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30 gennaio 2003
noi invitiamo tutt* a leggere i seguenti materiali:
il primo mostra l'opinione che aveva Paolo Borsellino
(non certo un attivista dei centri sociali) di Berlusconi e dei
suoi rapporti con la mafia,
il secondo è un documento del Tribunale
di Caltanissetta -Ufficio del giudice per le indagini preliminari-
che spiega tra le altre cose i motivi che hanno spinto i giudici
a inquisire Berluscono e dell'Utri come mandanti a volto coperto
degli omicidi di Falcone e Borsellino.
Il terzo è un articolo tratto da Micromega
che ci mostra l'opinione serena che Bossi aveva di Berlusconi qualche
anno orsono, si tratta i una serie di citazioni estrapolate dai
suoi discorsi.
Il quarto è un articolo tratto dall'Espresso
che ci mostra come il governo sia inevitabilemente colluso con la
mafia e debba in qualche modo render conto del plebiscito di voti
che le cosche gli hanno assicurato in luoghi come la Sicilia o la
Puglia, in questo caso si tratta di beni da restituire ai mafiosi,
in altri è stata la legge sulle rogatorie internazionali,
la legge Cirami, il falso in bilancio e ce ne saranno ancora sicuramente
tante tante altre...
Sì Vittorio Mangano l'ho conosciuto
anche in periodo antecedente al maxiprocesso e precisamente neglin
anni fra il 1975 e il 1980, e ricordo di aver istruito un procedimento
che riguardava delle estorsioni fatte a carico di talune cliniche
private palermitane. Vittorio Mangano fu indicato sua da Buscettta
che da Contorno come "uomo d'onore" appartenente a Cosa
nostra.
D: Uomo d'onore di che famiglia?
R:Uomo d'onore della famiglia di Pippo Calò, cioè
di quel personaggio capo della famiglia di Porta Nuova, famiglia
della quale originariamente faceva parte lo stesso Buscetta. Si
accertò - ma questo risultava già dal procedimento
precedente che avevo istruito io, e risultava altresì da
un procedimento cosiddetto "procedimento Spatola", che
falcone aveva istruito negli anni immediatamente precedenti al maxiprocesso
- che Vittorio Mangano risiedeva abitualmente a Milano, città
da dove come risultò da numerose intercettazione telefoniche,
costituiva un terminale del traffico di droga, di traffici di droga
che conducevano le famiglie palermitane.
D: E questo Mangano Vittorio faceva traffico di droga a Milano?
R: Il Mangano di droga... Vittorio Mangano -se ci vogliamo limitare
a quelle che furono le emergenze probatorie più importanti-
risulta l'interlocutore di una telefonata intercorsa fra Milano
e Palermo, nel corso della quale lui, conversando con un altro personaggio
delle famiglie mafiose palermitane, preannuncia o tratta l'arrivo
di una partita d'eroina chiamata alternativamente, secondo il linguaggio
convenzionale che si usa nelle intercettazioni telefoniche, come
"magliette" o "cavalli".
D: Comunque lei, in quanto esperto, può dire che quando
Mangano parla di cavalli al telefono, vuol dire droga?
R:Si. Tra l'altro questa tesi dei cavalli che vogliono dire droga,
è una tesi che fu asseverata dalla nostra ordinanza istruttoria
e che poi fu accolta al dibattimento, tant'è che Mangano
fu condannto al dibattimento del maxiprocesso per traffico di droga.
D: E dell'Utri non c'entra in questa storia?
R: Dell'Utri non è stato imputato per il maxiprocesso, per
quanto io ne ricordi, So che esistono indagini che lo riguardano
insieme a Mangano.
D:A Palermo?
R:Si, credo che ci sia un'indagine che attualmente è a Palermo
con il vecchio rito processuale nelle mani del giudice istruttore
ma non ne conosco i particolari.
D: Marcello Dell'Utri o Alberto Dell'Utri?
R: Non ne conosco i particolari, potrei consultare avendo preso
qualche appunto
Cioè si parla di Dell'Utri Marcello
e Alberto, di entrambi.
D: I fratelli
R: Si.
D: Quelli della Publitalia
R: Si.
D:Perché c'è, se ricordo bene, nell'inchiesta della
San Valentino, un'intercettazione telefonica fra lui a Marcello
Dell'Utri in cui si parla di "cavalli".
R:Beh, nella conversazione inserita nel maxiprocesso, se non piglio
errore, si parla di cavalli che dovevano essere mandati in un albergo,
quindi non credo che potesse trattarsi effettivamente di cavalli.
