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25 novembre 2002
Dai/dalle disobbedienti, una lettera a tutte e tutti di Francesco
Caruso dal Mammagialla di Viterbo
Ai fratelli e alle sorelle
del movimento dei movimenti
Alla società civile
Alle moltitudini in cammino
per un altro mondo possibile
Un milione di persone sono tante.
Un milione di persone, di uomini e donne a Firenze ha detto, ribadito
e gridato a gran voce che un altro mondo è possibile e necessario,
un mondo senza guerre e bombardamenti umanitari, un
mondo nel quale le guerre si evitano semplicemente non facendole,
un mondo nel quale la casa, il lavoro, il reddito, lacqua,
la terra sono diritti di tutti e non privilegi per alcuni.
Un milione di persone che dicono e rivendicano queste cose sono
molte. Per qualcuno, nei palazzi di potere, sono anche troppe.
Firenze è stata unulteriore tappa delle moltitudini
in movimento che da Seattle a Genova, da Napoli a Praga hanno rilanciato
a livello mondiale le rivendicazioni degli indios zapatisti, elementari
ma al tempo stesso rivoluzionarie: Democrazia, Giustizia, Dignità.
Da questa cella piena di sbarre, democrazia giustizia e dignità
sono parole vuote, concetti e valori impercettibili.
In questa discarica umana, in questo carcere pieno di disperazione
e disagio sociale, la dignità umana non è calpestata,
ma semplicemente non esiste.
Come movimento siano sempre stati dalla parte degli ultimi, degli
esclusi, delle vittime della selvaggia globalizzazione neoliberista.
Dalle periferie degradate di Napoli ai campi profughi in Palestina,
dalle zone terremotate in Molise a Sarajevo sotto i bombardamenti,
abbiamo sempre messo in gioco i nostri corpi e impegnato le nostre
energie per conoscere, comprendere e combattere le tante contraddizioni
e ingiustizie del nostro tempo.
Dovrò paradossalmente ringraziare i magistrati di Cosenza
e i loro teoremi per avermi dato la possibilità di attraversare
linfernale girone dantesco delle carceri: Trani, Viterbo,
migliaia di persone rinchiuse come polli in batteria, dove anche
il minimo, elementare diritto diventa un favore da implorare.
Qui dentro ci sono solo i soggetti deboli e marginali, per i quali
troppo spesso lillegalità non è una scelta ma
una strada obbligata dai perversi meccanismi di un sistema sociale
incentrato sul profitto.
Qui democrazia, giustizia e dignità si possono tradurre in
un sola parola: AMNISTIA, subito e per tutti.
Come movimento dobbiamo urgentemente farci carico di questa battaglia,
per ridare un senso a questi valori anche qui dentro, per smascherare
le chiacchiere e le false promesse dei palazzi di potere.
Democrazia, Giustizia, Dignità.
Ma si può parlare di democrazia, di giustizia e di dignità
in un paese nel quale si perseguitano gli oppositori politici? Non
è questo forse il discrimine, la linea di confine tra democrazia
e autoritarismo, la spia di uninvoluzione democratica?
Allora lurgenza di mobilitarsi al grido di SIAMO TUTTI
SOVVERSIVI non è unimpellenza esclusiva dei ribelli,
degli attivisti dei movimenti, ma anche e soprattutto della società
civile, dei sinceri democratici, di coloro i quali credono e sperano
di vivere in una democrazia matura: in gioco non vi è solo
la nostra scarcerazione (che è ora una variabile secondaria)
ma piuttosto lagibilità politica e democratica dellopposizione
sociale nel nostro paese.
Se passa il teorema di Cosenza, ogni attivista dei movimenti, ogni
persona che si è mobilitata in questi anni per un altro
mondo possibile, chiunque sia sceso in piazza a Napoli, Genova,
Firenze, potrà essere perseguitato come pericoloso e violento
sovversivo.
La pericolosità sociale e politica di questinchiesta
è sotto gli occhi di tutti.
Dietro lambiguo e inconsistente impianto accusatorio, si cela
il maldestro tentativo di ridurre la ricchezza e la vitalità
dei movimenti ad un mero problema di ordine pubblico.
Alla base di queste assurde congetture cè un delirante
pregiudizio ideologico sul rapporto tra democrazia, mobilitazione
e conflitto sociale.
Se a livello mondiale, grazie allesperienza di Porto Alegre
e allattivismo dei movimenti, è entrata nellagenda
politica la sperimentazione di forme inedite di democrazia partecipativa,
che pongono al centro delle determinazioni sociali e politiche la
partecipazione, la mobilitazione ed il conflitto sociale, permane
nella società e soprattutto nel mondo politico una diffidenza
a riconoscere il conflitto e la mobilitazione sociale come linfa
della democrazia.
Ma cè anche di peggio: soprattutto nellestablishment
politico, economico e culturale, nei piani alti dei palazzi di potere,
cè chi vede i movimenti sociali come pericolosi virus
da debellare, il male da sconfiggere, il disordine da reprimere,
per ristabilire ORDINE e DISCIPLINA e preservare il proprio potere.
