fitzwater,
«e non era stato contento». Lo stabilimento non produceva
latte in polvere, come dichiarato dagli iracheni, ma era «una
struttura per produrre armi biologiche», affermò Fitzwater.
Quanto al giornalista della Cnn Peter Arnett, era «un canale
della disinformazione irachena».
Cominciò così una guerra di parole. La fabbrica di
latte per bambini fu solo la prima di una valanga di immagini, provenienti
dall'interno dell'Iraq, che sembravano sbugiardare le ripetute vanterie
del Pentagono sulla loro nuova generazione di armamenti a prova
d'errore. Il giorno 8, a Bagdad vennero distrutte tre case con i
loro abitanti. Il 9, vennero bombardati diversi isolati in una città
a nord di Bagdad, con molte dozzine di morti. Il 10, altri bombardamenti
sulle case a Najaf. La Cnn divenne oggetto della collera ufficiale
perché precedeva regolarmente la concorrenza e attirava con
i suoi servizi moltissimi telespettatori.
Il comandante della coalizione militare, il generale Norman Schwarzkopf,
risolse il proprio dilemma morale spegnendo la Cnn nel suo bunker.
L'amministrazione Bush, ben sapendo che gli spettatori d'America
erano maniaci dei servizi sulla guerra, organizzò una complessa
campagna per assassinare il personaggio. Io venni denunciato davanti
al Congresso. Il delegato della Pennsylvania, Laurence Coughlin,
disse: «Arnett è il Goebbels del regime hitleriano
di Saddam».
Le basi logiche di chi mi criticava erano che le mie osservazioni
fossero menzogne dirette oppure, se erano accompagnate da filmati,
che gli stessi incidenti fossero stati creati ad arte dai servizi
iracheni. L'insinuazione era che Saddam Hussein stesse radendo al
suolo le proprie città per ottenere immagini propagandistiche.
Forse qualcuno avrebbe potuto perfino crederci se glielo si fosse
rip
za, e certo in quelle prime settimane di guerra l'amministrazione
Bush eludeva le critiche serie. Ma poi arrivò il 13 febbraio,
e il gioco del biasimo finì.
Quel mattino alle 4.50 un jet americano sganciò due missili
a guida di precisione su di un rifugio antiaereo civile nel quartiere
Amariya, a Bagdad. Donne, bambini e anziani erano pigiati all'interno;
i morti furono circa 400. Vi discesero i giornalisti, ed entro poche
ore le immagini più raccapriccianti della guerra scioccarono
gli spettatori di tutto il mondo. Il Pentagono cercò di spiegare
che il rifugio era un obiettivo legittimo perché c´erano
antenne della radio, e avrebbe potuto essere utilizzato a fini militari.
Pochi la bevvero. Il ministro degli Esteri russo, venuto in visita
pochi giorni dopo, mi disse che il presidente Mikhail Gorbaciov
l'aveva mandato a Bagdad «perché questa carneficina
deve finire».
Il dibattito sul bombardamento di Amariya spostò l'attenzione
dalla mia credibilità a quella del Pentagono. Le immagini
erano state così sconvolgenti che la gente cominciò
a farsi domande sulla politica. Molto dopo la guerra appresi che,
in fin dei conti, la politica era stata cambiata dal massacro nel
rifugio, e che i cosiddetti «obiettivi militari-civili»
erano stati radiati dalla lista dei bombardamenti, almeno per quanto
restava della guerra del Golfo.
Però, da allora, la tolleranza verso immagini spiacevoli
di guerra sembra aver messo a dura prova la pazienza dei politici
americani. L'amministrazione Clinton approvò il bombardamento
del centro televisivo di Belgrado, durante la guerra del Kosovo,
appena qualche ora dopo che la maggioranza dei giornalisti televisivi
occidentali aveva chiuso i notiziari serali. L'ufficio di Kabul
della controversa Al Jazira , la cosiddetta « Cnn araba»,
venne spazzato via durante l'attacco a Kabul del 2001.
Senza dubbio i giornalisti bramosi di notizie si piazzeranno di
nuovo sui tetti degli alberghi di Bagdad, se dovesse scoppiare un'altra
guerra.
da The Guardian (traduzione di Lura Toschi)
|