Se qualcuno mi deve recapitare due cavalli me li recapita all'ippodromo
o comunque
Al maneggio non certamente dentro l'albergo.
D:C'è un socio di Marcello Dell'Utri, tale Filippo Raposarda
che dice che q uesto dell'Utri gli è stato presentato da
uno della famiglia di Stefano Bontate.
R: Eh Palermo è la città della Sicilia dove le famiglie
mafiose erano più numerose. Si è parlato adirittura
in certi periodi almeno di demila uomini d'onore con famiglie numerosissime:
la famiglia di Sefano Bontate sembra che in un certo perido ne contasse
almeno 200. Si trattava comunque di faniglie appartenenti a una
unica organizzazione, cioè Cosa nostra, e quindi i cui membri
in gran parte si conoscevano tutti, e quindi è presumibile
che questo Rapisarda riferisca una circostanza vera.
D: Lei di Rapisarda h sentito parlare?
R: So dell'esistenza di Rapisarda, ma non me ne sono mai occupato
personalmente.
D: Perché a quanto pare Rapisarda, Dell'Utri erano in affari
con Ciancimino, tramite un tale
Alamia[Francesco Paolo Alamia, ex assessore regionale siciliano
ai tempi di Ciancimino, sindaco di Palermo socio di Filippo Rapisarda,
ex datore di lavoro ed ex amico dei fratelli dell'Utri].
R:Che Alamia, fosse in affari con Ciancimino è una circostanza
da me conosciuta e credo risulti anche da qualche processo che si
è già celebrato. Per quanto riguarda Dell'Utri e Rapisarda,
non so fornirle particolari indicazioni, trattandosi -ripeto sempre-
di indagini di cui non mi sono occupato personalmente.
D:Non le sembra strano che certi personaggi, grosi industriali
come Berlusconi, Dell'Utri, siano collegati a uomini d'onore tipo
Vittorio Mangano ?
R: All'inizio degli anni 70 Cosa nostra cominciò a diventare
un'impresa anch'essa: un'impresa nel senso che, attraverso l'inserimento
sempre più notevole, che a un certo punto diventò
addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti,
Cosa nostra cominciò a gestire una masse enorme di capitali,
dei quali naturalmente cercò lo sbocco, perché questi
capitali in parte venivano esportati o depositati all'estero, e
allora cos' si spiega la vicinanza di elementi di Cosa nostra a
certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali.
D: Lei mi dice che è normale che Cosa nostra si interessi
a Berlusconi?
R:E' normale il fatto che chi è titolare di grosse somme
di denaro cerchi strumenti per potere questo denaro impiegare, sia
dal punto di vista del riciclaggio che dal punto di vista di far
fruttare tutto questo denaro.
D:Mangano era un pesce pilota?
R: Si, guardi le posso dire che era uno di quei personaggi che,
ecco, erano i ponti, le teste di ponte dell'organizzazione mafiosa
nel nord Italia.
D: Si è detto che ha lavorato per Berlusconi
R: Non le saprei dire in proposito, o
anche se le debbo far
presente che , come magistrato, ho una certa ritrosia a dire le
cose di cui non sono certo, poiché so che ci sono addirittura
ancora delle indagini in corso in proposito, per le quali non conosco
addirittura quali atti sono ormai conosciuti e ostensibili, e quali
debbano rimanere segreti. Questa vicenda che riguarderebbe i suoi
rapporti con Berlusconi è una vicenda che, la ricordi o non
la ricordi, comunque è una vicenda che non mi appartiene.
Non sono io il magistrato che se ne occupa quindi non mi sento autorizzato
a dire nulla.
D: C'è un'inchiesta ancora aperta?
R: So che c'è un'inchiesta ancora aperta.
D:Su Mangano e Berlusconi, a Palermo?
R: Si.
Il cavalier Berluskaz, mafioso e fascista
Citazioni da discorsi di Umberto Bossi
Silvio Berlusconi era il portaborse di Bettino Craxi. E' una costola
del vecchio regime. E' il piu' efficace riciclatore dei calcinacci
del pentapartito. Mentre la lega faceva cadere il regime, lui stava
per il Mulino Bianco, col parrucchino e la plastica facciale. Lui
e' il tubo vuoto qualunquista. Ma non l'avete visto oggi, tutto
impomatato fra le nuvole azzurre?
Berlusconi e' bollito. E' un povero pirla, un traditore del Nord,
un poveraccio asservito all'Ulivo, segue anche lui l'esercito di
Franceshiello dietro il caporale D'Alema con la sua trombetta. Io
ho la memoria lunga. Ma chi e' Berlusconi?