Con linsorgere del movimento antiglobalizzazione, determinati
settori degli apparati, della magistratura e delle forze dellordine,
proprio a partire dal timore e dal terrore dellattivismo dei
movimenti del loro potenziale di trasformazione sociale e di messa
in discussione degli assetti di potere, sostituiscono allimparzialità
degli atteggiamenti e delle procedure, unossessiva persecuzione
politica che tocca il suo culmine con le violenze di Genova e lomicidio
di Carlo Giuliani.
Ora lassurdo teorema di Cosenza: con in prima fila, ancora
una volta, i Reparti Operativi Speciali dei Carabinieri (lunico
corpo senza indagati per i fatti di Genova) questa volta supportati
da alcuni solerti magistrati che i ROS hanno trovato dopo estenuanti
ricerche in un anonimo tribunale del profondo Sud.
Il desiderio perverso di costoro è che dei movimenti, di
questi giovani rumorosi e fastidiosi, se ne occupino
proprio e solo loro, coi loro metodi e le loro strategie di sistematico
annientamento e repressione.
Che il movimento antiglobalizzazione sia unaccozzaglia di
criminali sovversivi, violenti, cospiratori, da questa prospettiva
non è unipotesi da dimostrare, ma una certezza da affermare.
Eppure, di fatto, bisogna andare a ritroso fino al ventennio fascista
per ritrovare altri imputati per cospirazione politica oppure ai
romantici carbonari dellOttocento: di certo, se qualcuno paragona
il nostro impegno sociale e politico con quello dei nonni antifascisti
o dei bisnonni carbonari, non fa che lusingarci.
In verità i pericolosi sovversivi, i veri criminali sono
dallaltra parte della barricata, sono costoro che cercano
di sospingere il movimento sul terreno dello scontro fisico,
militare, anche perché sanno bene che questo è lunico
terreno dal quale usciremmo sconfitti.
La loro strategia è fin troppo evidente e banale: nel momento
in cui non vogliono dare risposte concrete alle istanze ed alle
rivendicazioni dei movimenti, sbrigliano i loro cani da guardia,
le loro meschine strategie di criminalizzazione e repressione, nel
tentativo di zittire, stigmatizzare e annientare il movimento.
Ma il movimento ha già dimostrato a Genova e dopo Genova
la maturità politica capace di sfuggire a queste trappole:
tanto meno questa ridicola inchiesta riuscirà a smentirla.
Non solo, ma - come lesperienza di Genova - anche questattacco
politico non produce arretramento, sconforto e smobilitazione, ma
anzi rafforza la consapevolezza della necessità di rilanciare
le battaglie del movimento: si scopre infatti chee in gioco non
cè solo la possibilità di conquistare nuovi
diritti e garanzie sociali, ma anche la tenuta democratica, lazzeramento
delle strategie eversive e reazionarie con le quali, negli ultimi
decenni, hanno pesantemente attaccato i precedenti cicli di mobilitazione
sociale.
Per questo è importante che il movimento si divincoli da
questa tenaglia in cui si cerca di stritolarlo, da quel vortice
repressione/lotta alla repressione che tarpa le ali alla dinamicità
ed ai processi di trasformazione sociale.
Le giornate di Firenze hanno posto domande e istanze politiche ben
precise, da cui nessuno può pensare di divincolarsi grazie
alle geniali intuizioni di un zelante magistrato o di solerti carabinieri.
Per questo, ancora, a prescindere dalla sacrosanta battaglia per
denunciare il carattere politico e persecutorio di questoperazione,
è importante continuare a rilanciare le pratiche ed i contenuti
del movimento, anche perché è soprattutto attraverso
questo che è possibile dimostrare chi sono i veri criminali:
se sono coloro che come noi si autorganizzano dal basso, coloro
che partecipano ai movimenti, oppure se sono coloro i quali si rendono
responsabili di guerre e bombardamenti, di milioni di morti per
fame e carestie, della devastazione ambientale del nostro pianeta.
Allo stesso tempo, è necessario ribadire e rivendicare le
pratiche della disobbedienza civile come forme di mobilitazione
legittime e sacrosante, dinanzi alle tante, troppe ingiustizie che
attanagliano il nostro mondo globale.
Su questo nessuna inchiesta, nessun magistrato potrà farci
arretrare.
Possono incarcerare 20, 200 o 2000 di noi, dei nostri fratelli,
ma non ci piegheranno.
Noi con il cuore, ma tanti altri fisicamente, saremo in questi giorni
al fianco degli sfrattati di Melito per il diritto alla casa, dei
disoccupati che rivendicano un impiego o un reddito, dei lavoratori
FIAT in lotta per difendere il posto di lavoro, degli immigrati
il 30 novembre a Torino contro i centri-lager.
Con la violenza che si fa chiamare giustizia, ci hanno rinchiuso
nelle carceri, tra mille sbarre e cancelli, ci hanno privato di
un bene fondamentale, del bene primario per tutti gli esseri umani:
la libertà.
Non si rendono conto che è tutto inutile, che perderanno
anche questulteriore battaglia: perché noi siamo un
esercito di straccioni, ma anche e soprattutto di sognatori.
Per questo siamo invincibili.
Francesco Caruso
carcere di Mammagialla, Viterbo, Italia, Europa, Pianeta Terra
25 novembre 2002, Anno Secondo della Guerra Globale Permanente
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