Il suo Polo e' morto e sepolto, la Lega non va con i morti.
La trattativa Lega-Forza Italia se l'e' inventata lui, poveraccio.
Il partito di Berlusconi neo-Caf non potra' mai fare accordi con
la Lega. Lui e' la bistecca e la Lega il pestacarne.
Berlusconi mostra le stesse caratteristiche dei dittatori. E' un
Kaiser in doppiopetto. Un piccolo tiranno, anzi e' il capocomico
del teatrino della politica. Un Pero'n della mutua. E' molto peggio
di Pinochet. Ha qualcosa di nazistoide, di mafioso. Il piduista
e' una volpe infida pronta a fare razzia nel mio pollaio.
Berlusconi e' l'uomo della mafia. E' un palermitano che parla meneghino,
un palermitano nato nella terra sbagliata e mandato su apposta per
fregare il Nord. La Fininvest e' nata da Cosa Nostra. C'e' qualche
differenza fra noi e Berlusconi: lui purtroppo e' un mafioso. Il
problema e' che al Nord la gente e' ancora divisa tra chi sa che
Berlusconi e' un mafioso e chi non lo sa ancora. Ma il Nord lo caccera'
via, di Berlusconi non ce ne fotte niente. Ci risponda: da dove
vengono i suoi soldi? Dalle finanziarie della mafia? Ci sono centomila
giovani del Nord che sono morti a causa della droga. A me personalmente
Berlusconi ha detto che i soldi gli erano venuti dalla Banca Rasini,
fondata da un certo Giuseppe Azzaretto, di Palermo, che poi e' riuscito
a tenersi tutta la baracca. In quella stessa banca lavorava anche
il padre di Silvio e c'erano i conti di numerosi esponenti di Cosa
Nostra.
Bisognerebbe conoscere le sue radici, la sua storia. Gelli fece
il progetto in Italia e c'era il buon Berlusconi nella P2. Poi nacquero
le holding. Come potra' mai la magistratura fare il suo dovere e
andare a vedere dove vengono quei quattrini, ricordando che la mafia
quei quattrini li fa con la droga e che di droga al Nord sono morti
decine migliaia di ragazzi che ora gridano da sottoterra? Se lui
vuole sapere la storia della caduta del suo governo, venga da me
che gliela spiego io: sono stato io a metter giu' il partito del
mafioso. Lui comprava i nostri parlamentari e io l'ho abbattuto.
Quel brutto mafioso guadagna soldi con l'eroina e la cocaina. Il
mafioso di Arcore vuole portare al Nord il fascismo e il meridionalismo.
Discutere di par condicio e' troppo poco: propongo una commissione
di inchiesta sugli arricchimenti di Berlusconi. In Forza Italia
ci sono oblique collusioni fra politica e omerta' criminale e fenomeni
di riciclaggio. L'uomo di Cosa Nostra, con la Fininvest, ha qualcosa
come 38 holding, di cui 16 occulte. Furono fatte nascere da una
banca di Palermo a Milano, la banca Rasini, la banca di Cosa Nostra
a Milano.
Forza Italia e' stata creata da Marcello Dell'Utri. Guardate che
gli interessi reali spesso non appaiono. In televisione compaiono
volti gentili che te la raccontano su, che sembrano per bene. Ma
guardate che la mafia non ha limiti. La mafia, gli interessi della
mafia, sono la droga, e la droga ha
ucciso migliaia e migliaia di giovani, soprattutto al Nord. Palermo
ha in mano le televisioni, in grado di entrare nelle case dei bravi
e imbecilli cittadini del Nord.
Berlusconi ha fatto cio' che ha voluto con le televisioni, anche
regionali, in barba perfino alla legge Mammi'. Molte ricchezze sono
vergognose, perche' vengono da decine di migliaia di morti. Non
E' vero che "pecunia non olet". C'e' denaro buono che
ha odore di sudore, e c'e' denaro che ha odore di mafia. Ma se non
ci fosse quel potere, il Polo si squaglierebbe in poche ore.
Incontrare di nuovo Berlusconi ad Arcore? Lo escludo, niente piu'
accordi col Polo. Tre anni fa pensarono di farci il maleficio. Il
mago Berlusconi disse: "Chi esce dal cerchio magico, cioe'
dal mio governo, muore". Noi uscimmo e mandammo indietro il
maleficio al mago. Non c'E' marchingegno stregato che oggi ci possa
far rientrare nel cerchio del berlusconismo. Con questa gente niente
accordi politici: E' un partito in cui milita Dell'Utri, inquisito
per mafia.
La Padania chiede a Berlusconi se e' mafioso? Ma e' andata fin troppo
leggera. Doveva andare piu' a fondo, con quelle carogne legate a
Craxi. Io con Berlusconi saro' il guardiano del baro. Siamo in una
situazione pericolosa per la democrazia: se quello va a Palazzo
Chigi, vince un partito che non
esiste, vince un uomo solo, il Tecnocrate, l'Autocrate. Io dico
quel che penso, lui fa quel che incassa. Tratta lo Stato come una
societa' per azioni.
Ma chi si crede di essere: Nembo Kid?
Ma vi pare possibile che uno possiede 140 aziende possa fare gli
interessi dei cittadini? Quando quello parla, fatevi una risata:
vuol dire che va tutto bene, che non e' ancora riuscito a mettere
le mani sulla cassaforte. Bisogna che Berlusconi-Berlusca-Berluskaz-Berluskaiser
si metta in testa che
con i bergamaschi io ho fatto un patto di sangue: gli ho giurato
che avrei fatto di tutto per avere il cambiamento. E non c'e' villa,
non c'e' regalo, non c'e' ammiccamento che mi possa far cambiare
strada. Berluscoso deve sapere che dalle nostre parti la gente e'
pronta a fargli un culo cosi':
bastano due secondi, e dovra' scappare di notte. Se vedono che li
ha imbrogliati, quelli del Nord gli arrotolano su le sue belle ville
e i suoi prati all'inglese e scaraventano tutto nel Lambro.
Berlusconi, come presidente del Consiglio e' stato un dramma. Quando
e' in ballo la democrazia, a qualcuno potrebbe anche venire in mente
di fargli saltare i tralicci dei ripetitori. Perche' lui con le
televisioni fa il lavaggio del cervello alla gente, col solito imbroglio
del venditore
di fustini del detersivo. Le sue televisioni sono contro la Costituzione.
Bisogna portargliele via. Ci troviamo in una situazione di incostituzionalita'
gravissima, da Sudamerica. Un uomo ha ottenuto dallo Stato la concessione
delle frequenze tv per condizionare la gente e orientarla al voto.
Non accade in nessuna parte del mondo. E' ora di mettere fina a
questa vergogna. Se lo votate, quello vi porta via anche i paracarri.
Se cade Berlusconi, cade tutto il Polo, e al Nord si prende tutto
la Lega. Ma non lo faranno cadere: perche' sara' pure un figlio
di buona donna, ma e' il loro figlio di buona donna e per questo
lo tengono in piedi.
Ma il poveretto di Arcore sente il bidone forzitalista e polista,
il partito degli americani, gli va a scatafascio. Un massone, piduista
come l'arcorista e' sempre stato un problema di "Cosa Sua"
o "Cosa Nostra". Ma attento, Berlusconi: ne' mafia, ne'
P2, ne' America riusciranno a distruggere la nostra societa'. E
lui alla fine avra' un piccolo posto all'inferno, perche' quello
li' non se lo pigliano nemmeno in purgatorio. Perche' e' Berlusconi
che dovra' sparire dalla circolazione, non la Lega. Non siamo noi
che litighiamo con Berlusconi, E' la storia che litiga con lui.
(Testo raccolto da Marco Travaglio e tratto da MicroMega Aprile
2001)
MAFIA / A RISCHIO IL PATRIMONIO SEQUESTRATO
ALLE COSCHE
Quei beni sono Cosa nostra Fino a oggi erano destinati a fini
sociali. Ma la Casa delle libertà medita una riforma choc:
metterli all'asta. Per i boss sarebbe una manna di Francesco Bonazzi
Ricordate il famoso tesoro di Totò Riina, scovato cinque
anni fa dalla polizia nel caveau di una gioielleria di Trapani poco
dopo l'arresto del "boss dei boss"? Bene, quella montagna
di orologi tempestati di pietre preziose, lingotti, bracciali, diamanti
e sterline d'oro per un valore di quasi un milione di euro giace
ancora da qualche parte negli uffici del Demanio di Trapani. In
attesa che l'amministrazione finanziaria si degni di venderli e
girarne il ricavato al Fondo vittime per la mafia. La storia del
"tesoretto" di Riina rende bene l'idea di quanto sia difficile
applicare la legge del 1996 che prevede l'utilizzo a fini sociali
dei beni confiscati alle mafie. Una legge rivoluzionaria e insieme
didascalica, per come consente in modo plateale di risarcire le
comunità locali e lo Stato della presenza mafiosa. Costruendo
caserme, comunità terapeutiche e scuole proprio sui terreni
e nei palazzi un tempo simbolo del potere dei capibastone. Ma la
legge del 1996 s'incarta spesso su decine di altre norme (fallimentari,
civili, amministrative) di varie epoche, che creano un groviglio
di competenze inestricabile. Un pasticcio che ormai solo un apposito
Testo Unico sui beni sequestrati potrebbe risolvere. Come suggerisce
il Consiglio superiore della magistratura in una relazione di 76
pagine curata dal consigliere Gioacchino Natoli (ex pm a Palermo)
e inviata alle Camere giovedì scorso.Il problema è
che, secondo quanto risulta all'"Espresso", nella Casa
delle libertà c'è già chi sta pensando a una
controriforma-choc: mettere all'asta anche gli immobili sequestrati
come fossero beni qualsiasi. Con il prevedibile effetto di farli
cadere nelle mani dei soliti prestanome di stretta fiducia degli
uomini d'onore. Perché solo un imprenditore con forti pulsioni
suicide comprerebbe dallo Stato i terreni di un boss, superando
le offerte presentate dagli amici degli amici. Eppure l'idea ha
cominciato a fare capolino in una riunione tecnico-governativa svoltasi
il 10 luglio a Palazzo Chigi, alla quale ha partecipato in modo
abbastanza irrituale anche il presidente della Commissione Antimafia,
Roberto Centaro (Fi). Il quale avrebbe proposto un fine sociale
"ampio", con la possibilità di mutare la destinazione
d'uso dei beni anche a fini imprenditoriali. Dopo le ferie se ne
saprà di più. Ma in quest'estate dove la politica
è costretta a far la faccia dura sul 41 bis, non è
da escludere che qualche "peone" della Cdl metta giù
un progettino sui beni confiscati che mitighi la delusione dei boss.
I quali ultimamente, per dirla con Leoluca Bagarella, si sentono
presi in giro da quei politici che "non hanno mantenuto le
promesse".Attualmente, gli immobili confiscati sono 4.565 per
un valore stimato in oltre 440 milioni euro. Di questi, 2.819 non
sono ancora destinati; 668 sono destinati ma non consegnati; 1.073
sono definitivamente nelle mani di Stato (168) e Comuni (905). I
tempi minimi di consegna di un immobile ex-mafioso sono di cinque
anni. Per una serie di ragioni che spiega la relazione Natoli: tre
gradi di giudizio; sovrapposizioni tra giudici fallimentari, civili
e penali; buchi negli organici delle sezioni di prevenzione dei
tribunali; esito delle confische affidato a "organismi burocratici
(come il Demanio, ndr.) che non brillano per efficienza e tempestività".
Il problema è che il catasto tratta lo Stato come un cittadino
qualsiasi. E impiega anche un anno per valutare un terreno. Mentre
nelle zone ad alta densità mafiosa è noto che fa molto
prima un boss a ottenere un'autorizzazione edilizia che non lo Stato-confiscatore.
Tra i rimedi proposti da chi combatte ogni giorno in prima linea,
come il procuratore Pierluigi Vigna, c'è quello di spedire
magistrati della Direzione nazionale Antimafia nelle sezioni dei
tribunali di sorveglianza. Oppure la creazione, sulle ceneri dell'attuale
ufficio del commissario straordinario di governo per i beni sequestrati
alle mafie, di un'agenzia autonoma con poteri reali (oggi, il commissario
ha solo compiti di coordinamento e stimolo). Ma con il pretesto
di una riforma, potrebbero farsi strada anche soluzioni tartufesche.Una
è appunto quella di vendere i terreni all'asta, con la scusa
di devolvere il ricavato al fondo per i collaboratori di giustizia.
Dimenticando che, nel frattempo, non si trova più un nuovo
pentito manco a pagarlo oro. Altra insidia potrebbe arrivare dall'estensione
delle nuove regole del giusto processo (le prove si formano al dibattimento)
alle misure preventive di carattere patrimoniale. Che invece partono
da una valutazione di pericolosità fatta dagli inquirenti
e vanno avanti in un processo tutto cartolare. Basterebbe approvare
una leggina della quale ogni tanto si sussurra nei corridoi del
Parlamento. Un comma che dicesse: quando un boss viene assolto,
si rivedono automaticamente anche i giudizi sulle misure patrimoniali.
Non sarà la revisione dei maxi-processi che vuole la mafia,
ma intanto è qualcosa di molto tangibile. 07.08.2002
T R I B U N A L E
D I C A L T A N I S S E T T A
UFFICIO DEL GIUDICE PER LE INDAGINI PRELIMINARI
DECRETO DI ARCHIVIAZIONE
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